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3 - IN CASA CAVALCANTI. - IL CONVEGNO DEI CABALISTI
Prostrata sul bruno e vecchio inginocchiatoio di legno scolpito, coi gomiti
appoggiati sul cuscino di velluto, con la testa lievemente chinata e il volto
nascosto fra le mani, donna Bianca Maria Cavalcanti parea che meditasse, dopo
aver pregato. Sino a che la luce crepuscolare aveva illuminata la piccola
cappella privata, la fanciulla aveva continuato a leggere un capitolo della Imitazione
di Cristo, attentamente, nella pensosa attitudine che le era particolare.
Ma l’ombra era cresciuta intorno, prima delicatamente violacea, poi bigia,
avvolgendo il piccolo altare e la immagine della Vergine Addolorata, con le sue
sette spade di argento ficcate a raggiera nel cuore, avvolgendo un torso di
Gesù Cristo legato alla colonna, l’Ecce Homo, coronato di spine e
sanguinante dal volto, dalle mani, dal petto, dal costato, avvolgendo la
snella, sottile figura di donna Bianca Maria piegata sull’inginocchiatoio.
Allora, quietamente, essa aveva chiuso il volume sdrucito e lo aveva posato sul
cuscino: aveva abbassato la testa fra le mani, e il poco chiarore della lampada
che ardeva innanzi alla Madonna Addolorata rischiarava solo il candore delle
mani affilate e la nerezza delle grosse trecce brune raccolte e strette sulla
nuca. Così stava da tempo, tanto immobile che quella figura vestita di bianco,
nell’ombra della piccola cappella, sembrava una di quelle statue oranti, che la
pietà del Medio Evo inginocchiava sulle tombe in eterno atto di orazione. Ella
parea non sentisse l’ora che passava sul suo capo; non parea sentisse il fine
soffio di freddo, che la sera di autunno metteva nella cappella e guardando fra
le dita la faccia dolorosa della Madonna, parea che continuasse a meditare, a
pregare, come se nulla la potesse strappare a una infinita preghiera.
Pure nella sera che era discesa, la piccola cappella si era fatta assai
tetra. Di giorno non era che povera e fredda, essendo in sostanza una stretta
camera interna, scarsamente illuminata da una finestra, che dava sopra un
cortiletto di servizio, nel palazzo Rossi, già Cavalcanti. Una volta un gramo
tappeto ne ricopriva il pavimento, ma era così vecchio e polveroso che Bianca
Maria aveva ordinato si togliesse: era quindi nudo il pavimento, fatto di
mattoni lucidi e glaciali. L’altarino era di legno dipinto, di un azzurro
smorto, l’azzurro pallidissimo dei legni chiesastici: e lo copriva, sulla sacra
pietra, una tovaglia di tela assai fine, ma dalla tinta gialla di vecchiaia,
come giallo di vecchiaia era il largo merletto antico che adornava la tovaglia.
Tutto vi era invecchiato e appannato; i candelieri, le preghiere stampate nelle
loro cornici metalliche, il messale dalla fodera di cuoio rosso cupo, le
meschine frasche di argento poste lì per mistico adornamento, la
portellina di legno dorato che chiudeva la pisside. Di giorno anche la statua
della Vergine Addolorata, vestita di seta nera a ricami d’oro, col goletto
monacale piegolinato di battista bianca, e le sette spade che le trafiggevano
il cuore, a raggiera, pareva meschina, poveretta, con le sue mani rosee, di
stucco, che stringevano un fazzolettino di battista bianca orlato di merletto:
anche il grande torso dell’Ecce Homo, a grandezza umana, di legno
e stucco, pareva poveretto come tutto l’ambiente. Invano innanzi all’altare
erano posti i due inginocchiatoi di legno scolpito, con lo stemma dei
Cavalcanti, marchesi di Formosa: e sugli inginocchiatoi vi erano, invano, due
cuscini di velluto rosso. La cappelletta conservava, malgrado ciò, la sua aria
di gelida miseria, mostrando, nella luce del giorno, lo sbiadimento dei colori,
l’appannamento e l’ammaccatura dei metalli, le mille traccie dei tarli nel
legno e la consunzione del velluto dei cuscini. Anche le fiammelle delle due
lampade accese giorno e notte, innanzi alla Madonna Addolorata e all’Ecce
Homo, nella luce parevano due linguette giallastre, crepitanti…
Ma nella sera - e quella sera, stranamente, ardeva una sola lampada, innanzi
alla Vergine - scompariva la miseria e solo grandi ombre fluttuanti empivano la
cappella. Scomparsi i metalli, le tinte dei legni, si distingueva solo il
biancore funerario della tovaglia: non una scintilla partiva, e solo
all’agitarsi della fiammella, il viso doloroso di Maria dei Dolori assumeva
come una espressione straziante: e siccome la fiammella agitata da un soffio di
vento invisibile si inchinava a dritta e a sinistra, la faccia, le mani, il
petto, il costato di Gesù pareano sanguinare veramente.
Immersa nella sua meditazione, Bianca Maria, che aveva la consuetudine di
quella cappella, non ne sentiva né il freddo, né la tetraggine. Fu a un certo
punto che si riscosse, parendole di aver inteso un forte rumore
nell’appartamento: fu allora che si accorse esser spenta la lampada dinanzi al
Cristo e che un brivido di freddo e di spavento la colse, parendole che la
madre piangesse sul martirio del Figliuolo sanguinante: rapidamente Bianca
Maria uscì dalla cappella, portando seco il libro di pietà, segnandosi
frettolosamente, come inseguita da qualche maligno terrore.
Nell’anticamera, un servitore vecchio, nella livrea azzurro cupo filettata
di bianco, di casa Cavalcanti, leggeva un vecchio giornale, alla luce di uno di
quegli antichi lumi di ottone, a tre becchi, che si vedono ancora nelle
provincie e nelle case molto aristocratiche. Quando intese il passo lieve di
Bianca Maria si levò in piedi, guardandola negli occhi.
- Giovanni, - ella disse, con la sua voce pura, armoniosa - nella cappella
si è smorzata la lampada innanzi all’Ecce Homo.
L’antico servitore la guardò, esitando un poco, prima di rispondere:
- …non l’ho accesa, - mormorò poi, chinando lo sguardo e tormentando con le
mani scarne il giornale.
- …non avevate olio, forse? - chiese lei, con un lieve tremito nella voce e
voltando in là la pensosa faccia.
- No, Eccellenza, no, - rispose subito, premurosamente, il servitore. - La
dispensa, anzi, è piena di olio. È stato per un ordine di Sua Eccellenza il
marchese, che non ho acceso la lampada…
- Egli vi ha ordinato questo? - chiese lei, stupita, marcando le ciglia.
- Sì, Eccellenza.
- E perché?
Ma subito dopo si pentì di questa domanda, in cui le parve menomato il
profondo rispetto che doveva a suo padre. Pure, la parola era sfuggita. Avrebbe
voluto andar via, per non udire la risposta, qualunque essa fosse: ma temette
di far peggio e ascoltò, con gli occhi sbarrati, pronta a dominare la sua anima
meravigliata e paurosa.
- Il marchese è arrabbiato con Gesù Cristo, - disse il servo, con quel tono
umile, ma famigliare con cui il popolo napoletano parla spesso della Divinità.
- Sabato scorso egli aveva domandato una grande grazia a quell’Ecce Homo così
miracoloso: ma la grazia non è venuta. E allora il signor marchese non ha
voluto che si accendesse più la lampada innanzi alla statua.
- Vi ha detto il marchese tutto questo? - chiese lei, come fremendo tutta.
- Sì, Eccellenza. Ma se Vostra Eccellenza vuole, io vado ad accendere…
- Obbedite al marchese - mormorò ella, freddamente, allontanandosi verso il
salone.
Mentre si aggirava, solitaria, nell’ampio salone illuminato malamente da un lume
a petrolio, cercando il panierino del suo lavoro serale, non trovandolo,
passandovi venti volte accanto senza vederlo, ella si pentiva ancora,
amaramente, di aver interrogato quel servo: poiché attraverso il sempre
crescente decadimento della sua famiglia, quello che più l’amareggiava era
quando innanzi ai servi, agli estranei, ella era costretta, dalle loro parole,
a giudicare suo padre. Invano ella chiudeva gli occhi per non vedere, passava
le sue giornate fra la sua stanza, la cappella e il convento delle
Sacramentiste, dove aveva una zia: invano ella taceva, cercando di non udire i
discorsi altrui, le esclamazioni di Margherita, la cameriera moglie di
Giovanni, le domande inquiete della sua stessa zia monaca, le allusioni di
alcuni vecchi parenti che ogni tanto capitavano a trovarla e le parlavano con
una pietà che le faceva salire le lacrime agli occhi: il giudizio sopra suo
padre ella era costretta a farlo, internamente, chinando gli occhi, mentre i
suoi interlocutori crollavano il capo, commiserandola. E quello che più la
scuoteva, a traverso le difficoltà finanziarie invano dissimulate, attraverso
quella decente miseria che si avviava all’ora in cui avrebbe perduto anche la
santità del mistero, erano le improvvise, talvolta feroci, talvolta strazianti
bizzarrie di suo padre.
Ora, quietata un poco, seduta presso un tavolino quadrato, coperto di panno
verde, un tavolino da giuoco dove era posato il solo lume a petrolio del
salone, lavorava a un suo finissimo merletto, sul tombolo, agitando con un movimento
vivace i leggeri bastoncelli del filo, intorno agli spilli del disegno. Forse
avrebbe meglio desiderato chiamare a sé Margherita, la cameriera, a lavorare
insieme al rammendo della biancheria di casa, su cui la buona vecchia si
acciecava, nella sua stanzetta: ma don Carlo Cavalcanti, marchese di Formosa,
era fierissimo e non avrebbe tollerato una serva nel salone, né avrebbe
sopportato che sua figlia si piegasse a quegli umili uffici. Avrebbe voluto,
Bianca Maria, passare la serata nella propria stanza, leggendo o lavorando: ma
il padre voleva trovarla nel salone, ogni sera, quando rientrava. Egli lo
chiamava pomposamente il salone, senz’avvertirne la gran nudità, poiché
i quattro stretti e lunghi divani di broccatello verde, tutto sciupato e
scolorito, le dodici sedie secche e dure di broccatello, messe lungo le
muraglie, e le due mensole di finto marmo grigio, e i due tavolini da giuoco, e
i piccoli tappetini innanzi a ogni divano e a ogni sedia, perduti in quella
vastità, ne accrescevano l’aria deserta.
Il lume a petrolio, poi, non arrivava che a rischiarare il tavolino presso
cui sedeva la silenziosa Bianca Maria e il tombolo di teletta bruna, su cui si
agitavano le sue mani, più candide assai del bianco filo. Ogni tanto, come
presa da un pensiero dominante, ella si arrestava, le mani si abbandonavano,
come stanche.
- Felice notte - disse una forte voce, alle sue spalle.
Ella si levò subito, posò il tombolo e, appressandosi al padre, la pensosa
faccia della giovinetta aveva uno stiramento. Ella si chinò a baciargli la
mano. Il marchese di Formosa accettò l’omaggio, e dopo toccò fugacemente la
fronte di sua figlia con la mano, fra la carezza e la benedizione. Ella aspettò
un momento, in piedi, che egli si sedesse, per sedere anche lei: ma visto che egli
cominciava a passeggiare su e giù per il salone, come aveva l’abitudine di
fare, lo interrogò con lo sguardo, chiedendogli il permesso di sedere. Egli
annuì con un cenno del capo, continuando la sua passeggiata. Seduta presso il
tavolino, ella aveva ripreso il suo lavoro di trina, aspettando di essere
interrogata per parlare.
Il marchese di Formosa, il cui passo ancora elastico e sonoro empiva di
rumore gli echi del nudo salone, era un bellissimo uomo, malgrado i
sessant’anni, malgrado i capelli bianchi come la neve. Alto, svelto, più
asciutto che magro, tanto la persona come la testa conservavano in quell’età
avanzata che era già quasi vecchiaia, una nobiltà, un carattere di forza a cui
spesso i subiti rossori del volto davano aria di violenza. Gli occhi bigiastri,
il naso forte, i folti mustacchi bianchi e sopratutto l’ampiezza della fronte
ispiravano ammirazione e rispetto. Giovane, dicevano, il marchese di Formosa
aveva fatto peccare più di una donna della corte di Ferdinando Il di Borbone:
dicevano che era stato rivale fortunato presso una dama di Sicilia, finanche
dello stesso re, e, nella lotta incruenta della galanteria, aveva vinto il più
galante dei ministri borbonici, il don Giovanni di quella generazione, il
celebre ministro di polizia marchese Del Carretto. Certo, qualche cosa
d’imperioso che era venuto aumentando con l’età, induriva la fisonomia del
marchese di Formosa e gli dava, talvolta, un aspetto ripugnante.
Ma l’antichità della famiglia che si vanta discendente del grande Guido
Cavalcanti, e l’altezza della posizione, e una naturale fierezza d’animo,
autorizzavano anche quella imperiosità. Ora, il marchese invecchiava: e spesso
lo sguardo scintillante si faceva smorto e l’alta persona, maestosa malgrado la
magrezza, si curvava. Pure, imponeva un grande rispetto: e quando lo vedeva
apparire, sua figlia, Bianca Maria, aveva come un tremito di venerazione e le
fuggivano dalla mente tutti i mali giudizii della gente e suoi su suo padre.
- Sei stata al monastero, oggi? - chiese il marchese di Formosa, passando
accanto alla figliuola.
- Sì, papà.
- Sta bene, Maria degli Angioli?
- Bene, sta: ma vorrebbe vedervi.
- Non ho tempo, ora: ho un grande affare, un grande affare… - disse lui,
facendo un gesto largo e vago.
Ella tacque, lavorando con grande alacrità, astenendosi dall’interrogare.
- Si è assai lagnata di me, Maria degli Angioli? - domandò lui, senza mai
cessare la sua concitata passeggiata.
- No - diss’ella timidamente - vorrebbe vedervi… ve l’ho detto…
- Vedermi, vedermi… per raccontarmi dei guai, per sentire il racconto dei
miei guai… bel modo di occupare il tempo. Eppure, se ella volesse, Maria degli
Angioli, se volesse… i nostri guai sarebbero finiti.
Le mani tremanti di Bianca Maria confusero i bastoncelli dove era avvolto il
filo, intorno agli spilli del disegno.
- Queste sante donne, - soggiunse lentamente il marchese di Formosa, come se
parlasse in sogno, - queste sante donne, che pregano sempre, hanno il cuore
puro, sono in grazia del Signore e dei suoi santi, godono grazie speciali, vedono
cose che noi poveri peccatori non vediamo… suor Maria degli Angioli potrebbe
salvarci se volesse… ma non vuole, non vuole, è troppo santa, non sente più
nulla delle cose di questa terra, non le importa se noi soffriamo, o non lo
capisce…Non mi ha voluto dir niente, mai, mai…
Levato il capo, abbandonate le bianche mani sul merletto, Bianca Maria
fissava suo padre con certi occhi pieni di una penosa maraviglia.
- Tu non le hai mai chiesto nulla, di’, Bianca? - disse lui, fermandosi
presso sua figlia.
- Che cosa? - chiese ella, smarrita.
- Maria degli Angioli ti ama, ti sa infelice, a te avrebbe detto tutto, per
aiutarti… perché non le hai domandato nulla? - proseguì, con la voce concitata
dove già una tempesta di collera si addensava.
- Che le dovevo domandare? - ripetè lei, sempre più smarrita.
- Ah, tu fingi di non capire? - gridò lui, già furioso - Tutte così queste
donne, tutte una mandra di pecore, o pazze o egoiste. Che state a dire, le ore
intiere, tu e tua zia, nel parlatorio del convento? Su quali morti piangete?
Pensate ai vivi! Non lo vedete che casa Cavalcanti scende alla miseria, al
disonore e alla morte?
- Che Dio ci scampi! - mormorò la figliuola, a bassa voce, segnandosi
pianamente.
- Pazze ed egoiste, le donne! - urlò lui esasperato da quella mancanza di
resistenza, da quella dolcezza.
- Ed io che penso solo a questo dalla mattina alla sera e che m’inginocchio,
ogni sera e ogni mattina, innanzi alle sacre immagini, per ottenere la
salvazione dei Cavalcanti! E tu che potresti, domandando a tua zia il segreto
delle sue visioni, tu che con una parola sua potresti salvare te e me, e il
nome, e tutto, tu fingi di non capire? Ingrate e perfide, le donne!…
Ella, abbassato il capo, si mordeva le labbra per non scoppiare in
singhiozzi.
Poi, con voce tremula, rispose:
- Un’altra volta, le domanderò…
- Domani - ribattè imperiosamente il padre.
- Domani.
Subito, lo sdegno di lui cadde, improvvisamente calmato. Avvicinatosi a lei,
le toccò fugacemente la fronte china, con quell’atto paterno che gli era
consueto, che era metà benedizione, metà carezza.
Allora, come se non potesse più resistere, sentendosi struggere il cuore,
ella cominciò a lagrimare, in silenzio.
- Non piangere, Bianca Maria, - disse lui, quietamente, - non piangere. Io
ho buone speranze. Siamo così infelici da tanto tempo, che certo la Provvidenza
ci deve preparare una grande gioia. Il tempo, naturalmente, non ci è dato di
conoscerlo, ma non deve essere lontano. Se non è una settimana, sarà un’altra.
Che sono le ore, e i giorni, e i mesi, di fronte alla grossa fortuna che ci si
prepara, nell’ombra? Saremo così ricchi, così ricchi, che tutto questo lungo
passato di ristrettezza e di oscurità ci sembrerà un breve sogno di spasimo,
un’ora di incubo che la luce del sole ha fatto scomparire. Così ricchi, saremo!
E chissà di quale istrumento si servirà la Provvidenza… forse di Maria degli
Angioli, che è un’anima buona… tu le domanderai, domani, non è vero? Forse di
qualche altro buono spirito, fra i miei amici che vedono… forse di me,
indegnamente, così peccatore come sono stato e come sono… ma io lo sento, ci
salverà la Provvidenza, e per quel mezzo, solo con quel mezzo!…
Parlando, aveva ripreso le sue passeggiate su e giù per il salone, dirigendo
sempre il suo discorso a sé stesso, come se si fosse abituato a pensare ad alta
voce. Solo ogni tanto, a traverso la sua esaltazione, intravvedeva la figura di
sua figlia e riprendeva da lei il suo ostinato vaneggiamento intorno a una sola
idea:
- D’altronde, Bianca, che scampo potremmo avere? Il lavoro? Io sono vecchio
e tu sei una fanciulla: i Cavalcanti non hanno mai saputo lavorare, né in
gioventù, né in vecchiaia. Gli affari? Siam gente, il cui unico affare è stato
di spender generosamente il proprio danaro. Solo una grande fortuna, conquistata
in un giorno solo… lo vedrai, l’avremo. La tengo per sicura, mille rivelazioni,
mille sogni me lo hanno detto… vedrai. Avrai di nuovo, Bianca Maria, cavalli e
carrozze, la victoria per le passeggiate alla riviera di Chiaia, dove
riprenderai il tuo posto, la elegante vettura chiusa, per la sera, per andare a
San Carlo… vedrai, figlia, vedrai. Ti voglio comperare una collana di perle,
otto file di perle legate da un solo zaffiro e un diadema di brillanti, come lo
hanno avuto tutte le donne di casa Cavalcanti, fino a tua madre…
Egli si arrestò a questa frase, come se una improvvisa emozione lo vincesse;
ma la contemplazione del suo sogno di lusso, di fulgore lo distrasse subito.
- …ogni giorno corte bandita: penseremo ai poverelli, agli affamati, a quanti
mancano di soccorso; le elemosine pioveranno, ci sono tanti sofferenti… ho
fatto anche un voto, un voto di dotare delle ragazze povere e oneste… tanti
altri voti, ho fatto, per ottenere questa grazia.
E tacque, come contemplando nella penombra del salone tutto lo splendido
miraggio di fortuna, che la sua fantasia eccitata gli faceva palpitare innanzi
agli occhi. La figlia lo ascoltava, rifattasi calma, pensosa: e nel cuore
quella voce paterna le risuonava, nei consueti discorsi che gli sgorgavano ogni
sera dall’animo troppo caldo, le risuonava con echi angosciosi, come un lento
tormento.
È vero, ella non credeva a quelle visioni, ma esse le facevano paura, ogni
sera sgorganti nella frase impetuosa, talora tenera, talora collerica, di suo
padre; né si poteva abituare a quegli sfoghi di passione che facevano trasalire
e sussultare la sua anima innamorata di pace e di silenzio.
- L’avvocato Marzano - annunziò Giovanni.
Entrò un vecchietto piccolo, un po’ curvo, con un folto mustacchio sale e
pepe, e gli occhi fra arguti e dolci: era vestito di panni assai modesti.
Passando accanto a Bianca Maria la salutò piano e con un cenno le chiese
permesso di tenere il cappello in capo. E tenne anche il bastone grosso di
canna d’India. Dopo aver regolato il suo passo su quello del marchese di
Formosa, furono in due ad andare su e giù, parlando a voce bassissima. Quando
passava accanto al lume, l’avvocato Marzano, si vedeva che gli occhi gli
scintillavano di compiacenza e il grosso mustacchio, un po’ militaresco, si
agitava, come se egli facesse dei calcoli mentalmente. Ogni tanto, Bianca Maria
che s’immergeva sempre più nel suo lavoro di trina, esagerando la sua
attenzione, per non ascoltare: ogni tanto, involontariamente udiva qualche
frase del gergo cabalistico, pronunziata da suo padre o dall’avvocato Marzano.
- La cadenza di sette deve trionfare…
- Potremmo anche avere il due di ritorno…
- La giuocata per situazione è troppo forte…
- Il bigliettone è necessario…
Parlavano, fra loro, assorbiti, con certi occhi lampeggianti e smarriti in
quelle fantasticherie, che hanno il falso aspetto preciso e affascinante della
matematica, quando Giovanni entrò di nuovo ad annunziare:
- Il dottore Trifari.
Entrò un uomo trentenne, tarchiato, grosso, con una grossa testa, dal collo
troppo corto, la faccia rossastra resa ancor più vivida da una barba rossa e
riccia con le labbra gonfie, come tumefatte, e gli occhi azzurri a fior di
testa: occhi sospettosi, diffidenti, che ispiravano diffidenza.
Era vestito ruvidamente, con un goletto stretto che gli segava il collo, con
un grosso brillante falso sulla cravatta di raso nero, conservando sempre
l’aria del provinciale, che né l’Università di Napoli né la laurea eran giunti
a fargli perdere. Appena appena se salutò Bianca Maria: e posato il cappello
sopra una mensola, si mise all’altro lato del marchese di Formosa. Camminarono
su e giù tutti e tre, più piano. Ogni tanto, il dottor Trifari diceva qualche
parola, facendo un atto energico, pur parlando sottovoce: e il suo sguardo
obliquo interrogava sospettosamente i suoi interlocutori e le ombre intorno
come se ne temesse il tradimento. Il marchese di Formosa conservava la sua
ciera vivace di vecchio impetuoso, l’avvocato Marzano ostinatamente e
bonariamente rideva dagli occhi furbi e dolci, mentre il dottor Trifari si
muoveva con precauzione, pur parlando violentemente, come se temesse sempre un
tradimento. Quando i due vecchi levavano un po’ la voce, egli subito li
reprimeva con un gesto, indicando loro le finestre, le porte: arrivò, a un
momento, a indicar loro Bianca Maria: il marchese fece un gesto largo
d’indulgenza, come a dire che era una creatura innocente; quando, ancora,
Giovanni entrò ad annunziare:
- Il professor Colaneri.
Immediatamente, vedendolo, si indovinava il prete spretato. Sulle guance
sempre rase era cresciuta una folta barba nera: ma i capelli tagliati corti
sulla fronte e cresciuti male sulla chierica conservavano una piega
ecclesiastica; ma la forma della mano in cui il pollice un po’ curvo pareva
attaccato all’indice; ma il gesto con cui egli si assoggettava meglio gli
occhiali sul naso; ma l’altro gesto involontario con cui si passava due dita
nel goletto, come se si allargasse il collarino pretino assente; ma il modo di
guardare, facendo cadere lo sguardo dall’alto, era tutto un insieme di linee,
di moti, di atti così evidentemente clericali, che si capiva subito il suo
carattere. Formosa lo ricevette un po’ freddamente, come sempre,
quell’apostasia procurando un brivido di repulsione al suo misticismo. Il
Colaneri anche parlava con cautela: e oramai, non potendo passeggiare più in
quattro senza far udire i loro discorsi, si fermarono in gruppo, nel vano scuro
di una finestra. Fu là che li venne a raggiungere Ninetto Costa, un bel
giovanotto bruno, elegantissimo, che mostrava i denti bianchissimi in un
continuo sorriso ed era uno dei più fortunati agenti di cambio della Borsa di
Napoli: e infine un uomo che Giovanni aveva annunziato più sottovoce, solo col
nome, sbadatamente, don Crescenzo, un tipo fra l’impiegato e il commesso, che
scivolò nel salone con una certa timidità, ma che pure quei signori trattarono
da paro a paro. Nel vano della finestra, fra i sei uomini la discussione
ferveva, ma il tono della voce non si elevava. Bianca Maria continuava a
lavorare, macchinalmente, ma era combattuta da un crudele imbarazzo: non osava
andarsene senza il permesso di suo padre e capiva di esser superflua in quel
salone. Quei parlari misteriosi, in un gergo che non intendeva e che le
sembrava un linguaggio di folli, con quell’eccitamento, con quell’accanimento
di tutti, quelle occhiate fra stralunate e torve, quegli sguardi dove si
leggeva il sorriso di una pazzia cocciuta, quelle faccie che ora impallidivano,
ora arrossivano, quei gesti violenti, concitati, tutto ciò cominciava per turbarla
e finiva per ispirarle uno spavento invincibile: suo padre, specialmente suo
padre, le pareva perduto in mezzo a tutti quegli esaltati, alcuni freddamente
esaltati, alcuni furiosi, ma tutti eccessivamente ostinati: ella lo guardava
ogni tanto, disperatamente, come se lo vedesse naufragare e non potesse dare un
passo, fare un grido per salvarlo. A un certo punto, lentamente, i sei uomini
uscirono da quel vano di finestra, e muti, in fila, uno dopo l’altro, andarono
a sedersi intorno all’altro tavolino da giuoco, dove non vi era lume; strinsero
le sedie intorno al tavolino, per avvicinarsi anche più, appoggiarono i gomiti
sul piano di panno verde e si presero la testa fra le mani, identicamente,
tutti sei, nella penombra, cominciando a discorrere, sottovoce, l’uno nella
faccia dell’altro, soffiandosi le parole nel viso, guardandosi negli occhi,
come se facessero un’opera di magia e di fascino.
Bianca Maria non vi resistette. Facendo il minor rumore possibile, avvolse
il suo tombolo in una striscia di tela nera, si levò senza muovere la sua sedia
per non farla scricchiolare e uscì dalla vasta sala rapidamente, come se
temesse che la potessero richiamare, sentendo sempre dietro di sé una
impressione di paura, come se qualcuno continuasse a inseguirla. Fu rassicurata
un poco solo quando entrò nella sua stanza, una semplice stanza da fanciulla
buona e pia, nitida, un po’ fredda, piena d’immagini sacre, di rosarii, di
cerei pasquali. Lì dentro Margherita, la cameriera, che aveva udito il suo
passo, la venne a raggiungere e le chiese, con un umile affetto, se voleva
coricarsi:
- No, no, - disse la fanciulla, - non ho sonno, aspetterò. Non ho salutato
mio padre.
- Il marchese farà notte tarda, - mormorò la cameriera, - Vostra Eccellenza
si stancherà ad aspettare, qui, sola sola.
- Leggerò; voglio aspettare.
Ubbidiente, la vecchia cameriera sparve.
Bianca Maria prese da una piccola scansia un romanzo religioso di Paolina
Craven: Le mot de l’énigme, un libro pio e consolante. Ma la sua mente
non poteva esser confortata, quella sera, dalle dolci parole della scrittrice
francese; ogni tanto Bianca Maria tendeva l’orecchio, per udire se alcun rumore
giungeva dal salone, se gli amici di suo padre se ne andavano o se altri ne
giungevano. Niente. Nessun rumore. La gran congiura settimanale cabalistica
continuava, soffiava di volto in volto, come se fosse un’opera tremenda di
stregoneria; e questa impressione cresceva tanto nell’anima di Bianca Maria,
che, ora, lo stesso silenzio la sgomentava. Ella ritentò, due o tre volte, di
leggere il dolce libro, ma i suoi occhi si arrestavano, immobili, sulle linee
nere stampate, senza più vederle, e il senso delle parole lette a forza le
sfuggiva, mentre tutto il suo spirito si tendeva a cogliere i rumori del
salone. Silenzio, sempre, come se non vi fosse dentro anima viva. Ella chiuse
il libro e chiamò la sua cameriera, non sentendosi di sopportare quella
solitudine piena di fantasmi. Margherita accorse subito e aspettò, muta, gli
ordini della sua giovane padrona:
- Diciamo il rosario, - mormorò costei, sottovoce. Ogni tanto, quando più le
ore sembravano lunghe alla solitaria nepote dei Cavalcanti, quando l’insonnia
le teneva gli occhi aperti, quando troppo lugubri le si aggravavano le fantasie
nella mente, ella amava pregare ad alta voce, con la sua domestica, per
ingannare il tempo, la veglia e l’agitazione. Temeva la conversazione dei
servi, la evitava per una naturale fierezza, ma il pregare insieme non le
pareva che un semplice atto di affettuosa umiltà cristiana.
- Diciamo il rosario, - ripetette, sedendosi presso il suo bianco letto di
fanciulla.
Margherita sedette presso la porta, a una distanza rispettosa. Bianca Maria
pronunziava le preghiere preliminari, annunziava il mistero e diceva
metà del Pater noster; l’altra metà la pronunziava Margherita.
Così delle avemmarie, la prima metà la diceva Bianca Maria: l’altra
metà spettava a Margherita. Pregavano sommesse: ma l’una distinguendo bene la
voce dell’altra, riprendendo sempre a tempo il frammento della preghiera. A
ogni diecina di avemmarie o posta del rosario, le due donne si segnavano
pianamente: al principio di ogni Gloria Pater chinavano la testa,
profondamente, per salutare lo Spirito Santo.
Così, fra la mistica attenzione della preghiera e la emozione naturale che
le suscitavano quelle consuete ma sempre poetiche orazioni, fra il ronzìo della
propria voce e quello della voce di Margherita, la fanciulla dimenticava per un
poco il grande dramma paterno che si svolgeva di là. Tutto il rosario fu detto
così, lentamente, con la pietà delle anime veramente e ingenuamente credenti.
Alle litanie della Vergine, prima di cominciarle, Bianca Maria s’inginocchiò
innanzi alla sua sedia, appoggiando i gomiti sulla paglia; nel suo cantuccio
s’inginocchiò la cameriera: la fanciulla invocava, in latino, la Vergine, sotto
tutte le tenere apostrofi che le dedicarono i suoi devoti, e la cameriera
rispondeva l’ora pro nobis. Ma dal principio delle litanie un rumorìo
crescente di voci giungeva dal salone; rumorìo che turbava la preghiera di
Bianca Maria, la quale cercava di non udirlo, levando sempre più la sua voce.
Ma era impossibile oramai sottrarsi a quel chiasso di voci che diventavano
alterate, rabbiose.
- Che sarà? - diss’ella, arrestandosi nelle invocazioni alla Madonna.
- Niente, - rispose Margherita. - Parlano dei numeri.
- Litigano, mi pare… - soggiunse Bianca Maria timidamente.
- Sabato sera rifaranno la pace… - mormorò Margherita, con la sua filosofia
popolana.
- E come? - chiese la fanciulla, lasciandosi trascinare al dialogo.
- Perché nessuno di loro vincerà niente.
- Preghiamo, - rispose Bianca, levando gli occhi al cielo della stanza, come
se cercasse il firmamento stellato.
Impossibile, adesso, di finire le litanie. La discussione, in salone, era
diventata vivace così, che si udiva tutto; le voci, ora si allontanavano, ora
si avvicinavano, come se i cabalisti si fossero nuovamente levati dal tavolino
dove si soffiavano in volto le loro congiure e passeggiassero, su e giù, presi
da quel bisogno di andare, di andare, avanti, indietro, in giro, in giro, che è
di tutte le persone esaltate.
- Chiudo la porta? - domandò Margherita.
- Chiudete, preghiamo, - disse Bianca Maria, con rassegnazione.
Le voci giunsero più fioche; le litanie poterono proseguire sino alla fine,
senza interruzione, ma l’anima della fanciulla non apparteneva più alle parole
che diceva: ella le pronunziava in preda a una profonda distrazione: la Salve
Regina finale che riassume tutte le glorie di Maria fu sbrigata presto,
come se il tempo le si affannasse alle spalle.
- La Madonna benedica Vostra Eccellenza, - disse Margherita, levandosi, dopo
essersi segnata.
- Grazie, - rispose semplicemente la giovanetta, sedendosi di nuovo accanto
al suo letto, dove passava, meditando o leggendo, tante ore della sua giornata.
Margherita, allontanandosi, aveva lasciata la porta aperta. Ora le voci
scoppiavano, irose. Gli arrabbiati cabalisti contendevano fra loro,
furiosamente, ciascuno vantando a grandi grida i propri studii, le proprie
visioni, ciascuno cercando di togliere la parola all’altro, interrompendolo,
strillando più forte, essendo a sua volta bruscamente interrotto.
- Ah non ci credete, voi, non ci credete alla forza di Cifariello, il
ciabattino? - gridava l’avvocato Marzano, col furore intenso delle persone
molto dolci, molto bonarie. - Forse perché è un ciabattino? Forse perché scrive
le sue cabale con la carbonella, sopra uno sporco pezzetto di carta? Eccole
qua, eccole qua; vi è il ventisette che è uscito secondo invece di quarto, ma è
uscito! E vi è l’ambo, l’ambo del quattordici e settantanove, che ho avuto la
disgrazia di abbandonare, ma che è uscito tre settimane dopo che l’ho
abbandonato. Son fatti questi, signori miei, fatti e non parole!
- Sono le sessanta lire che gli date al mese, perché non faccia più il
ciabattino e vi faccia la cabala! - interruppe vivamente il dottor Trifari.
- Cifariello è un’anima ignorante, innocente: egli mi ha dato il
quattordici e settantanove, e io l’ho abbandonato!
- Anche padre Illuminato mi ha dato quattordici e settantanove, - ribattè il
dottor Trifari, - ma nella settimana buona.
- E avete preso? Non avete detto niente agli amici? - domandò, concitato
assai, il marchese Formosa.
- Niente ho preso! Ho diviso i due numeri, in due biglietti diversi. Non ho
capito la fortuna che mi dava padre Illuminato; quello solo li sa i numeri,
signori miei, e nessun altro, nessun altro, perdio! Quello tiene in mano la
nostra fortuna, il nostro avvenire. È una cosa forte: quando gli tasto il polso
per vedere se ha la febbre, io mi sento tremare tutto…
- Padre Illuminato è un egoista, - fischiò la voce sarcastica, tagliente del
professor Colaneri.
- Perché vi ha cacciato di casa sua, un giorno, che volevate a forza i
numeri! Egli non dà numeri ai sacerdoti che hanno buttato via la tonaca: è un
credente, padre Illuminato…
- Io li vedo da me, i numeri! - strillò acutamente il Colaneri. - Mi basta
non cenare, la sera, quando vado a letto: e meditare per un’ora, per due ore,
prima di dormire: e poi li vedo, capite che li vedo?
- Ma poi non escono, non escono! - urlò il marchese di Formosa.
- Non escono perché ho la mente ottenebrata dagli interessi umani, perché
non so staccarmi completamente dal desiderio di vincere, perché ad avere la
visione lucida, bisogna avere l’anima pura, purissima, lasciare ogni torbidezza
di passione, elevarsi nel dominio della fede. Ah io li vedo, ma spesso, ma
quasi sempre uno spirito maligno ottenebra i miei occhi…
- Sentite, sentite, - disse forte Ninetto Costa, l’elegante e ricco agente
di cambio, - io ho fatto di più, io ho saputo che una giovane modista che abita
al vico Baglivo Uries, aveva reputazione di dare i numeri buoni, i numeri veri:
essa, non può giuocarli, come sapete, le è proibito sotto pena di non conoscere
più i numeri. Ma li dà! Me le sono messo attorno, con la scusa di un amore
improvviso, pazzo, le ho fatto dei regali, la vedo ogni sera e ogni mattina,
sono giunto finanche a promettere di sposarla.
- E vi ha dato niente? - chiese ansiosamente il marchese di Formosa.
- Niente ancora! Evita il discorso, quando io gliene parlo, timidamente. Ma
li darà, perdio, se li darà!
Oh! come Bianca Maria avrebbe voluto che quel rosario recitato così
distrattamente, quella sera, continuasse ancora, per non farle udire quei folli
discorsi, di cui non perdeva una parola e che le turbinavano nel cervello,
dandole la sensazione di un vortice in cui fosse travolta la sua anima.
Come non avrebbe voluto udire gli impeti di quelle menti stralunate,
assorbite nella idea fissa! Ora parlava il marchese di Formosa, vibratamente:
- Sta bene l’ignoranza sapiente del ciabattino Cifariello, sta bene
la santità di padre Illuminato, stanno bene le visioni lucide del nostro amico
Colaneri, ma dove è il risultato? Che si vede? Che abbiamo ottenuto? Noi qui ci
giuochiamo l’osso del collo, ogni settimana, cavando denari dalle pietre,
ognuno di noi, e vincendo, ogni cento anni, la miseria di un piccolo ambo, o la
più grande miseria di un numero per estratto. Qui ci vogliono mani più potenti!
Qui ci vogliono forze più alte! Qui ci vogliono miracoli, signori miei! Si
dovrebbe far decidere mia sorella monaca, Maria degli Angioli, a dare i numeri!
Mia figlia dovrebbe farla decidere. Qui ci vorrebbe mia figlia stessa, che è un
angelo di virtù, di purezza, di bontà, che chiedesse i numeri all’Ente Supremo!
Un profondo silenzio seguì queste parole. Suonò il campanello della porta di
entrata. Bianca Maria che, tremando tutta, si era trascinata sin dietro la
tenda della sua porta, vide passare ed entrare nel salone un uomo miserabilmente
vestito, dall’aspetto ignobile, con le guance smunte, livide, striate di rosso
e la barbaccia nera di un convalescente che esce dall’ospedale, un’apparizione
penosa e paurosa. All’entrata del bizzarro individuo nel salone, era subentrato
il silenzio, come se improvvisamente si fossero placati tutti gli animi, come
se una grande misteriosa tranquillità fosse apportata dallo sconosciuto.
Bianca Maria, appoggiata allo stipite della sua porta, tendeva l’orecchio,
ansimando. Forse i cabalisti erano ritornati al loro tavolino, portandosi seco
loro quel nuovo arrivato. Durò a lungo il silenzio. Immobile, quasi rigida,
essa si aggrappava al legno della porta, per non cadere: quello che aveva udito
era troppo crudelmente doloroso, per non sentirsi spezzar l’anima. La teneva
un’umiliazione, un’angoscia senza nome, come se tutta la sua sensibilità non
fosse oramai che un dolore solo. Soffriva in tutto, nella fierezza natia, nel
suo riserbo di fanciulla offesa dal suo nome buttato così, in una disputa di
pazzi, da suo padre: soffriva nella sua tenerezza filiale, per sé e per suo
padre, come avrebbe sofferto per ambedue, se egli l’avesse schiaffeggiata in
pubblico: l’angoscia le saliva al cervello come se volesse abbruciarlo fra le
sue strette roventi. Quanto tempo ella stette così, quanto tempo durò il
silenzio, nuovamente, nel salone?
Ella non lo avvertì. Solo, nel suo affanno, udì passare dietro la tenda
della sua porta e uscire chetamente di casa, come tanti cospiratori, uno ad
uno, tutti gli amici di suo padre. Allora, macchinalmente, uscì dalla sua
stanza per cercare di lui. Ma il salone era scuro: era scura la piccola stanza
da studio dove il marchese di Formosa entrava ogni tanto, a consultare qualche
vecchio libro di cabala. Bianca Maria cercava suo padre affannosamente. Alla
fine, una luce la guidò. Don Carlo Cavalcanti era entrato nella piccola
cappella; aveva ravvivato la lampada innanzi alla Vergine Addolorata; aveva
acceso la lampada spenta per suo ordine, innanzi all’Ecce Homo; aveva
acceso le due candele di cera nei candelabri dell’altare e li aveva trasportati
innanzi a Gesù Cristo. Non contento di ciò, aveva anche portato nella piccola
cappella il lume a petrolio del salone e in quella grande illuminazione si era
prostrato, buttato giù, disperatamente, innanzi al Cristo, e trasalendo,
sussultando, singhiozzando, pregando ad alta voce, diceva al Redentore:
- Ecce Homo mio, perdonatemi, sono un ingrato, sono uno sconoscente,
sono un misero peccatore. Ecce Homo, perdonatemi, perdonatemi,
non mi fate scontare i miei peccati. Fatemi la grazia per quella figlia che
languisce, per la mia famiglia che muore! Io sono indegno, ma beneditemi per
quella creatura! O Vergine dei |