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Il paese di cuccagna
1 - L’ESTRAZIONE DEL LOTTO
Dopo mezzogiorno il sole penetrò nella piazzetta dei Banchi Nuovi,
allargandosi dalla litografia Cardone alla farmacia Cappa e di là si venne
allungando, risalendo tutta la strada di Santa Chiara, dando una insolita
gaiezza di luce a quella via che conserva sempre, anche nelle ore di maggior
movimento, un gelido aspetto fra claustrale e scolastico. Ma il gran movimento
mattinale di via Santa Chiara, delle persone che scendono dai quartieri
settentrionali della città, Avvocata, Stella, San Carlo all’Arena, San Lorenzo
e se ne vanno ai quartieri bassi di Porto, Pendino e Mercato, o viceversa, dopo
il mezzogiorno andava lentamente decrescendo; l’andirivieni delle carrozze, dei
carri, dei venditori ambulanti, cessava: era un continuo scantonare per il
Chiostro di Santa Chiara, per il vicolo Foglia, verso la viuzza di
Mezzocannone, verso il Gesù Nuovo, verso San Giovanni Maggiore. Presto, la
gaiezza del sole illuminò una via oramai solitaria. I mercanti del lato destro
di via Santa Chiara - poiché il lato sinistro ha solo l’alta, chiusa, bruna
muraglia del convento delle Clarisse - mercanti di vecchi mobili
polverosi, di meschini e poveretti mobili nuovi, mercanti di stampe colorate e
di vivacissime oleografie, mercanti di santi di legno, di santi di stucco,
pranzavano, nel fondo delle loro botteghe oscure, sopra un cantuccio di
tovaglia macchiata di vino, tenendo, a fianco del largo piatto di maccheroni,
la caraffa di vetro verdastro, piena di vinello di Marano e chiusa da una
foglia di vite accartocciata. I facchini dei mercanti, seduti per terra, sulla
soglia della bottega, addentavano lungamente una pagnotta di pane, spartita in
due, contenente qualche companatico asprigno, zucchette fritte e immerse
nell’aceto, pastinache in salsa brusca, melanzane condite con aceto, pepe e
aglio: e l’odore acuto e grasso del molto pomodoro che condiva tutti quei
maccheroni, da un capo all’altro della strada, si univa a quell’odore acuto di
aceto aspro e di grossolane spezierie. Da qualche fruttivendolo che ancora
passava portando sul capo una cesta di fichi, quasi vuota, o spingendosi
innanzi un carrettino le cui ceste contenevano dei fondi di prugne violette, di
pesche duracine tutte maculate, i bottegai, i commessi, i facchini, con le
labbra ancora rosse di pomodoro, o lucide di strutto, contrattavano due soldi
di frutta, per finire il proprio pranzo; due operai, innanzi alla litografia
Martello, le cui piccole macchine da biglietti di visita si erano chetate,
affettavano gravemente un popone giallastro; mentre, sulla soglia di un
portoncino, due sartine aspettavano, chiacchierando, che passasse il venditore
di pizza, la schiacciata coperta di pomodoro, di aglio e di origano,
cotta al forno e venduta a tre centesimi, a un soldo, a due soldi il pezzo. Il pizzaiuolo,
infatti, passò, ma portava sotto il braccio la tavoletta di legno, tutta
unta di olio, senza neppure un pezzetto di pizza: aveva venduto tutto e
se ne andava a mangiare egli stesso, giù, nel quartiere di Porto, dove era la
sua pizzeria. Le due sartine, deluse, si consigliarono fra loro: una di
queste, bionda, con un’aureola d’oro intorno al delicato viso bianco, si mosse,
con quel passo ondulante che mette come una nota orientale nella seduzione
muliebre napoletana, e risalendo la via di Santa Chiara, chinando il capo per
non farsi ferire in faccia dal sole, entrò nel vicolo dell’Impresa, dirigendosi
verso la negra bottega del vinaio che fa anche l’oste, quasi dirimpetto al
palazzo dell’Impresa; andava a comperare un po’ di roba da mangiare, per sé e
per la sua compagna.
Anche il vicolo dell’Impresa si era fatto deserto, dopo il mezzogiorno, in
cui tutti rientrano nelle case e nelle botteguccie per pranzare, in cui il
caldo estivo cresce, cresce, e la controra, il periodo della giornata
napoletana che equivale alla siesta spagnuola, comincia col cibo, col
riposo, col sonno delle persone stanche. La sartina, un po’ intimidita
dall’oscurità della cantina, donde un fiato acido di vino usciva, si era
fermata sulla soglia, ammiccando; e guardava in terra, prima di entrare,
sentendo come un pericolo di botola aperta, di sotterraneo, dalla negra bocca
schiusa. Ma il garzone del cantiniere si avanzò verso lei, per servirla.
- Dammi qualche cosa da mangiare col pane, - diss’ella, dondolandosi
un poco.
- Pesce fritto?
- No.
- Un po’ di baccalà, con la salsa?
- No, no, - disse ella, disgustata.
- Una zuppa di trippa?
- No, no.
- E che volete, allora? - domandò il garzone, un po’ infastidito.
- Vorrei… vorrei tre soldi di carne, la mangeremo col pane, Nannina e io, -
disse ella con una graziosa smorfia di golosità.
- Non cuciniamo carne, oggi; è sabato. Solo la trippa, per chi non ci crede,
al sabato.
- E dammi questo baccalà, - mormorò ella, reprimendo un sospiro.
Ora guardava curiosamente nel cortile dell’Impresa, mentre il garzone era
scomparso nelle profondità nere della cantina, a prendere il baccalà. Un po’ di
sole, penetrando, dall’alto, imbiondiva quel cortile: e, ogni tanto, qualche
ombra feminile o maschile lo attraversava. Antonetta, la sartina, guardava
sempre, mentre canticchiava sottovoce una nenia popolare, dondolandosi un poco.
- Ecco il baccalà, - disse il garzone, tornando.
Lo aveva messo in un piattello: erano quattro grossi pezzi che si
disfacevano a faldette, in un sugo rossastro e fortemente punteggiato di pepe;
il sugo, ondeggiando, lasciava delle traccie gialle di olio, sulla cornice del
piattello bigio.
- Ed ecco i tre soldi, mormorò Antonetta, cavandoli dalla tasca. Ma rimaneva
col piatto in mano, guardando il baccalà che si sfaldava nella broda.
- Se pigliassi un terno, - disse, mentre si avviava tenendo
delicatamente il piattello, - vorrei cavarmi la voglia di mangiar carne, ogni
giorno.
- Carne e maccheroni, - ribatté, ridendo, il garzone.
- Già: maccheroni e carne! - gridò trionfalmente la sartina, con gli occhi
sempre fissi sul piattello, per non far cadere il sugo.
- Mattina e sera! - strillò, dalla soglia, il garzone.
- Mattina e sera! - strillò Antonetta.
- Vi dovete raccomandare a quel ragazzo, - urlò allegramente il garzone del
cantiniere, accennando con gli occhi al cortile dell’Impresa.
- Torno più tardi, - disse, dall’angolo della strada, la sartina. - Ti porto
il piatto.
Di nuovo, il vicolo dell’Impresa rimase deserto, per molto tempo. D’inverno
è molto frequentato, nel pomeriggio, dai giovani studenti che escono
dall’Università e prendono la scorciatoia per trovarsi in via Gesù o a Toledo;
ma era estate, gli studenti si trovavano in vacanza. Pure, ogni tanto, come
l’ora si avanzava, qualche persona scantonava, da via Santa Chiara o da
Mezzocannone, e veniva a ficcarsi nel portone dell’Impresa; alcuni con aria
guardinga, altri fingendo la indifferenza.
Uno dei primi era stato un lustrino, con la sua cassetta: un vecchio gobbo,
sciancato, che sollevava la cassetta sul fianco più alto, piegato in due,
avvolto in una vecchia palandrana verdastra, tutta macchie, tutta toppe, con un
berretto senza visiera, abbassato sugli occhi. Sotto l’androne del palazzo
dell’Impresa, il lustrino aveva deposta per terra la cassetta, egli stesso si
era sdraiato per terra, come se aspettasse gli avventori: ma dimenticava di
battere quei due colpi secchi della spazzola, sul legno, per richiamare la
clientela: e con una lunga lista di bollette in mano, assorto profondamente, la
sua faccia gialla e contorta di vecchio rachitico aveva una intensità di
passione che la trasformava: mentre, innanzi a lui, come l’ora si approssimava,
continuava a passar gente, e dal cortile sorgeva un brusìo di voci napoletane,
fra stridule e grasse. Un uomo, un operaio, si fermò presso il lustrino; poteva
avere trentacinque anni, ma era scialbo e aveva gli occhi smorti, la giacchetta
buttata sulle spalle, che lasciava vedere la camicia di percalla colorata.
- Lustriamo? - domandò macchinalmente il lustrino, abbassando la lista delle
sue bollette.
- Sì, proprio! - rispose l’altro sogghignando. - Ho voglia di lustro, io. Se
avevo un altro paio di soldi, oggi, avrei giocato un ultimo biglietto da donna
Caterina.
- Gioco piccolo? - chiese sottovoce il lustrino.
- Già: un poco al Governo e un poco a donna Caterina.
- Sono tutti ladri, tutti ladri, - soggiunse poi l’operaio masticando il suo
mozzicone nero e crollando la testa, con un atto di suprema sfiducia.
- Hai fatto mezza festa, oggi? Non sei andato a tagliar guanti?
- Non ci vado mai, di sabato, - fece l’altro, abbozzando un pallido sorriso.
- Vado a cercar fortuna: l’ho da trovare, un sabato mattina!
- E i denari della settimana, quando li prendi?
- Eh! - disse l’operaio, levando una spalla, - per lo più al venerdì, non ho
da prender niente.
- Come fai a giocare?
- Per giocare si trova sempre. La sorella di donna Caterina, quella del
gioco piccolo, dà denaro in prestito…
- Interesse forte?
- Un soldo a lira, ogni settimana.
- Non ci è male, non ci è male, - disse il lustrino, con aria convinta.
- Io le ho da dare settantacinque lire, - rispose il tagliatore di guanti, -
e ogni lunedì è una tempesta. Mi aspetta fuori la porta della fabbrica, grida,
bestemmia. Michele: è proprio una strega. Ma che ci posso fare? Un giorno o
l’altro prenderò un terno e la pagherò…
- E del resto della vincita, che ne fai? - domandò Michele, ridendo.
- Lo so io che ne fo! - esclamò Gaetano, il tagliatore. - Col vestito nuovo,
con la penna di fagiano al cappelletto, nella carrozza coi sonagli, andiamo
tutti a scialare ai Due Pulcinelli, al Campo di Marte.
- O dal Figlio di Pietro, a Posillipo…
- O da Asso di coppe, a Portici…
- Taverna per taverna…
- Carne e maccheroni…
- E vino del Monte di Procida.
- Tanto, una volta sola si campa, - concluse filosoficamente il tagliatore
di guanti, rialzandosi la giacchetta sulla spalla.
- Io non faccio debiti, - soggiunse, dopo un minuto di silenzio, il
lustrino.
- Beato te!
- Tanto, non troverei chi mi presti un soldo. Ma gioco tutto. Non ho
famiglia, posso fare quello che mi piace.
- Beato te! - ripeté Gaetano, il cui volto si era turbato.
- Tre soldi per dormire, otto o dieci soldi per mangiare, - continuò il
lustrino, - e chi mi dice niente? Ah, io non l’ho voluta prendere, la moglie,
io! Avevo la passione della giuocata, io, e mi basta per tutto!
- Sia ucciso chi ha inventato il matrimonio! - bestemmiò Gaetano, facendosi
terreo.
Le quattro si approssimavano e il cortile dell’Impresa si riempiva di gente.
In quel centinaio di metri di spazio, una folla popolana s’infittiva, chiacchierando
vivacemente, o aspettando in silenzio, rassegnatamente, guardando lassù, al
primo piano, la terrazzina coperta, dove si doveva fare l’estrazione. Ma tutto
era chiuso, lassù, anche le imposte di legno, dietro i cristalli del grande
balcone. Come altra gente arrivava, sempre, la folla giungeva sino alla
muraglia del cortile: delle donne respinte, si erano accoccolate sui primi
scalini della scala: qualcuna, più vergognosa, si nascondeva sotto il
terrazzino, fra i pilastri che lo sostenevano, addossandosi alla porta chiusa
di una grande stalla. Un’altra giovane ancora, ma dal pallido e seducente volto
consumato, dai grandi occhi neri, un po’ malinconici, un po’ stravaganti, con
le occhiaie livide, dalla grossa treccia nera disfatta sul collo, era salita sopra
un macigno abbandonato in quel cortile, forse dai tempi in cui era stato
costruito o restaurato il palazzo; e lì sopra, tutta magra nella sua veste
ritinta di nero, che le faceva cento pieghe sullo scarno petto e sui fianchi,
dondolando un piede in uno stivaletto rotto e scalcagnato, rialzandosi sulle
spalle, ogni tanto, un gramo scialletto anche ritinto di nero, ella dominava la
folla, guardandola coi suoi occhi abbattuti e tristi. La folla era fatta quasi
tutta di gente povera: ciabattini che avevano chiuso il banchetto nello
stambugio che abitavano, avevano arrotolato il grembiule di pelle intorno alla
cintura, e in maniche di camicia, col berretto sugli occhi, rimuginavano nella
mente i numeri giuocati, con un impercettibile movimento delle labbra;
servitori a spasso, che invece di cercar padrone, consumavano le ultime lire
del soprabito d’inverno impegnato, sognando il terno che di servitori li
facesse diventar padroni, mentre una contrazione d’impazienza torceva loro il
volto smorto, dove la barba, non più rasa, cresceva inegualmente; erano
cocchieri da nolo che avevano lasciata la carrozza affidata al compare, al
fratello al figliuolo, e attendevano, pazientemente, con le mani in tasca, con
la flemma del cocchiere che è abituato ad aspettare delle ore il
passeggiero; erano sensali di stanze mobiliate, sensali di serve, che,
nell’estate, partiti i forestieri, partiti gli studenti, languivano seduti
sulle loro sedie, sotto la loro tabella che è tutta la loro bottega, agli
angoli dei vicoli San Sepolcro, Taverna Penta, Trinità degli Spagnuoli, e
avendo giuocato qualche soldino, sottratto al cibo quotidiano, disoccupati,
oziosi, venivano a udir l’estrazione del lotto; erano braccianti delle umili
arti napoletane che, lasciato il fondaco, l’opificio, la bottega, abbandonato
il duro e mal retribuito lavoro, stringendo nel taschino dello sdrucito
panciotto la bolletta di cinque soldi, o il fascetto delle bollette di giuoco piccolo,
erano venuti a palpitare innanzi a quel sogno, che poteva diventare una
realtà; erano persone anche più infelici, cioè tutti quelli che a Napoli non
vivono neppure alla giornata, ma ad ore, tentando mille lavori, buoni a tutto e
incapaci, per mala fortuna, di trovare un lavoro sicuro e rimuneratore,
infelici senza casa, senza ricovero, così vergognosamente laceri e sporchi, da
fare schifo, avendo rinunziato al pane, per quella giornata, per giuocare un
biglietto, sulla faccia dei quali si leggeva la doppia impronta del digiuno e
dell’estremo avvilimento.
Tra la folla, anche qualche donna si distingueva: donne sciatte, senza età,
come senza bellezza; serve senza servizio, mogli di giuocatori accaniti,
giuocatrici esse stesse, operaie licenziate, e, fra tutte, il volto pallido e
attraente di Carmela, quella seduta sul macigno, volto sfiorito, dai grandi
occhi stanchi e addolorati.
Più tardi, come maggiormente si appressava l’ora dell’estrazione, e più il
chiasso cresceva, fra le poche faccie smorte muliebri e i laceri vestiti di
percalla scolorita a furia di troppe lavature, una assai diversa figura di
donna apparve. Era una popolana alta e robusta, dal viso bruno fortemente
colorito, dai capelli castani tirati su, pettinati con molta cura e la cui
frangetta, sulla breve fronte, aveva anche un’ombra di cipria; i pesanti
orecchini di perle scaramazze, rotondi, bianco-verdastri,
le tiravano le orecchie, tanto che aveva dovuto assicurarli sopra l’orecchio,
con un cordoncino di seta nera, temendo che dovessero spezzare il lobo; una
collana d’oro, con un grosso medaglione d’oro, posava sul giubbetto di mussola
bianca, tutto ricami e gaie di merletto; ella sollevava ogni tanto, sulle
spalle, uno scialle trasparente di crespo di seta nero e allora mostrava le
mani, ricche di grossi anelli d’oro sino alla metà della seconda falange.
L’occhio era serio e tranquillo, con una lieve aria di quietissima audacia, la
bocca composta a severità; ma nell’attraversare la folla, nell’andare a
mettersi sul terzo gradino della scala, per vedere e per udire meglio, ella
conservava quella inclinazione della testa, speciale delle popolane napoletane,
un po’ civettuola, un po’ mistica; conservava quella ondulazione della persona
così seducente sotto lo scialle, e che le borghesi napoletane perdono subito
nel vestito alla moda francese. Pure, malgrado la simpatia naturale che
ispirava quella figura femminile, al suo passaggio vi fu un mormorio quasi
ostile e come un movimento di repulsione tra la folla. Ella ebbe un moto di
disdegno, levando le spalle; e restò sola, ritta sul terzo scalino, tenendo
alzato lo scialle sulle braccia, e le mani cariche di anelli incrociate sullo
stomaco. Il mormorio, qua e là, continuò: ella guardò la folla, due o tre
volte, serenamente, anzi non senza fierezza. Le voci tacquero: le palpebre
della donna batterono, due o tre volte, come per orgoglio appagato.
Ma, finalmente, su tutte le altre, su Carmela dal volto sfiorito e dai
grandi occhi dolorosi, su donna Concetta dalle dita inanellate e dalla
frangetta incipriata, Concetta, la bella, robusta e ricca usuraia, sorella di
donna Caterina, sorella della tenitrice di gioco piccolo, sopra la folla
del cortile, dell’androne, della via, una figura di donna emergeva, attirava
almeno uno sguardo della gente raccolta. Era la donna, al primo piano del
palazzo dell’Impresa, seduta dietro la ringhiera di un balconcino: seduta di
fianco, si vedeva il suo profilo chinarsi e sollevarsi, ogni tanto, sul lucido
ingranaggio d’acciaio di una macchina da cucire Singer; mentre il piede,
uscendo dalla modesta gonna di percalla azzurra a pisellini bianchi, batteva
metodicamente sul pedale di ferro, che si abbassava e si alzava, con moto
uniforme. Fra il brusio delle voci, e i dialoghi da un capo all’altro del
cortile, e lo stropiccio dei piedi, si perdeva il trillo sordo della macchina
da cucire: ma sul fondo scuriccio del balcone, la figura della cucitrice si
disegnava tutta, di profilo, con le mani che portavano il pezzo di tela bianca
sotto l’ago saliente e discendente della macchina, col piede che piegava il
pedale, instancabilmente, con la testa che si alzava e si abbassava sul lavoro,
senza vivacità, ma senza stanchezza, continuamente. Di profilo si vedeva una
guancia delicata, delicatamente rosea, e una grossa treccia castana
modestamente ravviata e stretta sulla nuca, si vedeva l’angolo di una bocca
fine, e l’ombra che le lunghe ciglia abbassate gittavano sull’alto delle
guancie. La giovane cucitrice, da un’ora che la folla si addensava nel cortile,
non aveva guardato che un paio di volte giù, gittandovi una breve occhiata
indifferente, e riabbassando subito la testa sull’ingranaggio lucido della
macchina, trasportando lentamente con le mani il pezzo di tela, perché la
cucitura venisse diritta, diritta. Nulla la distraeva dal suo lavoro, né le
voci, né le vive esclamazioni, né il calpestìo crescente della folla; ella non
aveva guardato mai sul terrazzino coperto, dove si sarebbe proclamata
l’estrazione, fra poco. La gente la guardava, di basso, la delicata e
infaticabile cucitrice di bianco, ma ella proseguiva quietamente nel suo
lavoro, come se neppure un eco di quella gran passione, fra segreta e palese,
arrivasse sino a lei; ella sembrava così lontana, così schiva, così
assorta in un mondo assolutamente staccato, diverso, che la fantasia poteva
supporla più una immagine che una realtà, più una figura ideale che una persona
vivente.
Ma, ad un tratto, un lungo grido di soddisfazione uscì dal petto della
folla, variato in tutti i toni, saliente alle note più acute e scendente alle
note più gravi: il grande balcone della terrazza si era schiuso. La gente che
aspettava nella via cercò di penetrare nell’androne, quella che era
nell’androne si accalcò nel cortile: vi fu come un serramento, mentre tutte le
facce si levavano, prese da un’ardente curiosità, prese da un’angoscia ardente.
Un grande silenzio. E guardando bene al moto delle labbra di certe donne, si
vedeva che pregavano: mentre Carmela, la fanciulla dall’attraente volto
consumato e dagli occhi neri infinitamente tristi, giocherellava con un
cordoncino nero che le pendeva dal collo, e a cui erano attaccati una medaglina
della Madonna Addolorata e un piccolo corno di corallo. Silenzio universale: di
aspettazione, di stupore. Sul terrazzino, due uscieri del Regio Lotto avevano
collocato un lungo e stretto tavolino coperto di un tappeto verde; e dietro il
tavolino, tre seggioloni, perché vi sedessero le tre autorità: un consigliere
di prefettura, il direttore del Lotto a Napoli, e un rappresentante del
municipio. Sopra un altro piccolo tavolino fu collocata l’urna, per i novanta
numeri. È grande, l’urna; tutta fatta di una rete metallica, trasparente, a
forma di limone, con certe strisce di ottone che vanno da un capo all’altro,
cingendola come i circoli del meridiano circondano la terra: sottili strisce
luccicanti che ne assicurano la forza, senza impedirle la perfetta trasparenza.
L’urna è sospesa, in aria, fra due piuoli di ottone, e presso un piuolo c’è un
manubrio, anche metallico, che, voltato, fa rapidamente virare sul suo asse
tutta l’urna. I due uscieri che aveano portato tutto questo materiale fuori il
terrazzino erano vecchi, un po’ curvi, come sonnacchiosi. Anche le tre
autorità, in soprabito e cappello a cilindro, sembravano annoiate e sonnolente,
sedendosi dietro il tavolino: così il consigliere di prefettura dai mustacchi
tinti di un nero fortissimo, che pareva avessero stinto in bruno, sul bruno
volto lucido e assonnato: così un consigliere comunale, che era un giovanotto
dalla barbetta scura. Questa gente si muoveva lentamente, con una misura di
movimenti, con una precisione di automi, tanto che un popolano, dalla folla,
gridò:
- Andiamo, andiamo!
Di nuovo, silenzio, ma vi fu un grande ondeggiamento di emozione, quando
comparve sulla terrazzina il fanciulletto che doveva estrarre dall’urna i
numeri dell’estrazione.
Era un fanciulletto vestito della bigia uniforme dell’Albergo dei Poveri, un
povero fanciulletto del Serraglio, come i napoletani chiamano l’ospizio
di quelle creature abbandonate, un povero serragliuolo senza madre e
senza padre, o figliuolo di genitori che, per miseria o per crudeltà, avevano
abbandonato la loro prole. Il fanciulletto, aiutato da uno degli uscieri,
indossò, sull’uniforme da serragliuolo, una tunica di lana bianca: un
berretto bianco, anche di lana, gli fu messo sulla testa, perché la leggenda
del Lotto vuole che il piccolo innocente porti la veste bianca dell’innocenza.
E lestamente salì sopra uno sgabello, per trovarsi all’altezza dell’urna. Di
sotto, la folla tumultuava:
- Bel figliuolo, bel figliuolo!
- Che tu possa essere benedetto!
- Mi raccomando a te e a San Giuseppe!
- La Madonna ti benedica le mani!
- Benedetto, benedetto!
- Santo e vecchio, santo e vecchio!
Tutti gli dicevano qualche cosa, un augurio, una benedizione, un desiderio,
un’invocazione pietosa, una preghiera. Il bambino taceva, guardando, con la
manina appoggiata sulla rete metallica dell’urna; e un po’ discosto, appoggiato
allo stipite del balcone, v’era un altro bambinetto del Serraglio, serio serio,
malgrado le rosee guance e i biondi capelli tagliati sulla fronte: era il
fanciulletto che doveva estrarre i numeri il sabato prossimo e che veniva là
per imparare, per assuefarsi alla manovra dell’estrazione e ai gridi della
folla. Ma di lui nessuno si curava: era quello vestito di bianco, quello di
quel giorno, a cui si rivolgevano le mille esclamazioni della gente; era la
piccola anima innocente biancovestita, che faceva sorridere di tenerezza, che
faceva venire le lagrime agli occhi a quella folla di esseri tormentati, e
speranzosi solo nella Fortuna. Alcune donne avevano sollevato nelle braccia i
propri fanciullini e li tendevano verso il piccolo serragliuolo. E le
voci, tenere, appassionate, straziate, continuavano:
- Pare un piccolo san Giovanni, pare!
- Che tu possa trovare sempre grazia, se mi fai fare questa grazia!
- Core di mamma, quanto è caro!
Subito vi fu una diversione. Uno degli uscieri prendeva il numero da mettere
nell’urna, lo mostrava spiegato al popolo, annunziandolo a voce chiara, lo
passava alle tre autorità, che vi gettavano sopra un’occhiata distratta. Uno
dei tre, il consigliere di prefettura, chiudeva il numero in una scatoletta
rotonda, il secondo usciere lo passava al fanciulletto biancovestito che lo
buttava subito nell’urna, dalla piccola bocca di metallo aperta. E a ogni
numero che si annunziava, vi erano esclamazioni, strilli, sogghigni, risate. A
ogni numero il popolo applicava la sua spiegazione, ricavata dal Libro dei
sogni o dalla Smorfia, o da quella leggenda popolare che si propaga
senza libri, senza figurine. Ed erano scoppii di risa, erano grassi scherzi
erano interiezioni di paura o di speranza: il tutto accompagnato da un clamore
sordo, come se fosse il coro in minore di quella tempesta.
- Due!
- …la bambina!
- …la lettera!
- … fammi arrivare questa lettera. Signore!
- Cinque!
- …la mano!
- … in faccia a chi mi vuol male!
- Otto!
- …la Madonna la Madonna, la Madonna!
Ma come ogni dieci numeri, chiusi nelle loro scatolette rotonde, bigie,
erano stati buttati nell’urna dell’estrazione dal piccolo serragliuolo vestito
di lana candida, il secondo usciere chiudeva la bocca dell’urna, e, voltando il
manubrio di metallo, le imprimeva un moto di giro sul suo asse, facendo
rotolare, ballare, saltare i numeri. E di giù si gridava:
- Gira, gira, vecchiarello!
- Ancora un giro per me!
- Dammi la giusta misura!
I cabalisti, quelli non parlavano, non guardavano neppure i giri dell’urna:
per essi non esisteva né il bimbo innocente, né il senso dei numeri, né il giro
lento o vivace della grande urna metallica: per essi esisteva solo la Cabala,
la Cabala oscura e pur limpidissima, la gran fatalità, dominante, imperante,
che sa tutto, che può tutto e che tutto fa, senza che niun potere, umano
divino, vi si possa opporre. Essi soli tacevano, pensosi, concentrati, anzi
disdegnosi di quella forte gazzarra popolare, assorti in un mondo spirituale,
mistico, aspettando con una profonda sicurezza.
- Tredici!
- …le candele!
- …il candelotto, la torcia; smorziamola questa torcia!
- … smorziamo, smorziamo! - rombava il coro.
- Ventidue!
- …il pazzo!
- …il pazzarello!
- …come te!
- …come me!
- …come chi giuoca alla bonafficiata!
Il popolo si sovreccitava. Lunghi fremiti correvano per la folla, che
ondeggiava come se l’agitasse lo stesso bizzarro movimento del mare. Le donne,
specialmente, erano diventate nervose, convulse, e stringevano nelle loro
braccia i bimbi, così fortemente da farli impallidire e piangere. Carmela,
seduta sull’alto macigno, aveva la mano raggricchiata intorno alla medaglina
della Madonna e al piccolo corno di corallo: donna Concetta, la usuraia, dimenticava
di rialzarsi lo sciallo di crespo nero che le cadeva sui fianchi poderosi,
mentre le labbra avevano un breve moto convulso. Ed era affogato, il trillo
sordo della macchina da cucire, sul balcone del primo piano: niuno più si
curava della infaticabile cucitrice di biancheria. La febbre del popolo
napoletano nella imminenza del sogno che stava per divenir realtà, si faceva
sempre più acuta, dando un più vivo e più lungo sussulto quando veniva chiamato
un numero popolare, un numero simpatico:
- Trentatré!
- … anni di Cristo!
- … anni suoi!
- … questo esce.
- …non esce!
- …vedrete che esce!
- Trentanove!
- …l’impiccato!
- … nella gola, nella gola!
- …così debbo vedere chi dico io!
- …stringi, stringi!
Imperturbabili, sul terrazzino, le autorità, gli uscieri, il fanciulletto
vestito di bianco, continuavano la loro opera, come se tutto quel tumulto di
gente non arrivasse alle loro orecchie: solo l’altro bimbo, nuovo a quello
stravagante spettacolo, guardava giù, dalla ringhiera, stupito, pallido, con le
rosse labbrucce gonfie, come se volesse piangere: piccola anima inconscia e
smarrita fra il turbine della profonda passione umana. L’operazione, sul
terrazzino, procedeva con la massima calma: a ogni nuova diecina di numeri
messi nell’urna, l’usciere la faceva girare più a lungo, facendo ballare e
saltellare le pallottoline allegramente fra la trasparente rete di metallo.
Non si scambiava una parola, lassù, non un sorriso: la febbre restava
all’altezza delle persone, nel cortile, non saliva al primo piano. Giù, adesso,
le persone più serie ridevano convulsamente, sottovoce, crollavano il capo,
come se si fosse loro comunicato il morbo nella forma più chiassosa.
L’operazione parve si affrettasse, verso la fine. Nuovi gridi accolsero il
settantacinque che è il numero di Pulcinella e il settantasette che è quello
del diavolo; ma un lungo, lunghissimo applauso salutò il novanta, l’ultimo
numero, anzitutto perché era l’ultimo, poi perché il novanta è un numero
estremamente simpatico: novanta fa la paura: novanta fa il mare: novanta
fa il popolo: e insieme ha altri cinque o sei significati, tutti
popolari. Tutti applaudivano, nel cortile, uomini, donne, fanciulli, al gran
novanta, che è l’omega del lotto. Poi, subito, come per incanto, un silenzio
profondo si fece: una immobilità arrestò tutti quei corpi, tutte quelle facce,
- la gran gente convulsa parve pietrificata nei sentimenti, nella parola, negli
atti, nella espressione.
Il primo usciere, quello che aveva dichiarato i novanta numeri, accostò alla
balaustra una tabella di legno, lunga e stretta, a cinque caselle vuote, simile
a quella dei bookmakers sui campi delle corse, mentre l’altro usciere
dava gli ultimi giri all’urna riempita di tutti i novanta numeri. La tabella
era voltata verso il popolo. Poi il consigliere scosse un campanello: il giro
dell’urna si arrestò: il terzo usciere mise una benda sugli occhi del bimbo
biancovestito; costui lestamente immerse la manina nell’urna aperta e cercò un
momento, un momento solo, cavando subito una pallina col numero. Mentre questa
pallina passava di mano in mano, giù, da quei petti pietrificati, da quelle
bocche pietrificate, uscì un sospiro cupo, tetro, angoscioso.
- Dieci, - gridò l’usciere, dichiarando il numero estratto e
mettendolo subito nella prima casella.
Mormorio e agitazione fra il popolo: tutti coloro che avevano sperato nel
primo estratto erano delusi.
Nuova scossa di campanello: il bimbo immerse, per la seconda volta, la
manina delicata nell’urna.
- Due, - gridò l’usciere, dichiarando il numero estratto e mettendolo
nella seconda casella.
Al crescente mormorio qualche bestemmia soffocata si aggiunse: tutti quelli
che avevano giuocato il secondo estratto erano delusi: tutti quelli che avevano
sperato di prendere quattro numeri erano delusi: tutti quelli che avevano
giuocato un grosso temo secco cominciavano a temere fortemente la delusione.
Tanto che, quando per la terza volta la manina del fanciulletto penetrò
nell’urna, qualcuno gridò, angosciosamente:
- Cerca bene, scegli bene, bambino!
- Ottantaquattro, - gridò l’usciere, dichiarando il numero e
collocandolo nella terza casella.
Qui scoppiò il grande urlo d’indignazione, fatto di bestemmie, di lamenti,
di esclamazioni colleriche e dolorose. Questo terzo numero, cattivo, era decisivo,
era decisivo per l’estrazione e per i giuocatori. Con l’ottantaquattro erano
delusi già tutti quelli che avevano giuocato il primo, il secondo e il terzo
estratto; erano delusi tutti quelli che avevano giuocato la quintina, la
quaterna, il terno, il terno secco, speranza e amore del popolo napoletano,
speranza e desiderio di tutti i giuocatori, da quelli accaniti a quelli che
giuocano una volta sola, per caso: il terno che è la parola fondamentale di
tutti quei desiderii, di tutti quei bisogni, di tutte quelle necessità, di
tutte quelle miserie. Un coro di maledizioni si levava, di giù, contro la mala
fortuna, contro la mala sorte, contro il Lotto e contro chi ci crede, contro il
governo, contro quello sciagurato ragazzo che aveva la mano così disgraziata. Serragliuolo,
serragliuolo! gridavano da basso, per insultarlo, mostrandogli il pugno.
Dal terzo al quarto numero passarono due o tre minuti; ogni settimana accadeva
così: il terzo numero era l’espressione paurosa della infinita delusione
popolare.
- Settantacinque, - dichiarò
con voce più fiacca l’usciere, mettendo il numero estratto nella quarta
casella.
Tra le voci irose che non si calmavano, qualche fischio risuonò,
vendicativo. Le ingiurie piovevano sul capo del bimbo; ma le maggiori imprecazioni
erano contro il Lotto dove non si può vincere mai, mai, dove tutto è combinato
perché non si vinca mai, mai, specialmente per la povera gente.
- Quarantatrè, - finì di proclamare l’usciere, collocando il quinto
ed ultimo numero.
E un ultimo soffio di collera, fra il popolo: niente altro. In un momento,
dal terrazzino scomparve tutta la fredda macchina del lotto: sparvero i due
bimbi, le tre autorità, l’urna con gli ottantacinque numeri e il suo
piedistallo, sparvero tavolini, seggioloni, uscieri, si chiusero i cristalli e
le imposte del grande balcone, in un momento. Sola, ritta, accosto alla
balaustra, rimase la crudele tabella, coi suoi cinque numeri, quelli, quelli,
la grande fatalità, la grande delusione.
Con molta lentezza, a malincuore, la folla si diradava nel cortile. Sui più
esaltati dalla passione del giuoco aveva soffiato il vento della desolazione e
li aveva abbattuti, come se avessero le braccia e le gambe spezzate, la bocca
amara di bile: quelli che avevano giuocato tutt’i loro denari, quella mattina,
non sentendo più il bisogno di mangiare, di bere, di fumare, nutrendosi
vividamente delle visioni di cuccagna nella fantasia, sognando per quella sera
di sabato e per la domenica e per tutti i giorni successivi, tutta una
spanciata di pranzi grassi e ricchi, divorati in immaginazione, tenevano
mollemente le mani nelle tasche vuote, e negli occhi desolati si dipingeva il
fisico, l’infantile dolore di chi sente i primi crampi della fame e non ha, sa
di non poter avere il pane per chetare lo stomaco: altri, i più folli, caduti
dall’altezza delle loro speranze in un momento, provavano quel lungo minuto di
pazzia angosciosa, quando non si vuol credere, no, non si può credere alla
sventura e gli occhi hanno quello sguardo smarrito che non vede più la forma
delle cose e le labbra balbettano parole incoerenti - ed erano questi folli
disperati che ancora figgevano gli occhi sulla tabella dei cinque numeri, come
se non potessero ancora convincersi della verità, e macchinalmente
confrontavano i cinque numeri, con la lunga lista bianca delle loro bollette da
giuoco: - e i cabalisti, infine, non se ne andavano ancora, discutendo fra loro
come tanti filosofi, come tanti loici, sempre concentrati nell’alta matematica
del lotto, dove vivono le figure, le cadenze, le triple, la
ragione algebrica del quadrato maltese e le immortali elucubrazioni di
Rutilio Benincasa .
Ma in quelli che se ne andavano, come in quelli che restavano lì, inchiodati
dalla loro passione, in quelli che discutevano furiosamente, come in quelli che
abbassavano la testa, smorti, perduti di coraggio, senza più forza di agire e
di pensare, variava la forma della desolazione, ma la sostanza della
desolazione era la stessa, profonda, intensa, faciente sanguinare le più intime
fibre, intesa a distruggere le stesse sorgenti dell’esistenza.
Il lustrino Michele, lo sciancato, sempre seduto per terra, con la sua
cassetta nera fra le gambe contorte, aveva udito l’estrazione senza levarsi,
nascosto dietro le persone che si accalcavano. Ora, mentre la folla sfilava
pian piano, egli avea chinato il capo sul petto e la gialla tinta del suo volto
di vecchio rachitico si era colorata di verde, come se tutta la bile gli fosse
salita al cervello.
- Niente? - domandò una voce sorda accanto a lui.
Egli levò macchinalmente gli occhi bigi dalle palpebre rosse e vide Gaetano,
il tagliatore di guanti, che mostrava nel volto scialbo l’accasciamento degli
esaltati delusi.
- Niente, - disse breve breve il lustrino, riabbassando gli occhi.
- E niente pur io. Ci hai cinque o sei soldi, per combinazione, compare?
Lunedì te li ridò.
- Chi me li dà? Se ne hai dieci, facciamo cinque per ciascuno, - mormorò
disperatamente il lustrino.
- Addio, compare, - disse, con voce rude, il tagliatore di guanti.
- Addio, compare, - rispose, nel medesimo tono, il lustrino sciancato.
Ma mentre Gaetano si allontanava, sotto il portone, passò accanto a lui,
seria, lenta, con gli occhi abbassati, donna Concetta, dalla catena d’oro che
le ondeggiava sul petto e dalle mani inanellate.
- Avete guadagnato nulla, Gaetano? - domandò ella, con un lieve sorriso.
- Ho preso una saetta che mi colga! - gridò lui, esasperato dal trovarsi
accanto l’usuraia, che gli ricordava tutta la sua miseria, esasperato dalla
domanda in quel momento.
- Va bene, va bene, - ribatté ella, freddamente. - Ci vediamo lunedì, non vi
dimenticate.
- Non me lo dimentico, no, vi tengo in cuore, come la Madonna, - le gridò
appresso, lui, con voce fischiante.
Ella crollò il capo, andandosene. Non veniva là per interessi suoi, perché
ella non giuocava mai; e neppure per tormentare qualche suo debitore, come
Gaetano; veniva per interesse di sua sorella, donna Caterina, la tenitrice di
giuoco piccolo, che non osava presentarsi lì, in pubblico. Donna
Caterina comunicava a sua sorella i numeri che più temeva, cioè quelli che più
erano stati giuocati da lei e per cui avrebbe dovuto pagare più forti somme: se
questi numeri temuti uscivano, allora donna Concetta spiccava un ragazzino a
sua sorella, la quale era pronta a far fagotto, per non pagare nessuno. Già tre
volte aveva fatto fallimento così, col denaro delle giuocate in tasca, donna
Caterina: ed era fuggita una volta a Santa Maria di Capua, una volta a
Gragnano, una volta a Nocera dei Pagani, restandovi un paio di mesi; ed aveva
avuto il coraggio di ritornare, affrontando i giuocatori delusi, con alcuni
servendosi dell’audacia, ad altri dando pochi soldi, ricominciando il giuoco,
mentre i rubati, i truffati, i delusi, ritornavano a lei, incapaci di
denunziarla, ripresi dalla febbre, o tenuti in rispetto da donna Concetta, a
cui tutti dovevano del denaro; e la speculazione continuava, il denaro passava
da una sorella all’altra, dalla tenitrice di banco che sapeva fallire a tempo,
alla strozzina che osava affrontare i più malintenzionati fra i suoi debitori.
Né questa fuga era considerata come un delitto, come un furto, da donna
Caterina e dalla sua clientela; forse che, più in grande, non fa così anche il
governo, che ha assegnato una dote di sei milioni per ogni estrazione e per
ogni ruota delle otto, e quando, per una rarissima combinazione, le
vincite sorpassano i sei milioni, non fallisce anche il governo, diminuendo
l’entità delle vincite? Oh, ma quel giorno non vi era bisogno, per donna
Caterina, di |