Matilde Serao: Raccolta di opere
Matilde Serao
Il paese di cuccagna
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14 - IL SEQUESTRO DELL’ASSISTITO

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14 - IL SEQUESTRO DELL’ASSISTITO

 

Con fragor triste scrosciava la pioggia di estate sul selciato, mentre due larghi rigagnoli giallastri discendevano ai lati della via Nardones e nell’aria era quell’odor nauseante solforoso dei temporali di agosto. In piazza San Ferdinando le carrozze da nolo, dal soffietto levato, erano tutte lucide di pioggia, stillanti acqua da tutte le parti: bagnati sino alle ossa, grondavano di pioggia i lunghi e magri cavalli dalla testa abbassata: raggricchiati, col cappelluccio sformato sugli occhi, col capo abbassato sul petto, con le mani convulsamente ficcate nelle tasche dello sdrucito cappotto, i cocchieri ricevevano pazientemente l’ondata che cadeva dal cielo; e tutto era triste, intorno, il palazzo reale, la piazza, il porticato e la chiesa di San Francesco di Paola, la Prefettura, il Comando di Piazza e i grandi caffè, tutto triste, malgrado la grandezza e i tanti lumi accesi dietro i cristalli, triste anche la maestosa mole del teatro San Carlo, tutto il notturno paesaggio avvolto nella fragorosa burrasca che non aveva posa, traendo, dalla stanchezza, nuova forza a batter case, strade e uomini.

I passanti erano rari; e apparivano come ombre di creature infelici, sotto gli ombrelli sgocciolanti di pioggia, oppure rasentavano le muraglie, non avendo l’ombrello, col bavero alzato, e il cappello molle, fradicio di acqua. Qualche raro viandante scantonava, da Toledo a via Nardones, una via abbastanza larga posta nel miglior centro della città, e intanto conservante un aspetto equivoco, quasi di strada male abitata e mal sicura: una via senza tetraggine, ma spirante la diffidenza delle chiuse finestre, dei balconi scarsamente illuminati, dei portoncini socchiusi, dove lo sguardo si perde in un buio androne. Qualche grande portone, ogni tanto, spezzava questa impressione di sospetto, col chiarore del suo gas e l’ampiezza del suo cortile: ma qualche bottega, dai poco puliti cristalli velati di una stoffa rossastra, ermeticamente chiusa, illuminata fiocamente, dietro cui si disegnavano delle bizzarre ombre piccolissime o gigantesche, gittava di nuovo un vago turbamento nell’animo di coloro che se ne tornavano alle loro case, piegati sotto il peso delle cure e della lunga fatica. A un certo punto, una donna, appena coperta da uno scialle nero, sul vestito di lanetta gialla e sulla camiciuola bianca, scantonò, da Toledo, salendo lentamente la via Nardones, tenendo le due cocche del fazzoletto che le copriva il capo, strette fra i denti e riparandosi dalla pioggia, sotto un ombrello piccolo piccolo. Ella andava con precauzione, levando i passi in modo da bagnare il meno possibile le sue scarpette di pelle lucida e mostrando le calzette rosse di cotone. Quando passò sotto un lampione dalla luce rossiccia, levò il capo e apparve il volto, oramai stanco e triste, sotto il belletto grossolano, di Maddalena, la infelice sorella di Annarella e di Carmela. Ella arrivò innanzi alla equivoca bottega dalle tendine rossastre, e si fermò davanti ai cristalli, come se tentasse di vedere una persona, un fatto che accadesse dentro, senza osare di aprire. Ma, salvo il movimento di certe ombre nere incappellate, non si distingueva nulla: ed ella, dopo aver esitato un bel pezzo, si decise a metter la mano sulla maniglia e a schiudere uno sportello della bottega: introdusse la testa dallo spiraglio, timidamente, e chiamò:

- Raffaele, Raffaele

- Ora vengo, - rispose la voce del giovanotto camorrista, di dentro, con una lieve intonazione di impazienza.

Subito, ella rinchiuse: e sotto la pioggia, pazientemente, si mise ad aspettare. Qualche uomo passava e le gittava una strana occhiata, eccitato da quell’incontro, in quella bizzarra temperatura burrascosa in quell’ora della notte che si avanzava, in quella via deserta. Ma ella chinava gli occhi, quasi si vergognasse: e sogguardava l’estremità di via Nardones, per vedere chi ne spuntasse, temendo continuamente di esser sorpresa. A un tratto trasalì: due popolani si avvicinavano, risalendo la via Nardones, senza discorrere fra loro, prendendosi sulle spalle tutta la pioggia: un vecchio sciancato, trascinante la gobba e la gamba più lunga, il lustrino Michele, senza la sua cassetta dove lustrava le scarpe, e un altro, magro, pallido, con certi occhi ardenti nelle occhiaie incavate, Gaetano, il tagliatore di guanti.

Nel riconoscere il marito di sua sorella Annarella, suo cognato, Maddalena fu presa da un fremito di paura; si strinse al muro, come se volesse rientrarvi, abbassò l’ombrello e pregò, mentalmente, perché Gaetano non la riconoscesse, con le labbra che non arrivavano a balbettare le parole della preghiera. Fremeva, fremevatemendo che la bottega si aprisse in quel momento e che Gaetano riconoscesse colui che usciva di dentro. Ma Gaetano, il tagliatore di guanti, ricevendo sul capo l’ondata della pioggia, non badava a coloro che si trovavano nella strada, fortunatamente per Maddalena: né la porta della bottega si schiuse, quando egli passava. Anzi i due popolani scomparvero, uno dopo l’altro, in un portoncino lontano una quarantina di passi, dove anche qualche altro uomo, prima di loro, era sparito. Ma sotto il suo rossetto, Maddalena si sentiva le guance gelide dalla paura e riaprì la porta della bottega, pregando, invocando, sottovoce:

- Raffaele, Raffaele

- Vengo, vengo, - rispose il giovanotto, seccato, senza nemmeno accorgersi che la povera donna aspettava da tempo, sotto la pioggia, nella notte, nella via spazzata dal vento.

Ella sospirò, profondamente, e gli occhi che non avevano più bisogno di bistro, tanto li sottolineava un ombra nera di stanchezza e di dolore, si riempirono di lacrime. La pioggia adesso aveva inzuppato l’ombrello di cotone verdastro e scendeva sul capo di Maddalena, le immollava i neri capelli lucidi e le rigava la faccia e il collo, un’acqua tiepida, come se fosse di lagrime. Ma ella non sentiva neppure quello scorrere della pioggia, fatta insensibile, e non vide le altre tre o quattro persone, che sbucando da Toledo, risalendo verso l’altitudine di via Nardones, scomparvero nel portoncino, dove si erano cacciati Michele il lustrino e Gaetano il tagliatore di guanti.

Di dentro la bottega, le ombre si agitarono, mentre un fragore di voci che discutevano, si levava, ed ella tese l’orecchio, ansiosamente, sentendo che Raffaele bestemmiava e minacciava. Ah! non potette resistere al tumulto delle voci irose e schiuse nuovamente la porta, gridando, supplicando:

- Raffaele, Raffaele!

Ancora altre parole colleriche scoppiarono, dall’una parte e dall’altra, fra coloro che bevevano e giuocavano in quel losco caffettuccio. E Raffaele, messosi in capo il cappello con un pugno, uscì dalla bottega, come respinto da chi vi si trovava: trovandosi avanti quella figura umile di Maddalena, tutta bagnata, col rossetto stinto sulle guance, con la faccia stravolta dalla disperazione, egli bestemmiò come un sacrilego, e le diede uno spintone brutale.

- Andiamocene, andiamocene, - disse lei, senza badare a quell’atto e a quelle parole di bestemmia.

Il camorrista la mandò a farsi uccidere, furiosamente. Ma pioveva e egli non aveva ombrello, il giacchettino corto lo riparava assai male, e si mise sotto l’ombrello, bestemmiando fra i denti, ancora.

- Abbi pazienza, abbi pazienza, - diceva lei, allungando il passo sul selciato, per stare sempre vicino a lui, abbassando l’ombrello dalla sua parte, per non farlo troppo bagnare.

- Ma non lo sai, che al bigliardo non ci devi venire? - le disse il giovanotto, con una collera repressa. - Io mi secco di far la figura del ragazzo, che lo vengono a prendere, alla scuola. Mi secco!

- Abbi pazienza, non ho potuto resistere, - mormorò lei, bevendo le lacrime che le scendevano sulle guance e che non poteva asciugare.

- Io ti lascio, quanto è vero il nome di Gesù, ti lascio! Hai il difetto di tua sorella, tu: stracciata che mi faceva schifo, mi veniva a cercare, dovunque, per farmi burlare dai miei amici. L’ho lasciata per questo, capisci?

- Povera sorella mia, - mormorò lei, lamentandosi.

- Tu non sei stracciata, tu: ma mi fai scorno lo stesso, capisci?

- Capisco.

- Se no, ti lascio come ho lasciato Carmela: sono un giovanotto d’onore, hai capito?

- Ho capito.

- E non ci venir più.

- Non ci verrò più.

Continuavano ancora questo dialogo, egli furioso della perdita al giuoco dello zecchinetto, della rissa coi compagni e della mancanza di denaro, ella, contrita, sentendo che quei maltrattamenti erano la giusta punizione del tradimento fatto a sua sorella: tanto che, mentre egli mordeva, nell’angolo delle labbra, il suo mozzicone spento e seguitava a malmenarla, rinfacciandole la sua infelice esistenza, vilipendendola con ogni ingiuria, ella andava accanto a lui, pallida, poiché tutto il rossetto si era dileguato sotto la pioggia, con la camiciuola intrisa di acqua che le si attaccava alle spalle e i capelli che le s’incollavano sulla fronte, andava, abbassando maternamente l’ombrello dalla sua parte, sopportando l’insulto, ebbra di dolore e di pentimento, ripetendo macchinalmente:

- È poco, è poco…

Lassù, tutti quelli che erano entrati nel portoncino a mano destra di via Nardones, erano saliti per una scaletta di un piano solo, dirimpetto alla scala principale, un po’ più grande: erano entrati in un quartierino di due stanzette che si affittavano per uso di studio, come diceva il padrone di casa, visto che non vi era cucina. Ma le due stanzette erano così basse di soffitto e così scarsamente illuminate da due finestrelle, erano così freddi i pavimenti dai mattoni rossastri, così sporche le carte da parati e così unta la vernice delle porte e delle finestre, che nessun meschinissimo notaio, o avvocato povero, o medico senza clienti, o commerciante di loschi affari, vi restava più di un mese. Il ciabattino che serviva da portiere e gli abitanti che passavano dalla scala grande, erano dunque abituati a veder salire e scendere continuamente visi nuovi, giovani e vecchi, uscieri e mezzani d’affari, una sfilata di persone dalle facce scialbe e dagli equivoci sguardi. Chi si occupava delle persone colà abitanti? Nessuno, neppure il portiere che non aveva stipendio dagli inquilini del quartierino, e che non si curava, quindi, dei cambiamenti di affittuario. Sulla scala principale abitavano persone affaccendate, affittacamere, maestri di calligrafia, un dentista di terz’ordine, una levatrice e altra gente curiosa, bizzarra, che saliva e scendeva, presa dai suoi interessi, dai suoi affari, dalla sua decente miseria, o dalla sua inutile corruzione: gente che badava poco al vicinato, tanto che lo studio sempre in preda a un nuovo inquilino, o deserto di abitanti si potea dire isolato.

Il cartello si loca vi stava, sul portone, tutto l’anno: tanto non era possibile trovare un affittuario ad anno, e ogni mese si era alle stesse. Quando il quartierino era affittato, allora la chiave, all’imbrunire, la portava via l’inquilino: quando era vacante, il ciabattino la teneva sul suo banchetto, e, assentandosi, la consegnava alla carbonaia dirimpetto. La scaletta del quartierino era qua e , sbocconcellata: lubrica e pericolosa per chi non avesse buone gambe e buoni occhi. Adesso, in quell’agosto, da un paio di mesi, la casetta era stata presa in affitto da un signore giovane, decentemente vestito, come un provinciale quasi elegante, grasso, grosso, con un collo taurino, e una faccia dove il rosso del pelo si mescolava al rosso della carnagione, dandogli una fisonomia scoppiante di sangue. Così lo studio si apriva ogni tanto nella settimana, per qualche ora, e due o tre persone vi venivano, talvolta di più. Scomparse nella scaletta, non si udiva più nulla, nulla appariva dietro gli sporchi vetri delle finestre: solo, dopo qualche ora, quelle persone ricomparivano, ad una ad una, alcune rosse in viso come se avessero lungamente gridato, altre pallide come se le divorasse una collera repressa. Sparivano, ognuna per la sua strada, talvolta senza che le vedesse neppure il portinaio. Ma in una sera della settimana, sempre la stessa, convenivano nello studio sette od otto uomini: una lampada a petrolio, sudicia, coperta da un paralume di carta verde, che poteva costare tre soldi, illuminava la stanzetta nuda e sporca: i soli mobili erano un tavolino greggio e otto o dieci sedie scompagnate. In quella sera il conciliabolo durava sino oltre la mezzanotte e spesso, sui vetri, si disegnava bizzarramente qualche ombra gesticolante, che qualche volta si appoggiava agli sportelli, guardando macchinalmente nella tetra oscurità del cortiletto, quasi vi vedesse le apparizioni del proprio spirito agitato; il ciabattino, stanco della sua dura giornata gittava una occhiata indifferente alle finestre del quartierino, le vedeva ancora illuminate e crollando le spalle se ne andava a dormire in uno stambugio, una specie di sottoscala.

Il cortiletto restava al buio, il portone era socchiuso: ancora qualcuno andava e veniva, con precauzione, dalla cosidetta scala grande, qualche misterioso cliente notturno del dentista, qualche cliente frettoloso che veniva a chiamare la levatrice: e costoro schiudevano senza far rumore la porta, per andarsene. Era dopo la mezzanotte che gli ospiti del dottor Trifari se ne andavano dall’ammezzato, tutti insieme, silenziosi, accalcandosi uno dopo l’altro, per uscir via più presto. L’ultimo si tirava dietro la porta del quartierino, con un rumore di legno vecchio crocchiante. Le due stanzette, che componevano lo studio, ricadevano nella loro solitudine, e per la città si perdevano coloro che avevano colà palpitato, nell’ansietà del loro sogno.

Ma in quella triste serata, il povero ciabattino, febbricitante, sentendo nelle ossa il brivido della terzana e l’umidità dell’aria temporalesca, era andato a letto dall’imbrunire, lasciando aperto il portone, ravvolgendosi nella sdrucita coperta e nel cappotto lacero, che portava durante la giornata. Così, nello stordimento della febbre che gli era sopraggiunta e che gli metteva un macigno sul petto, egli intese lo scalpiccìo di coloro che salivano e scendevano, dalla scala grande e da quella dell’ammezzato, e due o tre volte gli parve che delle voci si levassero, dallo studio, dove una delle finestre era aperta, mentre il vento sciroccale che portava la pioggia, ingolfandovisi, faceva vacillare la fiammella della lampada a petrolio. Sul pavimento dissestato del cortiletto, continuava a cadere la pioggia, coprendo qualunque altro rumore: a un certo punto, la finestra fu chiusa e non si udì più nulla. Poi, più tardi furon chiuse anche le imposte e tutto ricadde nell’ombra profonda. Pure, colà dentro erano raccolti degli uomini.

E primo a giungere era stato Trifari, il padron di casa del quartierino: aveva acceso il lume ed era penetrato nella seconda stanza, ad accomodare certe cose, andando e venendo, col cappello un po’ indietro sulla fronte: malgrado lo scirocco, per la prima volta, sulla faccia rossastra era scomparso il colore: e sulla fronte qualche gocciolina di sudore appariva. Ogni tanto si fermava, quasi si pentisse di quello che andava facendo o che andava pensando: ma si rianimava da quel momento di abbattimento, subito.

E quando lo stridulo campanello dello studio tinnì la prima volta, il dottor Trifari ebbe un sussulto e stette incerto, quasi non osando di aprire. Pure, andò: e schiudendo solo a metà il battente, con precauzione, lasciò passare Colaneri che aveva una faccia assai torbida e tutte le spalle bagnate, poiché il piccolo e gramo ombrello gli riparava solo il capo. Scambiarono la buona sera, a voce bassa. L’ex-prete, dagli sguardi guardinghi dietro gli occhiali, si asciugava con un fazzoletto di dubbia bianchezza le mani bagnate, le mani grasse e floscie e biancastre, che sono speciali ai sacerdoti. Non si parlavano. Una medesima, complessa angoscia li opprimeva, tanto che la consueta verbosità meridionale ne era domata; e tutto l’eccitamento del passato, vinto da una serie di delusioni, pareva si fosse risoluto in un esaurimento di tutte le forze. A un tratto, levando il capo, Colaneri domandò:

- Verrà?

- Sì, - soffiò fra le labbra, il dottore.

- Non ha sospetti?

- Nessun sospetto.

Una raffica di vento s’ingolfò nella stanza e fu per smorzare il lume, fu allora che Trifari andò a chiudere i vetri.

- Tutto quello che facciamo, è necessario, - soggiunse il professor Colaneri, ripetendo ad alta voce la scusa, che andava ripetendo, da qualche giorno, alla sua coscienza.

- È impossibile andare più innanzi, - osservò, con voce tetra, il dottore, mentre, per darsi un’aria di disinvoltura che non aveva, accendeva un sigaro, lungamente, lasciando spegnere i fiammiferi.

- Il rapporto che hanno fatto contro di me al Ministero è terribile. - disse Colaneri, sottovoce, con gli occhi bassi. - Ho una quantità di nemici, giovanotti che ho riprovato agli esami, capisci. Mi hanno denunziato al preside del liceo, dicendogli che ho venduto il tema dell’esame a dieci studenti: hanno messo anche i nomi

- Come hanno potuto saper questo? - chiese il medico, lentamente.

- Chissà! Ho tanti nemici… il preside ha fatto un orribile rapporto, io sono minacciato.

- Di destituzione?

- Non solo… di processo

- Eh, via!

- Tanti nemici, Trifari, tanti! La minaccia è grave: come potrò provare la mia innocenza?

- Li hai poi venduti, questi temi?… - borbottò cinicamente il dottore, buttando via il suo sigaro.

- La paga è così meschina, Trifari ! E gli esami sono tutta una impostura!

- Se ti fanno un processo, è male

- Sono perduto, se mi processano. Bisogna aver la fortuna in mano, questa volta, per forza, capisci? È necessario: se no, sono rovinato. Non mi resta che tirarmi un colpo di rivoltella, se mi processano. Dobbiamo vincere, Trifari!

- Vinceremo, - affermò l’altro. - Io ho una quantità di guai, al mio paese e qui. Mio padre ha venduto tutto; mio fratello invece di tornare a casa. dopo aver fatto il soldato, per la miseria, si è arruolato come carabiniere; mia sorella non si marita più, non ha più un soldo, è ridotta a cucire i vestiti delle contadine ricche… Avevamo poco, io ho mangiato tutto… una quantità di debiti, di obbligazioni… Il padre di quello studente che firmò la cambiale a don Gennaro Parascandolo, vuole darmi querela per truffadobbiamo vincere, Colaneri, non possiamo più vivere una settimana senza vincere… io sono più rovinato di te…

Suonarono pian piano.

- È lui, forse! - domandò Colaneri, con un leggiero tremito nella voce.

- No, no, - rispose Trifari. - Viene più tardi, quando ci saremo tutti…

- Chi lo porta?

- Cavalcanti.

- Egli non ha sospetti, dunque?

- No, niente.

- E lo spirito, nulla gli dice?

- Pare che lo spirito non si possa opporre alla fatalità, perché nulla gli dice.

- Fatalità! fatalità!

Suonarono nuovamente. Trifari andò ad aprire. Era l’avvocato Marzano, il vecchietto arzillo, bonario, sorridente. Ma una improvvisa decrepitezza parea che lo avesse assalito: il pallore del volto si era fatto giallastro, i mustacchi pepe e sale erano tutti bianchi e pioventi radi sulle labbra. Il sorriso era scomparso, come se per sempre, e all’approssimarsi della morte, fosse sparito dalla sua anima il criterio buono dell’esistenza. Entrando, sospirò. Era tutto bagnato; il soprabito luccicava di goccioline d’acqua, dovunque, e le scarne mani tremavano. Si sedette, silenzioso: tenne il cappello sul capo, abbassato sulle orecchie, e la bocca solamente conservava l’antica consuetudine di muoversi continuamente, masticando cifre. Adesso aveva appoggiato al bastone il mento aguzzo, dove una barba incolta cresceva, e si assorbiva nei suoi pensieri, senza neppur udire quello che dicevano fra loro Trifari e Colaneri. A un tratto, anche lui, avendo lo stesso pensiero dominante, domandò:

- Verrà?

- Verrà, sicuramente. - risposero insieme, gli altri due.

- Non se lo immagina?

- Non s’immagina niente.

- Questi assistiti, o vedono assai, o non vedono nulla.

- Meglio così, - mormorarono gli altri due.

Il dottor Trifari, udendo bussare alla porta, andò prima nella seconda stanza a prendere tre o quattro altre sedie e le collocò intorno al grezzo tavolino. Entrarono Ninetto Costa e don Crescenzo, il tenitore di Banco lotto, al vico del Nunzio.

L’agente di cambio aveva perduto tutta la sua eleganza. Era vestito alla meglio, con un abito da mattino, su cui un troppo chiaro soprabitino aveva larghe chiazze di acqua: sulla cravatta di raso nera, era confitto uno spillo di strass. E con l’eleganza era anche sparito il suo bel sorriso di uomo felice, che gli scopriva i denti bianchi. L’agente di cambio andava, a stento, di liquidazione in liquidazione, senz’arrischiarsi più, non osando più giuocare, avendo perduta tutta la sua audacia; e arrivando solamente a tenere a bada i suoi creditori, che gli avevan ancora fede, così, perché il suo nome era conosciuto in Borsa, perché suo padre era stato un modello d’integrità e perché egli stesso era stato così fortunato, che tutti ancora credevano alla sua fortuna; ma il disgraziato sapeva che era giunta l’ora della crisi, che non avrebbe potuto neppure pagare gli interessi dei suoi debiti, e che il nome di Ninetto Costa sarebbe stato quello di un fallito, fra poco. Oh, aveva smesso tutto, casa sontuosa, equipaggi, amanti di lusso, viaggi, pranzi e vestiti inglesi di Poole, ma tutto questo sacrificio non bastava, non bastava, poiché il cancro che gli rodeva il seno, il cancro che rodeva tutti, non era stato estirpato, poiché egli continuava disperatamente a giuocare al lotto, preso oramai totalmente, anima e corpo, chiudendo gli occhi in quella tempesta, per non veder venir l’onda che lo avrebbe sommerso.

Accanto a lui, don Crescenzo, dalla bella faccia serena, dalla barba castana ben pettinata, aveva anche lui le tracce di una decadenza iniziale. A furia di stare a contatto coi febbricitanti, come chi tocca le mani troppo calde, qualche cosa gli si era attaccato: e innanzi alle disperate insistenze dei giuocatori, egli era arrivato a far credito ai giuocatori.

In qual modo resistere alle supplichevoli domande di Ninetto Costa, alle pretese che nascondevano una vaga minaccia di Trifari e Colaneri, alle nobili promesse del marchese Cavalcanti, a quelle diverse forme di preghiere? Sul principio faceva loro credito dal venerdì al martedì mattina, giorno in cui preparava il versamento allo Stato, ed essi rinnovando ogni settimana il miracolo, arrivavano a restituirgli quello che gli dovevano, perché egli potesse essere puntuale, il mercoledì; ma alla lunga, esaurite le risorse, qualcuno di costoro cominciò a pagare una parte, o a non pagare niente: egli cominciò a rimetterci del suo, per non farsi sequestrare dallo Stato la cauzione. I giuocatori non osavano ricomparire che quando avevano di nuovo denaro, scontavano una parte del debito e il resto lo giuocavano: uno era addirittura sparito, il barone Lamarra, il figliuolo dello scalpellino, che era divenuto appaltatore e riccone. Gli doveva più di duemila lire, a don Crescenzo, il barone Lamarra, e quando costui lo ebbe aspettato, per due o tre settimane, andò a rincorrerlo a casa. Trovò la moglie, in uno stato di furore; il barone Lamarra aveva falsificato la firma di lei, sopra una quantità di cambiali, e ora le toccava pagare, se non voleva diventare la moglie di un falsario, doveva pagare, purtroppo, ma aveva già fatto domanda di separazione: il barone Lamarra se n’era fuggito a Isernia, donde non dava segno di vita. Don Crescenzo fu cacciato via, in malo modo. Duemila e più lire perdute! Giurò di non far più credito a nessuno: e malgrado che ogni tanto pagassero qualche somma, i suoi debitori, restavano sempre sette od ottomila lire arrischiate, con poca speranza di riaverle: ottomila lire, giusto la somma dei suoi risparmi di vari anni. D’altronde, non li poteva tormentare troppo, i suoi debitori; non avevano, oramai, che certe risorse disperate che saltavano fuori solamente innanzi all’ardente e scellerata volontà di giuocare. Ed era adesso lui che s’interessava vivamente al loro giuoco, che desiderava le loro vincite, per poter rientrare nelle sue economie, per riacquistare quel denaro messo così imprudentemente al servizio di quei viziosi, sorvegliando i giuocatori, perché non andassero a giuocare altrove, inquieto, ammalato, anche lui, oramai, al contatto di tanti infermi. Per questo, il misterioso disegno che si doveva compiere quella sera, gli era noto: non gli si poteva nascondere più nulla, tutti gli dovevano del denaro. E malgrado che una segreta amicizia, diremo quasi una complicità, lo unisse a don Pasqualino, l’assistito, egli taceva sul misterioso disegno e il silenzio pareva un’approvazione. Erano già in cinque, nella stanzetta, seduti intorno alla tavola, in pose diverse di raccoglimento, anzi di preoccupazione: non parlavano, alcuni col capo abbassato, segnando ghirigori con le unghie sul greggio piano del tavolino, altri guardando il fumoso soffitto, dove la lampada a petrolio gittava un piccolo cerchio di luce.

- A Roma si è pagato settecentomila lire - disse don Crescenzo, per ispezzare quel penoso silenzio.

- Beati loro, beati loro! - gridarono due o tre, con un impeto d’invidia ai fortunati vincitori di Roma.

- Se ciò che facciamo, riesce, - mormorò tetramente Colaneri, i cui occhiali avevano un triste scintillìo, - il governo paga a Napoli tre o quattro milioni.

- Dobbiamo riuscire, - ribattè Ninetto Costa.

- L’urna sarà comandata, questa volta, - disse misticamente il vecchietto Marzano.

Bussarono nuovamente, pian piano, come se una timidezza indebolisse la mano che bussava. Trifari disparve, ad aprire, dopo aver domandato, attraverso la porta, chi era, insospettito subitaneamente. Gli fu risposto amici: riconobbe la voce. E i due popolani, Gaetano il tagliatore di guanti, Michele il lustrino, entrarono: si cavarono il berretto, augurando la buonasera: restarono sulla soglia della stanzetta, non osando sedere, innanzi a quei galantuomini. Fuori, infuriava lo scirocco e la pioggia: e una grondaia carica d’acqua traboccava nel cortiletto, con un forte scroscio.

Adesso, sotto le impannate della finestra, dalla fessura, entrava un rivolo di acqua continuamente, bagnava il poggiuolo della finestra e colava a rivoletti sul terreno: gli ombrelli chiusi, ma sgangherati, appoggiati ai muri, negli angoli, colavano acqua sul pavimento impolverato, e, sotto le scarpe bagnate, si formava una poltiglia di fango: gli uomini seduti non si muovevano, in un immobilità grave, in un silenzio lugubre, quasi che stessero a vegliare un morto, colti dalla stanchezza, dall’oppressione, dai loro funebri pensieri. I due popolani, in piedi, uno scarno, scialbo, con le spalle curve di chi fa il mestiere di tagliatore, coi capelli già radi alla fronte e alle tempie, l’altro sciancato, gobbo, bistorto come un cavaturaccioli, vecchio e pur vivace nella faccia rugosa e arguta, i due popolani tacevano anche essi, aspettando. Solo Ninetto Costa, per darsi un qualunque aspetto di disinvoltura, aveva cavato un vecchio taccuino, residuo della sua antica eleganza, e vi scriveva delle cifre, con un piccolo lapis, bagnandone in bocca la matita. Ma erano cifre fantastiche: e la mano gli tremava un pochino: gli amici dicevano che erano gli eccessi dell’esistenza, che la facevano tremare. Così passarono una quindicina di minuti, minuti lunghi, lenti, gravi sulle anime di tutti coloro che aspettavano, per mettere a esecuzione il loro segreto progetto.

- Che tempaccio! - disse Ninetto Costa, passando una mano sulla fronte.

- Si è aperto il cielo - osservò don Crescenzo, sbadigliando nervosamente.

- Dottore, che ora fate? - domandò il vecchio avvocato Marzano, con una vocetta tremolante di decrepitezza.

- Sono le dieci meno cinque, - disse il dottore, cavando un brutto orologio di nichelio, di quelli che non si potevano impegnare, e che era raccomandato a un sordido laccetto nero.

- Per che ora è l’appuntamento? - chiese Colaneri, fingendo l’indifferenza.

- Sarebbe alle dieci, ma chi sa! - rispose il medico, abbassando la voce, imprimendo a quello che diceva, tutta la sua incertezza e tutto il suo dubbio.

- Chissà! - disse Ninetto Costa, profondamente.

E un lungo sospiro gli sollevò il petto, quasi non potesse resistere al peso che l’opprimeva.

- Siete ammalato? - gli chiese Colaneri.

- Vorrei esser morto, - borbottò l’agente di cambio, desolatamente.

Qualcuno crollò il capo, sospirando: qualcuno annuì con l’espressione della faccia, e la dolorosa parola si allargò nella stanzetta umida e sudicia, sotto la lampada che fumicava, fra il rumore scrosciante del temporale. Poi, per un poco, la bufera estiva si venne calmando e si udirono le stille più rade battere sui cristalli della finestra, poi, di nuovo, un gran silenzio. E attraverso il muro, senza sapere donde venisse, come una voce lenta, ammonitrice, un grave orologio suonò le dieci ore, con rintocchi melanconici. I colpi erano spaziati e gittarono un dato di spavento, fra quella gente riunita , a complottare non so quale truce proponimento.

- Lo spirito! - disse don Crescenzo, tentando di scherzare.

- Non scherziamo, - ammonì duramente Trifari, - qui si tratta di cose serie!

- Nessuno vuole scherzare, - riprese Ninetto Costa, - tutti sappiamo quello che facciamo.

- Qui non ci sono Giuda, non è vero? - disse il medico guardando intorno, tutti quanti.

Vi fu un mormorìo di protesta; ma debole. No, nessuno di essi era un Giuda, né per loro vi era un Cristo, ma tutti sentivano, vagamente, così, nel fondo della loro febbre, che venivano a commettere un tradimento.

- Non è Giuda nessuno, - gridò il medico, impetuoso. - Giuro a Dio che se vi è, farà la mala morte!…

- Non giurate, non giurate, - disse il vecchio Marzano. impaurito.

Bussarono alla porta. Tutti si guardarono in faccia, improvvisamente fatti pallidi e trepidanti, messi al cospetto della loro colpa. E come se dietro alla porta vi fosse un grave pericolo, nessuno si mosse ad aprire.

- Ci sarà? - osò dire Colaneri, senza levar gli occhi.

- Forse… - mormorò Costa, che girava convulsamente il taccuino fra le mani.

E subito, tutti quanti disperarono che fuori la porta vi fosse l’assistito. La stessa ombra di feroce delusione stravolse i loro visi, che s’indurirono, nella crudeltà del malvagio che vede sfuggire la sua preda. E l’istinto di ferocia che dorme in fondo a tutti i cuori umani, sospinto dalla lunga passione mal soddisfatta, sviluppatosi in quella forma di delirio in cui li metteva il vizio, urgeva in tutti, nei giovani e nei vecchi, nei signori e nei popolani. Le facce erano chiuse e dure, impietrite nella ferocia, e fu con un atto energico che il dottor Trifari si avviò ad aprire. Per rassicurare l’assemblea, di , che l’assistito era venuto, lo salutò subito, ad alta voce, lui e il marchese Cavalcanti.

- Buona sera, buona sera, marchese, - don Pasqualino, tutti vi aspettavano.

E si mise da parte, per lasciarli entrare. Di , respiravano con una gioia truce: non vi era più pericolo che l’assistito loro sfuggisse. E colui che parlava con gli spiriti ogni giorno e ogni notte, colui che aveva comunicazioni speciali di grazia con le anime errabonde, colui che doveva sapere tutte le verità, entrò quietamente nella stanzetta, dove erano i congregati, senza nulla supporre. Gittò, al solito, una obliqua occhiata intorno, ma le facce dei cabalisti non gli dissero niente di nuovo: avevano quel pallore, quello stravolgimento, quel febbrile turbamento consueto del venerdì sera, non altro. Solo il marchese Cavalcanti, accompagnandolo, due o tre volte era stato scosso da un brivido e quasi pareva avesse voluto tornare indietro. Ma il marchese era così nervoso, da tempo! Balbettava, parlando: e la sua nobile figura era oramai degradata dalle ignobili tracce della passione, mal vestito, disordinato, con le scarpe sporche e il solino sfilacciato, con la faccia dalla barba mal rasa, faceva ribrezzo e pietà. Era così nervoso, da che non trovava più denaro, da che la sua figliuola si era fidanzata col dottor Amati! L’assistito non ne poteva avere più denaro e lo fuggiva, vedendolo soltanto nelle riunioni dei venerdì sera, via Nardones: ma in quella settimana le relazioni erano ricominciate, il marchese cercava dovunque l’assistito, e nella giornata gli aveva dato cinquanta lire, prendendo convegno, per la sera, alle dieci. Anzi, si era ostinato ansiosamente per questo convegno: e l’assistito l’aveva attribuito all’ardore dei giuocatori delusi per avere i numeri, il contegno del marchese, durante la strada, era stato dubbio: pure, don Pasqualino, abituato alle bizzarrie dei giuocatori, non vi aveva badato. E andò a sedersi al suo posto di ogni settimana, presso la tavola, mettendosi una mano sugli occhi, per ripararsi contro la fiammella della lampada a petrolio. Intorno era il silenzio in cui ogni tanto un sospiro si udiva: e guardando tutte quelle facce pallide, mute, ardenti, l’assistito ebbe un primo, vaghissimo sospetto. E cercò di fare il suo solito lavoro fantastico d’ingarbugliamento:

- Piove, ma il sole uscirà a mezzanotte.

- Chiacchiere - gridò Trifari, scoppiando in una ironica risata.

Gli altri, attorno, mormorarono, ghignando. Oramai, non ci credevano più, alle parole misteriose di don Pasqualino. E questa sfiducia risultò così chiaramente, che l’assistito si trasse indietro, come se volesse schermirsi da un attacco. Ma tentò di nuovo, credendo di poter profittare, come sempre, della immaginazione bollente di quei cabalisti, facendo stridere le corde capaci di dar suono:

- Piove, il sole uscirà a mezzanotte: ma chi porta lo scapolare della Madonna, non si bagna.

- Don Pasqualino, voi scherzate, - disse sarcasticamente il tagliatore di guanti.

L’assistito gli vibrò una occhiata collerica.

- Senza che mi guardiate come se voleste mangiarmi, don Pasqualino: col permesso di questi bravi signori, voi volete burlarvi di noi…e noi non siamo gente da farci burlare.

- Marchese, fate tacere questo stupido, - mormorò l’assistito, con un cenno di disprezzo.

- Non tanto stupido, don Pasqualino, - disse Cavalcanti, reprimendo a stento la sua commozione.

- Che volete dire, marchese? - chiese vivacemente con Pasqualino, levandosi da sedere e facendo per andarsene.

Ma Trifari che non si era mai mosso dalle spalle dell’assistito, senza parlare, gli mise una mano sul braccio e lo costrinse a sedersi di nuovo. L’assistito piegò un minuto il capo sul petto, a meditare, e guardò obliquamente la porta.

- Restate seduto, don Pasqualino, - disse lentamente Cavalcanti. - qui dobbiamo parlare a lungo.

Una lieve espressione di angoscia passò sul volto di colui che evocava gli spiriti: e ancora una volta, guardando gli astanti, egli non vide che fisonomie dure, ansiose, indomabili nel desiderio del guadagno. Capiva, adesso, confusamente.

- Gaetano, il tagliatore di guanti, non è uno stupido, quando dice che voi vi burlate di noi. Quello che ci state facendo, da tre anni a questa parte, pare una burla. Sono tre anni, capite, che voi ci andate ripetendo le cose più strampalate, con la scusa che ve le dice lo spirito: tre anni che ci fate giuocare l’osso del collo, con queste vostre strampalerie, e ognuno di noi, non solo non ha mai guadagnato niente, ma ha buttato la sua fortuna, dietro le vostre chiacchiere, ed è pieno di guai, alcuni dei quali irreparabili. Coscienza ne avete, don Pasqualino? Voi ci avete rovinati!

- Rovinati, rovinati! - gridò un coro di voci straziate.

Spesso, il parlatore con gli spiriti, aveva udito queste lamentazioni massime negli ultimi tempi: ma la fiducia era ricomparsa subito, negli animi dei suoi affiliati. Adesso, lo intendeva, non ci credevano più. Pure, nascondendo la sua paura, tentò di discutere.

- Non è colpa mia, la fede vi manca.

- Frottole! - gridò il vecchio, esasperato, mentre gli altri tumultuavano contro l’assistito, che ripeteva loro l’eterna ragione della delusione. - Frottole! Come, manca la fede a noi, che abbiamo creduto in voi, come si crede in Gesù Cristo? Manca la fede, quando, per premiarvi delle troppe parole che ci avete dette, vi abbiamo pagato profumatamente? Avete incassato migliaia di lire, in questi tre anni, non lo negate! Non abbiamo fede, noi che abbiamo fatto dire tridui, messe, orazioni, rosari, noi che ci siamo inginocchiati, ci siamo battuti il petto, chiedendo al Signore la grazia? Non abbiamo fede, quando la dobbiamo avere per forza, per forza, capite, altrimenti lo sperpero, lo sciupio del denaro, l’infelicità nostra e quella delle nostre famiglie, sarebbero altrettanti delitti?! Non abbiamo fede, quando voi siete stato il nostro dio, per tre anni, e ci avete ingannati, e non vi abbiamo detto niente e abbiamo seguitato a credere in voi, che ci avete tolto tutto, tutto?

- Tutto ci avete tolto! - urlò l’assemblea.

- Voi mi offendere, basta così, - disse risolutamente l’assistito, levandosi. - Io me ne vado, buona sera.

- Voi non uscirete di qui! - urlò il marchese Cavalcanti, giunto al colmo del furore. – È vero che non uscirà di qui? - domandò all’assemblea dei cabalisti.

- No, no, no! - urlò ferocemente la congrega di quei pazzi feroci.

L’assistito aveva compreso. Un mortale lividore gli covrì le guance pallide e scarne: lo sguardo smarrito errò intorno, a una ricerca disperata di fuga. Ma i truci cabalisti si erano levati e gli si erano stretti addosso in un breve cerchio: alcuni di loro erano pallidissimi, quasi reprimessero una forte emozione, altri erano rossi di collera. E negli occhi di tutti, l’assistito lesse la medesima, implacabile crudeltà.

- Io voglio andarmene, - disse lui, sottovoce, con quel tono roco, che dava tanta misteriosa attrazione alla sua voce.

- Nessuno di noi vi vorrebbe trattenere, don Pasqualino, - rispose con ossequiosa ironia il marchese Cavalcanti, - se non avessimo bisogno di voi. Se non ci date i numeri, di qua non uscite, - finì gridando, preso da un impeto di furore.

- I numeri, i numeri, - fischiò la voce sottile di Colaneri.

- Se no, non si esce! - strillò Ninetto Costa.

- O i numeri, o qua dentro! - tuonò il dottore Trifari.

- Sono finite le burlette, dateci i numeri, - disse, digrignando i denti, Gaetano, il tagliatore di guanti.

- Don Pasqualino, persuadetevi che questi signori non vi lasciano andar via, se non date loro i numeri. Persuadetevi!… - osservò saviamente don Crescenzo, che volea fingere di essere disinteressato nella questione.

- La settimana ventura… ve li promettoora non li ho…ve lo giuro sulla Madonna! - balbettò l’assistito, volgendo gli occhi al cielo, desolatamente.

- Che settimana ventura! - urlarono tutti. - Deve esser stasera, o domattina, presto!

- Non li ho, non li ho, - balbettò lui, nuovamente, crollando il capo.

- Ce li dovete dare, a forza, - ruggì il marchese.

- Non ne possiamo più. O vinciamo questa settimana, o siamo perduti, don Pasqualino. Abbastanza abbiamo atteso: vi abbiamo creduto troppo, ci avete trattati indegnamente. Lo spirito ve li dice i numeri veri; voi li sapete; li avete saputi sempre; ma ci avete sempre burlati, raccontandoci delle sciocchezze. Non possiamo aspettare la settimana ventura: fino allora possiamo morire, o veder morire qualcuno o andar in galera. Questa sera o domattina: i numeri veri, capite?

- I veri, i veri! - fischiò Colaneri.

- Non ci dite stupidaggini, non è più tempo! - gridò Ninetto Costa, al massimo della indignazione.

Eppure, malgrado che si sentisse vinto e preso, in balia alla irragionevole passione di cui egli stesso aveva acceso le fiamme, l’assistito voleva combattere ancora.

- Lo spirito non numeri per forza, - dichiarò lentamente. - Lo avete offeso, non mi parlerà più.

- Bugie, bugie! - ribattè il marchese. - Centomila volte, ci avete detto che lo spirito vi obbedisce, che voi fate di lui quello che vi pare, che voi ne ottenere tutto: centomila volte, ci avete detto che l’urna dei novanta numeri è comandata. Dite la verità, è meglio, ve lo assicuro, è meglio. Siete a un mal passo, don Pasqualino: lo spirito vi deve aiutare. La nostra pazienza è esaurita, sono esauriti i nostri denari e anche quelli degli altri: lo spirito vi deve dare i numeri.

Allora egli tacque un poco, come se si concentrasse, e gli occhi gli si stravolsero, mostrando il bianco della cornea. Tutti lo guardavano, ma freddamente, abituati a questi suoi stralunamenti.

- Fra breve fioriranno le camelie, - egli disse, a un tratto, tremando tutto.

Ma nessuno dei cabalisti si commosse, a questa enunciazione mistica dei numeri. Il dottor Trifari, che portava sempre la chiave dei sogni in tasca, non cavò neppure lo sdrucito libro, per vedere camelie fiorite, a che numero corrispondessero.

- Fra breve fioriranno le camelie, alla Marina, - ripetette, tremando sempre più, l’assistito.

Nessuno si mosse.

- Fra breve fioriranno le camelie, alla Marina e sulla montagna, - replicò per la terza volta, tremando di ansietà, guardando in faccia i suoi persecutori.

Una sghignazzata d’incredulità gli rispose.

- Ma che volete da me? - gridò lui, con un singhiozzo di spavento.

- I numeri veri, - disse freddamente Cavalcanti, - queste cose che ci dite, non le crediamo: cioè, per uno scrupolo, noi giuocheremo i numeri che rispondono alla montagna, alla Marina e alle camelie fiorite. Ma altri debbono essere i numeri veri: e così aspettandoli, noi giuocheremo questi tre, ma vi terremo chiuso qua dentro.

- Sino a quando? - chiese lui, precipitosamente.

- Sino a quando i vostri numeri saranno usciti, - ribattè il marchese duramente.

- Oh Dio!… - disse l’assistito, pian piano, come un soffio.

- Capite, don Pasqualino, questi signori vogliono avere una garanzia e vi vogliono tenere in pegno, - spiegò don Crescenzo, il tenitore del Banco del lotto, volendo legittimare il sequestro. - E a voi che fa? Che fatica vi costa dire la verità? Se li avete tenuti in asso, finora, è il tempo di parlare sul serio, don Pasqualino: questi signori hanno ragione, e lo so io, di essere esasperati. Parlate, don Pasqualino, mandateci via contenti. Voi rimarrete qui fino a domani, alle cinque: e appena fatta l’estrazione, vi verremo a prendere, in carrozza, per una scampagnata. Su, su, fate quel che dovete fare.

- Non posso - disse l’assistito, aprendo le braccia.

- Non mentire, voi potete e non volete; gli spiriti vi obbediscono, - disse Colaneri, scattando, in un impeto di furore.

- Diteli questa sera, è meglio, è meglio per voi, - mormorò Gaetano, il tagliatore di guanti, con un malvagio tono di voce.

- Levatevi questa preoccupazione, - consigliò fraternamente Ninetto Costa.

- La verità, la verità, - balbettò il vecchio avvocato Marzano.

- Non posso, - disse ancora l’assistito, guardando le finestre e le porte.

Allora i cabalisti, a un cenno del marchese Cavalcanti, si riunirono nel vano della finestra: presso l’assistito, restò soltanto Trifari, dalla feroce faccia minacciosa, che gli aveva posta la mano grassa, corta, coperta di pelame rossiccio, sulla spalla. I cabalisti confabularono fra loro, a lungo: discutevano, in cerchio, tutte le teste riunite, parlandosi nel volto. Poi, decisi, ritornarono.

- Questi signori dicono che sono fermi nella loro intenzione, anzi nel loro diritto di avere i numeri, dopo i tanti sacrificii che hanno fatti, - parlò, freddamente, il marchese Cavalcanti, - e che quindi don Pasqualino resterà qui, chiuso, sino a che non si sarà deciso di far paghi i nostri giusti desiderii. Di qui non si può andar via: d’altronde, il dottor Trifari, che non ha paura di niente, resterà in compagnia di don Pasqualino. Fare del chiasso sarebbe inutile, tanto i vicini non udrebbero; e se per caso don Pasqualino volesse ricorrere alle autorità per farsi ragione, noi teniamo pronta una querela di truffa, con testimoni e documenti, da mandare in carcere venti assistiti. E meglio, dunque, chinare la testa, per questa volta, e cercare di scamparsi, dando i numeri veri. Noi siamo fermi. Fino a che non avremo guadagnato, don Pasqualino non esce il dottor Trifari si sacrificherà a tenergli compagnia. In quell’altra stanza, vi è da dormire per due, e da mangiare per vari giorni. Fra questa notte e domani, uno di noi, per turno, verrà, ogni quattro ore, a vedere se don Pasqualino si è deciso. Speriamo che si decida presto.

- Voi volete farmi morire, - disse l’assistito, con un’angelica rassegnazione.

- Voi potete liberarvi, se volete. Vi auguriamo la buona nottata, - conchiuse, implacabile, il marchese Cavalcanti.

E i sette sciagurati cabalisti passarono davanti all’assistito, augurandogli sardonicamente la buona notte.

L’assistito stava in piedi, presso la tavola, con una mano lievemente appoggiata sul piano del legno, con una espressione di stanchezza e di pena sulla faccia, guardando ora questo, ora quello dei cabalisti, come se li interrogasse, se alcun di loro fosse più pietoso. Ma le delusioni dolorose avevano indurito i cuori di quegli uomini: e l’esaltamento del loro spirito impediva loro d’intendere che commettevano una colpa. Passavano innanzi all’assistito, salutandolo, dicendogli una frase fredda a mo’ di consolazione, senza veder la penosa espressione del suo volto, la supplica dei suoi occhi.

- Buona notte, don Pasqualino: Dio v’illumini, - disse il vecchio avvocato Marzano, crollando il capo.

- Chiediamo troppo a Dio, - rispose l’assistito, con una grande malinconia nella voce.

- Buona notte: dormite tranquillo, - augurò ironicamente il tagliatore di guanti in cui tutto parea fosse diventato tagliente, la parola, la voce, la figura.

- Così vi auguro, - rispose enigmaticamente l’assistito, abbassando le palpebre, a smorzare il lampo crudele di vendetta che gli era balenato negli occhi.

- Buona notte, buona notte, don Pasqualino - mormorò Ninetto Costa, con un po’ di rammarico, tanto la sua frivola natura si opponeva a quel dramma. - A rivederci presto.

- E già! - mormorò l’uomo degli spiriti, con un lieve sogghigno.

- Buona notte, - osò dire il lustrino Michele, che si era ficcato complice in quella congiura di signori, e che parea nobilitato da tanta compagnia. - buona notte e mantenetevi forte

L’assistito non gli rispose neppure, non si degnò neppure di abbassare lo sguardo sopra lo sciancato, appartenente a quel vile popolo cui anche egli apparteneva, e da cui non arrivava mai a cavar denaro.

- Pasqualino, li volete dare, questi numeri certi? - domandò Colaneri, passandogli innanzi, sempre accanito.

- Non li posso dare, così, violentato

- Voi scherzate, noi siamo tutti amici vostri, - squittì il professore. - Fate come credete, buona notte.

- Buona notte: la Madonna vi accompagni, - mormorò l’assistito, piamente, aumentando l’intensità mistica della sua voce.

- Caro don Pasqualino, via, un buon movimento, prima che andiamo via, - disse con una improvvisa bonomia il marchese Cavalcanti, - dateci i numeri certi e la vostra prigionia dura sino a domani, alle cinque.

- Non so niente, - disse l’assistito, dardeggiando uno sguardo di odio sul marchese, poiché era stato il nobile signore a condurlo in quel mal passo.

Essi si riunirono sotto la porta, per partire, per lasciarlo solo col dottor Trifari che andava e veniva dalla stanza accanto, pacificamente e freddamente, con quella gelida volontà che mettono i malfattori nati, nella esecuzione dei loro misfatti. L’assistito sino allora, salvo qualche ombra che gli era passata sul viso, lasciandovi la sua traccia di fastidio, di dolore, salvo un’umile espressione di preghiera che era nel suo sguardo, aveva dato segno di molto coraggio: ma quando vide che essi partivano, quando comprese che sarebbe rimasto solo, col dottor Trifari, per lunghe ore, per giorni, per settimane, forse, tutta la sua forza d’animo cadde, la viltà dell’uomo imprigionato sorse, ed egli, stendendo le braccia gridò:

- Non ve ne andate, non ve ne andate!

A quel grido straziato, gli uomini complici di quel carceramento si fermarono: e le loro facce di giustizieri violenti, furono coperte da un improvviso pallore. Fu quello il solo momento di tutta la tetra serata, in cui essi pensarono che dannavano a una pena atroce, una creatura umana, un cristiano, un uomo come loro, fu il solo momento in cui videro tutta l’entità di quello che commettevano, nella sua portata legale e morale. Ma il demone del giuoco aveva messo sede nella loro anima, impossessandosene completamente: e tutti quanti insieme, tornando indietro, circuirono l’assistito, domandandogli ancora i numeri, i numeri certi, i veri numeri che egli conosceva e che fino allora non aveva voluto loro dare. E allora, soffocato dall’emozione, comprendendo di aver rivolta contro sé l’arma di cui sino allora li aveva feriti, colui che li aveva a poco a poco sommersi sotto le onde di un naufragio lento, colui che aveva preso il loro denaro e le loro anime, innanzi a quella insistente malnata ferocia che niente più poteva placare, innanzi a quel vero Spirito del Male, con cui, realmente, egli si era messo in comunicazione, l’assistito, vigliaccamente, provò una immensa paura e si mise a singhiozzare come un fanciullo.

Gli altri, interdetti, sconvolti, lo guardavano: ma più forte, più forte era il Demonio, di tutte le loro volontà riunite insieme. L’ora suprema della loro esistenza era giunta, pel vecchio e pel giovane, pel signore e per il plebeo, l’ora tragica in cui niuna cosa arriva a dissuadervi dalla tragedia. Udendo piangere come un bimbo quell’uomo che si asciugava le lagrime con un lurido e lacero fazzoletto, nessuno di loro provò pietà: tutti sentirono più ardente, più acre il desiderio di avere i numeri del lotto, per salvarsi dalle ruine che minacciavano le loro teste. Lo lasciarono che piangeva, vilmente, come uno sciocco pauroso: e a uno a uno, senza far rumore, uscirono lentamente da quella casa, che era diventata una prigione. Egli, pur continuando a singultare, tese l’orecchio: udì richiudere la porta, lugubremente, con quel rumore che si ripercuote nell’anima. Trifari, dietro la porta, andava mettendo catenacci e lucchetti, serrandosi dentro il carcere con il nuovo carcerato, senz’aver paura, né di lui come uomo, né degli spiriti che egli avrebbe potuto evocare. La faccia dal pelame rossastro, quando appariva nel giro luminoso della lampada a petrolio, aveva qualche cosa di animalesco, come crudeltà e come ostinazione nella crudeltà. E rientrando, il dottore aveva respirato di sollievo: si era guardato intorno, quasi che la partenza di tutti quei cabalisti, amici suoi, che lo avevano delegato a far da carceriere, gli fosse piaciuta. Adesso, ancora andava e veniva dalla stanza accanto, portando e riportando non so quali cose; poi rientrò, essendosi cambiato di vestito, avendo indossata una vecchia giacchetta, in cambio del soprabito. L’assistito seguiva con l’occhio tutte le mosse del suo carceriere, come tutti i prigionieri che studiano l’unica loro compagnia, con tutta la profondità dell’osservazione. A un certo punto avevano scambiato una occhiata fredda, dura, da carcerato ad aguzzino.

- Volete fumare? - aveva chiesto il dottore, da un cantuccio della stanza.

- Non fumo, - aveva risposto, cupo, l’assistito

- Non sedete? - aveva chiesto all’assistito, sottovoce.

- Grazie, - aveva risposto costui, lasciandosi cadere sopra una seggiola.

- Volete dormire?

- No, grazie.

Il dottore sedette allora anche lui, accanto alla tavola, mettendosi una mano sugli occhi, quasi a ripararsi dal lume. Silenzio profondo notturno. Fuori, anche la pioggia era cessata. Dentro, la lunga e tetra veglia cominciava.

 

 


 

 


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