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JERUSALEM, JERUSALEM
I.
La
città
A
traverso le Sacre Scritture sorge un inno costante alla grandezza e alla beltà di
Gerusalemme: il Salmista ne parla con accento frammisto di passione e di
omaggio: i truci e queruli profeti che devono maledirla per le sue empietà, non
possono trattenersi dall’esaltarla. Tutti gli aggettivi più enfatici le sono
diretti, tutte le frasi più pompose la salutano, tutte le parole più
carezzevoli la vezzeggiano e pare che nel figurato linguaggio ebraico non vi
sieno paragoni abbastanza mirabili per glorificare Gerusalemme. Essa è fulgida
di chiarori; la sua luce abbaglia gli occhi; essa è piena di splendore e di
maestà; essa è riboccante di ricchezza o di magnificenza. Salem significa pace;
Gerusalem significa visione della pace; ma essa si chiama anche la
figlia di Sionne, la regina dei colli, la città di Davide, la città di
Salomone. In tutti i suoi sinonimi, essa esprime la dimora sublime dello
spirito: è, in terra, l’immagine del Paradiso: per i cristiani, la Sionne terrena è la
promessa certa di un’altra Sionne, quella celeste. Così, da tutti i petti,
sgorga questo canto di laudi alle divine mura, emblema di un recinto
paradisiaco, e pare che una nuvola d’incenso lo chiuda, come il preferito
altare di tutti gli oranti del mondo!
E
ora, vedendola, non vi è chi non senta stringere il cuore da un’angoscia, non
vi è chi non dica che la figlia di Sionne è coperta di gramaglie, dal giorno
che uccise il suo Signore; non vi è chi non consideri Tito imperatore, colui
che, quarant’anni dopo il supplizio di Gesù, abbattè il Tempio di Salomone e
distrusse Gerusalemme come l’inviato di Dio, che non doveva lasciar pietra su
pietra, nel paese dove il Figliuol dell’Uomo aveva trovato la passione e la
morte.
Pure,
sfrondando il troppo folto giardino della rettorica ebraica, pensando alla
immobilità di questi popoli d’Oriente, considerando come essi siano i conservatori
più ostinati, a traverso il tempo, io oso pensare che la Gerusalemme di duemila
anni fa non doveva essere molto dissimile da quella presente. Certo, il Tempio
di Salomone era magnifico e doveva colmare di stupore coloro che vi si
appressavano, cadendo in terra a baciarne la soglia; ma la moschea di Omar che
è sorta sulle rovine di quel tempio, rovine con cui cadde per sempre
l’antica grandezza giudaica e Israele non ebbe più nè patria, nè nazione; la
moschea di Omar che sembra uscita pur ora dalle mani del più perfetto artefice,
ne ha forse la fredda maestà che colpisce i sensi, senza risvegliare alcun
sentimento. Ma le case, il cui tipo si conserva, esatto, preciso, in tutta la Palestina, ma le cento
straduzze anguste che salgono e scendono per i suoi colli, ma i suoi bazars coperti
ed oscuri, ma le sue nere botteghe che prendono luce solo dalla stretta
porta, ma perfino le forme delle sue finestre, nelle case che più si elevano,
perfino quelle gelosie sempre chiuse, ebbene, tutto questo non ha dovuto
variare che poco. Sì, ai popoli nomadi che si agitano oltre il fiume Giordano,
fra quelle aspre e brulle montagne di Moab e di Galaad, ai popoli di pastori
che menavano a pascolare gli armenti per la pianura di Esdrelon, sotto i monti
di Gelboè, ai popoli di agricoltori e di pescatori che abitavano l’amena e
semplice regione di Galilea, dai colli fioriti di Nazareth alle rive fresche di
Genesareth, a tutti coloro che dormivano sotto le tende di cuoio nero, nelle
grotte naturali, nelle capanne di strame, nelle bicocche di pietra e di fango,
certo, Gerusalemme, col suo Tempio, coi suoi palazzi sacerdotali, con le sue
case, doveva parere la perla d’Israele. Non dice, forse, la Sposa, nel Cantico dei
Cantici, che Gerusalemme è bella come le tende di Chedar? E le
tende di Chedar, giusto, sono ancora quelle in uso, fra i popoli nomadi di
adesso. Io ho incontrato un accampamento, verso Tiberiade: erano tende di cuoio
nero lucide di grasso, basse, con una piccola apertura da entrarvi quasi
carponi, affettanti queste tende, delle forme animalesche!
Gerusalemme,
rammentate, era la città della Legge; Mosè vi aveva deposto il sacro verbo
ricevuto da Dio istesso: nel suo tempio vi era, nientemeno, che l’Arca
dell’Alleanza, vi era la roccia su cui Abramo, l’antichissimo padre delle
generazioni, offrì in sacrificio suo figlio Isacco, vi era il vaso della manna,
tutte, tutte le grandi memorie d’Israele. Come a quei popoli d’immaginazione
ardente e profonda, questo paese che chiudeva tutti i tesori della loro
religione, non doveva sembrar fulgido? Come, il pellegrinaggio annuale che essi
vi facevano per celebrar la
Pasqua, non li doveva far fremere di gioia? Anche adesso, gli
ebrei vi accorrono da tutte le parti del mondo, alcuni solo per morirvi:
lasciano, per essa regioni feconde e popolose, lasciano paesi miti e belli:
abbandonano grandi città civili: e vengono qui, dove le case a due piani
si vedono solo nel quartiere nuovissimo fuori la porta di Giaffa, si vedono
solo, entro le mura, nel quartiere dei nazzareni, cioè dei cristiani, qui dove
gli edifici più grandi sono i conventi, gli ospizii, i ricoveri, gli ospedali,
creati dalle diverse nazioni, creati da tutti gli scismi cristiani, ma dove
tutto il resto della Sacra città, d’Israele è esiguo, è meschino, è oscuro, è
sporco, ha qualche cosa di opprimente, di soffocante, che vi angustia.
Probabilmente, vale a dire certamente, essi vedono tutto questo a
traverso la loro fantasia e la loro fede religiosa; così che, malgrado la
distruzione del suo Tempio, Gerusalemme è per essi la città regale, la città
sovrana, la città santa. Profondamente originale, Gerusalemme, agli occhi del
viaggiatore soltanto curioso, ai touriste con le sue viuzze, le sue
casette, gli inerpicamenti che affaticano i polmoni, e gli scoscendimenti che
fanno rompere le scarpe europee, i suoi larghi e ineguali scaglioni di pietra,
i suoi angiporti, i suoi androni, i suoi mercati, i suoi bazars. Tutto
ciò è assolutamente diverso da quanto vedeste altrove, in qualunque
città d’Oriente, a Costantinopoli, al Cairo, a Beyrout, a Jaffa. Gerusalemme è
originale perché è diversa, perchè è multipla. Non parlo, io, della sua
unica strada carozzabile, nuova, fuori porta di Jaffa, ivi si sviluppa una
Gerusalemme modernissima, con le sue case dei consoli, coi suoi alberghi, coi
suoi villini, persino elegante! Che è ciò, mai, di fronte alla
mescolanza bizzarra dei suoi quartieri musulmani, ebrei e cristiani, e, in
quelli cristiani, nelle sue divisioni latine, greche, armene, copte? Le sue vie
strette sono percorse da cammelli, da asini, da capre, da montoni che servono a
questa popolazione così svariata; i suoi minareti sorgono accanto ai campanili
di Cristo; le sue rovine sono a strati, alcune risalenti a Salomone,
altre a Tito, altre a Cosroe re di Persia, altre ai crociati: nel suo silenzio
di città, dove non circolano vetture, tutte le religioni alzano il loro
grido, dallo squillante suono armonioso della campana latina alla fatidica
preghiera del muezzin, sovra la moschea. L’occhio freddo può pensare che
non sia nè vasta nè ricca Gerusalemme, ma chiunque la troverà imponente,
in quelle mura merlate che interamente la cingono e che tante volte sono state
bagnate dal sangue umano, in quella bella porta di Damasco, così incantevole
che meritò il nome di Porta dei fiori: non solo imponente, ma strana e
affascinante nei suoi impensati spettacoli. Per colui che non solamente si
commuove di un piccolo buco in una pietra, o della impronta di un piede sovra
una roccia granitica, per colui che non ama solo vivere nelle chiese e nelle
cappelle, per colui che vuole vedere coi suoi occhi gli aspetti, udire
con le sue orecchie le voci di un paese, non vi è più delicato e più segreto
piacere che andarsene solo, senza neppure la compagnia di un dragomanno, così
alla ventura. Così, a caso, fermandosi a contrattare una collana di ambra,
comprando quattro soldi di quelle piccole albicocche indigene, tanto dolci e
fresche; trattenendosi a guardare il pranzo degli operai musulmani, in certe
tavernelle, dove non esiste che un largo banco formante la cucina, la
tavola e la vetrina, e di cui vi era qualche esempio, più maestoso, nei nostri
friggitori di Porto; arrestandosi a udire le contrattazioni dei sacchi di grano
che vengono da Gerico, contrattazioni disputate in quel sonoro e musicale linguaggio
arabo che pare il linguaggio costante della collera, mentre venditore e
compratore sono calmissimi, e il cammello aspetta riposando; facendosi il segno
della croce al passaggio di una breve processione cristiana. Uscite, così,
quasi ogni giorno: e certe vie finiscono per diventarvi familiari; voi,
quasi quasi, ne conoscete le consuetudini e lo spirito; certe altre vi
appariscono innanzi, impensate, inaspettate, in una singolar mescolanza di
caratteri giudaici, arabi, turchi, europei, in un continuo dissidio che si
fonde in una estrema armonia. Talvolta, potete perdervi in una stradetta
ignota; ma qualcuno vi riconduce a casa, se gli parlate in greco, in italiano o
in francese. E vale, anche, la pena di perdersi.
Io,
per esempio, mi sono smarrita un giorno; ma in quel giorno, in una siepe di
giardino abbandonato, singolar siepe e singolar giardino, in una città arida
come Gerusalemme, io trovai la pianta di spino, simile, questo spino, a
quello di cui fu fatta la derisoria corona sovrana di Gesù.
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