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4 - IL DOTTOR AMATI. - SUOR MARIA DEGLI ANGIOLI. - IN
CONVENTO
Né da un giorno, né da un mese, quando il dottor Antonio Amati si appressava
al balcone della sua grande stanza da studio, vedeva apparire, fra le vecchie
tende ingiallite del balcone dirimpetto al suo, rispondente nel maggior cortile
del palazzo Rossi, già Cavalcanti, quel delicato volto pensoso di fanciulla.
Erano corsi due anni dal giorno in cui uno dei più giovani, ma anche dei più
illustri medici napoletani, era venuto a prender dimora colà, solo, con un
servo e una donna di governo, ma portandosi dietro tutta la folla della sua
clientela vecchia e nuova, mettendo per quelle scale ampie, ma un po’ tetre, un
andirivieni di gente affaccendata e preoccupata: e dal primo giorno, dietro i
cristalli della sua stanza da studio, egli aveva scorto, dirimpetto, per un
minuto, quell’ovale puro, quella carnagione tenue che si colorava di roseo
appena appena, e quegli occhi tra fieri e dolci, il cui sguardo ricercava il
cuore per la fierezza e per la dolcezza. Subito aveva visto tutto questo, il
dottor Antonio Amati, malgrado che i vetri del balcone dirimpetto sembrassero
appannati dalla vecchiaia e malgrado la brevità dell’apparizione; egli era un
rapido osservatore e in verità molta parte della sua abilità medica veniva da
questo colpo d’occhio immediato, da questa intuizione vivissima, giusta e
profonda.
- Un cuore senza sole - aveva mormorato fra sé, ritornando a riporre i suoi
grossi volumi scientifici, nelle scansie severe di quercia scolpita.
Né si era meravigliato quando la portinaia del palazzo Rossi, consultandolo
umilmente sotto l’androne, prima che egli salisse in carrozza pel suo solito
giro di visite pomeridiane, narrandogli le cause di un malore febbrile che le
aveva ingrossata la milza, gli dicesse, così, fra un profluvio di altre
chiacchiere, che quell’anima di Dio, dirimpetto al balcone del dottore,
era la marchesina Bianca Maria Cavalcanti, una signorina assai nobile, ma
adesso assai decaduta, povera figliuola, non per i peccati suoi.
- Ma forse si fa monaca - aveva concluso la portinaia.
- Cuore senza sole - aveva pensato nuovamente, andandosene, Antonio Amati,
dopo aver prescritto una ricetta alla verbosa portinaia inferma.
Ma non lui aveva tempo da far frasi o da pensare varie volte, in una
giornata, alle fanciulle aristocratiche che discendono, per mala fortuna o per
i peccati dei genitori, alla tristezza e alla miseria; non lui potea
fantasticare troppo a lungo su quella malinconica esistenza che si svolgeva
accanto alla sua, ma dalla sua così diversa. Era un taciturno ed energico uomo
di azione, un meridionale senza parole che applicava al lavoro assiduo,
quotidiano, tutta la forza che gli altri meridionali sprecano in sogni, in
parole, in declamazioni; e l’assuefazione a questo concentramento, l’assembrare
ogni giorno tutto l’impeto del suo temperamento focoso, e il domarlo con la
forza della volontà, e il farne uso per un lavoro scientifico e pratico, nel
continuo contatto della vita e dei libri, della umanità che soffre, lo aveva
reso celebre a trentacinque anni, orgoglioso, ma non vanitoso della sua grande
reputazione, fortunato, ma non reso più meschino, più piccolo dalla sua
fortuna. Ah no, egli non potea sognare per il pallido volto di giglio di Bianca
Maria Cavalcanti: troppa gente intorno a lui si ammalava di tifo, di vaiuolo,
di tisi, di cento altre dure, quasi invincibili malattie, che chiedevano la sua
presenza, il suo soccorso, la sua energia quotidiana! Troppa gente lo chiamava,
lo invocava, gli tendeva le mani, chiedendo aiuto, assediando il portone, le
scale, la sua porta, la sua anticamera, cercandolo all’ospedale, cercandolo
all’Università, andando ad aspettarlo alla porta degli altri ammalati, con la
pazienza e la rassegnazione di chi aspetta un salvatore! Troppi, troppi soffrivano,
si ammalavano e morivano, perché egli potesse sognare per la esile apparizione,
mirando il candido volto che si piegava, pensieroso, sotto il peso delle trecce
nere!
Pure, attraverso quella vita tutta lavoro utile, per sé e per gli altri,
attraverso quella continua azione, la cui apparenza di frettolosa durezza e
talvolta di dolorosa brutalità scientifica era compensata dalla nobiltà dei
quotidiani sacrifici, quella figura attraente nel suo silenzio e nel suo
pensiero, confortava ogni mattina la fantasia del dottor Antonio Amati: man
mano la giovanile apparizione prendeva un posto fra le cose che il dottor
Antonio Amati prediligeva e che amava di trovar al loro posto, ogni giorno: i
suoi libri, i suoi vecchi quaderni di pelle, certi ricordi di infanzia e di
giovinezza, la manina di cera modellata su quella di una sorellina che gli era
morta, un’antica fotografia di sua madre che viveva in provincia di Campobasso,
la provincia di cui egli conservava il forte accento, malgrado la sua dimora di
diciotto anni a Napoli e i suoi viaggi in Francia e in Germania.
Bianca Maria entrava in quest’armonia delle cose ambienti che carezza
dolcemente la vista, e anche il cuore degli uomini di forte pensiero e di forte
lavoro. Antonio Amati non cercava né di vederla più spesso, né di parlare di
lei, né di conoscerla: gli bastava di vederla apparire, nelle ore mattinali,
dietro i cristalli del suo balcone, di vederla guardare vagamente in giù,
nell’oscuro e umido cortile, per poi vederla sparire lentamente, come era venuta,
quieta figura solitaria senza dolore, ma senza sorriso. Fra un cliente che
usciva e l’altro che dovea entrare, il dottor Amati si levava dalla sua
scrivania e arrivava sino al balcone; in una qualunque di queste passeggiate
che parea gli servissero di pausa, di riposo, di distrazione, fra un lavoro
compiuto e un altro da cominciare subito, egli intravedeva la candida faccia
pensante di Bianca Maria: ciò gli bastava, da due anni.
Invero, qualche volta, in quei due anni, egli l’aveva incontrata per le scale,
o sotto l’androne del cupo palazzo Rossi, accompagnata dal padre o da
Margherita: egli aveva cavato il cappello, profondamente; ella aveva risposto
al saluto, chinando il capo, ma senza sorridere. Anche ella lo conosceva bene,
vedendolo ogni mattina, il dottor Amati; ma lo guardava nel volto, lealmente,
senza quel soverchio riserbo, o quel principio di sorriso, o quella falsa
indifferenza, o quella falsa glacialità che sono le piccole civetterie delle
fanciulle comuni, aristocratiche o plebee. Francamente, ingenuamente, ella lo
guardava per un momento, rispondeva al suo saluto e poi gli occhi dolci e fieri
prendevano quella espressione vaga e pensierosa. Essi non si davano la posta,
ogni mattina, ciascuno dietro al proprio balcone dai cristalli sempre chiusi,
poiché egli era un uomo troppo serio, troppo occupato di gravi doveri per far
questo, ed ella una creatura troppo semplice e troppo vivente di una solitaria
vita interiore, per pensare a questo; solo si ritrovavano quotidianamente,
oramai l’uno abituato all’altro.
- Forse si fa monaca, - ripeteva ogni tanto la portinaia, che era guarita
del suo male e si occupava assai dei mali altrui, fisici e morali.
Ma il medico passava innanzi senza rispondere, pensando al doloroso coro di lamenti
che si levava sino a lui, da stanze povere e ricche, per dolori veri,
imminenti, di cui era audacia sperare la guarigione, ma era degno del suo
talento e del suo coraggio il tentarlo. Pure, in quella umidiccia, sciroccale
mattinata di autunno, mentre si alternavano lugubramente al suo scrittoio i
tossicolosi, i cardiaci, i febbricitanti, i cui mali si aggravavano in quella
temperatura morbosa dei mali giorni napoletani, avendo, come al solito,
occupato le sue pause ad andare presso il balcone, macchinalmente, e non avendo
veduto apparire Bianca Maria, egli sentì come un fastidio: fastidio latente,
non preciso, non definito, da cui veniva a distrarlo ogni nuovo infermo giunto
dalla provincia, o dagli estremi quartieri di Napoli: un fastidio che rinasceva
sempre latente, sempre vago, quando il cliente si allontanava. L’ora mattinale
trascorreva nella malinconia della grande stanza, mobiliata di stoffa marrone
chiara, con quei volti scialbi e ansiosi che si tendevano verso lui, con quelle
voci fioche e lamentose, con quegli scarni toraci o flaccidi di malsana
magrezza, che si denudavano per dare a lui la traccia della tisi o
dell’ipertrofia, con quelle tossi fischianti, funebri; e mai come in quel
giorno egli aveva inteso l’incubo della sua professione.
Bianca Maria non compariva.
- Ella è ammalata, - pensò fra sé, fugacemente.
E supposto questo, subito se ne convinse come se qualcuno gliene avesse dato
la notizia sicura, o se l’avesse vista egli stesso inferma. Era ammalata. E
immediatamente pensò che bisognava soccorrerla, con quell’istinto di
salvataggio, che è uno dei segreti dei grandi medici. Cercò un minuto: ma
subito il suo spirito rientrò nella realtà della vita e disse che era una
follia occuparsi di una persona che non conosceva e che probabilmente non
voleva saperne di lui. Se avessero bisogno della sua opera, lo avrebbero
chiamato, in casa Cavalcanti. Però, in tutto questo, egli era certo che Bianca
Maria era ammalata.
Un altro cliente entrava nella stanza. Anzi erano due: un giovanotto e una
ragazza, due popolani. Egli riconobbe subito la ragazza dal volto consumato,
come riarso, dai grandi occhi dolenti, cerchiati di nero, dalla treccia di
capelli un po’ disfatta sulla nuca. L’aveva curata di un tifo, all’ospedale di
San Raffaele, quando l’epidemia tifoide imperversava in Napoli.
- Oh sei tu, Carmela?
- Buon giorno a Vostra Eccellenza, - fece la fanciulla, buttandosi a voler
baciare la mano del dottore, che egli ritrasse prontamente.
- Sei malata?
- È come se fossi ammalata, - disse lei, abbozzando un pallido sorriso di
malinconia, mentre il dottore cercava di scorgere il volto del giovanotto che
l’accompagnava: - sto per avere una disgrazia, che è peggio di una malattia,
Eccellenza.
Così dicendo si voltò e chiamò il suo compagno: Raffaè? Allora Amati vide il
giovanotto in tutta la sua sagoma guappesca, dai calzoni a campana al
cappelletto dalle falde strette, dalla catenina di argento col corno di
corallo, agli stivaletti verniciati e scricchiolanti, a tutta l’aria furbesca e
sfacciata del giovanotto ventenne che ha abbandonato il coltello, la
tradizionale sfarziglia dei suoi genitori in camorrismo, per la
rivoltella moderna.
- Questo è l’innamorato mio, Eccellenza, - diss’ella umilmente e
gloriosamente, mentre Raffaele guardava in aria come se non fosse affar suo. E
coprì il giovinotto di uno sguardo così intenso, così pieno di tenerezza e di
passione, che il medico represse un moto d’impazienza.
- È ammalato? - domandò.
- Nossignore, nossignore, sta benissimo, che Dio lo benedica! Ma ha, cioè
abbiamo un’altra disgrazia addosso, o veramente la disgrazia è proprio la mia,
che lo debbo perdere. Se lo vogliono prendere alla leva, - disse lei, con la
voce tremula e gli occhi pieni di lagrime.
- È naturale - rispose il dottore, sorridendo.
- Ah, signore mio, come potete dire questo? È una infamità del
governo, prendersi un bel figliuolo di mamma, che si deve pure sposare! Signore
mio, se non mi aiutate voi, come faccio?
- E che ti posso fare, io?
Raffaele, intanto, continuava a posare la mano sul fianco, tenendo il
cappelletto sospeso a due dita: ogni tanto, distrattamente e altieramente,
guardava Carmela, d’alto in basso, come se tollerasse per mera bontà che ella
si occupasse dei fatti suoi: ogni tanto gettava uno sguardo obliquo, ma
dignitoso, sul dottore.
- Vostra Eccellenza è un’anima santa, - mormoro Carmela. - Io voglio che
diate a Raffaele una medicina che lo faccia ammalare, e lo faccia scartare
dalla leva.
- Figliuola mia, non è possibile.
- E perché?
- Perché non ve ne sono, di quelle medicine miracolose.
- Ah, signore mio, dite che non me la volete fare, questa carità! - esclamò
lei disperata. - Pensate che se lo pigliano per tre anni! Per tre anni! Come
faccio, tre anni, senza lui? E poi lui, poi, non ci vuol andare, signore mio!
Se sapeste che dice…
- Le ho detto - interruppe enfaticamente Raffaele, tirandosi giù il
panciotto, con un moto familiare ai guappi, - che se mi vogliono
prendere per forza, facciamo un piccolo sparatorio, ci capita il ferito,
mi portano in carcere, e al più, che succede? un anno di carcere? Tanto a San
Francesco un giorno o l’altro vi ho da andare…
- Non parlare così, non dire questo… - gridò lei fra il terrore e
l’ammirazione. - Prega il professore che ti dia la medicina.
- Voi dovete sposarvi presto? - chiese il dottore che non si meravigliava
più di nulla, nel suo continuo contatto col pubblico.
- Subito, - rispose solo Carmela, mentre Raffaele guardava in aria.
- Quando?
- Quando pigliamo il terno, - ribattè lei tranquilla e sicura.
- Allora fra qualche tempo… - soggiunse il dottore, ridendo.
- No, no, Eccellenza, don Pasqualino de Feo, l’assistito, mi ha
promesso i numeri certi. Ci sposiamo subito. Ma voi dovete fare scartare
Raffaele.
- Non vi è bisogno di me: Raffaele lo scartano, perché ha il petto stretto,
- concluse il dottore, dopo aver sogguardato il guappetto.
- Veramente, dite?
- Veramente.
- Che siate benedetto, signore mio! Se dovevo avere anche questo dolore, io
moriva, moriva. Tanti guai, tanti guai… - mormorò lei, rialzandosi il gramo
scialletto sulla spalle… - sono la mamma dei guai, io - e sorrideva
dolorosamente.
- Buongiorno a Vostra Eccellenza - disse Raffaele. - Quando venite a
quartiere Mercato o Pendino, cercate Raffaele che mi chiamano Farfariello, e
lasciatevi servire in tutto quello che vi serve.
- Grazie, grazie, - rispose il medico, licenziandoli.
I due ripetettero ancora i saluti, spingendosi per uscire, ella portando un
sorriso sulla faccia dolente, egli conservando il suo contegno di uomo che
disprezza la donna. Altri clienti si successero nella stanza, chiedendo l’opera
del medico, sino alle dodici, ora in cui egli dichiarò finita la visita mattinale.
Bianca Maria non era comparsa. Era, dunque, ammalata.
In fretta e in furia egli fece colazione, dando ordine al suo cocchiere di
preparare la carrozza: all’una doveva andare all’ospedale. La giornata si
faceva sempre più sciroccale, con un alito fetido di umidità. Egli uscì presto,
spinto dall’ora, e fu nella scala, fra la penombra, che incontrò Bianca Maria con
la cameriera Margherita, che scendevano anch’esse.
- Dunque non è ammalata - pensò il dottore.
Ma con l’occhio acuto dell’osservatore a cui il più fugace sintomo dice la
verità, egli vide che l’andatura della fanciulla era assai incerta: il volto
che ella levò verso di lui, salutando, era così intensamente pallido che, di
nuovo, la fibra medica vibrò in lui, con un desiderio immediato di salvare
quella creatura sofferente. Era lì lì per parlare, per chiederle bruscamente
dove si sentisse male; ma gli occhi dolci e fieri si erano abbassati, nella
loro errabonda espressione di pensiero; e la bocca aveva quella linea severa di
taciturnità che chiede, impone l’altrui silenzio. E la fanciulla sparve, senza
che egli avesse detto nulla. Il dottor Antonio Amati si strinse energicamente
nelle spalle, salendo in carrozza, immergendosi nella lettura di un giornale
medico; così faceva ogni giorno, per occupare utilmente anche il po’ di tempo
del tragitto. La carrozza rotolava senza rumore sul selciato, che l’umidità copriva
di un sottile strato di fanghiglia: l’umidità aveva steso una lievissima ombra
sui cristalli della carrozza, e il medico sentiva nell’aria e in sé il fastidio
di quella triste giornata sciroccale.
Né l’ospedale poteva consolare la malinconia tutta fisica del dottore; per
distrarsi egli s’immerse più profondamente nel lavoro pratico della visita
medica e in quello scientifico della spiegazione agli scolari.
Andava e veniva, da un letto all’altro, seguìto da una turba di giovanotti,
più alto di tutti loro, con la breve fronte dell’uomo ostinato, che due rughe
segnavano, dall’alto in basso, per il continuo aggrottamento delle
sopracciglia, le rughe della volontà, della concentrazione: e dalla bruna
spazzola dei neri capelli, piantati rudemente sulla fronte, dove già qualche
ciuffo bianco si mostrava, tanta era l’attività del suo pensiero, della sua
parola, della sua azione sempre pronta, che pareva che dovesse uscire il fumo
dei vulcani in eruzione. Gli ordini ai coadiutori, agli assistenti, alle
monache erano dati con durezza: tutti obbedivano in silenzio, subito, provando,
malgrado la brutalità di quegli ordini, una simpatia per quella volontà ferrea,
una ammirazione per colui che tutti chiamavano il grande salvatore.
E anche la sala a lui affidata, in quel giorno, aveva l’aspetto più triste,
più lugubre; la oscurità dell’aria rattristava quei malati, l’umidità pesante e
male odorante faceva loro sentire più acutamente i mali: e un lamentìo
sommesso, come un lungo respiro affannoso, si udiva da un capo all’altro della
sala e i pallori degli infermi diventavano gialli in quella scialba luce, le
mani scarne distese sulle coperte parevano di cera. E malgrado che cercasse di
stordirsi nel lavoro, nella parola, il dottor Antonio Amati sentiva più forte,
più acuto, il fastidio della professione… e attraverso quella sala lunga e
stretta, piena di letti allineati e di smorti volti stanchi di soffrire, piena
di un costante odore di acido fenico, attraverso quello scurore e quella
umidità sciroccale, in cui anche i rosei volti delle monache parevano esangui,
egli ebbe un sogno, una visione sparente di una campagna soleggiata, verde e
calda, chiara e odorosa, ebbe al cuore la strettura di un idillio apparso un
minuto, scomparso per sempre.
- Addio, signori, - disse Amati bruscamente agli studenti, licenziandosi.
Essi sapevano che, quando li salutava così, non desiderava di essere
accompagnato: sapevano, avevano inteso che il professore era in una delle sue
cattive ore: lo lasciarono andare. Uno degli infermieri gli consegnò due o tre
lettere, giunte mentre faceva la visita e la lezione: erano chiamate, biglietti
pressanti per ammalati che lo invocavano: un padre cui la malattia di suo
figlio facea perder la testa, delle donne disperate. Egli, leggendo crollava il
capo, come sfiduciato, quasi che tutti i malanni della umanità lo trovassero
scoraggiato della loro salvazione. Andava, sì, andava, ma lo teneva una
stanchezza profonda, che gli doveva nascere dall’anima, perché aveva lavorato
assai meno degli altri giorni: andava, taciturno, concentrato, quando un’ombra
surse innanzi a lui, per le scale dell’ospedale. Era una povera donna, senza
età, scarna, coi capelli radi e bigiastri, coi denti neri, coi pomelli
sporgenti; una povera donna con una vestaccia lacera e sporca, mentre il bimbo
che portava assopito fra le braccia, era poveramente coperto, ma pulito.
- Eccellenza, Eccellenza… - mormorò costei, con voce di pianto, vedendo che
il medico passava avanti, borbottando, senza curarsi di lei.
- Che vuoi? Chi sei? - disse ruvidamente il dottore, senza guardarla.
- Sono Annarella, la sorella di Carmela, quella che voi avete scampata dalla
morte… - disse l’altra, - la misera moglie di Gaetano, il tagliatore di guanti.
- Stamattina tua sorella, oggi tu! - esclamò il medico, impaziente.
- Ah non per me, signore, non per me, - mormorò la moglie del giuocatore -
io posso morire, non me ne importa niente, tanto che ci fo a questo mondo? Non
trovo neppur modo di dar pane ai figli…
- Sbrigati, sbrigati…
- È per questa creaturina, per questo figliuolino malato, signore mio, - e
si chinò a baciare la fronte calda del piccolo assopito. - Io non so che ha, ma
ogni giorno va giù, va giù, e io non so che dargli a questo cuore mio…
sanatemelo voi, signore mio…
Il medico si chinò sul piccolo infermo, dal bel volto gracile e pallido,
dalle palpebre violacee, dal respiro impercettibile, che appena schiudeva le
labbrucce; gli toccò la fronte e le mani, poi guardò la madre.
- Gli dài latte? - domandò brevemente.
- Sissignore - diss’ella, con un lievissimo sorriso di soddisfazione
materna.
- Quanti mesi ha?
- Diciotto.
- E ancora dài latte? Tutte eguali, voi altre napoletane! Levagli il latte.
- Oh, signore mio! - esclamò ella, spaventata.
- Levagli il latte, - replicò lui.
- E che gli dò? - diss’ella, quasi singhiozzando.
- Il pane mi manca spesso, per me e per gli altri due: ma il latte no… deve
morire di fame, anche quest’altra anima di Dio?
- Tuo marito non lavora, eh? - chiese il medico, pensando.
- Nossignore: lavora - diss’ella, crollando il capo.
- Ha qualche altra donna?
- Nossignore.
- E che fa allora?
- Giuoca alla bonafficiata, - disse lei, chinando il capo.
- Ah! ho inteso. Leva il latte al ragazzo. Ha la febbre. È il tuo latte che
lo avvelena.
Ella, dopo aver guardato il dottore e suo figlio, disse, sottovoce,
soltanto: Gesù! E un singhiozzo le spezzò il petto materno. Amati aveva scritto
una ricetta, col lapis, sul foglio di un suo taccuino. E scendeva le scale
seguìto da Annarella, le cui lacrime cadevano sul volto del ragazzo e il cui
singulto seguitava, cupo, come un lamento.
- Questa è la ricetta e queste sono cinque lire per spedirla, - disse il
medico, rapidamente, facendo un cenno, per impedire che Annarella lo
ringraziasse.
Ella lo guardava, con gli occhi imbambolati, mentre lui attraversava il
grande e freddo cortile dell’ospedale per andare a mettersi in carrozza: sola,
chinando gli occhi sul suo bimbo, ricominciò a piangere, e la ricetta nella sua
mano tremava, tanto le era insopportabilmente amara, l’idea di aver avvelenato
il suo figliuolo, col suo latte.
- È stata la collera, è stata la collera - diceva fra sé, poiché fra il
popolo napoletano il dolore si chiama spesso la collera.
Il dottor Amati aveva ancora crollato il capo, con un atto energico, come se
avesse la più assoluta sfiducia nella guarigione della umanità. Mentre apriva
lo sportello della carrozza, per salirvi, una donna che sino allora aveva
chiacchierato col portiere dell’ospedale gli si accostò, per parlargli. Era una
donna vestita di un nero vestito, di un nero scialle claustrale, con un
fazzoletto di seta nera che le nascondeva il capo ed era legato sotto il mento,
con un volto pallido e gli occhi neri di un colore opaco di carbone, gli occhi
di chi vive nella penombra e nel silenzio. Ella parlava piano.
- Vostra Eccellenza vorrebbe venire con me, per una carità urgente?
- Ho da fare, - borbottò il medico, facendo atto di salire in carrozza.
- È una persona che sta male, molto male, - insistette la donna, ma senza
levare la voce.
- Tutte le persone che debbo vedere, stanno male…
- È qui vicino, Eccellenza, nel monastero delle Sacramentiste. Mi hanno
mandata all’ospedale, per trovare un medico, non posso tornare senza medico… la
persona sta assai male.
- Sopra vi è ancora il dottor Caramanna, cercate lui, - ribattè Amati. - Sta
male una monaca? - soggiunse, poi.
- Nossignore, le Sacramentiste sono di clausura: non possono chiamare gli
uomini in convento, - disse la servente, con un movimento delle labbra. - È una
persona che si è sentita male nel parlatorio delle monache… è fuori clausura.
- Vengo io - disse subito Amati.
E spinse la servente nella sua carrozza, entrandovi e chiudendo lo
sportello. La carrozza rotolò nuovamente per la via dell’Anticaglia così bruna,
e sporca di fango, e triste di vecchiaia la servente e il medico non
scambiarono neppure una parola, durante il breve tragitto. La carrozza si fermò
innanzi alla porta del convento chiusa: la servente, invece di tirare la
catenella di ferro che corrispondeva alla campanella dell’interno, mise una
chiave nella toppa e schiuse il portone. Essa e il dottore attraversarono prima
un gelido cortile dove sporgevano una quantità di finestre dalle gelosie verdi,
poi un corridoio terreno, a colonne, lungo il cortile: dappertutto una completa
solitudine e un perfetto silenzio. Entrarono in una vasta stanza anche terrena,
con due porte-finestre sul corridoio. Lungo le muraglie
della stanza, semplicemente biancheggiate di calce, vi erano delle sedie di
paglia, niente altro: un grande tavolone, nel fondo, con una sedia dove sedeva
la servente portiera. A una parete, un crocifisso. Lungo un’altra parete due
grate fitte e, in mezzo, la ruota: di là si parlava e si passava qualche
oggetto alle monache. Presso questa parete era distesa, su tre sedie, una forma
femminile presso cui un’altra era inginocchiata, piegandosi sul volto di
quella. Prima che il medico arrivasse alla giacente, la servente si accostò
alla grata e parlò:
- Sia lodato il Santissimo Sacramento.
- Oggi e sempre! - rispose una fievolissima voce, all’interno, come se
uscisse da una cava profonda. - Vi è il medico?
- Sì, suor Maria.
- Bene, - e un sospiro si udì, fievole e lungo.
Intanto il dottor Antonio Amati si era accostato alla fanciulla svenuta, a cui
Margherita bagnava la fronte con un fazzoletto molle di aceto, mormorando
sottovoce:
- Figlia mia, figlia mia.
Il dottore che aveva posato il cappello in terra, s’inginocchiò anche lui, a
esaminare più da presso il volto bianco della fanciulla svenuta. Le toccò il
polso: delicatamente le sollevò una palpebra, l’occhio era vitreo.
- Da quanto tempo sta così? - domandò a voce bassa, mentre le strofinava le
mani gelide.
- Da mezz’ora, - rispose la vecchia.
- Che le avete fatto?
- Solo l’aceto: me l’hanno dato dalla ruota: qui non vi è niente: è un
monastero di clausura…
- Ne soffre? - chiese lui, insistendo in altra forma.
- Stanotte… stanotte ebbe un altro svenimento… l’ho trovata per terra, nella
sua stanza… ho chiamato il padrone.
- È rinvenuta da sé, stanotte?
- Sì.
- Ha avuto paura?
- Non so… non credo… - disse quella esitando sempre.
Parlavano a voce bassissima, mentre la servente si teneva ritta presso la
grata, quasi a custodia.
- Sta meglio? - chiese la fievolissima voce di dentro.
- Lo stesso - rispose monotonamente la servente.
- Oh Dio! - esclamò la voce, angosciata.
Intanto il medico si era inclinato, per udire meglio il respiro. Pareva
pensoso e preoccupato, mentre Margherita lo guardava con la disperazione negli
occhi.
- Ha avuto paura, mezz’ora fa, qui dentro? - ricominciò ad interrogare lui,
mentre aveva delicatamente sollevata la testa di Bianca Maria e l’aveva
appoggiata sul suo petto.
- No… certamente, no… - susurrò Margherita. - Io era in chiesa, non ho udito
quello che dicevano; mi hanno chiamata.
- Chi è quella monaca? - chiese lui, accennando alla grata.
- È suor Maria degli Angioli: la zia.
Allora egli si levò e si accostò alla grata, mentre la servente faceva quel
movimento delle labbra per indicare la clausura, quasi volesse opporsi alla
conversazione del medico con la monaca.
- Suor Maria, - disse lui, pian piano.
- Oggi e sempre… - disse la voce tenue, precipitosamente, udendo la voce
maschile.
- Vostra nipote ha avuto qualche spavento?
Silenzio dall’altra parte.
- Qualche cattiva nuova?
Sempre silenzio profondo.
- Vi ha detto ella qualche cosa di spiacevole che le sia accaduto?
- Sì, sì, - soffiò, tremando, la voce.
- Potete dirmi di che si tratta?
- No, no… - riprese subito, tremando sempre, quella di là. - Qualche cosa di
assai doloroso…non posso dirlo.
- Bene: grazie, - mormorò lui, rialzandosi.
- E come sta? Non le date niente? - chiese la voce della suora.
- La portiamo a casa: qui non si può farle niente.
- Siamo povere monache… - mormorò la suora. - Come la portate?
- In carrozza, - disse lui brevemente.
Poi, accostandosi a Margherita, egli riprese, con voce bassa ed energica:
- Ora vengo col mio cocchiere: qui essa non può restare, non posso darle
nessun aiuto. La trasporteremo nella carrozza, qui fuori, e andremo a casa.
- In questo stato? - chiese ella, incerta.
- Volete farla morire qui? - interruppe lui, bruscamente.
- Per carità… professore, scusate.
Egli era già uscito, senza cappello, senza pastrano, attraversando il
corridoio e la gelida corte. Ritornò dopo un minuto, col suo cocchiere, a cui
aveva evidentemente date le sue istruzioni.
Il dottore, delicatamente, sollevò il corpo della fanciulla svenuta, da
sotto le braccia, facendole appoggiare la testa sul suo petto, mentre il
cocchiere la sollevava dai piedi: era quasi rigida e pesante. Il cocchiere
aveva il volto spaurito, gli pareva forse di trasportare una fanciulla morta,
vestita di nero, attraverso quel nudo parlatorio, quel corridoio deserto, quel
deserto e gelido cortile: e malgrado che, stando al servizio di un celebre
medico, non fosse nuovo allo spettacolo del dolore fisico, quell’idea di
trasportare un freddo corpo di fanciulla, un cadavere forse, gli dava tale
ribrezzo, da voltare altrove lo sguardo. Dietro veniva la vecchia Margherita,
il cui viso, nel chiarore del cortile, apparve più giallo, più incartapecorito,
pieno di mille rughe dolorose: e il corteo silenzioso nella gran solitudine,
nel gran silenzio, attraverso quel chiostro muto come una tomba, il corteo
fatto dal dottore pensoso e turbato, dal servo sgomento, da quel corpo rigido
ammantato tristamente di nero e dall’antica serva, curva dolorosamente sotto
una nova angoscia ignota, il corteo, invero, era funebre.
Delicatamente, con la precauzione che si usa a non risvegliare dal lieve
sonno un bimbo dormiente, i due uomini posarono la povera creatura esanime
nella carrozza, appoggiandole la testa sulla spalliera e i piedi sul sedile
dirimpetto. Ella non aveva dato segno di vita, durante il trasporto: le due
rughe si approfondivano fra le sopracciglia del dottore Antonio Amati, rughe di
volontà e di concentrazione, caricandone la fronte di preoccupazione. Pure,
gentilmente, cercò di riappuntare le trecce nere della fanciulla che si erano
disciolte e le erano cadute sul petto: ma non ci arrivava. Con le scarne mani
tremanti, Margherita che era anche salita nell’ampio landau, raccolse
lei carezzevolmente le trecce della padrona: e il dottore udiva che ella
mormorava:
- Figlia mia… figlia mia…
Le tendine azzurre della carrozza erano state abbassate dal medico, contro
gli occhi indiscreti: la carrozza andava al passo; e in quell’ombra,
azzurrastra, acquitrinosa, con quel passo lento, il carattere di convoglio
funebre si conservava, risaltava più forte. Anzi, a un certo punto, la carrozza
si fermò; dopo un poco il cocchiere aprì lo sportello senza neppur guardare il
corpo della fanciulla, e consegnò al dottore una boccettina chiusa
ermeticamente, che costui fece odorare alla svenuta. Subito un acuto odore di
etere si diffuse nella carrozza che continuava ad andare pian piano. Bianca
Maria non si riscosse: dopo un poco, per solo segno di sensibilità, le palpebre
chiuse le si arrossirono e grosse lacrime le sgorgarono fra le ciglia,
rotolarono sulle guance, si disfecero sul collo. Il medico non distoglieva un
momento il suo sguardo da quel viso, mentre teneva fra le sue la mano di Bianca
Maria. Piangeva, ella, sempre immersa nello svenimento, senza dare altro segno
di vita: come se nella mancanza di sensibilità, ancora la sensibilità del
dolore le rimanesse, come se nella perdita di ogni memoria sopravvivesse ancora
un ricordo angoscioso, un solo, quello. E non rinveniva.
Quando giunsero nel cortile del palazzo Rossi, appena aperto lo sportello,
un mormorìo, un rumorìo nacque, crebbe, crebbe, impossibile a dominarsi. Vicino
allo sportello la portinaia esclamava e strillava, quasi che la fanciulla fosse
morta; tutte le finestre che davano sul cortile, tutte le porte che davano sul
pianerottolo, si erano schiuse, e al vedere estrarre dalla carrozza la povera creatura
esanime, bianca bianca, vestita di nero, con le trecce pendenti, strascicanti,
accompagnata dal medico che invano cercava d’imporre silenzio, il gridìo di
sorpresa, di compassione cresceva, cresceva, salendo per l’aria grave.
Sul pianerottolo del primo piano era uscita Gelsomina, la nutrice di
Agnesina Fragalà, tenendo nelle braccia la bella creaturina già florida: e
dietro era apparsa anche la madre felice, Luisella Fragalà, vestita da uscire,
col cappellino in testa. Ma appoggiata alla ringhiera di ferro, sorridendo
vagamente alla sua bambina, ella s’indugiava, guardando con pietà quello strano
trasporto; e una stanchezza preoccupata teneva la persona giovanile della bella
borghese che, da poco tempo, ubbidendo a un istinto, a un presentimento, superando
una certa fierezza, discendeva ogni giorno al magazzino di piazza Spirito
Santo, legando i sacchetti dei dolci e i cartocci delle paste, con le sue mani
bianche, sempre ricche di anelli.
- Poveretta, poveretta… - mormorava Luisella Fragalà, con una compassione
che aveva un senso più acuto, più profondo.
Sollevando la tenda pesante di broccato giallo, dietro il doppio cristallo
della sua finestra, anche al primo piano, era comparsa la scialba faccia della
signora Parascandolo, la moglie del ricchissimo usuraio che aveva perduto tutti
i suoi figli. Ella usciva raramente, chiusa nel suo magnifico appartamento che
era pieno zeppo di ricchi mobili, tristi ed inutili, poiché ella non riceveva
nessuno, da che le erano morti i figliuoli: solo ella compariva ogni tanto,
dietro i cristalli, appoggiandovi la faccia scolorita, guardandosi intorno, con
l’aria di dolente ebetismo che le era divenuta naturale. Per vedere Bianca
Maria, portata in su in quel modo, la povera donna cui nulla più arrivava a
scuotere, aveva aperto i cristalli, e la sua voce si univa al crescente
mormorio, esclamando come una invocazione e una preghiera:
- Gesù, Gesù, Gesù...
Sul pianerottolo del terzo piano, lasciando le tre stanze del misero
quartierino che sporgeva dirimpetto al teatro Rossini, era uscita tutta la
famiglia misantropica dell’impiegato Domenico Mayer: il padre sempre con la
faccia lunga e arcigna, con un par di maniche di lustrino sul soprabito,
togliendosi a un lavoro di copiatura che compiva a casa tornando
dall’Intendenza di Finanza; la madre, donna Cristina, guarita dal mal di denti,
ma afflitta dal torcicollo: la figliuola Amalia, dai grossi occhi sporgenti,
dalle grosse labbra, dal grosso naso, che aveva sempre il suo aspetto
ingrugnato di fanciulla che ancora non trova marito: e Fofò, il figliuolo,
sempre contristato da una fame che i suoi parenti dichiaravano una misteriosa
malattia. Tutta la famiglia, si buttava giù, quasi, dalla ringhiera, per la
curiosità, ed esclamava in coro, gridando, strillando:
- Povera figlia, povera figlia, povera figlia!…
Erano alla finestra la donna con la cuffia di batista e l’uomo in grembiale
azzurro da spazzare, finanche la governante e il servitore del dottor Antonio
Amati: né il vedere salire il loro padrone li distolse dal guardare, tanto
l’eccitamento di tutto il palazzo Rossi, nelle sue finestre, nel cortile e sui
suoi pianerottoli, era diventato invincibile.
Quel trasporto per le scale, fra la compassione chiassosa di tutta quella
gente diversa, fra quegli strilli metà di spavento, metà di pietà, che avevano
una duplice nota esagerata, parve eterno al dottor Amati; in quanto alla
vecchia Margherita, ella tremava di dispiacere e di vergogna, come se quel
rumore, quella pubblicità offendessero la sua padrona.
Quando la porta dell’appartamento si richiuse dietro a loro, ella disse a
Giovanni, sgomento:
- La marchesina sta male: non vi è Sua Eccellenza?
- No, - disse quello, facendo largo a coloro che portavano la svenuta.
Margherita crollò il capo, disperatamente, e accompagnò il dottore e il
servo nella stanza di Bianca Maria: la fanciulla fu deposta sul suo letto. Il
servo disparve.
Ancora, il medico tentò di farla rinvenire con l’etere: niente. Egli si
mordeva le labbra: due o tre volte disse: impossibile. Ancora una volta
sollevò le palpebre violacee, guardando l’occhio. Viveva, ma non rinveniva.
- Il padre, dov’è? - chiese, senza voltarsi.
- Non lo so, - mormorò la vecchia.
- Avrà qualche posto dove va, ogni giorno: mandatelo a cercare, sbrigatevi.
- Manderò… per ubbidire… - disse lei, sempre esitando, ma uscendo.
Egli si era seduto presso il letto: aveva posato la boccetta dell’etere,
oramai convinto della sua inefficacia. Quella piccola stanza, nuda, gelida, con
un aspetto di purità nivale infantile, aveva un po’ calmato la sua collera di
scienziato che non giunge né a vincere il male, né a darsi ragione del male.
Aveva visto, cento altre volte, dei lunghi e bizzarri deliqui: ma erano il
portato di malattie nervose, o di temperamenti anormali, disordinati dal loro
principio: ed erano stati vinti con mezzi ordinarii. La pallida fanciulla
pareva che riposasse profondamente: e che ancora per molte ore, per molto tempo
dovesse stare così, immersa nel buio regno della insensibilità. Egli si armava
di pazienza, sfogliando mentalmente i volumi medici dove si parlava di questi
deliqui. Due o tre volte Margherita era rientrata nella stanza, interrogandolo
con lo sguardo, angosciosamente: egli le aveva detto di no, col capo.
Poi le aveva chiesto del cognac; ella era stata incerta: in casa non ve
n’era; e Amati le aveva bruscamente ordinato di andarlo a cercare in casa sua,
alla porta accanto. Con un cucchiarino, un misero cucchiarino che aveva perduto
tutta la falsa argentatura, egli aveva aperto le labbra della fanciulla e,
attraverso la chiostra serrata dei denti, aveva versato il liquore energico:
senza risultato. Di nuovo, a Margherita che si agitava confusamente, egli aveva
chiesto che mettesse a riscaldare dei panni di flanella; ma vedendola ancora
impacciata, le aveva di nuovo ingiunto di andare a casa sua, a chiederne alla
sua governante. Mentre ella era assente, rientrò Giovanni, trafelato: parlava
ansando, al dottore.
- Non l’ho trovato in nessun luogo, il marchese: né al posto di lotto
di don Crescenzo, né alla Congregazione di Santo Spirito, né a casa di don
Pasqualino l’assistito, dove si riuniscono ogni giorno.
- Chi si riunisce? - chiese distrattamente il medico, udendo appena appena
il discorso.
Gli amici di Sua Eccellenza… ma ho lasciato detto, dovunque, che egli
ritornasse a casa, perché la marchesina sta male.
- Va bene: spedite questa ricetta, - disse il medico che l’aveva scritta,
come al solito, col lapis, sopra un foglietto del suo taccuino.
La faccia del vecchio servitore si decompose nel pallore. Il medico, sempre
intorno alla svenuta, non aveva visto.
- Andate, - disse, sentendolo ancora di là.
- Gli è che… - balbettò il pover’uomo.
Allora il medico, come aveva fatto per Annarella, la povera moglie del
tagliatore di guanti, cavò dieci lire dal portamonete e gliele dette.
- … non essendoci il padrone e non potendo dirlo alla padrona, - mormorò
Giovanni, volendo giustificare la mancanza di denaro.
- Va bene, va bene, - disse il dottore, tornando alla svenuta.
Ma una forte scampanellata risuonò per tutto l’appartamento. Un passo
vibrato si udì e il marchese di Formosa entrò. Parve non vedesse che la
figliuola distesa sul letto e cominciò a baciarle la mano, la fronte, parlando
forte, angosciandosi:
- Figlia mia, figlia mia, buona < |