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Matilde Serao
Il paese di cuccagna

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  • 2 - IL BATTESIMO D’AGNESINA FRAGALÀ, BELLA FIGLIA DI PAPÀ
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2 - IL BATTESIMO D’AGNESINA FRAGALÀ, BELLA FIGLIA DI PAPÀ

 

- Agnesina Fragalà, bella figlia di papà, - diceva il giovane padre, curvo sulla culla di ottone luccicante come oro, tenendo aperte le cortine di merletto tutte annodate da nastro color di rosa, e vezzeggiando con le parole, con lo sguardo, col sorriso, la neonata rosea che dormiva placidamente, - Agnesina, Agnesina, Agnesina, - egli continuava a dire, ridacchiando fra sé - tu mi pari assai bellina

- Zitto, Cesare: farai svegliare la bimba, - mormorò sottovoce la madre, dalla toilette presso cui era seduta.

- Tanto si dovrà svegliare più tardi, - rispose il padre, abbassando però la voce e socchiudendo le cortine. - Non la dobbiamo mostrare ai nostri invitati?

- Sì: purché non si metta a strillare nel salone! - ribatté la giovane madre, con un sorriso fra la scherzosa paura e la beatitudine materna.

- Bah! - esclamò il giovane padre, staccandosi dalla culla e venendo presso sua moglie. - Gli invitati staranno attenti a mangiar le paste, i dolci, a sorbire le granite, a ingoiare gelati. Vedrai che pappatoria, Luisella mia!

Il lieve edificio dei nerissimi capelli di Luisa Fragalà era stato costruito con sapienza e con leggiadria: qualche ricciolo ombreggiava la breve fronte bruna e il giovanile volto ovale, dalle nere, sottili sopracciglia che sembravano arricciate, dai lunghi occhi d’Oriente di un bigio scintillante, fra dolce e malizioso, dal naso un po’ lungo, un po’ grosso, ma non goffo, dalla bocca infantile, rossa come un garofano, aveva un fascino di gioventù, di freschezza che facea sorridere di compiacenza l’ancora innamorato marito. Anche Cesare Fragalà era giovane e bello; un po’ feminilmente bello, forse; aveva la pelle bianca come quella di una donna e i capelli castani ricciuti, ricciuti fin sulla fronte, fin sulle tempie, scoprendo, talvolta, la cute bianca della testa; il volto era rotondo, ancora un po’ infantile, malgrado i ventotto anni; ma un pallore uguale, caldo, meridionale, tutto virile, era sulle guancie accuratamente rase; ma un paio di mustacchi castani, folti, un po’ arricciati alle punte, correggevano subito il carattere feminile e infantile di quel volto d’uomo. E ambedue, nati borghesi, da razze non degeneri, avevano il carattere della gioventù napoletana, maschile e feminile: l’uomo robusto, ma indolente; naturalmente bello, e dedito assai alle cure della persona; con la tenerezza mescolata alla furberia e tralucente dal contrasto che si notava nella figura; con un’aria di grossolanità che si temperava nella bonomia: e la donna, bruna, fine, con quel sangue che pare abbia delle vampe scure, con quella risoluzione di volontà in certe linee del profilo e del mento, che indicano nel cuore feminile una forza segreta, latente, pronta a tutte le passioni e a tutti i sacrifici. E intorno a loro, tutto ad essi rassomigliava: il lusso un po’ volgare del broccato crema e rosso, di cui erano parati i mobili e coperto il letto, e a cui rassomigliava, nel disegno, la carta di Francia che copriva le pareti; la toilette racchiusa in una cupola di merletto, prezioso lavoro fatto dalle mani della fidanzata, mentre aspettava il giorno delle nozze; e il grande armadio di legno bruno, a filettature di oro, l’armadio a tre porte di cristallo, l’armadio a tre specchi, che era in quell’epoca il grado supremo del lusso borghese; e le numerose immagini di santi, di santini, di santarelli, un san Luigi, tutto di argento, col volto di cera, un san Cesare, di stucco con una tonacella da frate, insieme ai rosarii, ai reliquiarii, al cero pasquale che formavano due trofei, ai due lati del letto maritale; e infine la lampadetta di argento accesa innanzi al piccolo Bambino Gesù, nella sua nicchietta; e nella stessa stanza coniugale, così, per tenerezza borghese, per quel senso invincibile di patriarcalità napoletana, la culla tutta infiorata di nastri, dove dormiva, nella sua cuffietta ricamata, la piccolina nata da un mese soltanto. Tutto era intonato, finanche i loro vestiti: Cesare Fragalà, aspettando presto i suoi invitati, era già in marsina, col fazzoletto nello sparato del panciotto, correttamente pettinato a furia di colpi di spazzola per domare le ribellioni dei suoi capelli ricciuti, - ma avendo una catena di orologio troppo brillante, dei bottoni di polsini troppo grossi e portando una cravatta di raso bianco, invece che una cravatta di battista bianca; Luisa Fragalà molto graziosa nel suo vestito di raso giallo, coperto, per farsi pettinare, da un accappatoio di mussola bianca, ma troppo fulgida di brillanti, alle orecchie, al collo e alle braccia. Giusto, in quel momento, finendola di pettinare, il parrucchiere le aveva fissato fra i neri capelli, sulla fronte, una stella di brillanti.

- Non ci vuole altro? - chiese ella, con un lieve sospetto di essere poco adorna.

- No - disse il parrucchiere, con aria convinta. - Meno cose si mettono nei capelli e miglior figura si fa, - soggiunse, profondamente.

- Vi pare?

- Lasciatevi servire da chi conosce l’arte, - soggiunse l’artefice, mentre raccoglieva i pettini e i ferri da arricciare.

- Stai benone, - mormorò il marito a uno sguardo interrogativo della moglie. E la considerava con una tenerezza appassionata, minutamente, per osservare se nulla mancasse.

- Se mi riesce una combinazione, - soggiunse Cesare Fragalà, mentre il parrucchiere, a cui avea dato cinque lire e una di mancia, si licenziava silenziosamente, per non risvegliare la bambina. - Se mi riesce questa combinazione, Luisella, ti voglio comperare un filo di brillanti per il collo.

- Che combinazione? - domandò ella, mentre si metteva della cipria sulle braccia mezzo nude. E aggrottò le sottili sopracciglia, con l’improvviso sospetto delle donne, contro tutti gli affari che esse non conoscono.

- Poi ti dirò, - disse lui, ridacchiando.

- Dimmelo adesso, - domandò lei, fermandosi, tenendo in mano i lunghi guanti.

- Niente di fatto, ancora, Luisella, - mormorò lui, un po’ confuso, annoiato dell’essersi lasciato sfuggire quelle parole.

- Promettimi di non decidere mai niente, senz’avermi domandato, - diss’ella, levando una mano.

- Prometto, - egli rispose, con una sincerità profonda.

Ella si chetò: si sedette rassicurata, infilando i guanti, mentre suo marito, fermo innanzi allo specchio, si arrotondava ancora le punte dei mustacchi, macchinalmente, sorridendo alla propria immagine e alla vita.

La famiglia Fragalà contava nientemeno che ottanta anni di prudenza commerciale e di crescente fortuna, avendo cominciato, il nonno di Cesare, con una misera botteguccia di pasticciere, in via Purgatorio ad Arco, a quartiere Pendino; anzi, peggio, dicevano gli invidiosi, essendo un venditore ambulante di pasticcini a un soldo, schierati sopra una tavoletta di legno portata sul capo, o sotto il braccio o sostenuta al collo da una correggia di cuoio. Infine, sulla tavoletta o in questa botteguccia, questi pasticcini erano fatti di una mediocre farina, conditi con zucchero di terza qualità e con uova di equivoca freschezza, cotti con lo strutto spesso assai rancido e ripieni piuttosto di mele cotte al forno o di cotogne cotte sotto la cenere, che di conserva di pesche o di conserva di amarena. Ma che importa! Tutti i meridionali, uomini, donne, fanciulli e vecchi, adorano i dolci, tutti i dolci, anche le ciambellette di biscotto, cosparse di un po’ di zucchero anisato: i pasticcini a un soldo comparivano e scomparivano nella botteguccia di nonno Fragalà, insieme alle caramelle colorate e attaccaticcie, insieme alle ciambelline che portano il nome di ancinetti. Nonno Fragalà giunse presto, a furia di soldi, a produrre il pasticcetto da tre soldi, la cosiddetta sfogliatella, la sfogliatella che si divide in due qualità: la sfogliatella riccia, larga, piatta, sottile, come fatta a scaglie finissime e croccante sotto i denti, mentre la piccola quantità di crema di cui è ripiena si liquefà sulla lingua; e la sfogliatella frolla, grassa, grossa, due dita alta, con la pasta che si sfarina, mangiandola, e con un fitto strato di crema dentro, che copre le labbra e le mascelle. Bene è vero che il nonno Fragalà era accusato di mescolare una quantità d’ingredienti sporchi e pericolosi alle sue sfogliate: amido, gomma, zucchero rosso, grasso di vaccina, colla forte e financo crusca. Ma che importa! Nelle giornate di domenica e in tutte le altre feste comandate, le sfogliatelle si vendevano come il pane e più del pane, dalle nove alle due pomeridiane: alle due, nonno Fragalà chiudeva, perché non aveva più sfogliatelle da vendere, sebbene ne avesse preparate moltissime, e perché era un uomo timorato di Dio. Pian piano, egli aveva aperto un’altra bottega a San Pietro a Maiella, mettendovi un suo figliolo; poi più tardi un’altra bottega a strada Costantinopoli, verso il Museo Borbonico, mettendo un altro figliuolo; e infine, alla sua morte, il suo primogenito aveva osato di affrontare la via di Toledo, ma nella sua parte più alta, aprendo una pasticceria a tre porte, cioè con tre botteghe, all’angolo dello Spirito Santo, una magnificenza! Sussistevano ancora, in possesso degli altri minori fratelli Fragalà, le pasticcerie di via Purgatorio ad Arco, quella di via San Pietro a Maiella, quella di via Costantinopoli, tutte più o meno nerastre, sudicie, piene di mosche ronzanti, ma esalanti quell’inebriante odore di zucchero cotto, di miele cotto, di frutta cotte, di pasta croccante, che è la nostalgia dei ragazzi, delle donne, dei vecchi napoletani.

Anzi, a Purgatorio ad Arco, i pasticcini si vendevano anche a due soldi, una media fra il soldo di nonno Fragalà e i tre soldi del pasticcetto moderno. Ma la bottega, ma le tre botteghe riunite di via Toledo, allo Spirito Santo, erano fiere nella loro insegna, pasticceria fondata nel 1802 - lettere d’oro su marmo nero - tutte a marmi bianchi, a vetrine di nitidi cristalli ripiene di confetti colorati, a cassetti lucidi di metallo e di vetri limpidi, ripieni di biscotti, ad alti vasi rotondi pieni di pastiglie, forti e dolci, per lo stomaco guasto o per la tosse, a scaffaletti di cristallo, dove i pasticcetti, le sfogliatelle si mantenevano in fila.

La pasticceria di via Toledo aveva un aspetto superbo, ma in mezzo alle sue ghiotte innovazioni non aveva tralasciata la vecchia e sicura specialità napoletana, la immortale sfogliatella, immortale e popolare sempre, malgrado il progresso della pasticceria, nelle sue due forme di riccia e di frolla; e alla domenica, tutte quelle patriarcali famiglie che uscivano dalle messe delle tante chiese intorno, Spirito Santo, Pellegrini, San Michele, San Domenico Soriano, andando o venendo, comperavano le sei, le otto sfogliatelle destinate a dare la gran nota finale, festiva, al pranzo della domenica. Il padre di Cesare Fragalà aveva aggiunto, alle sfogliatelle, anche tutte le altre specialità dolci che si mangiano a Napoli, in tutte le feste dell’anno: la pasta di mandorle o pasta reale a Natale; il sanguinaccio a carnevale; il biscotto quaresimale, in quaresima; il mustacciolo e la pastiera a Pasqua; l’osso di morto, fatto di mandorle e zucchero candito, il giorno dei Morti; il torrone, per la festa di San Martino; e ancora tante altre, la croccante, gli struffoli, il sosamiello, tutti i dolci partenopei, a base di molte mandorle, di molto zucchero, di molto cioccolatte, dolci squisiti al palato e grevi allo stomaco, ma che sono la delizia della folla napoletana e che vanno in provincia, ogni festa, a cassette, a casse, a cassoni, a vagoni. Oh, sempre fra gl’invidiosi di casa Fragalà, vi erano quelli che susurravano contro i misteriosi ingredienti con cui quei dolci erano manipolati e colorati, ma erano malignità innocue, a cui gli avventori non davano retta, o di cui non si preoccupavano affatto, anche credendoci. Il napoletano filosofo, l’avventore di don Peppino Fragalà diceva: se si sapesse che cosa si mangia, nessuno vorrebbe più mangiare. La casa Fragalà era solida: Cesare Fragalà aveva ereditato da suo padre una bella fortuna e un credito intatto. È vero, egli aveva una certa ripulsione, nel suo istinto di borghese arricchito, per le brune botteghe dei suoi zii e dei suoi cugini, a Purgatorio ad Arco, a via San Pietro a Maiella, a via Costantinopoli, dove ronzavano fastidiosamente le mosche, come sature, come ammalate di indigestione di cattivo zucchero e di cattivo miele: ma era anche prudente, non disprezzava le sue origini e accoglieva volentieri i suoi parenti ai pranzi di famiglia: e quando doveva fare delle innovazioni alla sua bottega in via Toledo, ci pensava su, si consigliava - massime con la moglie.

Tutto questo aveva pensato Luisa Fragalà, mentre si infilava lentamente i guanti e mentre suo marito era andato di , in cucina, a vedere se tutti i rinfreschi erano preparati e se i servitori di piazza, presi per la circostanza, erano in tenuta corretta. Ora, ella si era alzata e tenendo in mano lo strascico di raso giallo, aveva anch’essa sollevata la cortina di merletto della culla e guardava appassionatamente sua figlia Agnesina. Oh, giammai, giammai suo marito Cesare avrebbe fatto nulla senza consultarla: l’aveva sposata per amore, senza un soldo, contro la volontà di tutti e la trattava quasi ella avesse portato ventimila ducati di dote, come una signora. Ora che vi era anche Agnesina, Agnesina Fragalà, figlia bella di papà, come egli diceva vezzeggiandola, era impossibile che costui nascondesse mai nulla alla Luisella, alla mammarella di Agnesina. Chissà, si trattava forse di quella grande bottega di pasticceria, in piazza San Ferdinando, nel centro della vita ricca napoletana, una bottega tutta moderna, che da un pezzo Cesare Fragalà sognava di aprire, senza osare di arrischiare un forte capitale. Forse era questo…e la bruna madre, dal volto fresco e piacente, sottovoce benedì la piccola creatura dormiente, e la pregò che facesse benedire dal Signore i disegni di suo padre e le speranze di sua madre.

Uscendo dalla stanza, incontrò il marito:

- E dove è la nutrice? - ella chiese.

- Nella stanza vicino alla cucina, con donna Candida.

- Andiamo a vedere - diss’ella avviandosi, seguita dal marito, attraversando la parte posteriore della casa, stanze di sbarazzo, stanze delle serve e riuscendo nell’anticucina.

La balia di Frattamaggiore, una magnifica e grassa donna, dalle guancie rosee, dagli occhi grandi ma sporgenti, dalla espressione di beata serenità, aveva messo il suo vestito di damasco azzurro, guarnito di una larga fascia di raso giallo e così ricco di pieghe sui fianchi che pareva ondeggiasse, a ogni passo che ella faceva, largo, duro, come un edificio di stoffa. La balia portava un fazzoletto di crespo bianco sul petto, sopra cui ricadeva la collana d’oro, a grossi grani vuoti, a tre fili; un largo grembiale di battista le copriva il davanti del vestito, e sul grembiale erano incrociate le mani tutte inanellate. I capelli castani erano tirati strettamente, sulla nuca, da una grande pettinessa di argento e un grosso fiocco di raso azzurro ne pendeva.

Accanto a lei, donna Candida, la levatrice, una invitata di obbligo, aveva indossato un vestito di seta rossa, dei grandi battesimi, e portava, sul petto, per spillo, una larga miniatura dove era ritratta la buona anima di don Nicodemo, suo marito; nei capelli bigiastri ella portava una camelia rossa di stoffa. Tanto lei che la nutrice, due personaggi importantissimi, aspettavano pazientemente, scambiando qualche parola.

- Prosit! - esclamò la levatrice, vedendo la bella puerpera.

- Grazie, donna Candida. Siete venuta presto? Non vi seccherete di aspettare? Volete prendere qualche cosa? Nutrice, tu vuoi certo qualche cosa? - e la voce di Luisella aveva la gran tenerezza naturale, profonda, delle madri per le nutrici delle loro creature.

- Come piace a Vostra Eccellenza, - disse la nutrice, levando i dolci occhi color dell’olio, un po’ stupidi.

Essendo andato di Cesare Fragalà, un cameriere portò del marsala, biscotti, paste, confetti, canditi, alla balia e alla levatrice. Inteneriti, marito e moglie, ritti in piedi, guardavano le due donne che mangiavano quietamente, continuamente, di tutto; e quando esse si fermavano un momento, Luisella Fragalà spingeva il vassoio di argento verso la balia. E la levatrice che era donna compita, levando il primo bicchiere di Marsala, esclamò:

- Alla salute di donnAgnesina! Possa crescere bella e buona come la sua mamma!

- Alla salute di quella piccerella mia! - disse la balia, ridendo.

E il marito e la moglie, commossi, si guardarono, con le lagrime della contentezza negli occhi, ringraziando col capo. A un tratto, la madre disse:

- Nutrice, la bambina piange.

La nutrice si asciugò precipitosamente le labbra bagnate di vino, depose il candito che mangiava e scappò via, con un grande fruscìo di stoffe seriche, aprendosi il corpetto, macchinalmente, con quell’affettuoso e istintivo moto materno.

Ma nel salone di ricevimento, tutto mobiliato di divani, poltrone, poltroncine e sedie in damasco color granato, a cornice di legno dorato, illuminato da grandi carcels, appoggiate sopra il freddo marmo bigio delle mensole di legno dorato, e dal largo lampadario di bronzo dorato a pendolini sfaccettati di cristallo, la gente già cominciava ad arrivare. Quelli che si conoscevano, si erano riuniti in un gruppo e parlottavano a bassa voce fra loro, vivamente, per darsi l’aria di persone di spirito, di persone di società, senza guardare neppure gli invitati sconosciuti; e costoro, famiglia per famiglia, si erano messi negli angoli, avevano avvicinate le sedie e le poltrone, si erano formati in altrettante fortezze, donde gettavano intorno, sul lampadario e sulle persone, sul tappeto e sulle mensole, sguardi fra curiosi e diffidenti, subito smorzati dall’abbassamento delle palpebre, quando pareva loro di essere stati sorpresi. Giusto così, la famiglia di don Domenico Mayer, un impiegato all’Intendenza di Finanza abitante un quartierino al quinto piano di quell’alto, largo, immenso palazzo Rossi, a piazza Mercatello, un palazzo che sporge su quattro vie diverse, e dove spesso i vicini non si conoscono fra loro, neppure per nome, dove si possono passare anni, accanto, senza incontrarsi, tanto è l’imbroglio delle due grandi scale e delle due scale piccole.

Don Domenico Mayer, dalla ciera misantropica e dal nero soprabito burocratico, guidava una misantropica famiglia, composta di sua moglie dalle guancie floscie e scialbe, sofferente sempre di nevralgie mascellari; di sua figlia Amalia, una giovanottona alta, grassa, con certi grossi occhi a fior di testa, grosso naso, grosse labbra, grosse treccie nere e sofferente di furiose convulsioni isteriche; di suo figlio Alfonso, detto da tutti famigliarmente Fofò e sofferente di un crescente cretinismo, di un appetito continuo. La misantropica famiglia si era formata in quadrato, le donne avevano raccolto le povere ma decenti gonne intorno alla sedia, il padre e il figlio stavano seduti in punta alla poltrona, rigidi, taciturni. Come loro si erano isolate altre famiglie, d’impiegati, di piccoli commercianti, di commessi, tenendo un contegno serio, stringendo i gomiti ai fianchi, passando talvolta, macchinalmente, la mano sul castoro lucido, nonché trentenne, dei loro soprabiti; mentre dall’altra parte vi erano tutti i Fragalà e con loro i Naddeo, forti negozianti di stoviglie a Rua Catalana; gli Antonacci, forti negozianti di panni e di pannine ai Mercanti; e i Durante, forti negozianti di baccalà alla Pietra del Pesce: tutti insieme, gli uomini in marsina, le donne in abito di broccato o di raso, coperte di gioielli, specialmente di braccialetti, come Luisella Fragalà. La cui leggiadra apparizione nel salone fu salutata da un generale movimento: tutti si alzarono, lasciarono i loro posti: i più arditi o i più famigliari la circondarono, mentre i più timidi si tenevano un po’ lontani, aspettando compostamente di esser visti, di esser salutati. Tutti si rallegravano con lei per il rifiorimento della sua salute chiamandola mammà, mammà, augurando meridionalmente questo ed altri cento, in buona salute, cioè altri cento figli, nientemeno: ed ella diventava rosea per il piacere, abbassava la testa, ringraziando, facendo scintillare la stella di diamanti che aveva nei capelli, che era poi l’oggetto dei commenti di tutte le altre Fragalà, di tutte le Naddeo, le Antonacci, le Durante e che era la segreta sospirosa ammirazione di tutte le altre invitate più umili, le cosidette mezze signore. Poi mentre Cesare Fragalà chiacchierava con gli uomini, ridendo, passandosi la mano guantata fra i capelli ricciuti, vi fu un generale movimento di retrocessione verso i divani e le poltrone: tutti si sedettero. Luisella Fragalà, ritta in mezzo al salone, appena vedeva arrivare qualche signora, si avanzava sino alla porta, salutava, sorrideva, accompagnava la signora sino a una poltrona, formando un largo circolo feminile dove sugli opulenti petti, stretti nei vestiti di broccato, lentamente si agitavano i ventagli. Solo il divano di mezzo restava vuoto: era il posto d’onore, tutti lo guardavano e guardavano la porta, aspettando gli sconosciuti invitati che dovevano occuparlo, sapendo che senza di essi la festa non era realmente cominciata, sapendo che non si sarebbero offerti rinfreschi, se quegli invitati di gran pompa non fossero comparsi. Difatti, come il tempo passava, Luisella e Cesare scambiavano un’occhiata interrogativa. A un tratto, come una coppia entrava nel salone, Luisella Fragalà ebbe un rapido moto di gioia e abbraccio con effusione la signora, strinse la mano sorridendo, al signore: un mormorio vi fu nel salone, qualcuno si levò in piedi, un nome fu mormorato.

Era proprio lui. don Gennaro Parascandolo, il famoso don Gennaro, l’uomo alto, forte, simpatico, con una fisionomia spirante onestà, lealtà, bontà, una persona la cui stretta di mano aveva qualche cosa di energicamente affettuoso, una persona il cui sorriso rincorava la gente più scorata, una persona il cui sguardo incoraggiava a vivere: un uomo ricchissimo, infine, il compare della piccola Agnesina Fragalà, un riccone senza figli. Ah, ne avevano avuto, dei figli, lui e la sua pallida moglie dai capelli brizzolati e dagli occhi malinconici, che restava volentieri chiusa nella sontuosa casa silente, e quando lo accompagnava. sembrava l’ombra di una donna, vivente fantasma di dolore! Avevano avuto tre bei figli due maschi e una femmina, tre figli belli, sani, forti, per i quali don Gennaro Parascandolo aveva fatto, per arricchirli, terribilmente e freddamente, il suo freddo e terribile mestiere di usuraio aristocratico: non meno di cinquemila lire, alla volta, ed anche duecentomila lire, in una volta sola, sempre con l’interesse del dieci per cento al mese: così, spietatamente, per i suoi figli. Ma, la difterite era entrata nella sua casa, furtivamente e irrimediabilmente: in venticinque giorni, non scienza dei più illustri medici, non disperazione di padre e di madre, non danaro profuso, nulla, nulla aveva potuto salvare i tre figli: tutti tre erano morti soffocati, in un modo così straziante che la ragione della signora Parascandolo, per molto tempo parve ne fosse profondamente colpita. E anche il robusto uomo parve crollato, un istante: non si riebbe che lentamente, lentamente, viaggiò più spesso, comparve a tutte le prime rappresentazioni, donò fiori e gioielli alle illustri attrici e alle illustri ballerine, ma tutto ciò con una suprema indifferenza, senza noia, ma senza allegrezza. Ogni tanto, raramente, compariva accanto a lui sua moglie, smorta creatura taciturna, incapace di togliere il pensiero e il cuore, anche per un momento, dai tre figli perduti: ma allora don Gennaro diventava gaio, sfoggiava un grosso buon umore borghese, a cui sua moglie rispondeva con qualche lieve, distratto sorriso. Giusto, quella sera, don Gennaro Parascandolo, poiché aveva deciso la sua ombra a uscire dall’ombra, era tutto lieto, e mentre Luisella Fragalà aveva condotto la signora Parascandolo al divano d’onore, egli circolava di gruppo in gruppo, seguito da Cesare Fragalà, scherzando, ridendo, mentre tutti, per dove egli passava, gli facevano coro, con quella tendenza all’adorazione della ricchezza che è in tutti, ma specialmente nella gente meridionale. Oh! erano gente ricca, i Naddeo, gli Antonacci, i Durante, i Fragalà, ma le cose del mondo possono cambiare, da un giorno all’altro: e don Gennaro era così ricco, e non sapeva proprio che cosa farsene, delle sue ricchezze! In quanto alla mezza gente della sala, impiegati, piccoli commercianti, commessi, lo guardavano da lontano, rispettosamente, intimiditi dalle larghe spalle, dal largo torace, dalla testa leonina. E il nome era susurrato sempre, qua e , con i commenti fatti a voce anche più bassa.

- Don Gennaro Parascandolodon Gennaro Parascandolo

Ma Luisella Fragalà e Cesare parve che avessero un’altra scossa elettrica, provocata dall’arrivo dell’altra persona che aspettavano. Era una vecchia signora che si avanzava gravemente, vestita di un antichissimo abito di seta marrone, alla foggia di trent’anni prima, una stoffa dura e forte come un cartone, arricciata a canna d’organo, e con amplissime maniche; sulle spalle aveva uno scialle di merletto nero, anch’esso molto antico e fermato sul petto da un largo spillo di rubini e turchesi, legato in argento; le mani magre, rattrappite dall’età, portavano i mezzi guanti di seta e stringevano una borsa di velluto nero, tutta ricamata a punto buono, portante da un lato un ritratto di un cagnolino, sopra un cuscino, e dall’altro la figura leziosa di una contadinella dall’ampio cappello di paglia. Luisella Fragalà, rialzando lo strascico di raso giallo, le corse incontro, le fece una profonda riverenza e si chinò a baciarle la mano, che la vecchia si lasciò baciare, conservando l’espressione arcigna del suo volto di vecchia civetta, col naso adunco, dagli occhietti rotondi e bigi. Un mormorio, nuovamente, percorse la sala:

- La comare marchesa, la comare marchesa

Nessuno diceva che ella era la marchesa di Castelforte: ella era la comare marchesa, niente altro: non vi era che una sola comare marchesa nella famiglia Fragalà, ed era la madrina, la protettrice di Luisella, una dama rispettata e temuta da tutta la parentela, una marchesa, infine, una titolata, una nobile, una persona di razza superiore. Persino don Gennaro Parascandolo, che non aveva bisogno di nessuno, come tutti sapevano, andò a inchinarla, mentre la vecchia lo squadrava col suo sguardo. Ora, sul divano d’onore non vi era più posto: nel mezzo sedeva Luisella Fragalà, a destra vi era la comare marchesa che mostrava le sue scarpe di prunella nera e stringeva la sua borsa di velluto, a sinistra sedeva la signora Parascandolo, triste figura muta, vestita di un abito di Parigi e coperta di magnifiche gemme, ma curvante il capo sotto i ricordi, sempre, irrimediabilmente. E come tutti si furono seduti, nel salone si fecero due minuti di perfetto silenzio.

Tutti aspettavano ancora, sogguardando furtivamente la porta, fingendo di pensare ad altro: delle signore nascondevano qualche lieve sbadiglio, dietro il ventaglio: le ragazze avevano quell’aria di sonnambule, che le fa parere distaccate da qualunque interesse umano:gli uomini si torcevano i mustacchi e i ragazzi avevano quell’aspetto di ebetismo assoluto, di cui Fofò Mayer era la nota più acuta. Ma Cesare Fragalà era sparito. E dopo tre minuti di quel silenzio comparvero i rinfreschi. E allora tutti si misero a discorrere, rumorosamente, fragorosamente, per aver un contegno disinvolto, fingendo di non badare ai rinfreschi. Ma ne arrivavano da tutte le parti, continuamente, diffondendo nel salone la letizia del desiderio che era per soddisfarsi, per la delizia di tutti quegli affamati di dolci, di quei golosi di roba dolce, uomini, donne, fanciulli, fanciulle, vecchi.

Ai gelati grossi e rotondi come la luna piena, duri da dovervi conficcare profondamente il cucchiarino, di crema alla portoghese, di frutta, di fragola, di caffè bianco, di caffè di Levante, di cioccolatte, si alternavano le formette, gelati più piccoli, più leggieri, formati a sfera, a romboide, a noce di cocco e contenuti graziosamente in certe conchiglie rosse e azzurre di cristallo, dai filetti d’oro: agli spumoni, metà crema e metà gelato, di tutte le mescolanze, crema e cioccolatte, mandarino e poncio, crema e pistacchio, crema e fragola, lattemiele e fragola, agli spumoni, adorazione delle donne e dei ragazzi, succedevano le gramolate di pesca, le gramolate di amarena, le granite di limone e di caffè, contenute in certi bicchieri di porcellana lattea, trasparente, che stavano fra la tazza e il bicchiere. Per dieci minuti non si udì che un tintinnare di piattini, di cucchiarini, di bicchieri: ma le entusiaste erano le signore che vedevano apparire gli spumoni, dai colori seducenti nella loro tenerezza, dal candido fiocco di spuma nel mezzo, e davano un gridolino di commozione e tendevano le mani, involontariamente; mentre altri più taciturni, più attivi, sorbivano la gramolata dopo la formetta, e assaggiavano il gelato dopo lo spumone, tanto per paragonare.

Fra tanta gioia, i dialoghi si animavano, i cavalieri correvano di qua e di , tenendo un piattino, un bicchiere, una tazza, servendo le signore, e anche servendosi, parlando da lontano, interpellandosi, richiamando i camerieri coi vassoi, facendo loro perdere un po’ il capo, in quella confusione:

- Uno spumone alla signora Naddeo!

- Vi piacerebbe una gramolata di amarena?

- Prendete un bicchiere di poncio allo sciampagna, non vi è di meglio per digerire il resto.

- Chi vuol cambiare un gelato di fragola, con un caffè bianco?

- Vi assicuro che non vi fa nulla. Spumoni, gelati, granite, gramolate, tutt’acqua, signora mia.

- Vi sarebbe un lattemiele e fragola?

- L’ho io…

- Mamma, dammi la crema, dammi la crema

Tutto contento, Cesare Fragalà correva da una parte e dall’altra, facendosi seguire dai camerieri: ad ogni vassoio che arrivava, la prima a averne era la comare marchesa, la seconda la signora Parascandolo: ma costei, appena assaggiato un cucchiaino di gelato, aveva subito posato il piattino, riabbassando gli occhi, distratta, come se non vedesse e non udisse tutto quello che accadeva intorno a lei. Invece la comare marchesa, pian piano, senz’affrettarsi, con la sua bocca rincagnata sulle gengive senza denti, sorbiva lentamente tutto, il gelato, la gramolata, la formetta, lo spumone, con un moto continuo delle mascelle, con un agitarsi del suo naso adunco, che scendeva sul labbro superiore.

- Comare marchesa, assaggiate questo pistacchio.

- Comare marchesa, preferireste il mandarino?

Ella diceva sì, col capo, come un vecchio idolo cinese: e le mani rattrappite avevano lasciato la borsa di velluto nero, dopo averne cavato un ampio fazzoletto bianco, per tenere il piattino. Felice, Luisella Fragalà crollava il capo, ridendo di tutto quell’allegro rumorio. Ogni tanto il marito le si fermava innanzi un minuto:

- Non prendi nulla? - domandava teneramente.

- No, no, servi le altre signore.

- Prendi qualche cosa, Luisella

- No, mi piace più vedere, - diceva lei, guardando intorno.

Lo spettacolo, intorno, era così interessante! Le signore più sentimentali nella loro golosità, sorbivano delicatamente il sorbetto, tenendo il piattino sulla punta delle dita guantate, sollevando il dito mignolo ogni volta che approfondivano il cucchiaino, tenendo il fazzolettino di battista circondato di merletti sulle ginocchia, e mordendosi le labbra, dopo ogni cucchiaiata. Alcuni uomini, silenziosamente, seguivano passo passo il cameriere col vassoio, per fare una scelta sapiente, dopo di che si ritiravano in un angolo, a mangiare quietamente. I bimbi prendevano il gelato, tenendolo sulla sedia, mettendosi della crema sino al nasino, sporgendo le labbruccie rosse, mostrando tutta la delizia degli occhi innocenti, leccando lungamente il cucchiarino; mentre le ragazze, le grandi sonnambule, rifiutavano la tal cosa, rifiutavano la tale altra, con una smorfietta di disgusto, e finivano per prendere un po’ di tutto, a metà, non ancora veramente golose; perfino la famiglia Mayer aveva vinto la propria misantropia: la signora non pensava alle sue nevralgie, don Domenico tentennava fra uno spumone e una formetta, mentre Amalia e Fofò si scambiavano i loro gelati, per avere il sapore di tutti. Nelle altre stanze, nell’anticamera, dovunque, finanche nelle stanze di sbarazzo, finanche dove dormiva la cuoca, e specialmente in cucina, era lo stesso tinnire di piattini, di tazze, di bicchieri, di cucchiaini; era la stessa, anzi maggiore allegrezza. Le serve di tutti i piani del palazzo Rossi erano accorse; era salito il portiere; il parrucchiere della signora Luisa era di ritorno; vi era il marito della balia; i cocchieri dei Naddeo e degli Antonacci che avevano vettura, erano saliti su; finanche la giornalista dell’angolo di Tarsia, finanche il postino dopo l’ultimo suo giro, ancora con la borsa delle lettere a tracolla; e intorno a Gelsomina la nutrice, intorno a donna Candida la levatrice, tutta quella umile gente di popolo che adora i sorbetti, faceva una baldoria, eccitata dalle parole del padrone, Cesare Fragalà, che ogni tanto passava, dalla lietezza del salone a quella della cucina, egualmente contento della contentezza altrui, sentendosi dilatare il cuore allo spettacolo di tutti coloro che mangiavano e bevevano, rispondendo famigliarmente agli auguri dei servi, delle serve, parlando loro in dialetto.

Ora, di , come un senso di riposo gastronomico si diffondeva; la gente si quietava, prendeva un aspetto composto; sorrideva beatamente dopo quel primo sfogo della golosità. Le conversazioni, prima illanguidite, avevano preso un tono mite, di gente sazia e tranquilla, piena di una squisita educazione: le signore sorridevano a fior di labbro, delicatamente, e le ragazze agitavano i loro ventagliucci, come sonnambule: gli uomini intavolavano delle discussioni pacate, serie, sui loro affari, sulla minuta politica quotidiana, sul poco movimento commerciale napoletano, di cui tutti soffrivano: e si tenevano in piedi, in gruppi, facendo certi gesti larghi e crollando il capo con gravità.

La comare marchesa aveva ripreso la sua borsa di velluto e vi aveva incrociate sopra le mani rattrappite nei mezzi guanti: e come un torpore le immobilizzava la faccia, pareva una vecchia mummia dormente; mentre la signora Parascandolo, abbassando la testa, si perdeva nella contemplazione del suo ventaglio, un prezioso ventaglio antico che, certo, don Gennaro aveva avuto da qualche suo debitore disperato, in qualche vendita forzata. Fra queste due donne taciturne, Luisella Fragalà cominciava ad annoiarsi assai: il suo temperamento vivace la spingeva a levarsi su, ad andare in giro per il salone, discorrendo con le sue parenti ed amiche, magari andando di , a vedere che faceva Agnesina, a vedere che cosa accadeva in cucina e in stanza da pranzo, dove udiva una grande baraonda; ma il suo posto d’onore era , su quel divano, il posto della padrona di casa, della madre di famiglia: sarebbe stato un delitto di lesa borghesia abbandonarlo; e continuava ad annoiarsi mortalmente, sorridendo di lontano alle sue amiche, mentre si soffiava col grande ventaglio di raso nero, cosparso di stelline d’oro.

A un tratto, non potendone più, chiamò suo marito e gli parlò sottovoce, un momento: egli annuì col capo e sparve di a organizzare il corteo. Gli invitati, abituati al programma borghese di queste feste, capirono subito e si misero a guardare verso la porta, ogni tanto, sapendo che cominciava un’altra parte dello spettacolo. - Qualche sorriso affettuoso si delineava di già: si levava un lieto susurrio.

Dalla gran porta il corteo comparve. La piccola Agnesina col visetto tutto rosso nella sua cuffietta di merletto bianco dai nastri azzurri, con un corpettino di battista tutto ricami, le cui manicucce larghe e lunghe le coprivano le manine rosse, era distesa in un portabimbi, di raso azzurro e merletti bianchi, appoggiando il capo a un cuscino di raso e battista: e il portabimbi, che è nel medesimo tempo un lettuccio, una culla, un sacchetto e un vestito, stava sulle forti braccia di Gelsomina, la nutrice di Frattamaggiore, che portava il suo carico con una divozione profonda, come il chierico porta il messale, da un corno all’altro dell’altare, senza distogliere gli occhi dal volto di Agnesina che la fissava placidamente, con quegli occhietti chiari dei neonati, occhietti che sembrano di cristallo. Accanto a lei, in tutta la gravità del suo ufficio, vi era donna Candida, la levatrice, che per assodare la continuità del suo patronato, teneva la mano sul cuscino della bimba; dietro, il padre, Cesare Fragalà; e un po’ più indietro, di nuovo, i camerieri coi vassoi pieni di canditi, di confetti, di pastine secche, di dolci caramellati, di frutta giulebbate, e con altri vassoi pieni di bicchieri di Marsala, di Malaga, di Lunel; e dietro ancora, facendo, osando fare capolino dalla porta, qualche serva curiosa e intenerita, che guardava, con gli occhi sgranati.

All’apparire del corteo, non inatteso, poiché tutti sapevano che la creaturina sarebbe stata mostrata agli invitati, parenti ed amici, al suo apparire, dovunque scoppiò un applauso lungo, fragoroso, qua e fatto più sordo dalle mani guantate di alcuni giovanotti eleganti: e un coro scoppiò feminile e maschile.

- Evviva donnAgnesina!

- Evviva Agnesina!

- Possa tu crescere santa!

- Quanto è bella, quanto è cara!

- Agnesina, Agnesina!

- Evviva il papà e la mammà di Agnesina.

Intanto la bambina, direttamente, era stata portata al bacio della comare marchesa che l’aveva tenuta al sacro fonte, la mattina, e che la baciò in fronte, leggermente, mentre metteva una carta bianca nella mano della nutrice, facendo una mossa di scontento, col suo naso adunco che le cadeva sulla bocca rincagnata. Applausi al bacio della comare marchesa. Poi, chinandosi, con la grossa faccia un po’