III.
Il
Precursore.
Nulla
di più leggiadro che il piccolo villaggio di Aïn-Karem, nelle montagne. A
gruppi di tre o quattro, le sue casette scendono dalla verde altezza del monte,
a mezza costa, salutate in fronte dalla bella luce del sol levante; sono
circondate da orti coltivati e da floridi giardini; guardano la gran valle di
Karem, che si prolunga fra i monti, che si perde lontana. L’aria che vi si
respira, ha un senso di balsamo: tre o quattro vivide sorgenti la irrigano e vi
mantengono una continua frescura. Una, specialmente, è la maggiore fontana del
villaggio. Un grande albero le fa ombra ed essa sgorga e si versa in due o tre
conche naturali di macigno, con un lieto gorgoglio; ivi, a stare seduti un’ora,
su qualche grossa pietra, si vedono arrivare le donne così delicate, così
carine di Aïn-Karem, che vengono a prendere acqua e a lavare i panni. Piccole,
magre, minute, con un visetto bruno sotto i neri capelli e una breve bocca che
sembra un rosso fiore, coi piedi e le mani gentilissimi, esse si vestono di
lana azzurro cupo e portano sui capelli un diadema di nastro nero, a cui sono
attaccate, fitte fitte, le monete di oro e di argento che formano la loro dote;
poi un gran fazzoletto bianco; ricamato all’orlo da uno strano disegno rosso e
azzurro, le copre dal capo alla cintura. Talvolta portano sulle braccia un
piccolino, bruno, sottile, minuscolo: e lo nascondono nel manto, dove egli
ride. Aïn-Karem, dunque, ha una posizione piena di silvestre poesia, ha un’aria
confortante; è protetto contro i venti caldi e freddi, ha delle acque limpide,
raro tesoro in Palestina: le sue donne sono seducenti e i suoi uomini hanno
fama di laboriosi. Come il giugno si avanza, finiti i pellegrinaggi, molti
gerosolimitani vengono a villeggiare ad Aïn-Karem e se non si fa presto ad
affittare una di queste casette, non si trova più un buco da alloggiarvi: tutti
i malati, tutti i convalescenti vi vengono a migliorare, a guarire. La distanza
da Gerusalemme è di due ore buone, di carrozza: la via si biforca verso
Betlemme e verso Aïn-Karem. Colui che lo visita, questo villaggio, per un
giorno, sente più grande il desiderio di restarvi, tanta è la pace e la
freschezza che vi si gode: e il mormorio della sua fontana ha certamente
qualche cosa di magico, giacchè chi vi si sedette un poco, stenta a venirne
via: e nel cuore gli resta un’immagine di serenità, uno di quegli angoli soavi
del mondo, che l’anima adora, ma a cui la vita vi strappa. Aïn-Karem è il nome
arabo: il nome cristiano è San Giovanni nelle Montagne. Qui, da santa
Elisabetta e da San Zaccaria, è nato Giovanni, il Precursore, il Battista, la
cui grande figura viene accanto a quella di Gesù, Giovanni, che fu il più
grande figliuolo di uomo che sia stato al mondo.
Anche
il vecchio Zaccaria aveva ad Aïn-Karem la sua casa di villeggiatura. Si prende
una viottola, fra gli alberi, e si ascende a questa piccola casa, dove nacque Giovanni.
Vi è un oratorio di padri francescani, presso questa casetta: e le due
stanzette, perfettamente conservate, hanno un carattere di semplicità candida,
che vi parla d’idillio. Erano così vecchi, Zaccaria ed Elisabetta! Non
speravano più di avere un figliuolo: ma il breve nido di Aïn-Karem doveva avere
la sua fiera aquila. Fu nell’aspettazione di questo parto che Maria di Nazareth
venne a trovare sua cugina Elisabetta, in questa terra di Giuda, dai colli
lontani della Galilea. Chi non ricorda la dolcezza di quell’incontro fra le due
donne che dovevano dare alla luce Gesù e Giovanni, e le umili parole di
Elisabetta inchinantesi innanzi alla madre del suo Signore tanto più giovane di
lei, e il trasalimento di gioia che ella sentì nel suo seno?
Qui,
sulla soglia di queste due povere stanze, la bruna giovanetta di Sephoris e
l’antica donna di Aïn-Karem magnificarono i miracoli di Dio e si abbracciarono
in una profonda tenerezza. Nel modesto e campestre ambiente, visse tre mesi,
Maria e la fontana di Aïn-Karem si chiama fontana della Vergine, poichè ella vi
discese ogni giorno, a prendere l’acqua, in quella candida semplicità di
costumi, che la eletta fra le donne aveva conservata e conservò, in tutte le
ore della sua vita. Il viaggiatore, il pellegrino può, seduto sulla pietra,
presso il fonte, guardare la stradetta onde la giovanetta scendeva nelle
mattinate d’oro orientali, con l’anfora sulla testa, col passo lieve delle
leggiadre donne giudee: e la mite scena si può ripresentare a lui, con quella
sagoma di donna dal manto azzurro, dalla gonna azzurra e rossa: ed egli può
adorare la divina immagine, meglio che nelle chiuse pareti di un tempio. Durò
tre mesi l’idillio della soave compagnia, fra Maria ed Elisabetta: un giorno la Vergine lasciò il bel
monte di Aïn-Karem, lasciò la benedetta terra di Giuda e, da quel tempo in poi,
tutto assunse un malinconico aspetto, nella sua drammatica esistenza di madre
dolorosa. Se la tradizionale cronologica non si sbaglia, il Precursore nacque
due o tre mesi prima di Gesù: ed Elisabetta dovette salvarlo dalle persecuzioni
di Erode, l’uccisore dei fanciulli, nascondendolo in una piccola grotta. Il
masso incavato, dove il corpo del fanciullino fu deposto e che non fu aspro
alle piccole membra, ancora si vede: e le labbra dei fedeli vanno a mettervi il
loro bacio, consumandolo lentissimamente. E così, Aïn-Karem, san Giovanni nelle
Montagne, per i tempi trascorsi sulle cime dei suoi monti, non ha perduto nulla
della sua serena scena, donde viene tanta soavità all’anima: le sue acque
vi cantano una lene canzone, dando il beneficio della loro freschezza alle
fauci inaridite dei viaggiatori, i suoi fiori e i suoi frutti vi crescono
rigogliosi, odorosi e il tenue idillio, che viene dalle cose e dalle memorie,
domina la oscura valle, che si disperde verso il deserto.
Ma
Giovanni fuggì l’idillio. Giovinetto ancora, egli lasciò la casetta di
Aïn-Karem e andò a vivere in una grotta solitaria, dove cominciò una esistenza
di preghiere e di contemplazioni mistiche. La beltà della natura e la grazia
delle donne non ebbero significato per lui: egli rinunziò ad ogni bene che gli
venisse dagli umani e i suoi fieri occhi si strussero nel guardare il cielo.
Mentre il Redentore traeva oscuramente la sua giovane vita nella bottega del
legnaiuolo Giuseppe, Giovanni aveva già data la sua alta anima a un
ideale supremo: e la fama della sua austerità, del suo purissimo spirito si era
sparsa in tutta la
Giudea. In Gerusalemme le sètte vivevano nella ipocrisia e
nei segreti piaceri, pure inchinandosi, reverenti sino alla servilità, alla
Legge di Mosè, ma Giovanni non entrò mai in Gerusalemme, egli non amava
se non le vaste e tetre solitudini, se non gli orizzonti del deserto: il
contatto con la vita turbava le sue supreme estasi. Giammai lo spirito di colui
che trasalì nel seno di Elisabetta, quando ella si accostò a Maria, la quale
portava Gesù, volle assuefarsi alla ingenua e cara esistenza di
Aïn-Karem: giammai più la bruna e scarna figura del Precursore, estenuato dai
digiuni e dalle preci, risalì la stretta via che conduce al villaggio: quella
fonte non sentì appressarsi le sue labbra riarse, quei monti furono troppo
stretti al suo bisogno d’immensa solitudine. Egli partì, per sempre. Le care
fanciulle, dagli occhi neri così vividi, non lo rividero più: i suoi compagni
non potettero più rivolgergli il saluto dell’affetto. Giovanni sparve. Poi, più
tardi, si seppe che nell’ardente deserto di Gerico, fra il lago di Asfaltide e
il Giordano, una gran voce scoteva gli echi taciturni di quelle plaghe. E la profezia
di Isaia parve avverata: Una voce clama nel deserto: preparate
le vie del Signore. Per anni e anni, in quella pianura immane, dove tutto
pare morto, dove solo, a traverso i gruppi di spini coverti di sale, galoppa
l’immondo sciacallo, colà dove permane il castigo di un Dio che non potette
trovare misericordia nella sua giustizia, colà è vissuto Giovanni. Una pelle di
cammello gli cingeva i lombi e gli serviva per tutto vestimento: egli mangiava
le locuste e il miele selvatico: egli era il figliuolo del deserto, e ne era
l’anima mistica, ne era lo spirito esaltato dalle ascetiche contemplazioni:
egli popolava il deserto di Gerico, egli lo riempiva della sua predicazione.
Chi lo ascoltava? Nessuno. Pure, la fama della sua profonda pietà, delle sue
privazioni, del suo animo austero sino alla rigidità, penetrava nei villaggi
più lontani, arrivava persino a Gerusalemme, faceva impallidire il Tetrarca, lo
sposo di Erodiade. Ah, vi era qualcuno laggiù, che malediceva l’eterno peccato
dell’uomo, che levava le braccia al cielo, verso quel Dio che la Giudea misconosceva: e
niuna coscienza macchiata poteva prender sonno, sapendo che vi era nel deserto
il grande asceta. Veniva a Giovanni, da tutte le parti, la gente umile e la
gente pentita della superbia: e gli domandava il suo battesimo, chiedeva la
purificazione. L’acqua del Giordano era versata dalla bruna mano del Battista,
e gli uomini se ne tornavano confortati, rinati a una vita novella. Oh giorno
meraviglioso, in cui il biondo profeta di Nazareth discese anche lui, nel
rovente piano di Gerico, cercando, anche esso, umilmente il battesimo di
Giovanni! Come le madri si erano incontrate e baciate, così, dopo trenta anni,
s’incontravano i figliuoli, innanzi a quelle sponde del Giordano, del sacro
fiume, in quei campi che il Cielo dovette amare, poichè furono testimoni della
magnifica scena. Giovanni tremò di gioia e, nella trepidazione del suo spirito,
non voleva battezzare Gesù, credendosi indegno; ma il Galileo l’obbligò,
dolcemente, ma la bionda testa si chinò sotto la tremante mano bruna
dell’asceta di Aïn-Karem, ma cadde l’onda battesimale sul capo di Colui, che
doveva dare la sua vita per la salvazione del Mondo! Dopo di che, la storia di
Giovanni finisce. Aver battezzato il Signore, è il premio della sua lunga
penitenza, di tutta una giovinezza sacrificata al sublime ideale. Danzi ora
voluttuosamente Salomè, figliuola di Erodiade, innanzi al Tetrarca: e chieda
pure la testa del Battista. Costui, nelle carceri di Machèro, vedrà venire la
scure del carnefice, senza tremare. Il suo mistico fato è già compiuto.
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