Matilde Serao: Raccolta di opere
Matilde Serao
Nel paese di Gesù
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LA VIA DOLOROSA

I. Il Monte degli Ulivi

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LA VIA DOLOROSA


 

I.

 

 

Il Monte degli Ulivi

 

Di fronte al lato orientale di Gerusalemme lontano solamente trecento passi dalla porta di Santo Stefano, separato dal mistico e silente monte Sion dalla tetra e deserta valle di Josaphat, nel limpido orizzonte ove sorge il sole, si erge il Monte degli Ulivi, cui basta il nome per far piegare sotto il flutto amaro e profondo dei ricordi, ogni anima che abbia intesa la poesia della Passione. Esso non è molto alto; da qualunque terrazza di Gerusalemme si scopre, dominante tutto intorno: non è molto alto, ma la gran luce, onde è circondato dalle prime ore dell’alba, quel gran chiarore cristallino e biondo che ne avvolge la cima, gli come un’elevazione nell’aria. Persino nelle ore notturne — quando la terrestre Sionne dalle casette bianche si addormenta all’ombra dei suoi monasteri cristiani, della sua maestosa moschea e del suo lembo di muro del Tempio che, pel popolo ebreo, è il supremo ricordo — anche nell’ora tarda, quando non un rumore sorge dalle viuzze di Solima, dai suoi angiporti deserti, dai suoi bazars muti, allora, da qualche terrazza, donde il pellegrino pensoso contempla il sonno di Gerusalemme, ancora sotto i raggi vividi delle stelle, il Monte degli Ulivi troneggia preciso e nitido nelle tenebre, quasi che le pie stelle versassero sul monte che Egli amò, tanto maggiore scintillio di luce. Il Monte degli Ulivi arrotonda la sua curva dinanzi ai colli, ove è fabbricata la città di tutte le religioni, e pare che in ogni sua linea sia restata come una espressione indefinita e pur forte, per cui gli occhi vi si fissano, intensamente e cercano chiudere nel loro ambito tutta la figura della montagna di Gesù, ove egli tanto visse, tanto pregò e da cui, nella terribile notte, si partì per morire: giacchè è bene di lassù, da questo Monte degli Ulivi, ove egli fu baciato da Giuda di Kerioth e preso dai soldati, è di lassù, dove egli disse ai discepoli che tre volte, invano, egli aveva cercato di svegliare: Non importa, ora, che vegliate: ora è tutto finito, che comincia la via dolorosa, e non già dal Pretorio di Ponzio Pilato, ove il Nazareno subì l’ingiusta condanna. Ah! nella notte, con quale avidità gli occhi di chi pensa, di chi crede, di chi sogna, si fissano su questo Monte degli Ulivi, quasi volendo vedere il triste corteo con le fiaccole e con le spade sguainate, che discende verso il torrente del Cedron, trasportando, legato come un malfattore, il Figliuolo di Maria, l’Innocente!

 

 

La via per ascendere al Monte degli Ulivi è molto scoscesa: non vi conducono che due piccoli sentieri, tutti pietrosi e ripidi. I viaggiatori che amano i loro comodi, vi salgono sopra un cavallo o sovra un asinello; anzi quasi sempre sugli asinelli, che hanno il piede tranquillo e sicuro, per queste vie di montagna, in Palestina, dove i sassi, le rocce, la terra smossa rendono così malfido il passo. Ma chi vuole vedere, sul serio, il Monte degli Ulivi, vi sale a piedi, lentamente: senz’ansia di turista frettoloso, con quella quiete silenziosa di chi vuol pensare e sentire, dopo di aver veduto: sale per quella piccola via scabra, che, nell’ultimo periodo della sua vita, Gesù percorse ogni giorno e dove par quasi, inginocchiandosi a terra, di vedere le impronte dei suoi passi. D’altronde, come non fare a passo a passo il Monte degli Ulivi, quando, dappertutto, vi è una memoria, un ricordo, così vivaci e così vibranti nella fantasia? Ecco il giardino di Ghetsemane, coi suoi otto ulivi sacri all’amore e all’adorazione, gli ulivi di allora, poiché l’ulivo rinasce sulla sua radice e tutte le tradizioni, l’ebrea, la musulmana, la cristiana, conformandosi rigorosamente, stabiliscono che qui, sotto questi ulivi, vicino a questi tronchi così annosi, Egli è venuto a pregare, ogni giorno, è venuto ad invocare il suo Padre, che era la sua forza e il suo coraggio: il giardino di Ghetsemane che, esso solo, merita non una, ma due, tre visite, ma due o tre dimore, sotto questi sacri ulivi, la cui verdura pallido-argentea vide tante volte i grandi occhi, azzurri come il lino, del biondo Nazzareno, levarsi al cielo, impetrando la virtù per resistere al disgusto degli uomini e delle cose. Ma il Monte degli Ulivi non ha solo Ghetsemane, il teatro della più grande tragedia spirituale, che abbia mai conturbato e desolato un’anima divina: esso ha per metà della storia estrema di Gesù e di Maria. Qui, a mezza costa, alcune pietre dirute indicano il posto di un’antica cappella, intitolata Dominus flevit, il Signore ha pianto: è in questo posto che Gesù, guardando Gerusalemme, in un luminoso pomeriggio di primavera, quando essa era ancora tutto splendore e tutta forza, ma indurita nella superbia e nella impenitenza, che Gesù pianse sovra Sionne e sulla sua rovina: è da questo posto, quarant’anni dopo la straziante morte del Giusto, che l’imperatore Tito, accampato sul monte degli Ulivi, con la sua nona legione, slanciava contro Gerusalemme l’onda violenta e distruggitrice dei suoi soldati romani e Sionne cadeva, e il suo popolo era massacrato, i suoi templi atterrati, e centinaia di migliaia di ebrei cominciavano a scontare la maledizione da essi medesimi invocata. Accanto al giardino di Ghetsemane, poco lontano, giunta alla grave età di settantatre anni, Maria di Nazareth incontrò, ancora una volta, l’arcangelo Gabriele, che offrendole una palma, dolcemente, le disse il corso della sua vita esser finito e che ella sarebbe ascesa alla gloria del cielo: ella chinò il capo, obbediente, come la prima volta. Una bianca roccia segna il punto dove Maria, assunta al cielo, lasciò cadere la sua cintura, la quale fu raccolta e serbata dall’apostolo Tommaso: mentre a venti passi, in una chiesa dove si discende per una larga e profonda scala, vi è la tomba di Nostra Signora. Continuamente, in questa chiesa che raccoglie le tombe di San Gioacchino e di Sant’Anna, nel rito greco, vi sono messe, preci, orazioni e litanie: e sulla roccia ove non fu trovato, scoprendola, se non il lenzuolo funebre ove era involto il corpo della madre di Gesù, sempre si prega. Sul lato destro del Monte degli Ulivi, sempre non lontano da Ghetsemane, è la grotta dell’agonia, dove colui che doveva perire, perché la coscienza dell’umanità trovasse la legge della salvazione e della vita, sudò sangue e bagnò la terra col suo mortale sudore: e ad ogni aurora, un frate francescano viene a celebrare la messa in questa grotta, poichè essa, felicemente, appartiene alla religione latina. Una pietra bianca, sul fianco del monte, segna il posto del sonno degli Apostoli: e in fondo a una viottola, una colonna segna il punto dove Gesù fu tradito da Giuda. Ah, sì, bisogna visitarlo, passo, passo, il Monte degli Ulivi, e non una volta sola, poiché troppo è l’urto delle impressioni; bisogna salire sin quasi alla cima, dove è la chiesa carmelitana del Pater! Qui, per la seconda volta, poiché la prima volta lo aveva fatto sul Monte delle Beatitudini, in Galilea, in quel meraviglioso sermone sulla montagna che ogni cristiano dovrebbe conoscere a memoria e che ogni filosofo è costretto ad ammirare nella sua grandezza, qui, Gesù, richiesto, insegnò ai suoi discepoli come si pregava, congiungendo le mani e pronunciando la sublime preghiera che consola, che glorifica, che affratella, che domanda, che perdona, che invoca perdono: Padre nostro! Sino a pochi anni or sono, questo luogo era nudo: ma la munificiente pietà di Adelaide de Bossi, duchessa de Bouillon, una francese nata da un grande italiano, Carlo de Bossi, fondò, qui, un convento di Carmelitane e una chiesa del Pater. Silenziosa e bianca chiesa, il cui cortile è pieno dei più graziosi e più freschi fiori, il cui chiostro, tutto di marmi preziosi, contiene il Pater noster scritto in trentasei lingue, sulle sue pareti, e dove, a mano diritta, in una candida cella mortuaria, giace la fondatrice, duchessa de Bouillon, e vicino a lei, in un’urna è il cuore di suo padre. Dietro le pareti del monastero, le carmelitane, quelle che seguono la più stretta regola dell’ardente Teresa di Avila, pregano, senza che mai una di esse apparisca: e questa chiesa del Pater, tutta bianca e muta, tutta fiorita, induce alla contemplazione e a quel distacco dello spirito, nelle visioni vaghe e lontane....

Ed è, infine, dal Monte degli Ulivi che Gesù salì al cielo, compiendo le profezie delle Scritture, compiendo il suo divino destino. Conviene ascendere in alto, in alto, proprio sulla cima del Monte degli Ulivi, per trovare il sacro passo, dove il monte d’oriente preconizzato dai profeti. vide la gloria del suo Signore, come ne aveva veduto l’onta e la disperazione. Ahimè, il posto dell’Ascensione, è occupato da una fredda e deserta moschea di Maometto! Pure, con quella tolleranza religiosa di cui dànno continuamente esempio i mussulmani, il derviche che è a custodia di quel gelido tempio turco, senza ornamenti e senza poesia, apre volentieri la porta ai cristiani. Anche nel giorno dell’Ascensione, i nostri francescani portano lassù altari e paramenti e celebrano le messe e, con una mancia, che è il segreto di tutto, in Turchia, qualunque sacerdote, con un altare portatile, può dire la messa nella moschea della Ascensione, quando vuole. Intanto il cristiano, quassù, sulla porta della moschea, cerca obliare il ridicolo e ignobile imbroglio, e cerca indovinare che fu quella scena. Pieno di luce, il Monte degli Ulivi, che fu così pieno di pianti, di tristezze, di agonie alla sua base, ha, quassù, dei fulgori gloriosi, e la terra, intorno, par che rifranga questi fulgori. Quassù, levando gli occhi al cielo, il cielo sembra s’inchini dolcemente, sul monte dell’angoscia e del trionfo; e alle spalle, quasi, pare scomparsa la moschea, e, infine, il monte pare che si aderga, in un nimbo di luce. In terra, degli umili fiorellini violetti crescono, sull’arida cima.

 

 

 


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