II.
Una
speranza.
Non
è solo l’ignoranza della geografia, degli itinerari, dei mezzi di trasporto
quella che arresta lo slancio sentimentale e fantastico di chi voglia andare in
Palestina, a visitare i paesi dove si è svolta, magnificamente, fra l’idillio e
la tragedia, la più Grande Storia; non è solo la pigrizia che, facendo supporre
gravi disagi materiali, stanchezze tremende, mancanza di tetto, di letto, di
cibo, tarpa la volontà vivida ma dubbiosa di chi vorrebbe recarsi laggiù,
mutando esistenza da cima a fondo, rifacendo singolarmente le proprie forze
fisiche e ritornando più sano, più florido, più desioso di movimento e di
varietà. Oltre questi miseri ma potenti ostacoli dovuti alla oscurità, alla
lentezza, alla incertezza e ai puerili sgomenti dello spirito umano, un altro
ve ne ha, anche possente, che impedisce a tanti che anelerebbero di imbarcarsi
per la Palestina,
di soddisfare l’invincibile desiderio della loro anima sitibonda di
contemplazione, di orazione, di emozione. Il denaro! Il denaro! Chi ode parlare
di Soria e delle sei settimane per andare, per restarvi bellamente e utilmente,
per tornare, pensa che ci voglia, un tesoro di quattrini, e non possedendo
questo tesoro, malinconicamente, ci rinunzia. Costa, dunque, tanto, un viaggio
nel paese di Gesù? Non ci possono, dunque, andare se non le persone
estremamente ricche: e anche questo profondo diletto dello spirito, questa
indimenticata commozione del cuore è un lusso, riservato ai pochi? Proprio,
così? Niuno che non abbia molti napoleoni superflui, e molte sterline, o
molte lire turche — poichè queste tre monete d’oro, variabili da venti a
venticinque a ventisette lire italiane, sono quello che corrono, corrono via,
nel paese di Gesù — non può inginocchiarsi innanzi al Santo Sepolcro e baciare
la sponda fiorita del Giordano? E tutti i pellegrini che si recano ogni
anno, colà, da ogni parte del mondo, anche più lontana della nostra Italia,
dalla Palestina, tutti i pellegrini che vi giungono, pregando in tutte le
lingue, ove la fede cristiana si sia sviluppata, sono, dunque, pieni di denaro?
E tutti quei pellegrini che vengono a gruppi, condotti da un sacerdote, da un
monaco, da un direttore spirituale, quei pellegrini raccolti intorno a un sol
pensiero di religione, semplici, modesti, umili, sono forse dei ricconi
travestiti in poveri panni? E tutti quei contadini della Piccola Russia, quei
contadini della Macedonia, quei polacchi, quei tedeschi, quegli austriaci, in
vesti quasi lacere, in attitudine di grande entusiasmo mistico, ma di completa
povertà, come sono arrivati in Terra Santa, senza morire di fame, di
sonno, di stenti, di privazioni? Dite, occorre proprio essere ricchi per vedere
il paese ove Egli visse per noi, ove Egli morì per noi?
Un
viaggio in Palestina, fatto con una certa larghezza, con perfetto agio,
con perfetta comodità, andando dappertutto, in sicurezza di spirito e di corpo,
un viaggio che dura sei settimane, costa duemilacinquecento lire, e può
arrivare sino a tremila, volendo far le cose senza risparmio. Io portai meco
tremilacinquecento lire italiane, ma mille ne spesi per comperare dei ricordi
egiziani, turchi, arabi, cristiani, al Cairo, a Jaffa, a Gerusalemme, a
Betlemme, a Nazareth e, infine, a Costantinopoli, dove andai. Non vi è obbligo
di portare via tante cose, per sè, per le amiche, per gli amici! Infine, ho
detto da duemilacinquecento lire, per il viaggio poco più. E vi
faccio osservare che tale somma vi fa vivere sei settimane in
Oriente, in Palestina: mentre, con eguale somma, non si
può vivere bene che quindici giorni al Cairo, il paese più caro del
mondo, oramai, che venti o venticinque giorni a Montecarlo e un mese
a Parigi. Vuol dire, dunque, che la Palestina occupa il quarto o il quinto posto,
nella scala discendente, di ciò che si spende, in viaggio, nei paesi che più
sono eleganti, più sono originali e più attirano la curiosità e il sentimento.
E in Isvizzera, nella famosa Svizzera, dove tutte le persone chic del
nostro paese si recano, tranne il buon mercato delle ferrovie e il finto buon
mercato delle pensions, tutto non costa carissimo, appena si vuole
uscire dalla porta di un albergo, salire sovra un monticello, traversare un
passo di montagna, valicare un ghiacciaio o navigare sovra un lago? Che
tutti i retours dall’Alta Engadina, da Saint Moritz, da Interlaken,
parlino e confessino le centinaia di lire spese in una sola escursione, una
delle solite!
Per
ritornare al dolce paese di Gesù, dove la vita è meno cara che altrove, dove
tutto è meno caro che altrove, se si ha un compagno di viaggio, non bisogna
raddoppiare la somma, non aumentarla della metà, ma di un solo terzo; e più la
comitiva s’ingrandisce, meno è la spesa, per ognuno. Ma andare più di due o tre
persone, insieme, è noioso, è antipatico. Sui battelli italiani, austriaci,
francesi, russi, egiziani, la spesa del viaggio con vitto e ogni cosa, è da
trenta a quaranta lire al giorno: per andare e tornare da Soria, sempre in
prima classe, con trattamento squisito: il Lloyd austriaco è quello che
mantiene il primato. Al Jerusalem Hôtel di Jaffa, si pagano dieci lire
italiane di pensione, al giorno; al New Grand Hôtel di Gerusalemme,
dodici lire e mezzo; ambedue le pensioni, essendo destinate agli inglesi, sono
eccellenti. Un dragomanno — necessario, indispensabile — costa otto lire al
giorno in Gerusalemme, dodici lire al giorno, quando si va in escursione
vicina, quindici in escursione lunghissima. Un beduino di scorta, armato sino
ai denti, costa un napoleone al giorno: ma è necessario solo nella gita a
Gerico, al Mare Morto, al Giordano, che dura tre giorni: un cavallo, buono,
cinque lire al giorno: idem, il cavallo per il dragomanno. Naturalmente,
in comitiva, si risparmia. Un palanchino, per le persone pigre, o malate, o
troppo avanzate negli anni, costa otto lire al giorno. La mancia infierisce in
Terra Santa, dove bisogna ricordarsi che si è in Turchia, dove solo il backschisch
trionfa: ma si può esser graziosi donatori, anche fra i mussulmani,
senza farsi derubare. In Palestina, d’altronde, si parla miracolosamente, per
un miracolo dovuto a san Francesco di Assisi e ai suoi figli, l’italiano, se
non da tutti, quasi da tutti: tutti vi parlano il francese: tuttissimi
l’inglese. È difficile essere ingannato, truffato; è difficile patire uno di
quei tranelli che, ahimè, sono tanto frequenti in Occidente. I consoli vi
assistono, con gentilezza e con cordialità: i francescani sono il vostro
baluardo morale e materiale: e la
Guide de Terre Sainte, in tre volumi, di padre
Lavinio da Ham, risolve, essa sola, tutti gli intoppi e tutte le difficoltà del
vostro viaggio.
Voi
dite: dunque, solo chi ha due o tremila lire, può darsi questo godimento del
cuore e degli occhi che è la
Siria, che è il paese di Gesù? Ma no. Tutto si può fare con
misura, con economia, con previdenza: si può spendere assai di meno, anche non
rinunziando alle comodità del viaggio. Le seconde classi, sui piroscafi
stranieri, sono ancora buonissime. Quando siete in Palestina, potete trovare
degli improvvisati compagni di viaggio, con cui dividere le spese del
dragomanno, della carrozza, della scorta: tutto si accomoda, per chi ha
pazienza, prudenza, discernimento. Con millecinquecento lire si viaggia sempre
benissimo, laggiù, sei settimane, purchè non si sprechi il denaro. E
l’ospitalità francescana non la contate per nulla? Invece di spendere
all’alberguccio al Grand Hôtel di Gerusalemme, voi ve ne andate a
Casa-Nova, dove l’ospizio è buono quanto l’albergo, forse migliore, non
pagate nulla, lasciate solo una elemosina, quel che volete, anche cinque
lire, dopo esservi stato alloggiato e nutrito, per quindici giorni. Dovunque vi
sono ricoveri, ospizii, per i pellegrini: San Francesco nulla vi chiede e,
diciamolo, negli ospizi russi e francesi, non osservano di quale nazione siate,
a quale chiesa cristiana apparteniate, vi aprono le porte, nel nome di Gesù. Ed
ecco come, per andare in Palestina, la spesa si viene man mano riducendo, per
gli aiuti grandi che l’organismo dell’ospitalità cristiana vi dà, per i
soccorsi affettuosi che trovate a ogni passo, per questo senso larghissimo e
tenerissimo di fratellanza cristiana che mai, mai, in nessun paese, come in
quello di Gesù, voi ritrovate per confortarvi, per incoraggiarvi, darvi quanto
vi necessita, alla vita materiale e a quella spirituale. Anche con mille lire,
si può andare in Palestina, con l’aiuto di Cristo e della sua fede, con l’aiuto
di quanti sono suoi seguaci, per il suo esempio e per la sua dottrina! Anche
con meno, ci vanno quelli che sono riuniti in numeroso pellegrinaggio, sotto la
direzione di un capo: ottengono riduzioni sulle ferrovie e sui piroscafi,
alloggiano negli ospizii della loro nazione; dove sono lunghe le tappe, fanno il
pranzo in comune; non hanno bisogno, se non di una sola guida, di poca scorta;
dànno le modestissime mance, in comune. E infine, infine, lodato sia il sacro
ardor della fede, i poveri, i poverissimi, vanno in Palestina con qualche
centinaio di lire, messe insieme soldo a soldo, per anni intieri. Nei loro
paesi, arrivano ai porti di mare a piedi, in piccole comitive: la pietà di
quegli armatori esteri riduce loro anche il prezzo della terza classe, sui
piroscafi, ma la ferocia dei capitani di quei battelli li gitta, come animali,
in un angolo oscuro e lontano della nave. Comprano, ogni giorno, qualche po’ di
mangiare, crudo, dal cambusiere e lo cucinano da sè: altri, i russi, hanno il
fedele samowar, dove fanno il the, cinque o sei volte il giorno,
bagnandovi dei tozzi di pane secco; silenziosi, pazienti, incapaci di domandare
o di accettare soccorso. Giunti in Palestina, essi vanno di ospizio in ospizio,
di santuario in santuario, a piedi, sempre, perchè tale è il loro
voto, perchè questa è la loro miseria. Li vedete avviarsi, a due, a tre per
volta, col bastone del pellegrino, con l’antico bordone: col fagotto di pochi
panni, di qualche cibo: li sorpassate, a cavallo, in palanchino, essi non si
voltano neppure. Vanno. Voi mettete sei ore: essi, tre giorni. Cascano di
stanchezza; dormono, talvolta, per terra, con la testa sovra un sasso. Se
entrate in una chiesa, ne trovate sempre, in ginocchioni, innanzi alle
immagini, con tale una luce spirituale negli occhi, che il vostro tiepido
sentimento si vergogna. Sono, spesso, malati: talvolta, muoiono. E questi sono
i veri pellegrini di Cristo.
Io
ho scritto ciò, con una bella speranza. Questo mio libro, non per me, certo,
non per questi ricordi assai semplici, ma per il divino nome che esso porta, questo
libro è assai aspettato, assai chiesto e sarà assai letto da tanti e tante, che
non leggono né novelle, nè romanzi, nè racconti. Io ho una così bella speranza!
Io spero che, leggendo queste pagine, un forte, fortissimo desiderio sorga, in
qualcuno che mi legge, di fare il viaggio di Soria: e che, conoscendo il modo
pratico di recarvisi, e il niun fastidio, e il niun pericolo, e la spesa che si
può allargare o limitare come si vuole, intraprenda questo pellegrinaggio che,
purtroppo, io non farò una seconda volta. Si fanno molti viaggi stupidi,
volgari, costosi, da cui si ritorna depressi e inebetiti: e questo, nel paese
di Gesù, ha un fascino che nulla vince, ha una poesia a che niun’altra è
simile, lascia dei ricordi che nulla varrà mai a cancellare. Io spero che, da
qualche regione italiana, lontana o vicina, da qualche grande città o da
qualche grande borgo sconosciuto, da qualche paese straniero, ove il mio libro
andrà, tradotto, qualche anima si senta irresistibilmente attratta da tal
viaggio e, sapendo quanto ciò possa esserle lieve al corpo e alla borsa,
s’imbarchi per Palestina, con cuore ansioso e affettuoso. Qualche anima? Una
soltanto: e io non avrò scritto invano.
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