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- GLI AFFARI DI DON GENNARO PARASCANDOLO
Fumando una sigaretta Tocos, il cui fumo odoroso aveva riempito la piccola
stanza, don Gennaro Parascandolo si assorbiva profondamente nello studio di un
piccolo taccuino, sfogliando le pagine di uno scadenziere, paragonando le
scadenze annotate in lunga fila, a certe cifre oscure ed enigmatiche, segnate
nel piccolo taccuino, talvolta prendendo la penna e scrivendo qualche cosa, una
parola, un numero sopra la paginetta dello scadenziere già fitta di caratteri.
Lavorava assai placidamente e in silenzio in quella stanzetta del quartino
in via San Giacomo, dirimpetto alla Borsa: un quartino che egli teneva in
affitto, da tempo immemorabile, che si chiamava lo studio, dove
cominciava, sviluppava e finiva tutti i suoi affari, con una discrezione, un
segreto che egli manteneva anche con sua moglie, lontana, isolata per le
giornate intere in quel triste, solenne, ricchissimo appartamento del palazzo
Rossi. Quando si diceva che don Gennarino Parascandolo era allo studio, era
tutto detto: chi lo diceva e chi ascoltava, provavano egualmente un senso di
rispettoso terrore, una visione paurosa di ricchezze sempre crescenti, un
affluire magico di denaro che corre al denaro, per incanto: lo studio, il
posto dove don Gennaro Parascandolo, forte, saggio, audace e freddo nella sua
audacia, faceva aumentare strabocchevolmente la sua fortuna! Era fatto di due
stanze, lo studio, in via San Giacomo: uno stanzone con due balconi,
pieno zeppo di oggetti di valore, bizzarramente accumulati, quadri di buoni
autori, mobili esotici, candelabri di bronzo dorato, pendole antiche
curiosissime, rotoli di tappeti, rotoli di tela battista, vasi di porcellana,
statuine di terra cotta, e finanche una panoplia di armi antiche e moderne. Era
un museo, quello stanzone: per tenervi pulizia, Salvatore, il servitore fidato
di don Gennarino, vi perdeva le mezze giornate, usando la massima delicatezza,
temendo di guastare, di rompere qualche cosa: ogni tanto qualche oggetto raro,
venduto proficuamente, o scambiato con un altro, o donato in uno dei suoi
momenti di calcolata generosità, partiva dal museo: ma il posto vuoto era
subito occupato da un nuovo oggetto che arrivava, o da vari altri che si
accavallavano nello strano museo. Don Gennaro, ogni tanto, in un momento di
solitudine, schiudeva la porta della sua stanzetta dove scriveva, e fermo sulla
soglia, fumando la sua eterna sigaretta, dava un’occhiata a quello che chiamava
il suo omnibus, ma non si azzardava a entrare, tanto era il cumulo degli
oggetti. L’altra stanza, la stanzetta, era mobiliata assai graziosamente, con
un lusso decente e amabile di poltrone, di divani, di tavolinetti, con
l’occorrente per fumare e con una scrivania, che pareva messa lì per
legittimare la parola di studio: stoffe non vistose, ma gaie, e una
finezza di gingilli sulla scrivania, con cui giocherellava spesso don Gennaro
Parascandolo.
Colui ch’entrava colà, portasse pure nell’anima una pena inguaribile, si
sentiva più calmo, come pacificato temporaneamente con l’esistenza; e la stessa
faccia bonaria di don Gennaro Parascandolo, velata, ogni tanto, da una nuvola
di malinconia, quei suoi modi allegri e franchi, finivano di dare all’ambiente
un’apparenza benigna che vinceva tutte le paure, tutte le diffidenze, tutte le
preoccupazioni e metteva nelle mani del padrone di casa un visitatore inerme di
difesa morale, già debole, già vinto. Tutto il grande giro degli affari di don
Gennaro era regolato dal minuto lavoro di geroglifici nel suo taccuino, e da
uno scadenziere anch’esso fittamente annotato di nomi, di cifre, di
osservazioni.
Appena una visita era annunziata, don Gennaro, senz’affrettarsi, chiudeva lo
scadenziere nel cassetto e si riponeva il taccuino in saccoccia; ogni traccia
di affare scompariva, sulla scrivania faceva bella mostra un calamaio di bronzo
dorato e cristallo di rocca, a foggia di berretto di fantino, con gli altri
attributi delle corse, un fermacarte che era una busta d’argento con cinque
suggelli d’oro che erano cinque vecchie ghinee, un portacenere di bronzo che
era una scarpetta inarcata di donnina: e don Gennaro Parascandolo giocherellava
con una larga stecca d’avorio scolpito, una stecca giapponese. Così in quel
venerdì di marzo, dopo colazione, egli continuava a fumare la sua sigaretta
Tocos, guardandone il fumo, ma quando il fedel Salvatore, dalle labbra e dal
mento rasi accuratamente e dalle fedine nere, come un servitore di buona casa, discreto,
taciturno, venne a dire che il signor Cesare Fragalà voleva entrare, don
Gennaro chiuse subito lo scadenziere, e ripose il taccuino in tasca.
- La grazia vostra, compare! - entrò dicendo e sorridendo, Cesare Fragalà.
- Padrone mio riverito! Come stanno la comare e la comarella?
- Benone, benone, don Gennarino mio: sono di casa Fragalà, casa forte, senza
malanni. Voi sempre bene, non è vero?
- Sempre bene; ma a Napoli mi ci annoio. Cesarino mio, questo è un paese di
straccioni. Fra una settimana me ne parto per Nizza e per Montecarlo; dopo,
vado a Parigi.
- E giuocate a Montecarlo? - chiese Cesare Fragalà, con uno sguardo
scrutatore.
- Sì, qualche poco; guadagno spesso; ho fortuna; e imparo a giuocare.
- Come se vi servisse! - esclamò Cesare.
- Tutto è buono a sapersi, - osservò modestamente don Gennaro Parascandolo.
- Voi non ci siete mai stato?
- No, - disse, pensosamente, Cesare. - Ho moglie, una figlia… pure, gran
bella cosa guadagnare venti, cinquanta, centomila lire, in una serata!
E in fondo agli occhi, subitamente pieni di malinconica cupidigia, gli si
leggeva la gran passione del guadagno grosso, immediato, dovuto alla fortuna,
magari illecito.
- Che ne fareste? - domandò don Gennaro, prendendo un’altra sigaretta per sé
e offrendone a Cesarino in un portasigarette d’argento cesellato, russo,
elegantissimo.
- Che ne farei? Anzitutto, cinquantamila lire me le scialerei, compare mio,
per godermi un po’la vita, in compagnia di amici e di amiche, io non sono un
egoista: e cinquantamila lire mi servirebbero per aprire bottega in piazza San
Ferdinando. Con la bottega in piazza Spirito Santo non le guadagnerò mai, -
conchiuse malinconicamente Cesarino.
- Pure, in carnevale, avete dovuto fare guadagni grossi, - disse lentamente
don Gennaro, scuotendo la cenere della sua sigaretta.
- Sì, sì, abbastanza! Ma ci vorrebbe Montecarlo, o qualche altra cosa: se
no, si resta a vegetare, e la dote di Agnesina non si mette insieme. Poi, sono
sempre stretto… tanti impegni… giusto, ieri avrei dovuto restituirvi quei
cinquecento franchi, che mi avete prestato sulla parola… sapete che sono stato
sempre puntuale… ma non ho potuto.
- Eh, per un giorno, non importa, - disse freddamente don Gennaro, la cui
fisonomia si era fatta gelida, da che Cesare parlava del suo debito, e che
guardava la nuvoletta di fumo, in aria, quasi per non fissare in faccia il suo
compare.
- Gli è che… neppure oggi posso pagarvi, - disse rapidamente Cesare Fragalà,
quasi volesse buttar via la sua pena, in un colpo. - Ho dovuto sdoganare un forte
carico di zucchero…e allora..
Don Gennaro, indifferente a tutte quelle parole, taceva.
- Compare mio, - disse Cesare Fragalà, passando attraverso a un minuto
acutissimo di spasimo, - voi dovreste completare il favore. Domani ho una
piccola scadenza di cinquecento lire e non sono pronto… dovreste prestarmi voi,
queste cinquecento lire e io ve ne dò mille, sabato venturo… è un gran
favore.., e potete contare sulla mia puntualità…
- Non posso, - disse gelidamente don Gennaro.
- Perché? il denaro lo avete, - esclamò ingenuamente Cesare.
- Certamente: ma non posso.
- Allora, non credete alla mia solvibilità?
- Tutt’altro: ma è per obbedire ad una regola. Ad amici stretti, a parenti,
a persone come voi, io presto sempre cinquecento lire; spesso, quasi sempre, me
le restituiscono; volentieri le presto nuovamente; ma una volta che non mi sono
state restituite, non ne presto più, mai più. Così non posso perdere che
cinquecento lire…
- Ma io restituisco le mille… replicò
l’altro,
- Chi non ha potuto restituire cinquecento, è assai imbarazzato nel
restituire mille; e chi ha mancato una volta alla sua parola, può mancar
sempre…- sentenziò don Gennaro.
- Eppure non credevo che rifiutereste a un compare tal favore, - mormorò
Cesarino. - Mi mettete in un crudele imbarazzo…
- Credo che faccio bene a non darvi questo denaro, - disse Parascandolo,
aprendo un portafiammiferi di oro, simile a una scatoletta di fiammiferi di
cartone, di Dellachà, con una figurina miniata, sopra. - Credo che vi mettiate
sopra una cattiva strada; voi frequentate della gente assai curiosa..
- Avrò fatto qualche sciocchezza, lo confesso, - disse con la sua lealtà di
gran fanciullone Cesare - ma è stato con buone intenzioni. D’altronde, -
soggiunse quasi parlando a sé stesso, - quel Pasqualino De Feo è sempre in
bisogno di qualche centinaio di lire. È un pover uomo, senz’arte ne parte. Gli
spiriti lo tormentano: lo bastonano, alla notte. Ha bisogno di far dire delle
messe, delle preghiere, per placarli: se no, lo traggono alla morte. Se vi ho
buttato qualche centinaio di lire, ho avuto le mie ragioni. Compare, questa
cosa degli spiriti, è una cosa forte! Voi avete talento e avete viaggiato, ma
se sapeste tutto, vedreste ch’è una cosa forte..
- Sarà, - annuì, col capo, don Gennaro, - ma vi trascina sopra una cattiva
strada.
- No, no, - esclamò Cesarino, - oramai si deve venire a una decisione. O
dentro, o fuori. Forse l’avremo questa settimana, cioè domani: o ci vorrà
qualche altro sacrificio, la settimana ventura, e si otterrà lo scopo. Compare
mio, - soggiunse, ritornando al suo cruccio, - proprio, mi dovreste favorire.
- Non posso, - ribattè don Gennaro.
- Infine, sono un negoziante onesto e chiunque vorrebbe trattare di affari
con me! - gridò don Cesarino, con un principio di sdegno.
- Se è un affare, è un’altra cosa, - disse subito don Gennaro, cedendo.
- Ebbene, trattiamolo come un affare, - disse, immediatamente calmato,
Cesare.
Allora, quietamente, don Gennaro aprì il cassetto e ne trasse fuori una
cambiale in bianco, del valore di mille lire. Pigliando una bella penna di
legno chiaro, delicatamente scolpita, con la pennina di oro, vi scrisse la
somma in cifra e in tutte lettere, e domandò senza levare la testa:
- Scadenza a un mese?
- A un mese, - fece Cesare.
Presentò la cambiale a Cesare. Era intestata a Domenico Mazzocchi.
- Domenico Mazzocchi? - chiese Cesare, stupefatto.
- È il capitalista per cui lavoro, - rispose glacialmente don Gennaro.
E vedendo che dopo aver firmato, Cesare Fragalà stava per aggiungere il
domicilio, lo fermò, avvertendolo:
- Il domicilio della bottega.
- E perché?
- Cambiale di affari, commerciale: l’azione legale si esercita meglio dove
risiede la ditta.
Cesare Fragalà si sentì venir freddo nelle ossa.
- Non ve ne sarà bisogno, - sentì la necessità di soggiungere, per
rassicurare anche sé stesso.
E restituì la cambiale a don Gennaro Parascandolo, che la rilesse,
minutamente, due volte; poi aprì un altro cassetto e cavandone della carta
monetata, contò anche due volte, trecentottanta lire che consegnò a Cesare,
dicendo:
- Trecentottanta. Ricontate il vostro danaro.
- Trecentottanta? - interrogò l’altro, di nuovo stupefatto.
- Il dodici per cento d’interesse, - spiegò don Gennaro.
- All’anno? - chiese stupidamente Cesare Fragalà.
- Al mese.
Un silenzio. E mentre macchinalmente Cesare Fragalà contava il denaro, non
osava dire a don Gennaro Parascandolo che l’interesse era stato calcolato anche
sulle prime cinquecento lire, che gliele aveva prestate lui, don Gennaro, non
il capitalista. Non disse nulla, però: anzi, nella confusione della sua candida
anima, aggiunse, alzandosi per andarsene:
- Grazie!
- Che grazie! È un affare. Soltanto, pensate alla scadenza. Mazzocchi non
scherza, è un brutto tipo.
- Non dubitate, - disse, con un pallido sorriso, Cesare Fragalà.
E dopo essersi licenziato, se ne andò, col volto smorto e con la bocca amara
di chi ha masticato l’aloe. Subito, don Gennaro si rimise ai suoi conti. Ma fu
solamente per pochi momenti, poiché Salvatore venne a dire che vi era di là l’avvocato
Ambrogio Marzano, con un altro signore, che volevano entrare. Don Gennaro,
certo, li aspettava, poiché aggrottò lievemente le sopracciglia, e una
espressione gelida gli chiuse la faccia. L’avvocato Marzano, entrando,
conservava sempre il suo sorrisetto dolce, di buon vecchio vivace ed
appassionato: quello che parea turbato era il suo compagno, un signore sulla
quarantina, grasso ma scialbo, con un par d’occhi chiari chiari che si
volgevano attorno, vaganti, dolenti. I saluti furono brevi brevi. Erano
quindici giorni che l’avvocato Ambrogio Marzano e il barone Lamarra tornavano a
via San Giacomo, da don Gennaro, per un affare di denaro, discutendo,
proponendo, accettando, rifiutando, ricominciando sempre la discussione. Sulle
prime il barone Lamarra, figliuolo di uno scalpellino, che era diventato
appaltatore a furia di scalpellare al sole, di risparmiare soldo sopra soldo e
che aveva lasciato una ricchezza ai figliuolo, il barone Lamarra, pure cercando
in prestito tremila lire, aveva conservato la sua aria vanitosa di pezzente
risalito: ma come i giorni passavano e le difficoltà si avviluppavano, egli non
giocherellava più che rnacchinalmente coi ninnoli d’oro, attaccati alla sua
catena di orologio; e gli occhi azzurri, spiranti vanità, acquistavano quella
espressione desolata, che don Gennaro Parascandolo studiava col suo occhio
sagace e per cui, forse, la sua faccia aveva acquistato quell’aria gelida. Solo
don Ambrogio Marzano sorrideva sempre, ostinato nella sua bonarietà.
- Qui, il barone avrebbe una certa premura di finire l’affare di cui
trattiamo da giorni, - disse il vecchietto, cercando incoraggiare il suo
cliente.
- Finiamola pure, - rispose don Gennaro, senza levare gli occhi.
- Non avete studiata una migliore combinazione? - mormorò il barone
Lamarra.
- No, - disse don Gennaro.
I due si guardarono, esitanti: il barone fece un cenno espressivo
all’avvocato, di andare avanti.
- Sicché, sarebbe? - chiese Marzano.
- Ecco. Il mio capitalista, Ascanio Sogliano, non ha capitali, ma può
disporre, adesso, di una quarantina di dozzine di sedie di Chiavari, a sei lire
l’una, a settantadue lire la dozzina, in tutto duemilasettecento e più lire.
Darebbe questa mercanzia, che è di facile smercio, sopra una cambiale a tre
mesi, dove fossero firmati in solido il barone e la baronessa Lamarra,
col solito interesse, già anticipato, del tre per cento; tre per tre, nove,
cioè novanta lire per un mese; tre per novanta, duecentosettanta lire, per tre
mesi.
- E il compratore per queste sedie di Chiavari, avete detto, vi sarebbe? -
ribattè Marzano, conservando il suo tono ingenuo.
- Già, - disse don Gennaro, sempre glaciale.
- Compratore, a quanto? - dimandò il barone Lamarra, con una certa ansietà,
sapendo bene la risposta, ma quasi sperandone una diversa.
- Ve l’ho detto: per duemila lire.
L’avvocato crollò il capo: il barone sbuffò.
- È troppa perdita, è troppa perdita! - gridò. - E poi, anche la firma di
mia moglie!
- Barone, scusate, - osservò don Gennaro, - mi pare che sbagliate. Io vi fo
un favore, trovandovi il commerciante e il compratore. Io non ci tengo a questo
affare. E vi avverto che ho avuto, sulle cambiali, le firme di signore assai
nobili, assai grandi. Questo per chiarire la posizione. Voi venite qua a
gridare, come se foste in mano ai briganti e vi tagliassero le orecchie. Qui,
orecchie non se ne tagliano. Se l’affare non vi conviene, lasciatelo andare. A
me, lo ripeto, è indifferente.
E in segno di massima indifferenza, accese una sigaretta Tocos, e fumando si
mise a guardare il soffitto. Il barone Lamarra, la cui grassezza pareva ancora
più scialba e più malaticcia, in quel conflitto tormentoso, era convulso. Un
silenzio si fece. Dolcemente, l’avvocato Marzano crollava il capo, come se rimpiangesse
le debolezze umane: e guardava il pomo d’argento della sua canna d’India, senza
più parlare. Il barone si pose una mano nella criniera nera, che si brizzolava:
poi si decise e cavando un grosso portafoglio nero, ne estrasse una carta,
deponendola sul tavolino, dirimpetto a don Gennaro.
- È un affare fatto, - disse, con voce strozzata. - Ecco la cambiale.
Don Gennaro non ebbe che un batter di palpebre di adesione. Aprì la cambiale
e la considerò lungamente, nelle cifre, nelle date, nelle firme, leggendo a
voce bassa:
- Maddalena Lamarra… Annibale Lamarra… sta bene, - finì ad alta voce, dando
un’occhiata scrutatrice al barone Lamarra, il cui volto si era fatto livido
dalla collera repressa, o per qualche altro sentimento.
- Volete vedere la merce? - soggiunse, poi, correttamente.
- Che me ne importa? - disse il barone sordamente, dando in una energica
spallata. - Datemi i denari, che mi servono.
Don Gennaro annuì col capo. Al solito, aprì il cassetto di mezzo, conservò
la cambiale e richiuse: aprì il cassetto di fianco, cavò i biglietti di banca e
metodicamente li contò.
- Ricontatevi il vostro denaro, - disse, consegnando il pacchetto al barone,
che aveva seguito con occhio, subitamente lampeggiante, l’apparizione dei
biglietti di banca.
Ma costui non contò: mise il pacchetto dei biglietti nel portafoglio e,
senza dire una parola, si alzò subito, per andarsene. Vagamente, l’avvocato
Marzano balbettò qualche parola di ringraziamento e di saluto: ma il barone
Lamarra era già per le scale; il vecchietto gli corse dietro, per non
lasciarselo sfuggire. Quando fu solo, nuovamente don Gennaro Parascandolo
riaprì il cassetto della sua scrivania e cavandone la cambiale Lamarra, la
considerò a lungo, nelle firme, pronunziandone le sillabe con un segno
d’ironia:
- Maddalena Lamarra… in solido… Annibale Lamarra, per sé e per
l’autorizzazione coniugale.
E finì con un sorriso, respingendo il cassetto. Ninetto Costa era entrato,
senza farsi annunziare: e l’agente di cambio, bruno, vivace, elegantissimo, in
un vestito di lanetta inglese a quadretti, col fiore all’occhiello, con la
mazzetta d’ebano nelle mani e il grosso anello di acciaio al dito mignolo, per
suggello, pareva l’immagine del giovinotto felice. Si sdraiò in una
poltroncina, accavallò le gambe e accese una sigaretta, cantarellando.
- Buona liquidazione, eh, lunedì? - chiese don Gennaro.
- Cattiva, cattiva, - canticchiò Ninetto Costa.
- Non mi sembri molto preoccupato: sarà dunque cattiva pei tuoi clienti, non
per te, - disse Parascandolo.
- È cattiva per me: ci vado da trentamila a quarantamila, - disse l’agente
di cambio, battendosi un calzone con la mazzettina, con un atto che era
ritenuto assai elegante.
- Beh! e come paghi?
-… pagherò, - concluse l’altro, con un gesto vago.
- Hai avuto varie cattive liquidazioni, mi pare?
- Così, così. È Lillina che mi porta via tutto, - mormorò, con un atto non
perfettamente sincero di rammarico.
- Lillina? Essa dice di no, - osservò don Gennaro.
- Lo ha detto a te? E la più bugiarda fra le donne! Oh che bugiarda, non
puoi immaginare, Gennarino! - ed esclamava ancora, con una collera un
po’fittizia. - Li hai, dunque, questi gioielli? - soggiunse con un’ansietà, che
non arrivava a dissimulare sotto la noncuranza.
- Sì. Servono per Lillina?
- Sì… cioè, non ne son certo, ella è troppo bugiarda… eppoi, ho un’altra
persona in vista.
- Sei un diavolo, Ninetto, - disse, ridendo, don Gennaro.
Dal solito cassetto di destra, donde aveva preso il denaro le due altre
volte, don Gennaro cavò un grande astuccio di pelle e lo schiuse. Sul velluto
bianco scintillarono lievemente i gioielli: era un paio di solitarii per
orecchini, un braccialetto a filo di brillanti, un fiore per la testa. Ninetto
Costa li guardò, battendosi le labbra col pomello della mazzettina: si
allontanò un minuto, per giudicarli meglio. Faceva tutto questo con una grande
disinvoltura: ma una stiratura di muscoli, ogni tanto, dava una cattiva
espressione al suo sorriso.
- Son belli, eh? - domandò a don Gennaro.
- Mi pare, - rispose l’altro, modestamente.
- Tu li daresti? Tu sei uomo di gusto.
- Li darei.., secondo la donna. A Lillina, no…
- Non so se glieli do, non lo so, - proruppe, nuovamente, frettolosamente,
Ninetto Costa. - E tu credi... - soggiunse, timidamente, - tu credi che valgano
ventimila lire?
- Non lo credo io, lo crede don Domenico Mazzocchi che te li ha venduti: io
non me ne intendo. Del resto, puoi farli apprezzare. Bada che sull’apprezzo, ti
chiederanno il due per cento.
E disse tutto ciò con una voce così sdegnosamente fredda, che Ninetto Costa
fece due o tre volte per interromperlo, senza riescirvi.
- Ma sei matto? Che apprezzo? Con te, con questo tuo amico Mazzocchi, dovrei
fare tal cosa? Prendere tutto questo fastidio? Neppur per sogno. Sarebbe
offendere un amico!
- Ti sei segnate le scadenze?
- Sì, sì, sì, a tre, a quattro, a cinque e a sei mesi, cinquemila lire per
volta, col deposito di rendita di mia madre, e lettera e controlettera. Tutto
va bene! Vuoi niente, dalla Borsa? Compro per te?
- Non faccio affari, io, mi sono ritirato,- disse salutando e sorridendo don
Gennaro Parascandolo, mentre Ninetto Costa se ne andava via, portandosi
l’astuccio dei gioielli.
Quando costui fu uscito, l’altro, rimasto solo, guardò l’orologio. Si faceva
tardi. La strada di San Giacomo è naturalmente scura, e parea già, alle
quattro, che il giorno cadesse. Stava pensando, don Gennaro, se avesse dato
appuntamento ad altri, o se potea andarsene, avendo finito la sua giornata, uno
di quei venerdì laboriosi, per tutti quelli che dànno denari: banche, usurai,
agenzie di pegni. No, gli parea di non aver dato appuntamento a nessun altro e
poteva andarsene, era certo che il suo cocchiere era arrivato con la carrozza,
per portarlo a via Caracciolo. Ma ancora una volta il fedele Salvatore entrò a dire,
che tre signori cercavano di entrare.
- Tre? - chiese don Gennaro, pensando.
- Tre…
- Fa entrare, - disse l’altro, ricordandosi.
Il dottor Trifari, grasso, grosso, rosso nella barba e nel volto, impacciato
e sospettoso, entrò, cavandosi la tuba che portava sempre, da provinciale
stabilito a Napoli; era con lui il professor Colaneri, dallo sguardo falso
dietro gli occhiali d’oro, che salutò, cavandosi il cappello, con un atto
ecclesiastico; ed era con loro, scarno, con una grossa dentiera sporgente, una
cravatta scozzese e un’aria palese di cretinismo, un giovanotto di ventidue
anni, uno studente, compaesano del dottor Trifari e scolaro del professor
Colaneri. E i due, mentre si tenevano d’occhio, scambievolmente, sogguardavano
ora don Gennaro, ora l’imbarazzato provinciale, che pareva non sapesse che
farsi della sua dentiera, infelicissimo di non poter chiudere la bocca. La
diffidenza di Trifari aveva qualche cosa di repressamente feroce, come una
ferocia repressa appariva in tutta la sua persona morale e materiale: l’aspetto
di Colaneri era obliquo, fine, freddo e ipocrita: in mezzo a loro, il povero
studente pareva una mosca, una piccola mosca stupida, presa fra due ragni, uno
crudele e l’altro perfido. Don Gennaro li guardava, con un sorriso, intuendo
tutto questo. Niente che a guardare la fissità malvagia degli occhi del dottor
Trifari sulla chiusa scrivania di don Gennaro, e la fissità umile ma infida
dello stesso sguardo del professor Colaneri, e l’ebetismo dello studente che
parea non vedesse, non udisse, o vedesse e udisse senza capire, l’esitazione di
Salvatore si intendeva. Ma don Gennaro Parascandolo, che amava gli oggetti di
arte, aveva preso dalla scrivania un lungo fodero di avorio scolpito,
giapponese, e ne aveva cavato a metà, quasi distrattamente, un coltello dalla
lama lucente e tagliente, un tagliacarte, sebbene sulla scrivania non vi fosse
neppure l’ombra di un libro: poi, con un colpo secco aveva ringuainato il
coltello e aveva posato il fodero sulla scrivania, ma le dita vi giuocherellavano
sopra. E don Gennaro sorrideva, fumando la sua eterna sigaretta: senza però
averne offerte ai suoi tre visitatori.
- Dunque, cavalier Parascandolo? - interrogò il dottor Trifari, con una
falsa cortesia, che mal copriva la sua rozzezza.
- Dunque, di che? - rispose costui.
- Ma dei denari, della cambiale? - sbuffò a dire il pletorico dottore.
- Mah! è un assai mediocre affare… - osservò don Gennaro, con aria
disinvolta.
- Che dite? Con tre firme, la mia, quella del professor Colaneri e quella
del signor Rocco Galasso, qui, dite un mediocre affare? Ma chi volete?
Rothschild?
- Certamente, preferirei Rothschild a tutte le firme, - osservò don Gennaro,
conservando il suo sorrisetto canzonatorio. - Gli affari sono gli affari, -
soggiunse, poi, con quel suo tono profondo.
- E noi siamo tre galantuomini, mi pare, - squittì il professor Colaneri.
- Voi siete la corona della mia testa, - disse con una cortesia esagerata
don Gennaro: - ma le firme debbono essere solvibili, ecco tutto. Mi sono
informato, signori miei, per conto del mio sovventore Ascanio Sogliano.
Capirete, io debbo metterlo al coperto da qualunque perdita, poiché amministro
il suo denaro. Ora, il nostro dottor Trifari, qua, è un eccellente giovane,
diventerà un luminare della scienza, ma la sua firma non è solvibile per mille
lire.., così il professore…
- Queste sono infamie! - esclamò il dottor Trifari. - Non sono venuto qui
per essere insultato, perdio!
- Sono bricconate… - stridette l’ipocrita Colaneri.
- Dove vi siete informato? - domandò, urlando, Trifari.
- Nei paesi vostri, - rispose freddamente don Gennaro.
- Naturale.., al paese… odii di politica.., lotte elettorali… - gridarono in
coro Colaneri e Trifari soffocando di collera.
- Sarà, - disse Parascandolo, - ma io non debbo saperlo, e a Sogliano non
gliene importa niente. Dunque resta il mio rispettabile giovanotto, qui, Rocco
Galasso: esso è solvibile. Dunque, invece di tremila lire, Sogliano ne dà
mille, con le tre vostre firme, tanto per precauzione.
- Impossibile! - tuonò Trifari, diventato violetto dallo sdegno.
- Impossibile! - stridette Colaneri, livido.
- Come volete, - finì di dire Parascandolo, alzandosi per uscire.
Ma il più esterrefatto, fra i tre, era il povero Rocco Galasso, lo studente,
che volgeva gli occhi inebetiti da Colaneri a Trifari, e inghiottiva con uno
sforzo, come se la saliva lo soffocasse. Confusamente, senza salutare, i due
uscirono dalla stanza e dal quartino, confabulando fra loro, spingendosi
innanzi lo studente come una pecora matta. Placidamente don Gennaro chiamò
Salvatore per farsi spazzolare il soprabito: e il servo compì la sua opera in
silenzio, cercando i guanti, il cappello, mentre Parascandolo riempiva di
sigarette Tocos il suo portasigarette d’argento russo. Così, ad un tratto,
senz’essere annunziati, i tre fecero irruzione di nuovo nella stanza, con certe
facce, Colaneri, e Trifari, dove la rabbia pareva buttata indietro a forza: e
Rocco Galasso, pallido, tutto umiliato, dietro a loro, un vero cane frustato.
- Facciamo l’affare, - mormorò Trifari, con un atto come se ingoiasse di
traverso.
- Mille, - annuì il professor Colaneri.
Allora la solita scena si ripetette ancora. L’usuraio cavò una cambiale in
bianco, da mille lire, dal cassetto e la porse a Rocco Galasso, che non ardì
prenderla, guardando negli occhi, l’un dopo l’altro, Colaneri e Trifari. I due,
come se lo mettessero alla tortura, lo fecero sedere a un angolo della
scrivania e standogli ai fianchi, buttandoglisi addosso per sorvegliarlo
meglio, gli dettavano la formola, parola per parola. Egli si abbassava col naso
sulla carta, miope quale era e schiacciato dai due che gli pesavano sulle
spalle; e non sapendo, non avendo ancora firmato nessuna cambiale, confuso,
spaventato, rimaneva con la penna sospesa, esitante. L’opera fu lunga: stava
per sbagliare la data della scadenza, il poveretto, quando Trifari gli fu sopra
con un urlo.
- A due mesi!
Infine, l’opera fu finita. La fronte rialzata dello studente aveva gocce di
sudore, in quel giorno ancora fresco di marzo. Don Gennaro, intanto, aveva
tratto del denaro dal cassetto e lo aveva contato.
- Settecentosessanta, - disse, tendendo il pacchetto a Rocco Galasso. -
Contatevi il vostro denaro.
Ma costui non osò prenderlo: guardò ancora i suoi tutori. Colaneri stese la
mano grossa e fredda e intascò rapidamente i denari, mentre Trifari guardava,
ferocemente.
- Anticipato l’interesse, eh? - chiese Trifari, con un ghigno.
- Anticipato.
- Non potevate aggiungerlo nella cambiale? - ribattè Colaneri, mettendosi la
mano in tasca, sul denaro.
- No, - disse seccamente don Gennaro che si levò di nuovo.
I tre uscirono, in silenzio. Colaneri scappava avanti e Trifari lo seguìa
precipitosamente, dimenticandosi di Rocco Galasso che adesso non serviva più a
nulla e il cui più gran tormento era che don Gennaro Parascandolo gli aveva
fatto scrivere il domicilio a Tito di Basilicata: e il pensiero che suo padre
avrebbe saputo, un giorno o l’altro, tale cosa, gli faceva venire le lacrime
agli occhi.
Malgrado poi il desiderio di uscire che aveva don Gennaro, egli dovette
trattenersi ancora cinque minuti. Una vecchietta, vestita pulitamente di nero,
una cameriera, era giunta, portando un bigliettino di presentazione e di
raccomandazione della signora Parascandolo. Sottovoce, guardando intorno, ella
aveva parlato a don Gennaro, che l’aveva ascoltata con un paterno sorriso di
bonomia; gli aveva anche timidamente mostrato un oggetto chiuso in un astuccio,
cavato da un involto di lana nera e poi di carta; don Gennaro non aveva neppure
voluto guardarlo, e lo aveva respinto con la mano, ma senza disprezzo. Poi,
dopo aver detto due o tre parole alla vecchia cameriera, facendole atto di
tacere, poiché essa voleva ricominciare la sua perorazione, andò al cassetto
della scrivania, lo schiuse, contò dei denari e li mise in una busta che offrì
alla cameriera. Costei voleva ringraziare, ma lui, per tagliar corto, domandò:
- E come sta la marchesina Bianca Maria?
- Eh così!… - fece, con un sospiro, la vecchia.
Dopo due minuti la victoria portava il tranquillo e soddisfatto don
Gennaro Parascandolo, alla passeggiata di via Caracciolo, dove tutti i suoi
debitori passati, presenti e futuri, lo salutavano con un sorriso e con una
grande scappellata, mentre egli li salutava con un sorriso e con una grande scappellata.
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