Matilde Serao: Raccolta di opere
Matilde Serao
Nel paese di Gesù
Lettura del testo

IN GALILEA

IV. Il Carmelo

Link alle concordanze:  Normali In evidenza

I link alle concordanze si evidenziano comunque al passaggio

IV.

 

Il Carmelo.

 

 

Coloro che si partono dell’Egitto per andare in Sorìa, dopo toccato il tumultuoso Port Said, avvicinandosi alla Terra Santa, intravvedendola nel lieve velo brumoso dell’orizzonte, che avvolge in una sola tinta le case bianche e le case bigie di Jaffa e la ricca verdezza dei suoi giardini di aranci, hanno bisogno di un’intima, profonda suggestione mistica, perchè il loro cuore tremi di emozione. L’occhio non vede che Jaffa, con la sua paurosa rada, irta di perigli e tutta biancheggiante di spume: Jaffa graziosa e originale con la sua fila di case nuove, che partendosi dall’antichissimo nucleo orientale della città, si distendono a diritta e a manca sull’arena giallastra del mare, battute dai venti, qualche volta insultate dalle onde, dimore di mercanti, di negozianti, di consoli. Nulla che sia segno palese della Sacra terra, dove Egli visse, sofferse e morì; non linee, non colori, non suoni che manifestino agli avidi sensi l’imminenza della santa regione: e il pellegrino del cuore e della fantasia, quasi deluso, cerca in se stesso, nel suo impetuoso desiderio, nella sua spirituale curiosità, l’entusiasmo pietoso che scolora i volti e mette una nube di lagrime innanzi allo sguardo. Fortunato, invece, colui che, partendosi dall’Italia, dalla Germania, dalla Francia, arriva in Palestina, venendovi da Smirne, discendendo, senza toccarla, tutta la costa di Karamanìa, lasciando a malincuore Beyrouth, che è la perla del mare di Levante. Costui, in un’ora mattinale per lo più, dal bordo della nave che lo porta alla mèta del suo viaggio, vede disegnarsi la molle linea curva dove sorgono, sulle sponde del mare, San Giovanni d’Acri, quella che fu una fortissima cittadella e la piccola e nitida Caifa. Ma l’interesse del viaggiatore non è in queste coste che si delineano precisamente, nella limpidità del mattino orientale, né in queste città grandi e piccine che si distendono sulla riva, alcune in decadenza perchè ebbero un troppo glorioso passato, altre fiorenti, perchè giovani: un motto è corso lungo il bordo, ripetuto di persona in persona, destando la curiosità, l’ansietà, la commozione: un motto che strappa gli indolenti, alla loro sedia a sdraio, i malati alle loro cuccette e attrae tutti, lungo il lato sinistro della nave, che pare vada più lenta. Il Carmelo! Il Carmelo!

Ecco il gran promontorio che si avanza sul mare chiudendo la curva di quell’ampio seno, dove le acque sono più azzurre e più tranquille: ecco la montagna di Maria che si eleva, tutta verde di alberi e di erbe, nel purissimo aere: ecco la chiesa bianchissima, come intagliata nitidamente sul cielo, lontana, alta, vegliante su quei tempestosi mari, dove rugge, per otto mesi dell’anno, un rombo minaccioso di bufera.

Il Carmelo! Coloro che son pellegrini della fede, passando sotto il monte dove Maria orò, dove Maria apparve, guardando questo altare così lontano da loro, così vicino a Dio, sentono il primo invadente fascino mistico che la terra dei patriarchi e dei profeti: e, semplicemente, s’inginocchiano sulla nave, levano le mani verso la montagna, dove salì la Vergine fanciulletta, accompagnando sua madre e intuonando sottovoce l’Ave, maris stella. Poichè veramente, di lassù, pare che Ella sia la protettrice dei naviganti che invocano il suo nome, poiché Ella pare che guardi, dal suo verde monte Carmelo, tutti coloro che vanno al pio pellegrinaggio, come tutti quelli che arrischiano la vita per il lavoro, per il pane dei loro figliuoli. Dice la tradizione ebraica che su questo monte dove suonò la iraconda e terribile voce di Elia, dove tutta una sequela di profeti si partì, sant’Anna e san Gioacchino, che non erano tanto poveretti, possedessero un po’ di terra e degli animali. Ogni anno essi lasciavano la ridente Galilea, dai suoi poggi di Sephoris e di Cana, dalla sua valle felice dove sorge Nazareth, e discesi al piano, attraversata l’immensa pianura di Esdrelon, salivano al Carmelo, conducendo seco loro la fanciulletta Maria. Il silvestre sentiero, dunque, le cui siepi sono fiorite di margherite gialle, fra le cui rocce smosse nascono la ginestra odorosa e la melissa aromatica, è stato tante volte percorso dai piccoli piedi di Colei, che doveva essere la più pura fra le donne e la più dolorosa fra le madri. Ella venne a sedersi su questi macigni, dove l’alto promontorio si aderge e i pensosi e dolci occhi si dovettero chinare sul mare; e da quel giorno ella fu la stella dei naviganti sotto il monto Carmelo, e da quel giorno chiunque vide precisarsi, all’orizzonte la montagna di Maria, sentì che egli si appressava alla terra del divino!

 

 

Una bella strada fra il verde, la più comoda fra le due o tre strade comode e fra le cento strade incomode di Palestina, serpeggia ad ampi giri, lungo la collina del Carmelo e conduce al candido monastero di carmelitani, dedicato alla Vergine. La carrozza che trasporta la vostra persona pigra e la vostra immaginazione sognantepoichè bene si sale, anche a piedi, sul Carmelopassa fra siepi di erbe aromatiche, odorosissime, donde i monaci traggono un fortificante elisire: e, ad ogni giro il gran mare di Siria appare, tutto di azzurro grigiastro nel golfo di San Giovanni di Acri e la piccola Caipha biancheggia, ai piedi del monte della Vergine. Lo spettacolo è delizioso. Ma non ha, in fondo, non so perchè, nulla di orientale. Assai rassomiglia a un paesaggio fra la collina e il mare, con un santuario sovra un colle, come abbiamo laggiù, nel nostro lontanissimo paese italico, nel Mezzogiorno: altri azzurri mi riappaiono, altre conche di mare bionde di sole, altre chiese, ove io ho pregato. Ci vuole uno sforzo di fantasia, di fronte a questo convento così elegante, di fronte a questo giardino bene coltivato che lo circonda, di fronte a questo mare che sembra, quasi, quello di Sorrento o quello di Francavilla d’Abruzzi, per rammentare il promontorio ove, nel tempo dei profeti, Elia visse selvaticamente, uscendo dalla sua grotta per sermoneggiare i primi popoli e per vaticinare i tempi futuri; per rammentare che qui, la giovinetta di Nazareth ha portato i suoi passi lievi; per rammentare che qui in miracolo gentilissimo, riapparve sull’alto promontorio a cui si volgono gli occhi di tutti i naviganti, vengano da Costantinopoli o da Beyrouth, dal Pireo o da Lattakia, da Alessandria di Egitto e da Cipro. Quale sforzo! Tutto è così nitido, così composto, così corretto, quassù, sul monte del Carmelo, su questo Carmelo che il mio buon popolo napoletano invoca ogni minuto, per salvaguardare piamente la sua vita, la sua salute e le sue gioie! O cara, cara Madonna del Carmine, il cui scapolare ricovre tanti forti e ingenui petti di popolani e di popolane, la vostra casa è bella, i fiori e le piante vi odorano, intorno, la via che vi conduce è facile, a ogni più pigro pellegrino: ma voi amate anche i paesaggi semplici e silvestri e le vostre case rustiche e gli orizzonti vasti, deserti, nobili di vastità e di solitudine!

Quassù, nel parlatorio del convento, i monaci de] Carmine, tutti francesi, gentili, un po’ taciturni, un po’ fieri, nelle loro vesti bianche, questi Carmes chaussés, che sono stati allevati ed educati nel convento limitrofo, dànno medaglie, rosarii, orazioni stampate, in onore di Nostra Signora del Carmelo. Si offre una elemosina, in cambio. Solo l’eau des Carmes, costa tre lire la grossa bottiglia, una e cinquanta la piccola bottiglia: questo bel convento, questo magnifico giardino, questo monte Carmelo tanto leggiadro, come vivrebbe, tutto ciò, senza le elemosine e senza l’eau des Carmes? Serve contro i deliqui, contro gli svenimenti, quest’acqua. Ed ecco, qui, nel parlatorio, due pellegrini russi. Portano le grandi brache e la tunica dei moujick, hanno i capelli lunghi e biondi, le scarpe impolverate dal lungo camminare, a piedi, per la Terra Santa. Sono certamente venuti a piccole giornate, da Gerusalemme, per via di terra, mettendoci almeno una settimana. Hanno, ambedue, l’aria stanca e malaticcia. Sono ritti presso una vetrina di l’eau des Carmes e guardano le bottigliette, muti. Un carmelitano paziente e muto, aspetta che essi dicano qualche cosa. I russi hanno già avuto amuleti, scapolari, rosarii, medaglie: in cambio, una piccola elemosina. Ora, vorrebbero l’eau des Carmes e non sanno esprimere la loro idea, perché non parlano che il russo: e il carmelitano parla solo il francese. Ma la vogliono, quest’eau des Carmes, con un così grande desiderio negli occhi, che tutto s’intende, senza che essi parlino. La credono un’acqua miracolosa, certo, capace di chi sa quali prodigi. Guardano il monaco negli occhi, ansiosamente. A furia di piccoli gesti lenti e tristi, domandano il prezzo: a furia di gesti, il Carme glielo dice. E una profonda tristezza, un dolore si diffonde sulla fisonomia dei due piissimi pellegrini russi. Vogliono quell’acqua, la ritengono un balsamo dato dalla Vergine istessa. Ma non hanno denaro; ne hanno pochissimo. Si consultano, fra loro, lungamente, con occhiate, con brevissime parole sommesse. Il monaco, quieto, lontano di spirito, aspetta con pazienza. Io tremo, accanto, di una emozione di pietà, la prima che io senta quassù. Infine, uno dei due pellegrini cava un portafogli vecchio, sdrucito, come non ho mai visto, portafogli vecchio e sdrucito, lo cava pian piano e lo esamina, tra i compartimenti. Mi accosto indiscretamente, pietosamente; ma chi pensa a me? Non ha che tre o quattro franchi turchi, quel misero piissimo pellegrino: ma è tale la sua fede, è tale il suo trasporto mistico, che ne spende una e cinquanta per l’eau des Carmes. E io, stupidamente, non oso pagargliela io, questa bottiglietta, come vorrei e come potrei: la commozione mi rende inetta e passiva. Paga la sua lira e cinquanta, questo poveretto e possiede, infine, con un gesto di gioia, con un lieve sorriso, la fialetta. Domani, forse, non avrà un tozzo di pane e si coricherà, sfinito, lungo una siepe, sulla via di Nazareth. L’eau des Carmes, non è che un’acqua di melissa fatta molto bene e che giova, giova nei mali nervosi delle donne. Però, il russo la crede un liquore miracoloso. E sarà, per lui, sarà! La Vergine del Carmelo la trasformerà, per lui, questa acqua per cui egli dette i suoi pochi ultimi soldi, la trasformerà in energia, in forza, in pazienza, perchè il misero pellegrino compia, senza morire di fame e di stanchezza, il suo viaggio di religione. Egli non perirà. Ella impedirà che egli perisca. O Madonna del Carmine, io lo so, Voi avete guardato il vostro Servo e tutto sapete.

 

 


Best viewed with any browser at 800x600 or 768x1024 on touch / multitouch device
IntraText® (VA2) - Some rights reserved by Èulogos SpA - 1996-2011. Content in this page is licensed under a Creative Commons License