Matilde Serao: Raccolta di opere
Matilde Serao
Nel paese di Gesù
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IN GALILEA

V. Verso Nazareth

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V.

 

Verso Nazareth

 

Dormivo ancora e sognavo, certo, un caro piccolo volto, dal nasetto fine, dai grandi occhi dolci, quando un passo forte, fece scricchiolare la scala di legno dell’alberghetto Mont-Carmel, ne risvegliò sordamente gli echi e si fermò innanzi alla porta della mia porta. Due colpetti secchi: e una voce assolutamente teutonica:

Madame, cinque ore.

Le cinque precisissime al fedele orologio, viaggiante anche esso in Palestina, saldo contro tutti gli urti, resistente a ogni temperatura, sempre vivido, fedele, insomma: e Giorgio Suss, il carrozziere tedesco era dietro la porta, ad avvertirmi che si partiva per Nazareth. Abituata alla grave mollezza e all’altiera inesattezza orientale, mi ero molto raccomandata a Giorgio Suss, perchè venisse all’ora stabilita: ci volevano sei ore di carrozza da Kaipha a Nazareth, e alle undici il caldo sarebbe stato già opprimente. Figurarsi, se avessimo ritardato! Adesso la puntualità del buon prussiano mi dava un senso di noia: invece di andare a letto alle nove e mezzo, come ogni savio viaggiatore deve fare e come avevo sempre fatto, ero restata, sino a mezzanotte, sulla terrazza di legno del minuscolo albergo, guardando il gran golfo di S. Giovanni d’Acri e gli scherzi fantastici della luce elettrica, che partivano dalla squadra inglese, esercitantesi nella notte. Mi mancavano tre ore di sonno: il tenero sogno era svanito, portando seco la immagine piccina: faceva freddo: appena appena il sole spuntava, dietro il monte Carmelo. Ma la voce di Giorgio Suss, tranquilla, tedeschissima, risuonò ancora.

Madame, cinque ore e mezza.

Schiusa la porta, egli prese le valigie, gli ombrelli, senza neppure chiamare nessuno e li andò a collocare, giù, sotto i banchi della sua carrozza. Mentre prendevo una tazza di the, mi fermai, sulla soglia, a guardare il carrozziere e il suo cocchio. Giorgio Suss era magro, alto, segaligno, con una barbetta color mogano, e un elmo di sughero abbassato sugli occhi: possedeva tre carrozze: ma quando vi era un personaggio, diciamo così, importante, un prelato, una donna, un ricco inglese, guidava da la migliore delle sue carrozze. La migliore! Era un altissimo char-à-bancs, ma a quattro ruote, con quattro panchine, una dietro l’altra, coverto di tende di tela: così alto, così alto, che per arrivare alla predella, bisognava salire, prima, sopra una sedia. In un italiano del tutto prussiano, egli mi spiegò, più tardi, durante il viaggio, che dovendo discendere nei fossi, attraversare dei letti di torrente e camminare in terreni acquitrinosi, quella altezza era necessaria. Mediante venti lire e due di mancia, questo elevatissimo char-à-bancs, dove entravano dieci persone, mi apparteneva tutto quanto e doveva condurmi a Nazareth: io era stata raccomandata al grande e benefico Giorgio Suss, nientemeno che dal Padre Custode di Gerusalemme, il capo dei francescani di Terra Santa, e il tedesco era il mio cocchiere, ma anche il mio protettore, era la guida, ma anche la mia scorta. Egli mi sogguardava, ogni tanto, con certi occhi quieti di creatura paziente e fida: forse una curiosità gli nasceva, di questa donna non inglese, non americana, non russa, non tedesca, ma italiana soltanto, di quel paese donde non va quasi mai nessuno, in Galilea, e, certo, nessuna donna!

La carrozza si mise in moto, con un gaio trotto dei cavalli, nella viuzza principale di Kaipha. La viaggiatrice aveva vinto il sonno e il fastidio. Innanzi alla porticina del convento francescano, la carrozza si fermò: salì padre Marcello da Noilhac, il superiore francescano di Nazareth che tornava alla sua dimora dopo essere stato un mese a Gerusalemme. Fra tanti singolari tipi di frati francescani, singolarissimo: scarno, un po’ smunto nel viso, con una barba castana non folta, con un gran cappello di paglia coperto da un fazzoletto di seta, come ne portano tutti i monaci di Terra Santa. Taciturno, cortesissimo, con gli occhi un po’ malinconici e certamente pieni di uno spiritual misticismo, che non in tutti i frati avevo potuto rilevare: francese, del resto, non conoscendo una parola d’italiano. E un po’ accese le guance: il che poteva indicare quel segreto e pur palese male della tisi, per cui molti di essi domandano di venire in Terra Santa, perchè Gesù faccia il miracolo di farli risanare, o possano morire in pace, presso il suo Santo Sepolcro. Ma una traccia solamente; più evidente, forse, nella voce un po’ fievole: niente altro. Più innanzi, nella via, un turco che andava anche a Nazareth, mi chiese, se gli facevo il favore di dargli un posto: e il turco salì. Sicuramente, nulla era più strano di questo alto e vacillante carrozzone, guidato da un prussiano di Magdeburgo e conducente un pio monaco di San Francesco, venuto dalla regione di Francia dove si fa il cognac, una viaggiatrice italiana e un turco di Kaipha; e tutto ciò, traversando la immensa pianura di Esdrelon, nel bel fresco mattinale, andando nel paese dove Gesù era vissuto nella sua bella adolescenza, nella sua felice giovinezza. Lunga, lunga la via: ma così florida e lieta con un venticello che abbassava le cime delle alte erbe, mentre le ruotissime del char-à-bancs schiacciavano le margherite e le gialle celidonie: padre Marcello disse il suo rosario e lesse anche il suo breviario, con una modestia femminile, con una pace serena: e Suss lo guardava con gli occhi affettuosi, giacché il gran carrozziere di Kaipha adorava i francescani di Nazareth, per cui viveva e lavorava e prosperava. Certo, Suss era luterano: ma che importava? Egli credeva in Cristo, come il frate dallo sguardo chino sulle pagine ingiallite del libro, e non domandava altro, Suss, non disputava, parea quasi che seguisse, col moto della frusta, lo svolgersi lento dei fogli sacri. Il turco fumava la sigaretta, continuamente, e dormicchiava col fez che gli scendeva sugli occhi, a ogni mossa violenta della carrozza: fumava, persino, dormendo. La viaggiatrice si guardava intorno, tutta al piacere di un paesaggio ampio, chiarissimo, coltivato a zone verdi e zone gialle, ogni tanto percorso da qualche donna, da un bimbo: un paesaggio sonoro, pel confortante venticello mattinale che faceva battere le tende della carrozza e portava via il fumo della sigaretta del turco, ed il fumo della pipetta corta di Giorgio Suss. Egli aveva chiesto permesso di fumare la pipetta, l’onesto tedesco. Ogni tanto, padre Marcello levava gli occhi sul paesaggio e indicava qualche cosa.

Voilà le grand Hermon.

Il grande Hermon, il monte più alto della Galilea, coverto sempre di neve; bianca testa di montagna, quasi perdentesi nel biancore del cielo orientale. La lunga via, adesso, andava sempre più fra i campi, non essendovi più sentiero: e le fragranze imbalsamavano l’aria. Ogni tanto, io chiedevo a Suss:

— Ci siamo?

— Non ancora: pochetto.

Parlavano del Cison, un fiume che si deve passare al guado, con la carrozza. Quando gonfia… non si passa più. Avendo finito di orare, padre Marcello mi narrava con la sua esile voce, che, in un inverno egli era rimasto chiuso in Nazareth per due mesi non potendo venire a Gerusalemme per Kaipha e per la via di Samaria essendo anche peggiore. Suss crollava il capo, approvando, Ah, il Cison non era comodo e il Sultano non aveva nessuna fretta di farvi un ponte sopra. Il turco non udiva o fingeva di non udire. Un sultano, che è, infine, così lontano, invisibile, inaccessibile? Maometto, è un altro affare. Chi dice male di Maometto, innanzi a un turco, è denunziato alla polizia e va in carcere. Il Cison apparve infine. Un grande greto di pietre: e qualche gramo filetto d’acqua, ma un seguito di scosse, di trabalzi, di salti, da attaccarsi alle aste delle tende, per non precipitare. Piano piano, padre Marcello sorrideva. Era in Terra Santa da quindici anni: era Padre Guardiano di Nazareth da poco, ma quante volte aveva fatto quella via, a cavallo, in carrozza e persino a piedi.

A pieds, mon père?,

Pourquoi pas, madame? J’ai été un peu malade, après: mais très peu.

Ogni tanto, a destra, a sinistra, un monte tutto verde compariva, lontano, vicino, scostandosi sempre, sempre presente.

— Le Thabor?

— Mi puoi portare sul Thabor, Suss?

— No, madame: non andato: brutta montagna.

Infine, un grande viale, ombrato da tamerici: improvvisa fermata. È a metà via: ci si arriva fra le otto e le otto e mezzo: Giorgio Suss salta a terra, e mette due sacchi di biada al collo dei cavalli. Essi fanno colazione, povere bestie: e anche gli uomini mangiano qualche cosa, mettendo in comune un po’ di carne fredda, del formaggio, delle albicocche piccine di Terra Santa e delle pastarelle inglesi: le albicocche e le pastarelle sono del padre Marcello, il resto della viaggiatrice. Anche Suss piglia un pezzo di carne e del pane: ma non vuol bere vino, deve guidare. Già il sole scotta, ma le tamerici sono così folte, e la pace è così immensa, in questa leggiadra, larga e fiorente Galilea! Chi non resterebbe fermato un’ora, qui, sotto questi alberi, nel carrozzone, dove il turco dorme profondamente, con la sigaretta in un angolo della bocca?

Il y a beaucoup de turcs ici, mon père?

Heureusement, non dice a bassa voce e con dolcezza il magro fraticello di San Francesco.

In via, in via, il sole brucia, l’ora passa: i cavalli si voltano a guardare malinconicamente i sacchi di biada che spariscono, Suss parla loro in tedesco, per consolarli. La gran campagna di Galilea si distende, come se si allungasse, invece di abbreviarsi, si va di colle in colle, di radura in radura, si va, si va, sempre, in grandi sbalzi, oramai continui; la seconda metà è il peggior pezzo di via. Ecco Naim, dove accadde il miracolo del figlio della vedova: ecco, nelle lontananze, la via di Samaria, che Gesù batteva per andare a Gerusalemme, ogni anno, passando per la superba Naplousa.

Voilà les monts de Gelboè dice il cortese monaco.

Di Gelboè son questi i monti... O ricordi biblici e infantili; o sanguinosa istoria di Saulle, questo è il posto, dunque, e non fu un sogno del tragico italiano? Nulla è più bizzarro del ritrovare qualche cosa di vero, di perfettamente vero, in quello che fu schernito dall’età più matura, come rettorica. Chi non ha imparato Bell’alba é questa.. e non ha riso, consecutivamente? E, invece, era un’alba come questa, una mattinata, così, nella sacra regione, un’ora come questa, quando avvenne la morte del grande sventurato. Strano, strano: padre Marcello di Noilhac non ha letto Alfieri e io mi guardo bene dal parlargliene. Egli guarda innanzi a , molto. In fondo alla mitezza del suo cuore, vi è un grande desiderio di ritornare a Nazareth. Gli è che Gerusalemme è fatta per francescani che pregano e che lottano, non per quelli che sanno solamente pregare: è fatta per quelli che disputano, non per quelli che amano le mute contemplazioni. Gli parlo di Nazareth: gli occhi del frate brillano. Se Dio vuole, egli passerà tutta la sua vita, colà: e vi morrà, nel giorno designato. Nazareth! Egli ne sognava, quando era bimbo, a traverso le botti degli alcools di suo padre, che è un distillatore di cognac: egli credeva, da piccolo, alla poesia di questo nome!

Votre rêve a été réalisé, mon père?

Oh, oui, madame! esclama lui, con un senso di piena felicità. — Mon rêve ne valait pas la réalité.

Ecco, dunque, un uomo che non ha avuto delusioni, mai! Qui, sulla via saliente verso i colli nazareni, quando già si sviluppano le belle linee di un paese che ispirò la divina parola, potentemente, egli dichiara che la realtà valeva più del sogno. Chiniamo la testa e ricordiamo questo minuto, questo incontro, questa parola. Suss, tutto allegro e pur calmo, eccita i cavalli: il tempo fugge, ma fugge, dietro di noi, anche lo spazio: il turco si è svegliato.

Voilà Nazareth dice il fraticello.

Nazareth, bianca e rossa, sale da una gran conca sulla collina, sale, con le sue case, coi suoi giardini, coi suoi orti, con le guglie delle sue tre chiese, sale tutta felice, come aspirante alle cime, all’azzurro. Gli occhi di padre Marcello sono velati di lacrime. In verità, nessun cuore cristiano può vedere Nazareth senza struggersi di tenerezza.

 

 


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