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LA
VIA DOLOROSA
I.
Il
Monte degli Ulivi
Di
fronte al lato orientale di Gerusalemme lontano solamente trecento passi dalla
porta di Santo Stefano, separato dal mistico e silente monte Sion dalla tetra e
deserta valle di Josaphat, nel limpido orizzonte ove sorge il sole, si erge il
Monte degli Ulivi, cui basta il nome per far piegare sotto il flutto amaro e
profondo dei ricordi, ogni anima che abbia intesa la poesia della Passione.
Esso non è molto alto; da qualunque terrazza di Gerusalemme si scopre,
dominante tutto intorno: non è molto alto, ma la gran luce, onde è circondato
dalle prime ore dell’alba, quel gran chiarore cristallino e biondo che ne
avvolge la cima, gli dà come un’elevazione nell’aria. Persino nelle ore
notturne — quando la terrestre Sionne dalle casette bianche si addormenta
all’ombra dei suoi monasteri cristiani, della sua maestosa moschea e del suo
lembo di muro del Tempio che, pel popolo ebreo, è il supremo ricordo — anche
nell’ora tarda, quando non un rumore sorge dalle viuzze di Solima, dai suoi
angiporti deserti, dai suoi bazars muti, allora, da qualche terrazza,
donde il pellegrino pensoso contempla il sonno di Gerusalemme, ancora sotto i
raggi vividi delle stelle, il Monte degli Ulivi troneggia preciso e nitido
nelle tenebre, quasi che le pie stelle versassero sul monte che Egli amò, tanto
maggiore scintillio di luce. Il Monte degli Ulivi arrotonda la sua curva
dinanzi ai colli, ove è fabbricata la città di tutte le religioni, e pare che
in ogni sua linea sia restata come una espressione indefinita e pur forte, per
cui gli occhi vi si fissano, intensamente e cercano chiudere nel loro ambito
tutta la figura della montagna di Gesù, ove egli tanto visse, tanto pregò e da
cui, nella terribile notte, si partì per morire: giacchè è bene di lassù, da
questo Monte degli Ulivi, ove egli fu baciato da Giuda di Kerioth e
preso dai soldati, è di lassù, dove egli disse ai discepoli che tre volte,
invano, egli aveva cercato di svegliare: Non importa, ora, che vegliate: ora
è tutto finito, che comincia la via dolorosa, e non già dal
Pretorio di Ponzio Pilato, ove il Nazareno subì l’ingiusta condanna. Ah! nella
notte, con quale avidità gli occhi di chi pensa, di chi crede, di chi sogna, si
fissano su questo Monte degli Ulivi, quasi volendo vedere il triste corteo con
le fiaccole e con le spade sguainate, che discende verso il torrente del
Cedron, trasportando, legato come un malfattore, il Figliuolo di Maria,
l’Innocente!
La
via per ascendere al Monte degli Ulivi è molto scoscesa: non vi conducono che
due piccoli sentieri, tutti pietrosi e ripidi. I viaggiatori che amano i loro
comodi, vi salgono sopra un cavallo o sovra un asinello; anzi quasi sempre
sugli asinelli, che hanno il piede tranquillo e sicuro, per queste vie di
montagna, in Palestina, dove i sassi, le rocce, la terra smossa rendono così
malfido il passo. Ma chi vuole vedere, sul serio, il Monte degli Ulivi,
vi sale a piedi, lentamente: senz’ansia di turista frettoloso, con
quella quiete silenziosa di chi vuol pensare e sentire, dopo di aver veduto:
sale per quella piccola via scabra, che, nell’ultimo periodo della sua vita,
Gesù percorse ogni giorno e dove par quasi, inginocchiandosi a terra, di vedere
le impronte dei suoi passi. D’altronde, come non fare a passo a passo il Monte
degli Ulivi, quando, dappertutto, vi è una memoria, un ricordo, così vivaci e
così vibranti nella fantasia? Ecco il giardino di Ghetsemane, coi suoi otto
ulivi sacri all’amore e all’adorazione, gli ulivi di allora, poiché
l’ulivo rinasce sulla sua radice e tutte le tradizioni, l’ebrea, la musulmana,
la cristiana, conformandosi rigorosamente, stabiliscono che qui, sotto questi
ulivi, vicino a questi tronchi così annosi, Egli è venuto a pregare, ogni
giorno, è venuto ad invocare il suo Padre, che era la sua forza e il suo
coraggio: il giardino di Ghetsemane che, esso solo, merita non una, ma due, tre
visite, ma due o tre dimore, sotto questi sacri ulivi, la cui verdura pallido-argentea
vide tante volte i grandi occhi, azzurri come il lino, del biondo Nazzareno,
levarsi al cielo, impetrando la virtù per resistere al disgusto degli uomini e
delle cose. Ma il Monte degli Ulivi non ha solo Ghetsemane, il teatro della più
grande tragedia spirituale, che abbia mai conturbato e desolato un’anima
divina: esso ha per sè metà della storia estrema di Gesù e di
Maria. Qui, a mezza costa, alcune pietre dirute indicano il posto di un’antica
cappella, intitolata Dominus flevit, il Signore ha pianto: è in questo
posto che Gesù, guardando Gerusalemme, in un luminoso pomeriggio di primavera,
quando essa era ancora tutto splendore e tutta forza, ma indurita nella
superbia e nella impenitenza, che Gesù pianse sovra Sionne e sulla sua
rovina: è da questo posto, quarant’anni dopo la straziante morte del Giusto,
che l’imperatore Tito, accampato sul monte degli Ulivi, con la sua nona
legione, slanciava contro Gerusalemme l’onda violenta e distruggitrice dei suoi
soldati romani e Sionne cadeva, e il suo popolo era massacrato, i suoi
templi atterrati, e centinaia di migliaia di ebrei cominciavano a scontare la
maledizione da essi medesimi invocata. Accanto al giardino di Ghetsemane, poco
lontano, giunta alla grave età di settantatre anni, Maria di Nazareth
incontrò, ancora una volta, l’arcangelo Gabriele, che offrendole una palma,
dolcemente, le disse il corso della sua vita esser finito e che ella
sarebbe ascesa alla gloria del cielo: ella chinò il capo, obbediente, come la
prima volta. Una bianca roccia segna il punto dove Maria, assunta al cielo,
lasciò cadere la sua cintura, la quale fu raccolta e serbata dall’apostolo
Tommaso: mentre a venti passi, in una chiesa dove si discende per una larga e
profonda scala, vi è la tomba di Nostra Signora. Continuamente, in questa
chiesa che raccoglie le tombe di San Gioacchino e di Sant’Anna, nel rito greco,
vi sono messe, preci, orazioni e litanie: e sulla roccia ove non fu trovato,
scoprendola, se non il lenzuolo funebre ove era involto il corpo della madre di
Gesù, sempre si prega. Sul lato destro del Monte degli Ulivi, sempre non
lontano da Ghetsemane, è la grotta dell’agonia, dove colui che doveva perire,
perché la coscienza dell’umanità trovasse la legge della salvazione e della
vita, sudò sangue e bagnò la terra col suo mortale sudore: e ad ogni aurora, un
frate francescano viene a celebrare la messa in questa grotta, poichè
essa, felicemente, appartiene alla religione latina. Una pietra bianca, sul
fianco del monte, segna il posto del sonno degli Apostoli: e in fondo a una
viottola, una colonna segna il punto dove Gesù fu tradito da Giuda. Ah, sì,
bisogna visitarlo, passo, passo, il Monte degli Ulivi, e non una volta sola,
poiché troppo è l’urto delle impressioni; bisogna salire sin quasi alla cima,
dove è la chiesa carmelitana del Pater! Qui, per la seconda volta,
poiché la prima volta lo aveva fatto sul Monte delle Beatitudini, in Galilea,
in quel meraviglioso sermone sulla montagna che ogni cristiano dovrebbe
conoscere a memoria e che ogni filosofo è costretto ad ammirare nella sua
grandezza, qui, Gesù, richiesto, insegnò ai suoi discepoli come si pregava,
congiungendo le mani e pronunciando la sublime preghiera che consola, che
glorifica, che affratella, che domanda, che perdona, che invoca perdono: Padre
nostro! Sino a pochi anni or sono, questo luogo era nudo: ma la
munificiente pietà di Adelaide de Bossi, duchessa de Bouillon, una
francese nata da un grande italiano, Carlo de Bossi, fondò, qui, un convento di
Carmelitane e una chiesa del Pater. Silenziosa e bianca chiesa, il cui
cortile è pieno dei più graziosi e più freschi fiori, il cui chiostro, tutto di
marmi preziosi, contiene il Pater noster scritto in trentasei lingue,
sulle sue pareti, e dove, a mano diritta, in una candida cella mortuaria, giace
la fondatrice, duchessa de Bouillon, e vicino a lei, in un’urna è il cuore di
suo padre. Dietro le pareti del monastero, le carmelitane, quelle che seguono
la più stretta regola dell’ardente Teresa di Avila, pregano, senza che mai una
di esse apparisca: e questa chiesa del Pater, tutta bianca e muta, tutta
fiorita, induce alla contemplazione e a quel distacco dello spirito, nelle
visioni vaghe e lontane....
Ed
è, infine, dal Monte degli Ulivi che Gesù salì al cielo, compiendo le profezie
delle Scritture, compiendo il suo divino destino. Conviene ascendere in alto,
in alto, proprio sulla cima del Monte degli Ulivi, per trovare il sacro passo,
dove il monte d’oriente preconizzato dai profeti. vide la gloria
del suo Signore, come ne aveva veduto l’onta e la disperazione. Ahimè, il posto
dell’Ascensione, è occupato da una fredda e deserta moschea di Maometto! Pure,
con quella tolleranza religiosa di cui dànno continuamente esempio i
mussulmani, il derviche che è a custodia di quel gelido tempio turco,
senza ornamenti e senza poesia, apre volentieri la porta ai cristiani. Anche
nel giorno dell’Ascensione, i nostri francescani portano lassù altari e paramenti
e celebrano le messe e, con una mancia, che è il segreto di tutto, in Turchia,
qualunque sacerdote, con un altare portatile, può dire la messa nella moschea
della Ascensione, quando vuole. Intanto il cristiano, quassù, sulla porta della
moschea, cerca obliare il ridicolo e ignobile imbroglio, e cerca indovinare che
fu quella scena. Pieno di luce, il Monte degli Ulivi, che fu così pieno di
pianti, di tristezze, di agonie alla sua base, ha, quassù, dei fulgori
gloriosi, e la terra, intorno, par che rifranga questi fulgori. Quassù, levando
gli occhi al cielo, il cielo sembra s’inchini dolcemente, sul monte
dell’angoscia e del trionfo; e alle spalle, quasi, pare scomparsa la moschea,
e, infine, il monte pare che si aderga, in un nimbo di luce. In terra,
degli umili fiorellini violetti crescono, sull’arida cima.
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