Matilde Serao: Raccolta di opere
Matilde Serao
Il paese di cuccagna
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6 - DONNA CATERINA E DONNA CONCETTA; - L’USURAIA E LA TENITRICE DI GIOCO PICCOLO

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6 - DONNA CATERINA E DONNA CONCETTA; - L’USURAIA E LA TENITRICE DI GIOCO PICCOLO

 

Le due sorelle, donna Caterina e donna Concetta, erano sedute dirimpetto, da un lato e dall’altro della tavola da pranzo: mangiavano in silenzio, con gli occhi bassi, chinandosi ogni tanto ad asciugare le labbra unte a un lembo della tovaglia, tutta chiazzata di vino azzurrigno. Sulla tavola, fra loro due, stava un gran piatto dagli orli rialzati, pieno di maccheroni conditi con olio, alici salate, e aglio, il tutto soffritto vivacemente nel tegame e buttato sulla pasta bollita, un momento prima di mangiare: le due donne, ogni tanto immergevano la forchetta nei maccheroni lucidi di olio e ne tiravano nel proprio piatto, ricominciando a mangiare. Sulla tavola, vi era anche una grossa ciambella di pane biancastro, poco cotto, il tortano, che esse spezzavano con le mani, aiutandosi con esso a mangiare i maccheroni; una bottiglia di vetro verdastro, piena di un vinetto rossigno che dava riflessi azzurrastri; due bicchieri di vetro, molto grandi, e una saliera anche di vetro: niente altro. Le due sorelle si servivano di forchette di piombo e di coltelli grossolani, col manico nero: ogni tanto, spezzando un pezzo di pane, lo bagnavano nell’olio soffritto, al fondo del grande piatto: Caterina, la tenitrice di gioco piccolo, che era un po’ più rozza, che vedeva meno gente, che viveva quasi una vita furtiva, metteva il pane con le mani, nella concia dei maccheroni: Concetta che era più fine, che andava sempre in giro, che trattava con tanta gente, per bagnare il suo pane nell’olio con le alici, lo metteva delicatamente in punta alla forchetta e lo mangiava a piccoli morsi, dopo averlo guardato. Anzi, a un certo momento, Concetta, avendo incontrato un aglio arrostito dalla soffrittura, lo scartò, con un gesto di disgusto. Del resto, le due sorelle conservavano la loro aria di perfetta somiglianza che era fatta più dal vestito, dai gesti, dal modo di parlare, che dalle linee della fisonomia. Ambedue, pettinate dalla stessa pettinatrice popolare, a due soldi la pettinatura, avevano i capelli stirati sul sommo del capo, con la treccia fermata da grosse forcinelle di falsa tartaruga, con la frangetta spiovente sulla fronte e leggermente incipriata; ambedue portavano il vestito della popolana napoletana agiata, la gonna senza tunica e il semplice corpetto attillato che conserva il nome spagnuolo di baschina; ambedue portavano la grossa catena d’oro al collo, il gioiello che non lasciavano mai, e che era il segno della loro formidabile potenza; ambedue portavano gli stivaletti di pelle, alti, coi tacchi di legno rumoreggianti; e ambedue, per pranzare, avevano lasciato il loro lavoro ordinario: - una gran coltre di cotonina rossa da una parte, di cotonina verde dall’altra, imbottita di bambagia, stesa sopra un grande telaio e che esse trapuntavano, a disegni di ruote, di stelle, di losanghe, un lavoro che compivano rapidamente, sedute una da una parte, l’altra dall’altra, col capo chino, col naso sul disegno, levando ed abbassando l’ago con un movimento monotono del braccio, - e il telaio era stato respinto in fondo alla stanza: si vedevano le due sedie smosse.

Adesso, una servetta di quattordici anni, rossa di capelli, bianchissima di viso e macchiata di lentiggini, era venuta a portare la seconda pietanza, un pezzo di quel formaggio di Basilicata che è piuttosto un latticinio secco, la provola, e insieme due grossi sedani. Con un’occhiata, la servetta interrogò donna Caterina, sulla sorte dei maccheroni che restavano in fondo al piatto:

- Conservane due a Menichella, - disse la tenitrice di gioco piccolo, tagliandosi una larga fetta di formaggio.

- Sissignora, - mormorò la fanticella uscendo.

Menichella era una poveraccia, di sessant’anni, a cui il figliuolo, guardia municipale, era morto in una rissa di camorristi, in piazza della Pignasecca, per un colpo di rivoltella nel ventre. Viveva di elemosina e ogni venerdì capitava a casa delle due sorelle Esposito, che le davano un piatto caldo, una mezza ciambella di pane, qualche straccio. Così facevano le sorelle Esposito, per omaggio alla bella Madonna Addolorata, di cui venerdì è il giorno. Il mercoledì facevano eguale elemosina a un povero cieco, detto Guarattelle, perché per molti anni aveva fatto il burattinaio, dedicando, le Esposito, questa carità alla Madonna del Carmine, di cui mercoledì è il giorno. E il lunedì egualmente, davano da mangiare a un bambino abbandonato, di dieci anni, di cui tutto il vicolo Rosariello di Portamedina, si occupava, procurandogli da mangiare, mentre le sorelle Esposito lo aiutavano in quel giorno fisso, a suffragio delle anime purganti, cui appartiene il lunedì. Era, in qualunque giorno, difficile che un povero battesse a quella porta, senza aver qualche cosa.

- Fatelo per san Giuseppe, di cui ricorre la giornata!

- Sia lodata la Trinità, oggi è domenica, fate elemosina.

Roba da mangiare, un bicchiere di vino, qualche straccio, i pezzenti lo portavano via, sempre: denari, mai. Le sorelle Esposito avevano troppo grande rispetto per il soldo, come esse dicevano, per farne carità; e spiegavano che era miglior carità dar da pranzo, che incitare al vizio, coi denari. I pezzenti restavano sul pianerottolo: le sorelle Esposito non li lasciavano entrare, temendo sempre pei valori che avevano in casa; portavano fuori il piatto di maccheroni, o di legumi, o di verdura; talvolta il pezzente lo mangiava sulla scala, seduto sullo scalino, borbottando delle benedizioni.

Adesso avevano mangiato il formaggio affumicato col pane, lentamente, con quel movimento un po’ caprigno delle mascelle, e strappando le successive spoglie dei sedani, le rosicchiavano con gran rumore, come frutta, per levarsi dalla bocca il sapore dell’olio. Quando ebbero finito, rimasero un po’ immobili, guardando le chiazze azzurre della tovaglia, con le mani prosciolte in grembo, nel silenzio della digestione e dei loro lunghi calcoli mentali di donne d’affari. La fanticella, Peppina, aveva portato via tutto in un baleno e dall’attigua cucina si sentiva lo strascico delle sue ciabatte, ella andava e veniva, per lavare i pochi piatti, fermandosi ogni tanto a voltare nel tegame i suoi maccheroni che ella aveva messo a soffriggere di nuovo, visto che erano freddi.

Ora le due sorelle si erano alzate e dopo avere scosso le gonne dalle molliche, erano andate a riprendere il loro posto, al telaio, curvando il capo, sollevando metodicamente la mano destra carica di anelli, tenendo la mano sinistra sotto il telaio, per trapuntare. Un tintinnìo del campanello si udì: le due sorelle scambiarono una rapida occhiata e ripresero il lavoro: esso, oltre quello che ci guadagnavano, serviva da loro paravento morale e materiale.

Due ragazze, due sartine, entrarono, spingendosi a vicenda. La prima, più coraggiosa, era la bionda Antonietta, che lavorava da una sarta a strada Santa Chiara e andava a comperare la colazione per sé e per la sua compagna Nannina, dall’oste rimpetto al palazzo dell’Impresa del Lotto; ma tutte e due erano vestite miseramente, con certe grame gonnelluccie di lanetta, una giacchetta vistosa ma povera di altro colore e uno scialletto nero che volentieri esse lasciavano cadere sulle braccia, per mostrare il busto e un fiocchetto di nastro rosa, al collo. Nannina, la più piccola, era parente delle due sorelle Esposito, ma aveva un sacro terrore delle sue zie, piene di denaro, di gioielli, che la ricevevano sempre con una meditabonda e meditata freddezza. Pure si lasciarono baciar la mano dalla nipote: le due ragazze rimasero in piedi, presso il telaio, guardando quell’alacre lavoro, come mortificate.

- Non sei andata al lavoro, oggi? - domandò donna Caterina a Nannina.

- Ci sono andata. - rispose subito, volubilmente, la fanciulla, spinta dalle gomitate di Antonietta - ma la maestra ci ha mandato a fare certe spese, qui vicino, e siccome questa compagna mia voleva cercare un favore, a voi, così siamo venute…

- Da chi lo voleva, il favore? - disse donna Concetta, levando il capo dalla coltre.

- Da voi, proprio, zia… - balbettò la nipote.

- Neh! - esclamò quella, con una profonda intonazione ironica, sorridendo e crollando il capo.

Le ragazze tacquero, guardandosi: la cosa si metteva male, dal principio. La tenitrice di gioco piccolo, subitamente disinteressata dalla questione, con un paio di forbicette tagliava l’impuntura della coltre, dove era stata già trapuntata, e la sua baschina di lanetta marrone si copriva di piccoli fili bianchi.

- Beh! avete perduta la lingua? Di che si tratta? - chiese, ridendo, donna Concetta.

- Ecco, donna Concettina, ora ve lo dico io - riprese la biondina Antonietta, mordendosi le labbra per farle diventare rosse. - Mi vorrei fare un vestito nuovo per Pasqua, e un paio di stivaletti, e comperarmi la mussola per farmi tre o quattro camicie. A stringere, a stringere cucendo io tutto, quando ho finito la giornata dalla sarta, mi servono quaranta lire. Io non le ho, quaranta lire, e per metterle da parte, mi ci vorrebbe un anno. Siccome ho saputo che siete tanto buona e fate tanti favori alla povera gente, così ho fatto un pensiero, che voi mi avreste prestato queste quaranta lire.

- Hai fatto un malo pensiero, - disse glacialmente l’usuraia.

- E perché? Io posso scontare questo debito a un tanto la settimana; guadagno venticinque soldi al giorno; non debbo dare un soldo a nessuno; domandate a Nannina vostra nepote, che mi garantisce

- Nannina dovrebbe trovare qualcuno che garantisse lei… - borbottò donna Concetta. - Ma a che ti serve questo vestito? Quello che hai addosso, non ti basta? Quando non ci sono soldi, non si fanno vestiti! Quando mia sorella ed io non avevamo soldi, non ci facevamo vestiti! Siete tutte matte, voi altre ragazze di adesso..

- Zia, zia, fateglielo questo piacere. Ci ha l’innamorato, e si vergogna di far cattiva figura, - pregò la nipote, per l’amica.

- Anch’io ci ho avuto l’innamorato, - replicò donna Concetta - e non se ne vergognava, quando io era mal vestita.

- Gli uomini di adesso sono un’altra cosa… - mormorò la bionda Antonietta. - Sicché me lo fate questo favore?

- Ragazza mia, io non ti conosco

- Io lavoro da Cristina Gagliardi, a Santa Chiara, numero 18, primo piano: abito a Strettola di Porto, numero 3, vi potete informare

Seguì un silenzio in cui, di nuovo, le ragazze scambiavano un’occhiata allarmata.

- Al più, al più, - disse levando il capo, donna Concetta - io posso darti a credito della lanetta per farti un vestito e della mussolina per queste camiciepregherò un mercante che mi conosce… un buon uomo… ma pagherai la roba di più.

- Non importa, non importa, - interruppe subito Antonietta - fate voi…

- Di che colore deve essere, questa lanetta? -chiese maternamente donna Concetta.

- O blù marino, o verde bottigliablù marino mi piace di più…

- Ti sta meglio: blù marino, fai una gran figura, - soggiunse Nannina, con aria d’importanza.

- E non si scolorisce tanto facilmente, - finì di dire donna Concetta. - Quanti metri te ne servono?

La ragazza contava fra sé, agitando le dita come se misurasse, guardandosi la persona, contando e ricontando.

- Dieci metri, sì, dieci metri basteranno

- Cinque canne? Gesù! Già, te lo vorrai fare alla moda?

- Donna Concettì, compatite… - rispose sorridendo Antonietta.

- Va bene, va bene. Per ogni camicia ci vogliono quattro metri di mussola, sarebbero in tutto sedici metri

- E le scarpe? - chiese la ragazza, esitando.

- Io non conosco calzolai, figlia mia.

- Mi darete il resto delle quaranta lire in danari, - savventurò a dire la sartina.

- Senti, figlia mia, - disse donna Concetta, - io vengo domani, che è sabato, dalla sarta a informarmi se veramente ti dànno venticinque soldi al giorno e se hai preso danaro anticipato. combino con la sarta che invece di darti la paga intiera della settimana, ogni sabato si ritenga due lire per me, per l’interesse delle quaranta lire.

- Due lire?! - esclamò la ragazza, sgomentata da tutto quel discorso.

- Già. Ne dovrei esigere quattro, un soldo a lira per settimana, ma tu sei una povera giovane e ti voglio aiutare veramente. La sarta mi le due lire, per l’interesse: tu poi, dal resto, sconti quello che vuoi del tuo debito, cinque lire, tre, due, come ti fa comodo. Hai capito?

- Sì, sì… - esclamava, terrorizzata, la ragazza.

- Più presto paghi, meglio per te. Io non desidero di meglio. Però ti avverto che se ti dovessi far pagare prima dalla sarta, o andartene via, o fare qualche altra simile birbonata, io ti arrivo, gioia mia, e ti faccio vedere chi è Concetta Esposito. Io me ne rido di andare in galera, per il sangue mio…mi sono spiegata?

- Sissignora, sissignora, - balbettava Antonietta con le lacrime agli occhi.

- Però sei sempre a tempo di non farne niente, - conchiuse donna Concetta, gelidamente, riabbassando il capo, per trapuntare la coltre.

- No, no, - strillò la ragazza, - tutto quello che volete voi. Promettetemi che venite domani, a Santa Chiara, numero diciotto?

- Ci vediamo domani, - disse licenziandola, donna Concetta.

- E portate la roba? Portate i danari?

- A questo ci debbo pensar io.

- Addio, zia, - mormorò Nannina, più pallida e più spaventata della sua amica.

- La Madonna vi accompagni, - dissero in coro le due sorelle Esposito, ricominciando a lavorare.

Le ragazze se ne andarono silenziose, a capo chino, non trovando più forza né di parlare, né di sorridere. Una donna che saliva, in fretta, le urtò, borbottò uno scusate frettoloso, e andò a bussare alla porticina delle sorelle Esposito. Era Carmela, la sigaraia dagli occhi grandi e pieni di dolorosi pensieri, dal volto consunto: prima di entrare in casa, sospirò profondamente e un rapido rossore le coprì le guancie smunte.

- È permesso? - disse, dalla saletta, con voce debole.

- Entrate, - si rispose da dentro.

- O sei tu, buona cristiana? - disse, riconoscendola, Concetta. - Di’ la verità, sei venuta a restituirmi quei denari? La coscienza ti ha rimproverato alla fine, eh? qua.

- Voi avete voglia di scherzare, donna Concetta mia, - disse la misera, abbozzando un pallido sorriso. -Se avessi trentaquattro lire, vorrei fare trentaquattro salti.

- Sono trentasette lire e mezzo, con l’interesse della passata settimana, - rettificò freddamente l’usuraia.

- Come volete voi: chi vi nega niente? Voi dite trentasette e mezzo e io pure dico così.

- Hai portato l’interesse, almeno?

- Niente niente, - disse disperatamente la ragazza, chinando la testa. - La miseria mi rosica. Sono arrivata a guadagnare una lira e cinquanta al giorno, potrei stare come una signora, ma che!

- E tu perché ti fai mangiare i denari? - domandò donna Concetta, cedendo al suo bisogno di far predica di saggezza alle sue debitrici. - Sei una bestia, ecco quello che sei.

- Ma come, donna Concè? - gridò desolatamente Carmela; non ho da dare un tozzo di pane a mia madre vecchia? Quando mia sorella crepa di miseria con tre figli, che gliene sta morendo uno, che è una pietà, io le ho da negare la mezza lira? Quando mio cognato Gaetano, con tutti i suoi vizi, non ha da fumare, gli ho da negare i cinque o sei soldi! Con che core, donna Concetta mia?

- È Raffaele che ti spolpa, è Raffaele! - canticchiò l’usuraia, infilando un’agucchiata di cotone rosso.

- E che ci volete fare? - esclamò la ragazza, aprendo le braccia - quello era nato per fare il signore. Intanto io, se non pago lunedì il padron di casa, quello mi lo sfratto. Gli ho da dare trenta lire: ma gliene potessi dare almeno dieci! Ah se mi faceste questa carità, voi!

- Tu sei pazza, figlia mia.

- Donna Concetta, donna Concetta, che vi fanno a voi, dieci lire? E io ve le restituisco, lo sapete, io non ho mai preso un centesimo a nessuno. Non mi fate buttare sulla strada, donna Concetta, fatelo per chi vi è andato in paradiso!

- No, no, no, - canterellò la copertaia.

- Sentite, sentite, - soggiunse l’altra, affannosamente, - questi orecchini che porto, furono pagati diciassette lire, quattro ducati, dalla mia comare: io ve li , non ho altro, e voi me li restituirete, quando vi avrò restituito le dieci lire.

- Io non impegno, - rispose donna Concetta, dopo aver sogguardato gli orecchini.

- Ma non è pegno: è un piacere che mi fate. Se dovessi impegnare, mi darebbero cinque o sei lire: si terrebbero l’interesse anticipato e col denaro della cartella, dello scatolino e la mezzanìa, mi resterebbero tre o quattro lire. Fatelo solo per questa volta, donna Concetta, la Madonna vi guarda dal cielo!

E convulsamente si levò gli orecchinetti di oro, un po’ vecchi, li strofinò con un lembo del grembiule e li posò delicatamente sulla coperta: li guardava ancora, intensamente, licenziandosi da loro. Donna Concetta li prese con una smorfia di disgusto: con sua sorella che aveva levato il capo, scambiarono uno sguardo: la tenitrice di gioco piccolo parve le dicesse di sì, col battere delle palpebre. Muta rigida, donna Concetta si levò, portando via gli orecchinelli, entrando nell’altra stanza del quartiné, dove dormivano le due sorelle: si udirono stridere chiavi nelle serrature, aprirsi e chiudere dei cassetti, con intervalli di silenzio. Poi, donna Concetta ricomparve. Portava nella mano due rotoletti di carta giallastra.

- Sono soldi: contali, - disse brevemente, posandoli innanzi a Carmela.

- Non importa, non importa, rispose la poveretta, tremando di emozione. - Il Padre Eterno ve lo deve rendere in tanta salute, quello che fate a me.

- Va bene, va bene. - conchiuse donna Concetta, rimettendosi al lavoro. - Ma ti avverto che io vendo gli orecchini, se non paghi.

- Non dubitate, - mormorò Carmela, andandosene. Per un poco, le due sorelle rimasero sole, trapuntando.

- Gli orecchini valgono dodici lire di oro - disse Caterina, che aveva l’occhio acuto.

- Già, - disse donna Concetta. - Ma Carmela pagherà, è una buona figliuola.

Di nuovo, si udì tinnire il campanello.

- Pare il campanello della levatrice, osservò Caterina.

Un passo strascicato si udì, col rumore come di una cassa che fosse posata per terra, in un angolo della saletta: e innanzi alle due sorelle comparve tutto storto, gobbo col fianco sollevato come se ancora tenesse la cassetta da lustrare, Michele, il lustrino. Salutò dicendo spagnolescamente: la vostra buona grazia, mentre le mille rughe del suo volto di fanciullo rachitico invecchiato, parea emanassero malizia. Le sorelle lo guardavano, pazientemente, aspettando che egli parlasse.

- Qui mi manda Gaetano Galiero, il tagliatore di guanti

- Bel galantuomo! - esclamò donna Concetta, mettendo una striscetta di carta nel suo anello da cucire, che le andava largo.

- E se non fate parlare la gente, non ci capiremo mai! - soggiunse il gobbo, filosoficamente. - Gaetano ha grandi obblighi con voi, ma voi siete una bella femmina che non vi manca giudizio e gli perdonerete le sue mancanze. Beh! quello che non accade in un anno, accade in un giorno e quando meno ve lo aspettate, Gaetano è qui, coi denari.

- Sì, sì… - dissero sogghignando le due sorelle.

- E poi lo vedrete. Ma io sono venuto per parlarvi di un affare mio. Io faccio, ringraziamo Iddio, un’arte migliore di quella che fa Gaetano: sto vicino al caffè De Angelis, alla Carità, e non faccio per dire, ma pulisco le scarpe alla miglior nobiltà di Napoli. Quello che voglio guadagnare, guadagno. Io me ne rido della malannata. Quando piove, mi metto sotto l’arco della porta, nel caffè: e più fango si fa nella strada, più scarpe pulisco. Oh belle femmine mie, se avessi la testa buona, a quest’ora sarei un signore! Mah! Ora, per combinare un affare grosso assai, che mi può far mettere la carrozza, io ho bisogno di certi soldi: e poiché voi fate di questi piaceri alla gente, sono venuto a proporvi l’affare. Mi servono quaranta lire, da scontare a tre lire la settimana. Questo, sino a quando non ho fatto la combinazione grossa, perché allora vi restituisco capitale, interesse e vi fo pure un bellissimo regalo.

- Non v’incomodate, - disse ironicamente donna Concetta.

- Se non li prestate a me, questi soldi, a chi li volete prestare? - rispose audacemente lo sciancato. - Se sto una giornata innanzi al caffè, io mi guadagno due lire, lo sapete? Neanche un giovane di barbiere può dire questo! D’altronde quel posto è la mia fortuna, è la mia bottega: se me ne vado di , non guadagno un soldo, non vi posso scappare, dunque! Domandate al caffettiere, chi è Michele. I denari vostri nelle mie mani stanno sicuri. Il caffettiere vi dirà tutto.

- Se il caffettiere garantisce per voi, io vi do i denari, - disse subito donna Concetta.

- E allora me li darebbe lui, - obbiettò lo sciancato. - No, no, Michele non ha bisogno di garanzia. Venite domani che è sabato, alle nove, dal caffettiere: e sentirete il suo discorso: e vedrete che mi date non quaranta, ma sessanta lire. Sono galantuomo, sto in faccia a un pubblico, femmine mie.

- , ci vediamo domani. Sapete l’interesse? - disse donna Concetta.

- Quello che voi volete, - replicò galantemente lo sciancato. - Anche una tazza di caffè, con una pagnottina dentro: al caffè sono padrone io! Avete comandi?

- Preghiere sempre, - mormorarono le due donne, mentre egli se ne andava. Dopo una pausa di lavoro, Caterina osservò:

- Gli hai detto di sì troppo presto.

- Farò fare la garanzia al caffettiere. Eppoi è gobbo: porta fortuna, - soggiunse donna Concetta.

- Se ci portasse fortuna, dovrebbe finire per noi questa vita così dura a scorticare, - riprese Caterina, che volentieri si lamentava della sua fortuna.

- Eh! - disse l’altra sospirando. - Non abbiamo un uomo che ci dia mano forte, mai; perciò la giustizia ce la dobbiamo fare da noi, sempre. Ciccillo e Alfonso sono due scemi, è inutile

- Che ci vuoi fare! - sospirò l’altra.

E le due sorelle, lasciando di lavorare, con le mani abbandonate sulla coperta rossa, si misero al loro segreto cruccio, a quella pena tormentosa che non confessavano a nessuno, a quei due fidanzati loro, due buoni operai dell’arsenale, i due fratelli Jannaccone, che le amavano, ma che non volevano sposarle, nessuno dei due, per il mestiere che esse facevano. Da tre anni esse combattevano quella lotta fra l’amore e il denaro, ma Ciccillo e Alfonso Jannaccone non volevano saperne: lo sposare una tenitrice di gioco piccolo e una imprestatrice di denaro a usura, li avrebbe fatti vergognare innanzi a tutto l’arsenale.

Erano due operai buoni, semplici, molto taciturni, che non spendevano la loro giornata, avevano qualche soldo da parte e venivano a passare la serata presso le due sorelle. Ostinati in quell’idea, una delle poche che avevano nel loro ingenuo cervello, nessuno slancio di amore e nessuna cupidigia di denaro arrivava a vincerne la cocciutaggine. Varie volte, le due sorelle, accanite al guadagno, offese aspramente da quel rifiuto, avevano litigato coi due fidanzati, li avevano cacciati di casa, ma per breve intervallo: la pace veniva fatta così, naturalmente. Caterina e Concetta promettevano di smettere. Ne dovevano avere del denaro e molto, da parte, le due donne, ma non ne parlavano mai: ed esse stesse, malgrado l’amore per Alfonso e Ciccillo Jannaccone, ritardavano ancora il matrimonio, per guadagnare ancora delle lire, non sapendo spezzare quel giro di affari usurarii, non volendo rinunziare ai vecchi crediti, non resistendo a crearne dei nuovi, e non intendendo la vergogna dei due innamorati, dolendosene come di una ingiustizia. Ah, pareva loro di fare atto di umanità, alle due sorelle, prestando il denaro a usura, facendo giuocare dei biglietti del lotto a un soldo e a due soldi, pareva loro atto di carità: poiché la povera buona gente napoletana, scorticata, strozzata, che prendeva il denaro da Concetta per darlo al Governo e a Caterina, le ringraziava, piangendo, benedicendole! Quando eran ben sole, nei momenti di espansione, le due sorelle si lagnavano del loro destino: altri che non fossero i due fratelli Jannaccone sarebbero stati assai felici di avere delle future spose così industriose, laboriose, con una dote: ma i due operai si ostinavano, invincibili, insistendo che non le avrebbero sposate mai, mai, se non lasciavano quel modo di guadagnar denari. Specialmente Ciccillo, il fidanzato di Caterina, la tenitrice di gioco piccolo, era duro come una pietra; anzi, ogni tanto, le diceva:

- Caterina, un giorno o l’altro tu vai in carcere.

- Pago per aver la libertà provvisoria ed esco! Poi, l’avvocato mi fa assolvere, - diceva lei, che conosceva la legge e gl’intrighi della legge.

- Se vai in carcere, non vedi più la mia faccia, - ribatteva Ciccillo, accendendo un mozzicone.

Sì, quando erano sole, sole, le due sorelle si disperavano. Ma l’amore dei quattrini era così forte, che faceva loro prorogare sempre l’epoca del doppio matrimonio. Pazientemente, i due operai aspettavano, comperando coi loro risparmi, lentamente, i mobili per mettere su casa, insieme, poiché non si erano mai divisi.

- A Pasqua, - dicevano le due sorelle, pensando di finirla con tutti i loro impegni, per quell’epoca.

- A Pasqua, - annuivano i due fratelli.

- A settembre, - dicevano esse, nell’aprile, essendosi invescate più che mai in quella rete di sordidi affari.

E sempre, quando erano sole, le due sorelle si lagnavano di essere maltrattate dal destino, di essere misconosciute dagli uomini che amavano e concludevano:

- Ciccillo e Alfonso sono due scemi. -

Ma anche in quel giorno non rimasero a lungo sole. Il triste mestiere continuò sino a sera. Venne un pittore di santi, pittore nel senso che dipingeva il volto, le mani e i piedi dei santi di legno e stucco delle mille chiese di Napoli e di provincia: un pittore malaticcio, che chiedeva denaro e a cui fu concesso solo sulla promessa che avrebbe portato, l’indomani, una statuetta della Immacolata Concezione in abito azzurro cosparso di stelle, protettrice di Concetta, l’usuraia. Venne, disperatamente, Annarella, la sorella di Carmela, a chiedere in prestito, proprio per atto di carità, due lire per quel giorno, voleva fare un po’ di brodo al suo bimbo malato: e una scena orribile avvenne, le due donne non credevano alle parole di Annarella, le voleva ancora burlare, ancora una volta, poiché ella e Gaetano suo marito avevano un grosso debito e non si vergognavano di prendersi il sangue della povera gente e di non restituirlo: Annarella strillava, piangeva, gridava che sarebbe andata a prendere il suo bambino, bruciante di febbre, per farlo vedere alle due sorelle; avrebbe fatto pietà ai sassi; e singhiozzando, gridava che anche loro avevano ragione, che tutti avevano ragione, ma che si movessero a pietà di quella creaturina che non ne aveva colpa, ora che era svezzata ella avrebbe trovato un altro mezzo servizio, se la Madonna l’aiutava: e infine, per fastidio, per non udire quei gridi, quei pianti, Concetta le diede quelle due lire, giurando e sacramentando che erano le ultime, per quanto era vero quel venerdì di marzo, in cui, forse, era morto Nostro Signore, - poiché non si sa in quale venerdì di marzo sia morto Gesù! Altra gente, fra imbarazzata, rabbiosa e dolente, venne per pagare vecchie rate d’interessi per offrire roba in pegno, per chiedere nuovo denaro; e i dibattiti passavano dalla umiltà all’asprezza, dalla minaccia alla preghiera, dalle promesse solenni alle transazioni vigliacche. Discutendo, litigando, minacciando, Concetta continuava a lavorare, dirimpetto a sua sorella, mentre veniva la sera: e non si stancava, con la parola sempre pronta ed efficace, con la frase sempre lucida, con la intuizione immediata del buono o del cattivo pagatore. Solo per un visitatore discreto, vestito pulitamente, con la faccia rasa dei servitori di buona casa, ella si levò e andò con lui, nella stanza attigua; dove parlottarono a bassa voce, qualche tempo. Si udì il solito rumore di chiavi che stridevano nelle serrature, di cassetti aperti e richiusi; il servitore uscì, con la sua aria riservata, seguito da Concetta.

- È il maestro di casa del marchese Cavalcanti? - domandò Caterina quando egli fu partito.

- Sì, - disse senz’altro Concetta.

Cadeva quella dura e faticosa giornata di venerdì. Le due sorelle, ora che annottava, avevano lasciato di trapuntare la coperta: e Caterina, per la gran giornata del sabato che era la sua, preparava certi grossi registri, scritti a caratteri informi, tutti cifre, in cui ella si raccapezzava benissimo. Sotto il lume a petrolio, chinata sovra il registro, pensando, muoveva le labbra: e Concetta, vedendola immersa nel suo grave lavoro settimanale, taceva, rispettando quella sagace preparazione, sentendo che da essa, l’indomani, sarebbero sgorgati denari, denari, denari.

 



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