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L’ULTIMO
GIORNO
I.
Per
chi volesse.
Molte
persone dallo spirito pio e poetico, come molte altre dallo spirito curioso di
sensazioni estetiche, andrebbero volentieri in Palestina, a visitare quella
terra dei miracoli, quella terra delle più antiche memorie, se questo paese di
Gesù non si avvolgesse in certi confini di lontananza e d’inaccessibilità, che
sgomentano. Pochi sanno come si va in Palestina: pochissimi, sanno quello che
vi si spende; tutto queste notizie, pratiche e semplici, non sono stato
popolarizzate da nessuno. E l’ignoranza, ancora una volta, è quella che recide
i più nobili e i più simpatici moti del cuore. D’altronde, tanta gente fa tanti
viaggi senz’attrazione, andando dove tutti vanno, dove l’itinerario è stabilito
sin da prima, giorno per giorno, dove si conosce, da prima, in quali
alberghi si scenderà, in quali trattorie si andrà a pranzo, quali monumenti si
dovranno ammirare ed a quali spettacoli teatrali si dovrà assistere! Viaggi,
questi, così sciocchi e così freddi, che non lasciano nessuna traccia
nell’animo di chi li compì: viaggi che disgustano, per sempre, dall’alto,
fervido e delicato piacere che un viaggio.
Viceversa
se la Palestina
è un paese dove si accede senza gravi difficoltà, è anche un paese pieno di
seduzione per la varietà e per il relativo impensato del viaggio, per un po’ di
ignoto che dà un sapore misterioso alle gite e alle escursioni, per qualche
disagio che, infine, è il condimento migliore di tutti i viaggi. Coloro che,
viaggiando, vogliono levarsi alla medesima ora del loro paese di dimora,
vogliono mangiare gli stessi cibi, divertirsi allo stesso modo, costoro non
sono dei viaggiatori: è per questo, come dimostrerò un’altra volta, che gli
inglesi non sono dei viaggiatori e che, pur vagabondando per tutto il mondo,
stanno sempre fermi allo stesso posto. Chi ritrova il suo the e i suoi
crostini al burro, dappertutto, non si muove dalla sua stanza da pranzo! Il
viaggio è fatto dalla vita ordinaria che si capovolge: è fatto da tutte le
consuetudini mutate, è fatto dal non vedere più le stesse persone, anche
quelle che si adorano: è fatto dall’essere solo, estraneo, lontano, fra gente
che parla una lingua diversa dalla vostra: è fatto di tutte queste cose
bizzarre, tristi e dolci, insieme. Vivere a Parigi la stessa vita di Napoli, o
a Nizza la stessa vita di Londra, significa non aver lasciato nè Napoli, nè
Londra. Mentre la Palestina,
anche per quegli infelici che non hanno nel fondo del loro cuore, la tenerezza
mistica, è un paese di una originalità affascinante: mentre se la Palestina commuove sino
alle lacrime, e non una sola volta, il credente che la visita, dà al semplice
curioso delle sensazioni, che a quelle di nessun altro viaggio rassomigliano.
Per
un viaggio di Palestina bastano sei settimane: quelli che hanno tempo e denaro
a loro disposizione, vi possono mettere due mesi. Il miglior tempo, per
andarci, è dal gennaio alla fine di maggio: l’estate vi è troppo caldo,
l’autunno non vi è troppo sano e l’inverno è impossibile viaggiarvi con le
strade tutte rovinate dai temporali e coi fiumi gonfi. Naturalmente, vi è chi
vi si reca in estate, in autunno, chi vi si reca di Natale: ma le condizioni
non vi sono molto favorevoli. Con la fine di gennaio, comincia il tempo bello:
il marzo e l’aprile rappresentano il periodo delizioso, per il viaggio di Terra
Santa. Anche il maggio e il giugno sono piacevoli: ma il caldo comincia a farsi
sentire. Ora, per andarvi, bisogna prendere il battello italiano che va ad
Alessandria di Egitto e parte ogni mercoledì: viaggio facile di mare, che dura
dal mercoledì al sabato sera, e sino alla domenica mattina, al più: da tre a
quattro giorni di mare, in cui non si temono nè burrasche, nè mare grosso,
salvo, un poco, verso Capo Spartivento e un altro poco, passando innanzi
all’isola di Candia. Giunti la domenica in Alessandria di Egitto, per lo più,
si deve aspettare un battello per Jaffa, sino al giovedì o al venerdì: si resta
fermi quattro o cinque giorni, dunque: quanto basta per vedere il Cairo, per
averne un’ammirazione profonda e indimenticabile, per sentirne tutta la vita, la
nostalgia. Da Alessandria al Cairo si va in ferrovia, in quattro ore, la
ferrovia è egiziana, non elegantissima, ma rapida e comoda. Si parte al
mattino, presto: e si arriva verso le undici e mezzo: così viceversa. Dopo il
viaggetto al Cairo, si ritorna indietro, di nuovo ad Alessandria, per prendere
questo battello per Jaffa: vi è la scelta fra i battelli francesi, egiziani,
austriaci e russi. Tutte quattro le compagnie hanno buoni battelli: ma sugli
egiziani si mangia male e vi è molta sporcizia, sui francesi si dorme
malissimo: restano i battelli russi e gli austriaci, fra i quali, la preferenza
si deve dare all’austriaco, al Loyd, che ha battelli elegantissimi, forti, dove
si mangia magnificamente e si dorme benissimo.
Dunque,
col Lloyd si parte il venerdì, alle undici del mattino, per Jaffa: una sola
fermata, a Port Said, di sette od otto ore, per caricare e scaricare merci: il
tempo per vedere il canale di Suez, in barchetta: ne vale la pena. La domenica
mattina, cioè dopo meno di due giorni di mare, si sbarca a Jaffa: e, nello
stesso giorno, alle due e mezzo, si piglia il treno per Gerusalemme. E se non
fosse la fermata di quattro a cinque giorni ad Alessandria di Egitto, si
andrebbe dall’Italia a Gerusalemme in otto giorni, tanto quanto ne mettono
le lettere. Fra il febbraio e il giugno, il mare di Soria è sempre buono e
malgrado l’aspetto nemico che ha il porto di Jaffa, pericoli non ve ne sono. È
nell’inverno, il pericolo in quel lungo golfo di san Giovanni d’Acri, dove sono
Jaffa, Kaipha e San Giovanni! Quindi, niente paura.
La
dimora ordinaria a Gerusalemme è di quindici giorni: sono più che sufficienti
per vedere tutto, più volte, e per le gite fuori città: in Gerusalemme si
trovano cavalli, carrozze, asini, muletti e lettighe, per chiunque vuol darsi a
grande e continua attività di viaggio. Le grandi passeggiate sono alla
valle di Giosafat, dove si va a piedi o sull’asino, al monte degli Ulivi
essendo alto come la nostra collina del Vomero: e i giri nella città, che è
vasta, e che si fanno a piedi. Le gite fuori città sono tre o quattro a
Betlemme, dove si va con un’ora di carrozza: alle vasche di Salomone, al Fonte
Sigillato, al Giardino Chiuso, anche in carrozza, in due ore: ad Hèbron, città
di Abramo, in due ore di carrozza: a San Giovanni nelle montagne, paese del
Battista, in un’ora di carrozza. Nel medesimo giorno, che si fa una di
queste escursioni, si fa anche qualche giro in città dove, naturalmente, vi è
moltissimo da vedere o da rivedere.
La
grande gita è quella di Gerico, cioè al Mare Morto e al fiume Giordano: là si
occupano tre giorni, e non vi è strada carrozzabile. Vi si può andare in
palanchino o a cavallo: i cavalli sono buoni, infaticabili e hanno un passo che
non istanca; il palanchino è portato da due mule e ondeggia un poco: è il
miglior mezzo, il più comodo, il più strano e il più artistico. Da Gerusalemme
si parte alle due del pomeriggio e si arriva alle otto di sera, a Gerico: colà
si pranza e si dorme, restandovi sino alle tre del mattino: alle quattro si
parte per il Mar Morto e per il Giordano, tragitto di tre ore e fermata al
Giordano di due ore, si rientra a Gerico alle tre del pomeriggio: si
pranza, si dorme, si fuma e si riparte per Gerusalemme. Questa via è faticosa:
ma il compenso è grande, poichè il Mare Morto e il Giordano sono tali
spettacoli che affascinerebbero e vincerebbero l’anima della persona più pigra.
Anche, qualche volta, quella via è percorsa da ladri: ma basta avere una scorta
e basta avere un dragomanno accorto, perchè nulla accada. Vi sono misteriosi
rapporti fra le scorte, i dragomanni e i ladri: rapporti, badate, tutti a
favore dei viaggiatori. Non litigare mai col proprio dragomanno e
col proprio beduino! Sono essi i custodi della vostra salute e del vostro
denaro, sono i regolatori dei vostri piaceri estetici e della vostra igiene, e
ci tengono, è il loro interesse, che voi viaggiate bene, che non vi stanchiate,
che dormiate bene e che nessuno vi molesti! Tornando da Gerico, la Terra Santa già vi ha
vinto e chi aveva designato di restarvi sei settimane, vi resta due mesi. Tutto
si può vedere con fretta; ma meno di dieci giorni, a Gerusalemme, non
si può stare. Chi scrive queste note, vi restò, solo in Gerusalemme,
venticinque giorni e andò via con una tristezza mortale, andò via col
rimpianto, quasi, di non aver visto tutto bene!
La
seconda parte del viaggio in Palestina è in Galilea, nel paese della giovinezza
di Gesù e della sua predicazione: viaggio di una poesia e di un interesse che
chiederebbe altro colore e altra eloquenza che la mia. Per andare in Galilea,
da Gerusalemme, per terra, ci vorrebbero otto giorni di marcia a cavallo,
attraversando tutta la Samaria:
è lungo, faticoso, non attraente. Meglio per mare. Una domenica si scende, per
ferrovia, a Jaffa: quattro ore. A Jaffa si prende il battello austriaco che
risale la Sorìa
e la Karamanìa,
e il quale vi porta, in otto ore, a Kaipha, il porto di Galilea. Si dorme a
Kaipha e vi si resta tutto il lunedì, per visitare il monte Carmelo: il
martedi, alle sei del mattino, si parte per Nazareth, con il breack
nazzareno-tedesco di Giorgio Suss, un carrozzone alto e pur leggiero. Si arriva
a Nazareth a mezzodì: e ci resta... ci si resta quanto si vuole, più che si
può, poichè Nazareth è così grazioso, così gentile, così leggiadro, così
raccolto e sereno, che il cristiano vorrebbe viverci e morirci.
La
grande gita al Thabor, a Tiberiade e a Cana di Galilea, partendo da Nazareth,
dura da cinque a sei giorni: carrozze non ve ne sono: cavallo o palanchino. Tre
ore, di un giorno, da Nazareth al monte Thabor: vi si arriva a mezzodì e vi si
resta sino al dì seguente. Sei ore, dal Thabor a Tiberiade ed è questa, in
tutto il pellegrinaggio di Palestina, la via più lunga, più noiosa, più
opprimente: mentre Tiberiade e il suo lago valgono mille volte di più la fatica
dell’andarvi. A Tiberiade si resta due giorni, per visitare le sponde del lago,
le rovine di Bethsaida e di Capharnahum, il villaggio di Magdala, il monte
delle Beatitudini, il campo delle spighe mature, tutta la beata regione
dell’insegnamento di Gesù: questo si fa in barchetta, a cavallo e a piedi, nel
più adorabile dei paesaggi, fra un doppio azzurro del cielo e del lago. A Cana
di Galilea si resta due ore: a Sephoris, un’ora: e, dopo cinque giorni, si è di
ritorno a Nazareth. Strettamente, la
Galilea richiede dodici giorni, coi riposi necessari, ma chi
ama quei paesi — e chi può non amarli, subito? — vi resta venti giorni, facendo
delle fermate più lunghe, sedendosi alle fontane, pregando in tutti i
santuarii, vivendo in attività, sì, ma anche in contemplazione. La Galilea non ha ladri: il
suo clima è amabile: a Tiberiade fa caldo, in giugno, ma che importa? I nazzareni
sono creature eccellenti e tutto l’ambiente v’incanta. Da Nazareth,
quando si parte, si va in carrozza a Caipha, dopo uno o due giorni di fermata
al Carmelo, si prende un battello austriaco, si scende in tre giorni ad
Alessandria d’Egitto, e si viene in Italia, dall’Egitto. Si può partire
per andare in Palestina da Genova, da Venezia, da Brindisi, è differenza di
giorni.
Dopo...
resta il desiderio di andarvi nuovamente. Vuol dire che il viaggio, malgrado
tanti passaggi dal mare alla ferrovia, dalla ferrovia alla carrozza, al
palanchino, al cavallo, malgrado tanti giorni di moto continuo, e, certo, per
questo, ha un fascino che si porta via, nel sangue.
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