Matilde Serao: Raccolta di opere
Matilde Serao
Il paese di cuccagna
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1 - L’ESTRAZIONE DEL LOTTO

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Il paese di cuccagna

1 - L’ESTRAZIONE DEL LOTTO

 

Dopo mezzogiorno il sole penetrò nella piazzetta dei Banchi Nuovi, allargandosi dalla litografia Cardone alla farmacia Cappa e di si venne allungando, risalendo tutta la strada di Santa Chiara, dando una insolita gaiezza di luce a quella via che conserva sempre, anche nelle ore di maggior movimento, un gelido aspetto fra claustrale e scolastico. Ma il gran movimento mattinale di via Santa Chiara, delle persone che scendono dai quartieri settentrionali della città, Avvocata, Stella, San Carlo all’Arena, San Lorenzo e se ne vanno ai quartieri bassi di Porto, Pendino e Mercato, o viceversa, dopo il mezzogiorno andava lentamente decrescendo; l’andirivieni delle carrozze, dei carri, dei venditori ambulanti, cessava: era un continuo scantonare per il Chiostro di Santa Chiara, per il vicolo Foglia, verso la viuzza di Mezzocannone, verso il Gesù Nuovo, verso San Giovanni Maggiore. Presto, la gaiezza del sole illuminò una via oramai solitaria. I mercanti del lato destro di via Santa Chiara - poiché il lato sinistro ha solo l’alta, chiusa, bruna muraglia del convento delle Clarisse - mercanti di vecchi mobili polverosi, di meschini e poveretti mobili nuovi, mercanti di stampe colorate e di vivacissime oleografie, mercanti di santi di legno, di santi di stucco, pranzavano, nel fondo delle loro botteghe oscure, sopra un cantuccio di tovaglia macchiata di vino, tenendo, a fianco del largo piatto di maccheroni, la caraffa di vetro verdastro, piena di vinello di Marano e chiusa da una foglia di vite accartocciata. I facchini dei mercanti, seduti per terra, sulla soglia della bottega, addentavano lungamente una pagnotta di pane, spartita in due, contenente qualche companatico asprigno, zucchette fritte e immerse nell’aceto, pastinache in salsa brusca, melanzane condite con aceto, pepe e aglio: e l’odore acuto e grasso del molto pomodoro che condiva tutti quei maccheroni, da un capo all’altro della strada, si univa a quell’odore acuto di aceto aspro e di grossolane spezierie. Da qualche fruttivendolo che ancora passava portando sul capo una cesta di fichi, quasi vuota, o spingendosi innanzi un carrettino le cui ceste contenevano dei fondi di prugne violette, di pesche duracine tutte maculate, i bottegai, i commessi, i facchini, con le labbra ancora rosse di pomodoro, o lucide di strutto, contrattavano due soldi di frutta, per finire il proprio pranzo; due operai, innanzi alla litografia Martello, le cui piccole macchine da biglietti di visita si erano chetate, affettavano gravemente un popone giallastro; mentre, sulla soglia di un portoncino, due sartine aspettavano, chiacchierando, che passasse il venditore di pizza, la schiacciata coperta di pomodoro, di aglio e di origano, cotta al forno e venduta a tre centesimi, a un soldo, a due soldi il pezzo. Il pizzaiuolo, infatti, passò, ma portava sotto il braccio la tavoletta di legno, tutta unta di olio, senza neppure un pezzetto di pizza: aveva venduto tutto e se ne andava a mangiare egli stesso, giù, nel quartiere di Porto, dove era la sua pizzeria. Le due sartine, deluse, si consigliarono fra loro: una di queste, bionda, con un’aureola d’oro intorno al delicato viso bianco, si mosse, con quel passo ondulante che mette come una nota orientale nella seduzione muliebre napoletana, e risalendo la via di Santa Chiara, chinando il capo per non farsi ferire in faccia dal sole, entrò nel vicolo dell’Impresa, dirigendosi verso la negra bottega del vinaio che fa anche l’oste, quasi dirimpetto al palazzo dell’Impresa; andava a comperare un po’ di roba da mangiare, per sé e per la sua compagna.

Anche il vicolo dell’Impresa si era fatto deserto, dopo il mezzogiorno, in cui tutti rientrano nelle case e nelle botteguccie per pranzare, in cui il caldo estivo cresce, cresce, e la controra, il periodo della giornata napoletana che equivale alla siesta spagnuola, comincia col cibo, col riposo, col sonno delle persone stanche. La sartina, un po’ intimidita dall’oscurità della cantina, donde un fiato acido di vino usciva, si era fermata sulla soglia, ammiccando; e guardava in terra, prima di entrare, sentendo come un pericolo di botola aperta, di sotterraneo, dalla negra bocca schiusa. Ma il garzone del cantiniere si avanzò verso lei, per servirla.

- Dammi qualche cosa da mangiare col pane, - diss’ella, dondolandosi un poco.

- Pesce fritto?

- No.

- Un po’ di baccalà, con la salsa?

- No, no, - disse ella, disgustata.

- Una zuppa di trippa?

- No, no.

- E che volete, allora? - domandò il garzone, un po’ infastidito.

- Vorrei… vorrei tre soldi di carne, la mangeremo col pane, Nannina e io, - disse ella con una graziosa smorfia di golosità.

- Non cuciniamo carne, oggi; è sabato. Solo la trippa, per chi non ci crede, al sabato.

- E dammi questo baccalà, - mormorò ella, reprimendo un sospiro.

Ora guardava curiosamente nel cortile dell’Impresa, mentre il garzone era scomparso nelle profondità nere della cantina, a prendere il baccalà. Un po’ di sole, penetrando, dall’alto, imbiondiva quel cortile: e, ogni tanto, qualche ombra feminile o maschile lo attraversava. Antonetta, la sartina, guardava sempre, mentre canticchiava sottovoce una nenia popolare, dondolandosi un poco.

- Ecco il baccalà, - disse il garzone, tornando.

Lo aveva messo in un piattello: erano quattro grossi pezzi che si disfacevano a faldette, in un sugo rossastro e fortemente punteggiato di pepe; il sugo, ondeggiando, lasciava delle traccie gialle di olio, sulla cornice del piattello bigio.

- Ed ecco i tre soldi, mormorò Antonetta, cavandoli dalla tasca. Ma rimaneva col piatto in mano, guardando il baccalà che si sfaldava nella broda.

- Se pigliassi un terno, - disse, mentre si avviava tenendo delicatamente il piattello, - vorrei cavarmi la voglia di mangiar carne, ogni giorno.

- Carne e maccheroni, - ribatté, ridendo, il garzone.

- Già: maccheroni e carne! - gridò trionfalmente la sartina, con gli occhi sempre fissi sul piattello, per non far cadere il sugo.

- Mattina e sera! - strillò, dalla soglia, il garzone.

- Mattina e sera! - strillò Antonetta.

- Vi dovete raccomandare a quel ragazzo, - urlò allegramente il garzone del cantiniere, accennando con gli occhi al cortile dell’Impresa.

- Torno più tardi, - disse, dall’angolo della strada, la sartina. - Ti porto il piatto.

Di nuovo, il vicolo dell’Impresa rimase deserto, per molto tempo. D’inverno è molto frequentato, nel pomeriggio, dai giovani studenti che escono dall’Università e prendono la scorciatoia per trovarsi in via Gesù o a Toledo; ma era estate, gli studenti si trovavano in vacanza. Pure, ogni tanto, come l’ora si avanzava, qualche persona scantonava, da via Santa Chiara o da Mezzocannone, e veniva a ficcarsi nel portone dell’Impresa; alcuni con aria guardinga, altri fingendo la indifferenza.

Uno dei primi era stato un lustrino, con la sua cassetta: un vecchio gobbo, sciancato, che sollevava la cassetta sul fianco più alto, piegato in due, avvolto in una vecchia palandrana verdastra, tutta macchie, tutta toppe, con un berretto senza visiera, abbassato sugli occhi. Sotto l’androne del palazzo dell’Impresa, il lustrino aveva deposta per terra la cassetta, egli stesso si era sdraiato per terra, come se aspettasse gli avventori: ma dimenticava di battere quei due colpi secchi della spazzola, sul legno, per richiamare la clientela: e con una lunga lista di bollette in mano, assorto profondamente, la sua faccia gialla e contorta di vecchio rachitico aveva una intensità di passione che la trasformava: mentre, innanzi a lui, come l’ora si approssimava, continuava a passar gente, e dal cortile sorgeva un brusìo di voci napoletane, fra stridule e grasse. Un uomo, un operaio, si fermò presso il lustrino; poteva avere trentacinque anni, ma era scialbo e aveva gli occhi smorti, la giacchetta buttata sulle spalle, che lasciava vedere la camicia di percalla colorata.

- Lustriamo? - domandò macchinalmente il lustrino, abbassando la lista delle sue bollette.

- Sì, proprio! - rispose l’altro sogghignando. - Ho voglia di lustro, io. Se avevo un altro paio di soldi, oggi, avrei giocato un ultimo biglietto da donna Caterina.

- Gioco piccolo? - chiese sottovoce il lustrino.

- Già: un poco al Governo e un poco a donna Caterina.

- Sono tutti ladri, tutti ladri, - soggiunse poi l’operaio masticando il suo mozzicone nero e crollando la testa, con un atto di suprema sfiducia.

- Hai fatto mezza festa, oggi? Non sei andato a tagliar guanti?

- Non ci vado mai, di sabato, - fece l’altro, abbozzando un pallido sorriso. - Vado a cercar fortuna: l’ho da trovare, un sabato mattina!

- E i denari della settimana, quando li prendi?

- Eh! - disse l’operaio, levando una spalla, - per lo più al venerdì, non ho da prender niente.

- Come fai a giocare?

- Per giocare si trova sempre. La sorella di donna Caterina, quella del gioco piccolo, denaro in prestito

- Interesse forte?

- Un soldo a lira, ogni settimana.

- Non ci è male, non ci è male, - disse il lustrino, con aria convinta.

- Io le ho da dare settantacinque lire, - rispose il tagliatore di guanti, - e ogni lunedì è una tempesta. Mi aspetta fuori la porta della fabbrica, grida, bestemmia. Michele: è proprio una strega. Ma che ci posso fare? Un giorno o l’altro prenderò un terno e la pagherò

- E del resto della vincita, che ne fai? - domandò Michele, ridendo.

- Lo so io che ne fo! - esclamò Gaetano, il tagliatore. - Col vestito nuovo, con la penna di fagiano al cappelletto, nella carrozza coi sonagli, andiamo tutti a scialare ai Due Pulcinelli, al Campo di Marte.

- O dal Figlio di Pietro, a Posillipo

- O da Asso di coppe, a Portici

- Taverna per taverna

- Carne e maccheroni

- E vino del Monte di Procida.

- Tanto, una volta sola si campa, - concluse filosoficamente il tagliatore di guanti, rialzandosi la giacchetta sulla spalla.

- Io non faccio debiti, - soggiunse, dopo un minuto di silenzio, il lustrino.

- Beato te!

- Tanto, non troverei chi mi presti un soldo. Ma gioco tutto. Non ho famiglia, posso fare quello che mi piace.

- Beato te! - ripeté Gaetano, il cui volto si era turbato.

- Tre soldi per dormire, otto o dieci soldi per mangiare, - continuò il lustrino, - e chi mi dice niente? Ah, io non l’ho voluta prendere, la moglie, io! Avevo la passione della giuocata, io, e mi basta per tutto!

- Sia ucciso chi ha inventato il matrimonio! - bestemmiò Gaetano, facendosi terreo.

Le quattro si approssimavano e il cortile dell’Impresa si riempiva di gente. In quel centinaio di metri di spazio, una folla popolana s’infittiva, chiacchierando vivacemente, o aspettando in silenzio, rassegnatamente, guardando lassù, al primo piano, la terrazzina coperta, dove si doveva fare l’estrazione. Ma tutto era chiuso, lassù, anche le imposte di legno, dietro i cristalli del grande balcone. Come altra gente arrivava, sempre, la folla giungeva sino alla muraglia del cortile: delle donne respinte, si erano accoccolate sui primi scalini della scala: qualcuna, più vergognosa, si nascondeva sotto il terrazzino, fra i pilastri che lo sostenevano, addossandosi alla porta chiusa di una grande stalla. Un’altra giovane ancora, ma dal pallido e seducente volto consumato, dai grandi occhi neri, un po’ malinconici, un po’ stravaganti, con le occhiaie livide, dalla grossa treccia nera disfatta sul collo, era salita sopra un macigno abbandonato in quel cortile, forse dai tempi in cui era stato costruito o restaurato il palazzo; e sopra, tutta magra nella sua veste ritinta di nero, che le faceva cento pieghe sullo scarno petto e sui fianchi, dondolando un piede in uno stivaletto rotto e scalcagnato, rialzandosi sulle spalle, ogni tanto, un gramo scialletto anche ritinto di nero, ella dominava la folla, guardandola coi suoi occhi abbattuti e tristi. La folla era fatta quasi tutta di gente povera: ciabattini che avevano chiuso il banchetto nello stambugio che abitavano, avevano arrotolato il grembiule di pelle intorno alla cintura, e in maniche di camicia, col berretto sugli occhi, rimuginavano nella mente i numeri giuocati, con un impercettibile movimento delle labbra; servitori a spasso, che invece di cercar padrone, consumavano le ultime lire del soprabito d’inverno impegnato, sognando il terno che di servitori li facesse diventar padroni, mentre una contrazione d’impazienza torceva loro il volto smorto, dove la barba, non più rasa, cresceva inegualmente; erano cocchieri da nolo che avevano lasciata la carrozza affidata al compare, al fratello al figliuolo, e attendevano, pazientemente, con le mani in tasca, con la flemma del cocchiere che è abituato ad aspettare delle ore il passeggiero; erano sensali di stanze mobiliate, sensali di serve, che, nell’estate, partiti i forestieri, partiti gli studenti, languivano seduti sulle loro sedie, sotto la loro tabella che è tutta la loro bottega, agli angoli dei vicoli San Sepolcro, Taverna Penta, Trinità degli Spagnuoli, e avendo giuocato qualche soldino, sottratto al cibo quotidiano, disoccupati, oziosi, venivano a udir l’estrazione del lotto; erano braccianti delle umili arti napoletane che, lasciato il fondaco, l’opificio, la bottega, abbandonato il duro e mal retribuito lavoro, stringendo nel taschino dello sdrucito panciotto la bolletta di cinque soldi, o il fascetto delle bollette di giuoco piccolo, erano venuti a palpitare innanzi a quel sogno, che poteva diventare una realtà; erano persone anche più infelici, cioè tutti quelli che a Napoli non vivono neppure alla giornata, ma ad ore, tentando mille lavori, buoni a tutto e incapaci, per mala fortuna, di trovare un lavoro sicuro e rimuneratore, infelici senza casa, senza ricovero, così vergognosamente laceri e sporchi, da fare schifo, avendo rinunziato al pane, per quella giornata, per giuocare un biglietto, sulla faccia dei quali si leggeva la doppia impronta del digiuno e dell’estremo avvilimento.

Tra la folla, anche qualche donna si distingueva: donne sciatte, senza età, come senza bellezza; serve senza servizio, mogli di giuocatori accaniti, giuocatrici esse stesse, operaie licenziate, e, fra tutte, il volto pallido e attraente di Carmela, quella seduta sul macigno, volto sfiorito, dai grandi occhi stanchi e addolorati.

Più tardi, come maggiormente si appressava l’ora dell’estrazione, e più il chiasso cresceva, fra le poche faccie smorte muliebri e i laceri vestiti di percalla scolorita a furia di troppe lavature, una assai diversa figura di donna apparve. Era una popolana alta e robusta, dal viso bruno fortemente colorito, dai capelli castani tirati su, pettinati con molta cura e la cui frangetta, sulla breve fronte, aveva anche un’ombra di cipria; i pesanti orecchini di perle scaramazze, rotondi, bianco-verdastri, le tiravano le orecchie, tanto che aveva dovuto assicurarli sopra l’orecchio, con un cordoncino di seta nera, temendo che dovessero spezzare il lobo; una collana d’oro, con un grosso medaglione d’oro, posava sul giubbetto di mussola bianca, tutto ricami e gaie di merletto; ella sollevava ogni tanto, sulle spalle, uno scialle trasparente di crespo di seta nero e allora mostrava le mani, ricche di grossi anelli d’oro sino alla metà della seconda falange. L’occhio era serio e tranquillo, con una lieve aria di quietissima audacia, la bocca composta a severità; ma nell’attraversare la folla, nell’andare a mettersi sul terzo gradino della scala, per vedere e per udire meglio, ella conservava quella inclinazione della testa, speciale delle popolane napoletane, un po’ civettuola, un po’ mistica; conservava quella ondulazione della persona così seducente sotto lo scialle, e che le borghesi napoletane perdono subito nel vestito alla moda francese. Pure, malgrado la simpatia naturale che ispirava quella figura femminile, al suo passaggio vi fu un mormorio quasi ostile e come un movimento di repulsione tra la folla. Ella ebbe un moto di disdegno, levando le spalle; e restò sola, ritta sul terzo scalino, tenendo alzato lo scialle sulle braccia, e le mani cariche di anelli incrociate sullo stomaco. Il mormorio, qua e , continuò: ella guardò la folla, due o tre volte, serenamente, anzi non senza fierezza. Le voci tacquero: le palpebre della donna batterono, due o tre volte, come per orgoglio appagato.

Ma, finalmente, su tutte le altre, su Carmela dal volto sfiorito e dai grandi occhi dolorosi, su donna Concetta dalle dita inanellate e dalla frangetta incipriata, Concetta, la bella, robusta e ricca usuraia, sorella di donna Caterina, sorella della tenitrice di gioco piccolo, sopra la folla del cortile, dell’androne, della via, una figura di donna emergeva, attirava almeno uno sguardo della gente raccolta. Era la donna, al primo piano del palazzo dell’Impresa, seduta dietro la ringhiera di un balconcino: seduta di fianco, si vedeva il suo profilo chinarsi e sollevarsi, ogni tanto, sul lucido ingranaggio d’acciaio di una macchina da cucire Singer; mentre il piede, uscendo dalla modesta gonna di percalla azzurra a pisellini bianchi, batteva metodicamente sul pedale di ferro, che si abbassava e si alzava, con moto uniforme. Fra il brusio delle voci, e i dialoghi da un capo all’altro del cortile, e lo stropiccio dei piedi, si perdeva il trillo sordo della macchina da cucire: ma sul fondo scuriccio del balcone, la figura della cucitrice si disegnava tutta, di profilo, con le mani che portavano il pezzo di tela bianca sotto l’ago saliente e discendente della macchina, col piede che piegava il pedale, instancabilmente, con la testa che si alzava e si abbassava sul lavoro, senza vivacità, ma senza stanchezza, continuamente. Di profilo si vedeva una guancia delicata, delicatamente rosea, e una grossa treccia castana modestamente ravviata e stretta sulla nuca, si vedeva l’angolo di una bocca fine, e l’ombra che le lunghe ciglia abbassate gittavano sull’alto delle guancie. La giovane cucitrice, da un’ora che la folla si addensava nel cortile, non aveva guardato che un paio di volte giù, gittandovi una breve occhiata indifferente, e riabbassando subito la testa sull’ingranaggio lucido della macchina, trasportando lentamente con le mani il pezzo di tela, perché la cucitura venisse diritta, diritta. Nulla la distraeva dal suo lavoro, né le voci, né le vive esclamazioni, né il calpestìo crescente della folla; ella non aveva guardato mai sul terrazzino coperto, dove si sarebbe proclamata l’estrazione, fra poco. La gente la guardava, di basso, la delicata e infaticabile cucitrice di bianco, ma ella proseguiva quietamente nel suo lavoro, come se neppure un eco di quella gran passione, fra segreta e palese, arrivasse sino a lei; ella sembrava così lontana, così schiva, così assorta in un mondo assolutamente staccato, diverso, che la fantasia poteva supporla più una immagine che una realtà, più una figura ideale che una persona vivente.

Ma, ad un tratto, un lungo grido di soddisfazione uscì dal petto della folla, variato in tutti i toni, saliente alle note più acute e scendente alle note più gravi: il grande balcone della terrazza si era schiuso. La gente che aspettava nella via cercò di penetrare nell’androne, quella che era nell’androne si accalcò nel cortile: vi fu come un serramento, mentre tutte le facce si levavano, prese da un’ardente curiosità, prese da un’angoscia ardente. Un grande silenzio. E guardando bene al moto delle labbra di certe donne, si vedeva che pregavano: mentre Carmela, la fanciulla dall’attraente volto consumato e dagli occhi neri infinitamente tristi, giocherellava con un cordoncino nero che le pendeva dal collo, e a cui erano attaccati una medaglina della Madonna Addolorata e un piccolo corno di corallo. Silenzio universale: di aspettazione, di stupore. Sul terrazzino, due uscieri del Regio Lotto avevano collocato un lungo e stretto tavolino coperto di un tappeto verde; e dietro il tavolino, tre seggioloni, perché vi sedessero le tre autorità: un consigliere di prefettura, il direttore del Lotto a Napoli, e un rappresentante del municipio. Sopra un altro piccolo tavolino fu collocata l’urna, per i novanta numeri. È grande, l’urna; tutta fatta di una rete metallica, trasparente, a forma di limone, con certe strisce di ottone che vanno da un capo all’altro, cingendola come i circoli del meridiano circondano la terra: sottili strisce luccicanti che ne assicurano la forza, senza impedirle la perfetta trasparenza. L’urna è sospesa, in aria, fra due piuoli di ottone, e presso un piuolo c’è un manubrio, anche metallico, che, voltato, fa rapidamente virare sul suo asse tutta l’urna. I due uscieri che aveano portato tutto questo materiale fuori il terrazzino erano vecchi, un po’ curvi, come sonnacchiosi. Anche le tre autorità, in soprabito e cappello a cilindro, sembravano annoiate e sonnolente, sedendosi dietro il tavolino: così il consigliere di prefettura dai mustacchi tinti di un nero fortissimo, che pareva avessero stinto in bruno, sul bruno volto lucido e assonnato: così un consigliere comunale, che era un giovanotto dalla barbetta scura. Questa gente si muoveva lentamente, con una misura di movimenti, con una precisione di automi, tanto che un popolano, dalla folla, gridò:

- Andiamo, andiamo!

Di nuovo, silenzio, ma vi fu un grande ondeggiamento di emozione, quando comparve sulla terrazzina il fanciulletto che doveva estrarre dall’urna i numeri dell’estrazione.

Era un fanciulletto vestito della bigia uniforme dell’Albergo dei Poveri, un povero fanciulletto del Serraglio, come i napoletani chiamano l’ospizio di quelle creature abbandonate, un povero serragliuolo senza madre e senza padre, o figliuolo di genitori che, per miseria o per crudeltà, avevano abbandonato la loro prole. Il fanciulletto, aiutato da uno degli uscieri, indossò, sull’uniforme da serragliuolo, una tunica di lana bianca: un berretto bianco, anche di lana, gli fu messo sulla testa, perché la leggenda del Lotto vuole che il piccolo innocente porti la veste bianca dell’innocenza. E lestamente salì sopra uno sgabello, per trovarsi all’altezza dell’urna. Di sotto, la folla tumultuava:

- Bel figliuolo, bel figliuolo!

- Che tu possa essere benedetto!

- Mi raccomando a te e a San Giuseppe!

- La Madonna ti benedica le mani!

- Benedetto, benedetto!

- Santo e vecchio, santo e vecchio!

Tutti gli dicevano qualche cosa, un augurio, una benedizione, un desiderio, un’invocazione pietosa, una preghiera. Il bambino taceva, guardando, con la manina appoggiata sulla rete metallica dell’urna; e un po’ discosto, appoggiato allo stipite del balcone, v’era un altro bambinetto del Serraglio, serio serio, malgrado le rosee guance e i biondi capelli tagliati sulla fronte: era il fanciulletto che doveva estrarre i numeri il sabato prossimo e che veniva per imparare, per assuefarsi alla manovra dell’estrazione e ai gridi della folla. Ma di lui nessuno si curava: era quello vestito di bianco, quello di quel giorno, a cui si rivolgevano le mille esclamazioni della gente; era la piccola anima innocente biancovestita, che faceva sorridere di tenerezza, che faceva venire le lagrime agli occhi a quella folla di esseri tormentati, e speranzosi solo nella Fortuna. Alcune donne avevano sollevato nelle braccia i propri fanciullini e li tendevano verso il piccolo serragliuolo. E le voci, tenere, appassionate, straziate, continuavano:

- Pare un piccolo san Giovanni, pare!

- Che tu possa trovare sempre grazia, se mi fai fare questa grazia!

- Core di mamma, quanto è caro!

Subito vi fu una diversione. Uno degli uscieri prendeva il numero da mettere nell’urna, lo mostrava spiegato al popolo, annunziandolo a voce chiara, lo passava alle tre autorità, che vi gettavano sopra un’occhiata distratta. Uno dei tre, il consigliere di prefettura, chiudeva il numero in una scatoletta rotonda, il secondo usciere lo passava al fanciulletto biancovestito che lo buttava subito nell’urna, dalla piccola bocca di metallo aperta. E a ogni numero che si annunziava, vi erano esclamazioni, strilli, sogghigni, risate. A ogni numero il popolo applicava la sua spiegazione, ricavata dal Libro dei sogni o dalla Smorfia, o da quella leggenda popolare che si propaga senza libri, senza figurine. Ed erano scoppii di risa, erano grassi scherzi erano interiezioni di paura o di speranza: il tutto accompagnato da un clamore sordo, come se fosse il coro in minore di quella tempesta.

- Due!

- …la bambina!

- …la lettera!

- … fammi arrivare questa lettera. Signore!

- Cinque!

- …la mano!

- … in faccia a chi mi vuol male!

- Otto!

- …la Madonna la Madonna, la Madonna!

Ma come ogni dieci numeri, chiusi nelle loro scatolette rotonde, bigie, erano stati buttati nell’urna dell’estrazione dal piccolo serragliuolo vestito di lana candida, il secondo usciere chiudeva la bocca dell’urna, e, voltando il manubrio di metallo, le imprimeva un moto di giro sul suo asse, facendo rotolare, ballare, saltare i numeri. E di giù si gridava:

- Gira, gira, vecchiarello!

- Ancora un giro per me!

- Dammi la giusta misura!

I cabalisti, quelli non parlavano, non guardavano neppure i giri dell’urna: per essi non esisteva né il bimbo innocente, né il senso dei numeri, né il giro lento o vivace della grande urna metallica: per essi esisteva solo la Cabala, la Cabala oscura e pur limpidissima, la gran fatalità, dominante, imperante, che sa tutto, che può tutto e che tutto fa, senza che niun potere, umano divino, vi si possa opporre. Essi soli tacevano, pensosi, concentrati, anzi disdegnosi di quella forte gazzarra popolare, assorti in un mondo spirituale, mistico, aspettando con una profonda sicurezza.

- Tredici!

- …le candele!

- …il candelotto, la torcia; smorziamola questa torcia!

- … smorziamo, smorziamo! - rombava il coro.

- Ventidue!

- …il pazzo!

- …il pazzarello!

- …come te!

- …come me!

- …come chi giuoca alla bonafficiata!

Il popolo si sovreccitava. Lunghi fremiti correvano per la folla, che ondeggiava come se l’agitasse lo stesso bizzarro movimento del mare. Le donne, specialmente, erano diventate nervose, convulse, e stringevano nelle loro braccia i bimbi, così fortemente da farli impallidire e piangere. Carmela, seduta sull’alto macigno, aveva la mano raggricchiata intorno alla medaglina della Madonna e al piccolo corno di corallo: donna Concetta, la usuraia, dimenticava di rialzarsi lo sciallo di crespo nero che le cadeva sui fianchi poderosi, mentre le labbra avevano un breve moto convulso. Ed era affogato, il trillo sordo della macchina da cucire, sul balcone del primo piano: niuno più si curava della infaticabile cucitrice di biancheria. La febbre del popolo napoletano nella imminenza del sogno che stava per divenir realtà, si faceva sempre più acuta, dando un più vivo e più lungo sussulto quando veniva chiamato un numero popolare, un numero simpatico:

- Trentatré!

- … anni di Cristo!

- … anni suoi!

- … questo esce.

- …non esce!

- …vedrete che esce!

- Trentanove!

- …l’impiccato!

- … nella gola, nella gola!

- …così debbo vedere chi dico io!

- …stringi, stringi!

Imperturbabili, sul terrazzino, le autorità, gli uscieri, il fanciulletto vestito di bianco, continuavano la loro opera, come se tutto quel tumulto di gente non arrivasse alle loro orecchie: solo l’altro bimbo, nuovo a quello stravagante spettacolo, guardava giù, dalla ringhiera, stupito, pallido, con le rosse labbrucce gonfie, come se volesse piangere: piccola anima inconscia e smarrita fra il turbine della profonda passione umana. L’operazione, sul terrazzino, procedeva con la massima calma: a ogni nuova diecina di numeri messi nell’urna, l’usciere la faceva girare più a lungo, facendo ballare e saltellare le pallottoline allegramente fra la trasparente rete di metallo.

Non si scambiava una parola, lassù, non un sorriso: la febbre restava all’altezza delle persone, nel cortile, non saliva al primo piano. Giù, adesso, le persone più serie ridevano convulsamente, sottovoce, crollavano il capo, come se si fosse loro comunicato il morbo nella forma più chiassosa. L’operazione parve si affrettasse, verso la fine. Nuovi gridi accolsero il settantacinque che è il numero di Pulcinella e il settantasette che è quello del diavolo; ma un lungo, lunghissimo applauso salutò il novanta, l’ultimo numero, anzitutto perché era l’ultimo, poi perché il novanta è un numero estremamente simpatico: novanta fa la paura: novanta fa il mare: novanta fa il popolo: e insieme ha altri cinque o sei significati, tutti popolari. Tutti applaudivano, nel cortile, uomini, donne, fanciulli, al gran novanta, che è l’omega del lotto. Poi, subito, come per incanto, un silenzio profondo si fece: una immobilità arrestò tutti quei corpi, tutte quelle facce, - la gran gente convulsa parve pietrificata nei sentimenti, nella parola, negli atti, nella espressione.

Il primo usciere, quello che aveva dichiarato i novanta numeri, accostò alla balaustra una tabella di legno, lunga e stretta, a cinque caselle vuote, simile a quella dei bookmakers sui campi delle corse, mentre l’altro usciere dava gli ultimi giri all’urna riempita di tutti i novanta numeri. La tabella era voltata verso il popolo. Poi il consigliere scosse un campanello: il giro dell’urna si arrestò: il terzo usciere mise una benda sugli occhi del bimbo biancovestito; costui lestamente immerse la manina nell’urna aperta e cercò un momento, un momento solo, cavando subito una pallina col numero. Mentre questa pallina passava di mano in mano, giù, da quei petti pietrificati, da quelle bocche pietrificate, uscì un sospiro cupo, tetro, angoscioso.

- Dieci, - gridò l’usciere, dichiarando il numero estratto e mettendolo subito nella prima casella.

Mormorio e agitazione fra il popolo: tutti coloro che avevano sperato nel primo estratto erano delusi.

Nuova scossa di campanello: il bimbo immerse, per la seconda volta, la manina delicata nell’urna.

- Due, - gridò l’usciere, dichiarando il numero estratto e mettendolo nella seconda casella.

Al crescente mormorio qualche bestemmia soffocata si aggiunse: tutti quelli che avevano giuocato il secondo estratto erano delusi: tutti quelli che avevano sperato di prendere quattro numeri erano delusi: tutti quelli che avevano giuocato un grosso temo secco cominciavano a temere fortemente la delusione. Tanto che, quando per la terza volta la manina del fanciulletto penetrò nell’urna, qualcuno gridò, angosciosamente:

- Cerca bene, scegli bene, bambino!

- Ottantaquattro, - gridò l’usciere, dichiarando il numero e collocandolo nella terza casella.

Qui scoppiò il grande urlo d’indignazione, fatto di bestemmie, di lamenti, di esclamazioni colleriche e dolorose. Questo terzo numero, cattivo, era decisivo, era decisivo per l’estrazione e per i giuocatori. Con l’ottantaquattro erano delusi già tutti quelli che avevano giuocato il primo, il secondo e il terzo estratto; erano delusi tutti quelli che avevano giuocato la quintina, la quaterna, il terno, il terno secco, speranza e amore del popolo napoletano, speranza e desiderio di tutti i giuocatori, da quelli accaniti a quelli che giuocano una volta sola, per caso: il terno che è la parola fondamentale di tutti quei desiderii, di tutti quei bisogni, di tutte quelle necessità, di tutte quelle miserie. Un coro di maledizioni si levava, di giù, contro la mala fortuna, contro la mala sorte, contro il Lotto e contro chi ci crede, contro il governo, contro quello sciagurato ragazzo che aveva la mano così disgraziata. Serragliuolo, serragliuolo! gridavano da basso, per insultarlo, mostrandogli il pugno. Dal terzo al quarto numero passarono due o tre minuti; ogni settimana accadeva così: il terzo numero era l’espressione paurosa della infinita delusione popolare.

 - Settantacinque, - dichiarò con voce più fiacca l’usciere, mettendo il numero estratto nella quarta casella.

Tra le voci irose che non si calmavano, qualche fischio risuonò, vendicativo. Le ingiurie piovevano sul capo del bimbo; ma le maggiori imprecazioni erano contro il Lotto dove non si può vincere mai, mai, dove tutto è combinato perché non si vinca mai, mai, specialmente per la povera gente.

- Quarantatrè, - finì di proclamare l’usciere, collocando il quinto ed ultimo numero.

E un ultimo soffio di collera, fra il popolo: niente altro. In un momento, dal terrazzino scomparve tutta la fredda macchina del lotto: sparvero i due bimbi, le tre autorità, l’urna con gli ottantacinque numeri e il suo piedistallo, sparvero tavolini, seggioloni, uscieri, si chiusero i cristalli e le imposte del grande balcone, in un momento. Sola, ritta, accosto alla balaustra, rimase la crudele tabella, coi suoi cinque numeri, quelli, quelli, la grande fatalità, la grande delusione.

Con molta lentezza, a malincuore, la folla si diradava nel cortile. Sui più esaltati dalla passione del giuoco aveva soffiato il vento della desolazione e li aveva abbattuti, come se avessero le braccia e le gambe spezzate, la bocca amara di bile: quelli che avevano giuocato tutt’i loro denari, quella mattina, non sentendo più il bisogno di mangiare, di bere, di fumare, nutrendosi vividamente delle visioni di cuccagna nella fantasia, sognando per quella sera di sabato e per la domenica e per tutti i giorni successivi, tutta una spanciata di pranzi grassi e ricchi, divorati in immaginazione, tenevano mollemente le mani nelle tasche vuote, e negli occhi desolati si dipingeva il fisico, l’infantile dolore di chi sente i primi crampi della fame e non ha, sa di non poter avere il pane per chetare lo stomaco: altri, i più folli, caduti dall’altezza delle loro speranze in un momento, provavano quel lungo minuto di pazzia angosciosa, quando non si vuol credere, no, non si può credere alla sventura e gli occhi hanno quello sguardo smarrito che non vede più la forma delle cose e le labbra balbettano parole incoerenti - ed erano questi folli disperati che ancora figgevano gli occhi sulla tabella dei cinque numeri, come se non potessero ancora convincersi della verità, e macchinalmente confrontavano i cinque numeri, con la lunga lista bianca delle loro bollette da giuoco: - e i cabalisti, infine, non se ne andavano ancora, discutendo fra loro come tanti filosofi, come tanti loici, sempre concentrati nell’alta matematica del lotto, dove vivono le figure, le cadenze, le triple, la ragione algebrica del quadrato maltese e le immortali elucubrazioni di Rutilio Benincasa .

Ma in quelli che se ne andavano, come in quelli che restavano , inchiodati dalla loro passione, in quelli che discutevano furiosamente, come in quelli che abbassavano la testa, smorti, perduti di coraggio, senza più forza di agire e di pensare, variava la forma della desolazione, ma la sostanza della desolazione era la stessa, profonda, intensa, faciente sanguinare le più intime fibre, intesa a distruggere le stesse sorgenti dell’esistenza.

Il lustrino Michele, lo sciancato, sempre seduto per terra, con la sua cassetta nera fra le gambe contorte, aveva udito l’estrazione senza levarsi, nascosto dietro le persone che si accalcavano. Ora, mentre la folla sfilava pian piano, egli avea chinato il capo sul petto e la gialla tinta del suo volto di vecchio rachitico si era colorata di verde, come se tutta la bile gli fosse salita al cervello.

- Niente? - domandò una voce sorda accanto a lui.

Egli levò macchinalmente gli occhi bigi dalle palpebre rosse e vide Gaetano, il tagliatore di guanti, che mostrava nel volto scialbo l’accasciamento degli esaltati delusi.

- Niente, - disse breve breve il lustrino, riabbassando gli occhi.

- E niente pur io. Ci hai cinque o sei soldi, per combinazione, compare? Lunedì te li ridò.

- Chi me li ? Se ne hai dieci, facciamo cinque per ciascuno, - mormorò disperatamente il lustrino.

- Addio, compare, - disse, con voce rude, il tagliatore di guanti.

- Addio, compare, - rispose, nel medesimo tono, il lustrino sciancato.

Ma mentre Gaetano si allontanava, sotto il portone, passò accanto a lui, seria, lenta, con gli occhi abbassati, donna Concetta, dalla catena d’oro che le ondeggiava sul petto e dalle mani inanellate.

- Avete guadagnato nulla, Gaetano? - domandò ella, con un lieve sorriso.

- Ho preso una saetta che mi colga! - gridò lui, esasperato dal trovarsi accanto l’usuraia, che gli ricordava tutta la sua miseria, esasperato dalla domanda in quel momento.

- Va bene, va bene, - ribatté ella, freddamente. - Ci vediamo lunedì, non vi dimenticate.

- Non me lo dimentico, no, vi tengo in cuore, come la Madonna, - le gridò appresso, lui, con voce fischiante.

Ella crollò il capo, andandosene. Non veniva per interessi suoi, perché ella non giuocava mai; e neppure per tormentare qualche suo debitore, come Gaetano; veniva per interesse di sua sorella, donna Caterina, la tenitrice di giuoco piccolo, che non osava presentarsi , in pubblico. Donna Caterina comunicava a sua sorella i numeri che più temeva, cioè quelli che più erano stati giuocati da lei e per cui avrebbe dovuto pagare più forti somme: se questi numeri temuti uscivano, allora donna Concetta spiccava un ragazzino a sua sorella, la quale era pronta a far fagotto, per non pagare nessuno. Già tre volte aveva fatto fallimento così, col denaro delle giuocate in tasca, donna Caterina: ed era fuggita una volta a Santa Maria di Capua, una volta a Gragnano, una volta a Nocera dei Pagani, restandovi un paio di mesi; ed aveva avuto il coraggio di ritornare, affrontando i giuocatori delusi, con alcuni servendosi dell’audacia, ad altri dando pochi soldi, ricominciando il giuoco, mentre i rubati, i truffati, i delusi, ritornavano a lei, incapaci di denunziarla, ripresi dalla febbre, o tenuti in rispetto da donna Concetta, a cui tutti dovevano del denaro; e la speculazione continuava, il denaro passava da una sorella all’altra, dalla tenitrice di banco che sapeva fallire a tempo, alla strozzina che osava affrontare i più malintenzionati fra i suoi debitori.

Né questa fuga era considerata come un delitto, come un furto, da donna Caterina e dalla sua clientela; forse che, più in grande, non fa così anche il governo, che ha assegnato una dote di sei milioni per ogni estrazione e per ogni ruota delle otto, e quando, per una rarissima combinazione, le vincite sorpassano i sei milioni, non fallisce anche il governo, diminuendo l’entità delle vincite? Oh, ma quel giorno non vi era bisogno, per donna Caterina, di fallire, di fuggire; i numeri estratti erano così cattivi, che non aveva vinto nessuno dei suoi giuocatori, forse; e donna Concetta se ne risaliva pian piano, per via Santa Chiara, senz’affrettarsi, sapendo che quello era un sabato desolante per tutta Napoli che giuoca, e preparandosi alle sue battaglie di usuraia, del lunedì. Le passavano accanto, tutte quelle creature infelici, dalle speranze infrante: ed ella crollava il capo, saggiamente, su quelle aberrazioni umane, stringendo i lembi dello scialle di crespo nero, fra le mani inanellate. Una donna che veniva in giù, rapidamente, tirandosi dietro una bimba e un bimbo, portando una creaturina da latte sulle braccia, la sfiorò, la oltrepassò, entrò nel cortile dell’Impresa, dove ancora qualche persona si tratteneva.

Era una donna poverissimamente vestita, con una veste di percalla così sfrangiata e fangosa, che faceva pietà e disgusto; con un lembo sfilacciato di scialletto di lana, al collo; e nella faccia così scarna, così consunta, coi denti così neri e coi capelli così radi, che i suoi figli, i suoi tre figli, non laceri, non sporchi, e bellini, pareva non le appartenessero. Il lattante, un po’ gracile solamente, le abbassava il capo sulla spalla, per dormire: ma la poveretta era così agitata, che non gli badava più. E vedendo Carmela, sua sorella, seduta sempre sull’alto macigno, con le mani abbandonate in grembo, la testa abbassata sul petto, sola sola, come immobilizzata in un dolore senza parola, le andò vicino:

- Oh, Carmela!

- Buon giorno, Annarella, - disse Carmela, trasalendo, abbozzando un pallidissimo sorriso.

- Stai qua anche tu? - chiese, con una intonazione di sorpresa dolorosa.

- Eh… già, - rispose Carmela, con un cenno di rassegnazione.

- Hai visto Gaetano, mio marito? - domandò ansiosamente Annarella, facendo scivolare dalla spalla sul braccio la testolina del suo lattante, perché potesse addormentarsi più comodamente.

Carmela levò i suoi grandi occhi sul volto della povera sorella, ma la vide così disfatta, così brutta di miseria e di privazioni, così già vecchia, così sacra di già alla malattia e alla morte, così disperata in quella domanda, che non osò dirle la verità. Sì, aveva visto Gaetano, il tagliatore di guanti, suo cognato, lo aveva visto prima fremente e ansioso, poi pallido e accasciato; ma sua sorella, ma il gracile lattante addormentato, ma i due altri fanciulletti, che si guardavano curiosamente intorno, le facevano troppa pietà. Ella mentì.

- Non l’ho visto per niente, - disse, chinando gli occhi.

- Ci doveva essere, - mormorò Annarella, con la sua voce rauca e lenta.

- Ti assicuro che non vi era affatto.

- Non lo avrai visto, - ripetè Annarella, ostinata nella sua dolorosa incredulità. - Come poteva non venire? Qua viene ogni sabato sorella mia. Può essere che a casa sua, con queste sue creature, non ci sia; può essere che alla fabbrica dei guanti, dove si può guadagnare il pane, non vi sia; ma non può essere, che non sia qui il sabato, a sentire che numeri escono; qui sta la sua passione e la sua morte, sorella mia.

- Gioca assai, non è vero? - disse Carmela, che si era fatta pallidissima e aveva le lagrime negli occhi.

- Tutto quello che può e anche quello che non può. Potremmo vivere alla meglio, senza cercare nulla a nessuno; ma invece, per questa bonafficiata, siamo pieni di debiti e di mortificazioni, e mangiamo, ogni tanto, così, quando porto io un pezzo di pane a casa. Ah, queste creature, queste creature, queste povere creature!

E la voce era così maternamente straziata, che Carmela lasciava scendere le sue lagrime lungo le guance, vinta da uno infinito struggimento di pietà. Adesso erano quasi sole, nel cortile.

- E tu, perché ci vieni, a sentire questa bonafficiata?- domandò a un tratto Annarella, presa da una collera contro tutti quelli che giuocavano.

- Eh, che ci vuoi fare, sorella mia? - disse l’altra, con la sua armoniosa voce infranta; - che ci vuoi fare? Tu lo sai che vorrei vedervi tutti contenti, mamma nostra, te, Gaetano, le creature tue e Raffaele, l’innamorato mio e…un’altra persona; tu lo sai che la vostra croce è la mia croce, e che non ho un’ora di pace, pensando a quello che soffrite. Così, tutto quello che mi resta, di quello che guadagno, lo giuoco. Un giorno o l’altro, il Signore mi deve benedire, debbo prendere un terno…allora, allora, vi tutto a voi, tutto vi .

- Oh, povera sorella mia! povera sorella! - disse Annarella, presa da una malinconica tenerezza.

- Deve venire quel giorno, deve venire… - susurrò l’appassionata, come se parlasse a sé stessa, come se già vedesse quella giornata di benessere.

- Possa passare un angiolo e dire amen - mormorò Annarella, baciando la fronte del suo lattante. - Ma dove sarà Gaetano? - riprese, vinta dalla sua cura.

- Di’ la verità, Annarella, - chiese Carmela, scendendo dal macigno e avviandosi per andarsene, - non hai niente da dare, ai bambini, oggi?

- Niente, - disse con quella voce fioca.

- Prendi questa mezza lira, prendi, - disse l’altra, cavandola dalla tasca e dandogliela.

- Iddio te lo renda, sorella mia.

E si guardarono, con tanta mutua pietà che, solo per vergogna di chi passava nel vicolo dell’Impresa, non scoppiarono in singhiozzi.

- Addio, Annarella.

- Addio, Carmela.

La fanciulla appassionata depose un lieve bacio sulla fronte del bimbo dormiente. Annarella, col suo passo molle di donna che ha fatto troppi figli e che ha troppo lavorato, se ne andò per il chiostro di Santa Chiara, tirandosi dietro gli altri due figlietti, il bimbo e la bimba. Carmela, stringendosi nel gramo e scolorito scialletto nero, trascinando le scarpe scalcagnate, scese verso il larghetto dei Banchi Nuovi. Fu soltanto che un giovanotto pulitamente vestito, coi calzoni stretti al ginocchio e larghi come campane sul collo del piede, con la giacchetta attillata, e il cappelletto sull’orecchio, la fermò, guardandola coi suoi freddi occhi di un azzurro chiaro e stringendo sotto i piccoli baffi biondi le labbra vivide, come quelle di una fanciulla. Fermandosi, prima di parlargli, Carmela guardò il giovanotto, con tale intensità di passione e di tenerezza che parve lo volesse avvolgere in una atmosfera di amore. Egli non sembrò addarsene.

- Ebbene? - chiese egli, con una vocetta fischiante, ironica.

- Niente! - disse lei, aprendo le braccia con un gesto di desolazione; e per non piangere, teneva la testa china, si guardava la punta degli stivaletti che avevano perduto la vernice e mostravano, dalle scuciture, la fodera già sporca.

- E che ti pare! - esclamò il giovanotto, irosamente. - La femmina sempre femmina è.

- Che colpa ci ho io, se i numeri non sono usciti? - disse umilmente, dolorosamente la fanciulla appassionata.

- Dovresti cercarli, i buoni; andare dal padre Illuminato che li sa, e li dice solo alle donne; andare da don Pasqualino, quello che lo assistono gli spiriti buoni, e saperli, i numeri. Figliuola mia, levatelo della testa che io possa sposare una straccioncella come te…

- Lo so, lo so…- mormorò quella umilmente. - Non me lo dire più.

- Pare che te lo dimentichi. Senza denari non si cantano messe. Salutiamo!

- Non vieni stasera, dalla parte di casa mia? - osò chiedere, ella.

- Ho da fare; debbo andare con un amico. A proposito, me le presti un paio di lire?

- Ne ho una sola, una sola…- esclamò lei, tutta rossa, mortificata, cavando la lira timidamente dalla tasca.

- Possa morire uccisa la miseria! - bestemmiò lui, masticando il suo mozzicone di sigaro napoletano. - qua. Cercherò di accomodare alla meglio le cose mie.

- Non ci passi, per casa? - pregò lei con gli occhi, con la voce.

- Se ci passo, passerò assai tardi.

- Non importa, non importa, ti aspetto al balconcino, - disse lei, crollando il capo, ostinata, in quella umiliazione della sua anima e della sua persona.

- E non mi posso fermare

- Ebbene, fischia; fa un fischio, io ti sento e mi addormento più quieta, Raffaele. Che ti fa, passando, di fischiare?

- E va bene, - annuì lui, con indulgenza, - va bene. Addio, Carmela.

- Addio, Raffaele.

Si fermò a vederlo andar via, rapidamente, dalla parte della via Madonna dell’Aiuto; le scarpette verniciate scricchiolavano, il giovanotto camminava con quel passo di fierezza che è speciale ai popolani guappi.

- La Madonna lo possa benedire, per quanti passi , - mormorò la fanciulla, fra sé, teneramente, andandosene. Ma, camminando, si sentiva fiacca e scorata; tutte le amarezze di quella perfida giornata, le amarezze che ella soffriva per amore degli altri, le amarezze di sua madre che faceva la serva a sessant’anni, di sua sorella che non aveva pane per i suoi figli, di suo cognato che si faceva trascinare alla rovina, del suo fidanzato che avrebbe voluto veder felice e ricco come un signore e a cui mancava sempre la lira in tasca, tutte queste amarezze e altre, più profonde ancora, e la più grande, la più profonda ancora, la più desolante fra le amarezze, quella della propria impotenza, tutte le si versavano dall’anima nel sangue, le salivano alle labbra, agli occhi, al cervello. Oh non bastava che ella lavorasse, in quel nauseante mestiere, alla Fabbrica dei tabacchi, per sette giorni alla settimana: non bastava che non avesse né un vestito decente, né un paio di scarpe non rotte, tanto che alla Fabbrica non la vedevano bene; non bastava che ella digiunasse, quattro volte su sette, nella settimana, per dare la lira a sua madre, le due lire a Raffaele, la mezza lira a sua sorella Annarella e tutto il resto, quando ce n’era, al giuoco del lotto; era inutile, inutile, non avrebbe mai fatto niente, per quelli che amava; non valevano né la fatica, né la miseria, né la fame; nulla serviva a nulla. E mentre scendeva per i gradini di San Giovanni Maggiore, a Mezzocannone, approssimandosi alla sua più dolorosa tappa, ella si sarebbe uccisa, tanto si sentiva misera, impotente, inutile. Pure, andava: e fu in un larghetto remoto dei Mercanti, un larghetto che sembrava una corticella di servizio, che si fermò, appoggiandosi al muro come se non potesse andare più avanti.

Il larghetto era sporco di acque sudicie, di cortecce di frutta, di un cappellaccio feminile, sfondato, buttato in un cantuccio; e delle finestre di un primo piano, tre avevano le gelosie verdi socchiuse, lascianti passare solo uno spiraglio di luce: piccole finestre meschine e gelosie stinte, su cui la polvere, l’acqua e il sole avevano lasciato le loro impronte; portoncino piccolo, dal gradino sbocconcellato e umido, dall’androne stretto e nero come un budello. Carmela vi guardava dentro, con gli occhi spalancati da un sentimento di curiosità e di paura. Una donna piuttosto vecchia, una serva, ne uscì, sollevando la gonna per non insudiciarsi nel rigagnolo. Carmela, certo, la conosceva, perché le si rivolse francamente:

- Donna Rosa, volete chiamare Maddalena?

Quella la squadrò, per riconoscerla: poi, senza rientrare in casa, dal larghetto chiamò, verso le finestre del primo piano:

- Maddalena, Maddalena!

- Chi è? - rispose una voce roca, dall’interno.

- Tua sorella ti vuole; scendi.

- Ora vengo - disse la voce, più piano.

- Grazie, donna Rosa, - mormorò Carmela.

- Poco a servirvi, - rispose l’altra, brevemente, allontanandosi.

Maddalena si fece aspettare due o tre minuti; poi un rumore cadenzato di tacchi di legno si udì per l’androne ed ella comparve. Portava una gonnella di mussola bianca, con un’alta balza di ricamo anche bianco: un giubbetto di lana color crema, molto attillato, con nodi di nastro, di velluto nero, alle maniche, alla cintura, sui fianchi: e uno sciallino di ciniglia color di rosa, al collo, - la gonna lasciava vedere gli scarponcini di pelle lucida, dai tacchi molto alti, e le calzette di seta rossa.

Ella rassomigliava, nel volto, tanto ad Annarella quanto a Carmela; ma i capelli bruni, rialzati, pettinati bene, fermati da forcelle bionde di scaglia, ma le guancie un po’ smorte, coperte di rossetto, facevano dimenticare ogni rassomiglianza con Annarella e la rendevano assai più seducente di Carmela. Le due sorelle non si baciarono, non si toccarono la mano, ma si scambiarono uno sguardo così intenso che valse per ogni parola e per ogni cenno.

- Come stai? - disse con voce tremula Carmela.

- Sto bene, - fece Maddalena, crollando il capo, come se non fosse la salute quella che importasse. - E mamma come sta?

- Come una vecchiarella

- Povera mamma, poveretta!… Annarella, come sta?

- Oh quella sta piena di guai

- Miseria, eh?

- Miseria.

Sospirarono ambedue, profondamente. Quando si guardavano, era un rossore e un pallore che tramutava loro il viso.

- Anche oggi, mala nova ti porto, Maddalena, - disse finalmente Carmela.

- Niente, eh?

- Niente.

- È cattiva sorte la mia, - mormorò Maddalena, a bassa voce. - Ho fatto tanti voti alla Madonna, non già all’Immacolata, che non sono degna neppure di nominarla, ma all’Addolorata che capisce e compatisce la mia disgrazia… ma niente, niente ci ha potuto!…

- La Madonna Addolorata ci farà questa grazia, - disse piano, Carmela, - speriamo quest’altro sabato.

- Così speriamo, - rispose l’altra, umilmente.

- Addio, Maddalena.

- Addio, Carmela.

Maddalena voltò le spalle e col suo passo, cui facevano da ritmo i tacchetti di legno, scomparve nell’androne: allora solo Carmela fece per slanciarsele dietro per richiamarla; ma quella era già in casa. La fanciulla se ne andò, correndo, stringendosi convulsamente nello scialle, mordendosi le labbra per non singhiozzare. Oh tutte le altre amarezze, tutte, anche quel sabato senza pane, non erano niente di fronte a quella che si lasciava dietro, ma che veniva anche con sé, eterna avvelenatrice, vergogna eterna del suo cuore.

.  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  . 

Alle cinque e mezzo il cortile dell’Impresa era perfettamente vuoto e silenzioso; non vi entrava più nessuno, neanche per guardare quella solitaria tabella dei cinque numeri estratti; i cinque numeri erano già stati affissi a tutti i botteghini di lotto di Napoli e innanzi a ognuno, per tutta la città, vi era un gruppo di gente ferma. Niuno entrava più nel cortile dell’Impresa; la folla sarebbe ritornata solo fra sette giorni. Allora uno scalpiccìo si fece udire. Era un usciere del Lotto, che si menava per mano i due bambini dell’Albergo dei Poveri; quello che aveva estratto i numeri e quello che li doveva estrarre il sabato venturo; l’usciere li riportava all’Ospizio, dove avrebbe consegnato le venti lire di pagamento settimanale che fa il Regio Lotto al bimbo che estrae i numeri. I due fanciulletti sgambettavano dietro all’usciere, cinguettando allegramente; la cucitrice di bianco, che lavorava alla sua macchina, levò il capo e sorrise loro. Poi ricominciò a battere col piede sul pedale e a condurre il pezzo di tela, diritto, sotto l’ago; seguitò quietamente, instancabilmente, figura umile e pura del lavoro.

 


 


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