IV.
Il
Carmelo.
Coloro
che si partono dell’Egitto per andare in Sorìa, dopo toccato il tumultuoso Port
Said, avvicinandosi alla Terra Santa, intravvedendola nel lieve velo brumoso
dell’orizzonte, che avvolge in una sola tinta le case bianche e le case bigie
di Jaffa e la ricca verdezza dei suoi giardini di aranci, hanno bisogno di
un’intima, profonda suggestione mistica, perchè il loro cuore tremi di
emozione. L’occhio non vede che Jaffa, con la sua paurosa rada, irta di perigli
e tutta biancheggiante di spume: Jaffa graziosa e originale con la sua fila di
case nuove, che partendosi dall’antichissimo nucleo orientale della città, si
distendono a diritta e a manca sull’arena giallastra del mare, battute dai
venti, qualche volta insultate dalle onde, dimore di mercanti, di negozianti,
di consoli. Nulla che sia segno palese della Sacra terra, dove Egli visse,
sofferse e morì; non linee, non colori, non suoni che manifestino agli avidi
sensi l’imminenza della santa regione: e il pellegrino del cuore e della
fantasia, quasi deluso, cerca in se stesso, nel suo impetuoso desiderio, nella
sua spirituale curiosità, l’entusiasmo pietoso che scolora i volti e mette una
nube di lagrime innanzi allo sguardo. Fortunato, invece, colui che, partendosi
dall’Italia, dalla Germania, dalla Francia, arriva in Palestina, venendovi da
Smirne, discendendo, senza toccarla, tutta la costa di Karamanìa, lasciando a
malincuore Beyrouth, che è la perla del mare di Levante. Costui, in un’ora
mattinale per lo più, dal bordo della nave che lo porta alla mèta del suo
viaggio, vede disegnarsi la molle linea curva dove sorgono, sulle sponde del
mare, San Giovanni d’Acri, quella che fu una fortissima cittadella e la piccola
e nitida Caifa. Ma l’interesse del viaggiatore non è in queste coste che si
delineano precisamente, nella limpidità del mattino orientale, né in queste
città grandi e piccine che si distendono sulla riva, alcune in decadenza perchè
ebbero un troppo glorioso passato, altre fiorenti, perchè giovani: un motto è
corso lungo il bordo, ripetuto di persona in persona, destando la curiosità,
l’ansietà, la commozione: un motto che strappa gli indolenti, alla loro
sedia a sdraio, i malati alle loro cuccette e attrae tutti, lungo il lato
sinistro della nave, che pare vada più lenta. Il Carmelo! Il Carmelo!
Ecco il gran
promontorio che si avanza sul mare chiudendo la curva di quell’ampio
seno, dove le acque sono più azzurre e più tranquille: ecco la montagna di
Maria che si eleva, tutta verde di alberi e di erbe, nel purissimo aere: ecco
la chiesa bianchissima, come intagliata nitidamente sul cielo, lontana, alta,
vegliante su quei tempestosi mari, dove rugge, per otto mesi dell’anno, un
rombo minaccioso di bufera.
Il Carmelo!
Coloro che son pellegrini della fede, passando sotto il monte dove Maria orò,
dove Maria apparve, guardando questo altare così lontano da loro, così vicino a
Dio, sentono il primo invadente fascino mistico che dà la terra dei patriarchi
e dei profeti: e, semplicemente, s’inginocchiano sulla nave, levano le mani
verso la montagna, dove salì la
Vergine fanciulletta, accompagnando sua madre e intuonando
sottovoce l’Ave, maris stella. Poichè veramente, di lassù, pare che Ella
sia la protettrice dei naviganti che invocano il suo nome, poiché Ella pare che
guardi, dal suo verde monte Carmelo, tutti coloro che vanno al pio
pellegrinaggio, come tutti quelli che arrischiano la vita per il lavoro, per il
pane dei loro figliuoli. Dice la tradizione ebraica che su questo monte dove
suonò la iraconda e terribile voce di Elia, dove tutta una sequela di profeti
si partì, sant’Anna e san Gioacchino, che non erano tanto poveretti,
possedessero un po’ di terra e degli animali. Ogni anno essi lasciavano la
ridente Galilea, dai suoi poggi di Sephoris e di Cana, dalla sua valle felice
dove sorge Nazareth, e discesi al piano, attraversata l’immensa pianura di
Esdrelon, salivano al Carmelo, conducendo seco loro la fanciulletta Maria. Il
silvestre sentiero, dunque, le cui siepi sono fiorite di margherite gialle, fra
le cui rocce smosse nascono la ginestra odorosa e la melissa aromatica, è stato
tante volte percorso dai piccoli piedi di Colei, che doveva essere la più pura
fra le donne e la più dolorosa fra le madri. Ella venne a sedersi su questi
macigni, dove l’alto promontorio si aderge e i pensosi e dolci occhi si
dovettero chinare sul mare; e da quel giorno ella fu la stella dei naviganti
sotto il monto Carmelo, e da quel giorno chiunque vide precisarsi,
all’orizzonte la montagna di Maria, sentì che egli si appressava alla terra del
divino!
Una bella strada
fra il verde, la più comoda fra le due o tre strade comode e fra le cento
strade incomode di Palestina, serpeggia ad ampi giri, lungo la collina del
Carmelo e conduce al candido monastero di carmelitani, dedicato alla Vergine.
La carrozza che trasporta la vostra persona pigra e la vostra immaginazione
sognante — poichè bene si sale, anche a piedi, sul Carmelo — passa fra siepi di
erbe aromatiche, odorosissime, donde i monaci traggono un fortificante elisire:
e, ad ogni giro il gran mare di Siria appare, tutto di azzurro grigiastro nel
golfo di San Giovanni di Acri e la piccola Caipha biancheggia, ai piedi del
monte della Vergine. Lo spettacolo è delizioso. Ma non ha, in fondo, non so
perchè, nulla di orientale. Assai rassomiglia a un paesaggio fra la collina e
il mare, con un santuario sovra un colle, come abbiamo laggiù, nel nostro
lontanissimo paese italico, nel Mezzogiorno: altri azzurri mi riappaiono, altre
conche di mare bionde di sole, altre chiese, ove io ho pregato. Ci vuole uno
sforzo di fantasia, di fronte a questo convento così elegante, di fronte a
questo giardino bene coltivato che lo circonda, di fronte a questo mare che
sembra, quasi, quello di Sorrento o quello di Francavilla d’Abruzzi, per
rammentare il promontorio ove, nel tempo dei profeti, Elia visse
selvaticamente, uscendo dalla sua grotta per sermoneggiare i primi popoli e per
vaticinare i tempi futuri; per rammentare che qui, la giovinetta di Nazareth ha
portato i suoi passi lievi; per rammentare che qui in miracolo gentilissimo,
riapparve sull’alto promontorio a cui si volgono gli occhi di tutti i
naviganti, vengano da Costantinopoli o da Beyrouth, dal Pireo o da Lattakia, da
Alessandria di Egitto e da Cipro. Quale sforzo! Tutto è così nitido, così
composto, così corretto, quassù, sul monte del Carmelo, su questo Carmelo che
il mio buon popolo napoletano invoca ogni minuto, per salvaguardare piamente la
sua vita, la sua salute e le sue gioie! O cara, cara Madonna del Carmine, il
cui scapolare ricovre tanti forti e ingenui petti di popolani e di popolane, la
vostra casa è bella, i fiori e le piante vi odorano, intorno, la via che vi
conduce è facile, a ogni più pigro pellegrino: ma voi amate anche i paesaggi
semplici e silvestri e le vostre case rustiche e gli orizzonti vasti, deserti, nobili
di vastità e di solitudine!
Quassù, nel
parlatorio del convento, i monaci de] Carmine, tutti francesi, gentili, un po’
taciturni, un po’ fieri, nelle loro vesti bianche, questi Carmes dé
chaussés, che sono stati allevati ed educati nel convento limitrofo, dànno
medaglie, rosarii, orazioni stampate, in onore di Nostra Signora del Carmelo.
Si offre una elemosina, in cambio. Solo l’eau des Carmes, costa
tre lire la grossa bottiglia, una e cinquanta la piccola bottiglia: questo bel
convento, questo magnifico giardino, questo monte Carmelo tanto leggiadro, come
vivrebbe, tutto ciò, senza le elemosine e senza l’eau des Carmes? Serve
contro i deliqui, contro gli svenimenti, quest’acqua. Ed ecco, qui, nel
parlatorio, due pellegrini russi. Portano le grandi brache e la tunica dei moujick,
hanno i capelli lunghi e biondi, le scarpe impolverate dal lungo camminare,
a piedi, per la Terra
Santa. Sono certamente venuti a piccole giornate, da
Gerusalemme, per via di terra, mettendoci almeno una settimana. Hanno, ambedue,
l’aria stanca e malaticcia. Sono ritti presso una vetrina di l’eau des
Carmes e guardano le bottigliette, muti. Un carmelitano paziente e muto,
aspetta che essi dicano qualche cosa. I russi hanno già avuto amuleti,
scapolari, rosarii, medaglie: in cambio, una piccola elemosina. Ora, vorrebbero
l’eau des Carmes e non sanno esprimere la loro idea, perché non
parlano che il russo: e il carmelitano parla solo il francese. Ma la vogliono,
quest’eau des Carmes, con un così grande desiderio negli occhi,
che tutto s’intende, senza che essi parlino. La credono un’acqua miracolosa,
certo, capace di chi sa quali prodigi. Guardano il monaco negli occhi,
ansiosamente. A furia di piccoli gesti lenti e tristi, domandano il prezzo: a
furia di gesti, il Carme glielo dice. E una profonda tristezza, un
dolore si diffonde sulla fisonomia dei due piissimi pellegrini russi. Vogliono
quell’acqua, la ritengono un balsamo dato dalla Vergine istessa. Ma non hanno
denaro; ne hanno pochissimo. Si consultano, fra loro, lungamente, con occhiate,
con brevissime parole sommesse. Il monaco, quieto, lontano di spirito, aspetta
con pazienza. Io tremo, lì accanto, di una emozione di pietà, la prima che io
senta quassù. Infine, uno dei due pellegrini cava un portafogli vecchio,
sdrucito, come non ho mai visto, portafogli vecchio e sdrucito, lo cava pian
piano e lo esamina, tra i compartimenti. Mi accosto indiscretamente,
pietosamente; ma chi pensa a me? Non ha che tre o quattro franchi turchi, quel
misero piissimo pellegrino: ma è tale la sua fede, è tale il suo trasporto
mistico, che ne spende una e cinquanta per l’eau des Carmes. E
io, stupidamente, non oso pagargliela io, questa bottiglietta, come vorrei
e come potrei: la commozione mi rende inetta e passiva. Paga la sua lira e
cinquanta, questo poveretto e possiede, infine, con un gesto di gioia, con un
lieve sorriso, la fialetta. Domani, forse, non avrà un tozzo di pane e si
coricherà, sfinito, lungo una siepe, sulla via di Nazareth. L’eau des
Carmes, non è che un’acqua di melissa fatta molto bene e che giova, giova
nei mali nervosi delle donne. Però, il russo la crede un liquore miracoloso. E
sarà, per lui, sarà! La
Vergine del Carmelo la trasformerà, per lui, questa acqua per
cui egli dette i suoi pochi ultimi soldi, la trasformerà in energia, in forza,
in pazienza, perchè il misero pellegrino compia, senza morire di fame e di
stanchezza, il suo viaggio di religione. Egli non perirà. Ella impedirà che
egli perisca. O Madonna del Carmine, io lo so, Voi avete guardato il vostro
Servo e tutto sapete.
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