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- IL BANCO LOTTO DI DON CRESCENZO
Donna Bianca Maria Cavalcanti aveva riletta otto o dieci volte quella
lettera, prima di riporla in tasca: e mentre, tutta sola nel grande nudo
salone, lavorava al suo merletto sul tombolo, ripensava quello che vi era
scritto, ricordandosene già delle frasi a memoria, rivedendone innanzi agli
occhi le parole, riandandone nella mente tutto il significato: così i fuselli
sottili e sonanti le si arrestavano nelle mani, mentre l’anima era partita al
suo sogno. La lettera era onesta e buona: diceva che per affetto di medico e di
amico le consigliava, ancora una volta, di levarsi da quella casa fredda e
solitaria, dove ella vegetava miseramente, che la pregava di degnarsi, come
un’umile, una semplice offerta, d’accettare l’ospitalità in campagna, nella
borgata e nella casa dove egli era nato, e dove piamente viveva solo sua madre.
Donna Bianca Maria Cavalcanti non doveva sdegnare questa offerta, fatta in
tutta semplicità. Avrebbe potuto andare con Margherita, laggiù: l’aria era
buona, la campagna, intorno, fresca e verde, la solitudine amabile. Il dottor
Amati, per il suo lavoro non vi si poteva recare, ma era sicuro che sua madre
avrebbe adorato la marchesina, era sicuro che la marchesina si sarebbe guarita
completamente laggiù, in quell’aria vivida e fortificante. La scongiurava, con
affettuose parole, a non dire di no, a credere alla devozione sua, che non le
poteva nascondere la verità sul suo stato: il viaggio e la campagna erano una
necessità di vita. Così egli scriveva, il grande dottore, in quel suo stile
breve, preciso, leale, simile al suo volto e come la sua voce: ma una profonda
e candida vena di sentimento correva in ogni frase e, sentendola, Bianca Maria
chiudeva gli occhi, per resistere a una forte emozione interiore. Quando
Margherita silenziosamente le aveva portato quella lettera, ella aveva subito
inteso da chi veniva, vedendo quella calligrafia chiara, dritta, precisa:
l’aveva aperta subito, senza incertezza e senza ritrosia: e dopo averla letta,
le parve che un paesaggio campestre, povero e umile, ma tutto luminoso e
odoroso di verde, le si facesse innanzi agli occhi, con la soavità di un
idillio: le parve che un fluir di calore le rallegrasse il freddo e lento
sangue, nelle vene, e la morse al cuore un desiderio di vita e di felicità, un
primo impeto di desiderosa giovinezza. La lettera di Antonio Amati, letta e
riletta, le s’impresse nell’anima: e il ripensarvi, in quella fresca serata di
venerdì di marzo, le faceva dare un tuffo di sangue al cuore mentre agli occhi
le salivano fiotti repressi di lacrime. E anche quella sera, ma più
concitatamente del solito, verso le otto, rientrò il marchese Cavalcanti: e
aveva nelle membra, nella faccia, l’agitazione che lo coglieva ogni settimana,
il venerdì sera, come per l’imminenza di un grande dolore, o di una grande
gioia. Ma la figliuola, sulle prime, non badò: distratta, mentre lavorava
macchinalmente, le buone e ferme parole della lettera che invocavano da lei la
sua salvazione, le ronzavano nella mente, turbinando dolcemente, senza posa.
- Ebbene, ancora nulla? - chiese il marchese.
- Di che? - disse lei, tornando in sé.
- Di che? Ma della rivelazione che ti doveva fare lo spirito? Non vuoi
dirla, forse? Perché? A me, devi dirla. Io aspetto da te, questa rivelazione!
- Mio caro padre, io non so niente, - rispose ella, impallidendo, ma
cercando di dare fermezza alla sua voce. - Non saprò niente, mai, di ciò che
voi immaginate.
- Io non immagino, - gridò lui. - Sono verità e sono misteri della
religione: don Pasqualino è un’anima pia. Egli vede. Anche tu vedresti, se
volessi. Ma non vuoi! Di’la verità: tu ceni, prima di andare a letto?
- No, - diss’ella, piegando il capo, rassegnata al supplizio di quell’interrogatorio,
toccando nella sua tasca la lettera.di Antonio Amati.
- Il corpo ingombro è impuro, non può aver rivelazioni celesti, - disse lui,
con accento mistico. - E che fai, prima di dormire?
- Prego.
- E non la chiedi, questa grazia della rivelazione, con tutte le tue forze,
non la chiedi?
Ella guardò suo padre, e schiuse la bocca per dire un monosillabo negativo:
la voce non lo pronunziò, ma egli lo intese.
- E naturale che la rivelazione non venga, è naturale, ci vuole la fede, -
disse lui, con uno sdegno profondo. - Ma di che preghi, allora? Che domandi,
cuore senz’amore?
- La pace, - ella disse gravemente, facendo un gesto largo.
Egli si strinse nelle spalle, sdegnosamente.
- Farò pregare don Pasqualino, - soggiunse. - L’avrai per forza la visione.
Lo spirito ti s’imporrà. Gli spiriti comandano, capisci? Sono padroni di
questo mondo e dell’altro. L’avrai accanto a te, lo spirito, quando meno lo
aspetti: lo vedrai.
- Che Dio mi assista! - disse ella, segnandosi, in preda a un tremore
invincibile.
- Hai paura? - chiese egli, ghignando, non vedendo più, nel furore della
passione, il tormento della sua creatura.
- Oh sì!… - ella disse, fiocamente, quasi per svenire. E convulsamente
strinse la onesta e affettuosa lettera di Antonio Amati, quasi volesse aver da
questa la forza. Ma il marchese non le badava più. Aveva suonato un campanello
e Giovanni si era presentato, nella sua vecchia livrea: guardava il suo padrone
con un’occhiata incerta, e gli porgeva il cappello e il bastone, quasi avesse
premura di vederlo uscire, quel venerdì, più presto dei venerdì delle altre
settimane. Ma quello che egli temeva, era inevitabile, perché il marchese gli
disse, vieni con me, dirigendosi verso la sua stanza da letto, una
povera e nuda stanza, simile al resto dell’appartamento, dove Giovanni accese
una misera stearica, per illuminare quel colloquio. In attitudine dimessa il
servo si teneva ritto innanzi al padrone, il quale conservava il suo aspetto
aristocratico e la nativa fierezza, che neanche il vizio arrivava a dominare.
- Giovanni, hai danaro? - domandò, con disinvoltura signorile.
Il servo chinò il capo a questa domanda, e non osando di rispondere
assolutamente no, tacque.
- Ne dovresti avere, - soggiunse, con una certa severità, il marchese. - Te
ne ho dato, due settimane fa. Hai speso tutto? Tu dilapidi il poco che mi
resta.
- Eccellenza, venerdì portaste via quasi tutto: e qua si deve vivere. Non
vorreste lasciar morire di fame la marchesina? - disse Giovanni con voce
dolente.
- Va bene, va bene, ho inteso, - interruppe il marchese, irritandosi, ma
celando l’agitazione. - A me servono almeno cinquanta lire: ho un impegno
d’onore, questa sera. Poi, domani sera, - e puntò le parole, - te le
rifarò. Ti darò anzi altri denari, molti denari: così non mi accuserete di lasciar
morire di fame la marchesina!
- Vostra Eccellenza è il padrone, ma se sapeste, se sapeste, che sono questi
denari… - e cavò uno sdrucito portafoglio dalla tasca.
- Che cosa? - domandò il marchese, fissando con occhi divoratori il
portafogli.
- Niente, Eccellenza, - e rispettosamente consegnò una carta da cinquanta al
padrone: né aveva fatto in modo, che il marchese non vedesse un’altra carta
simile; ma il vecchio signore non osò chiederla, in quel momento.
- Va pure, - egli disse al servo, che uscì.
E si aggirava per la stanza, impaziente: dopo suonò nuovamente il
campanello, due volte. Margherita si presentò, con la stess’aria esitante,
quasi tremante, del marito. E il vecchio nobile, il discendente di Guido
Cavalcanti e di dieci generazioni di gentiluomini, si piegò a una furberia da
ciarlatano.
- Margherita, sai se Bianca Maria ha danaro? - domandò distrattamente.
- E chi glielo avrebbe dato? Quelle poche lire che le regala suor Maria
degli Angeli e il suo padrino, a Natale, ella ne fece elemosine.
- Credevo, - disse lui, infilandosi il soprabito. - Sono molto imbarazzato,
ho da pagare un debito stasera, e m’immaginavo che Bianca Maria avrebbe tratto
suo padre di pena. Sono molto seccato, molto! Tu, forse, hai denaro,
Margherita?
- Io? - disse quella, non osando negare, per il rispetto e la paura che le
ispirava il padrone.
- Tu. Puoi darmi denaro? Te lo restituisco domani sera…
- Veramente - replicò ella, - avevo qualche denaro, ma volevo comperate un
vestito alla marchesina. Vostra Eccellenza non se ne accorge, ma, a venti anni,
bella come una regina, la mia padrona non ha che due abiti, da due anni: uno
per l’estate, uno per l’inverno. E neppure lei stessa se ne accorge, la povera
anima di Dio… avevo pensato io di comperarglielo: poi, Vostra Eccellenza mi
avrebbe dato il denaro, a piacer suo.
- Senti, Margherita, senti, dammi questi quattrini stasera, e domani
sera, te lo prometto innanzi a Dio, Bianca Maria avrà denaro per dieci
vestiti, non per uno!
- Amen, - disse, rassegnatamente e dolorosamente, Margherita, non
potendo resistere all’emozione che vi era nella voce del padrone.
E cavando dal petto una borsetta di seta, da un batuffolo di carte, ne
staccò una di cento lire. Egli la prese e la pose subito nel suo portamonete e
uscì, dicendo con un’allegria feroce, e con una intonazione bizzarra di
sicurezza:
- A domani sera!
E a domani sera, soggiunse, passando, nel gran salone, accanto a sua
figlia che aveva aperta una finestra per prendere aria, per rimettersi dal suo
male fisico e morale. Il marchese Cavalcanti scese le scale rapidamente, vivace
come un giovanotto che andasse a un fortunato convegno di amore. Qualcuno,
infatti, lo aspettava, passeggiando su e giù, innanzi al portone: era don
Pasqualino De Feo, l’assistito. Egli non si mutava dal suo aspetto
malaticcio e ignobile, coperto sempre dai suoi panni sudici e laceri: ma nel
volto emaciato, quella sera, gli occhi brillavano. Mise una mano sul braccio
del marchese Cavalcanti, che non si era accorto di lui: Formosa lo salutò con
un sorriso.
- Avete la moneta? - domandò don Pasqualino, abbassando le palpebre, quasi a
celare il lampo dei suoi occhi accesi.
- Sì. Quanto è?
- Si deve far l’elemosina per quattro messe, in quattro parrocchie, domani
mattina; faremo cinque lire la messa. Io debbo passare la notte in preghiere,
mi fu imposto dallo spirito, facendomi chiudere nella chiesa del grande
San Pasquale, a mezzanotte; ho promesso dieci lire di regalia al sagrestano,
per farmi chiudere in chiesa: non sarebbe permesso a nessuno. Abbiamo detto di
accendere quattro candele, innanzi all’altare di San Benedetto, di cui ricorre
la festa, domani: dieci lire. Quaranta… sì, quaranta lire basteranno.
Aveva fatto questo conto freddamente, tenendo gli occhi abbassati, ma con
una chiarezza non consueta nel suo bizzarro parlar misterioso. Il marchese
Carlo Cavalcanti annuiva col capo, a ogni nuova spesa annunciata dall’assistito,
trovandola ragionevole.
-… E per voi? - chiese, dopo aver contate le quaranta lire nelle mani di don
Pasqualino.
- Sapete che non ho bisogno di niente, - disse quello, schivandosi.
- E quando ci vediamo?
- Domattina, dopo la mia veglia, se lo spirito mi lascia vivo.
Venerdì scorso mi bastonò talmente, che mi sentivo morire, - disse con enfasi,
ma a bassa voce, l’assistito.
- Io fido in voi, - mormorò il marchese Carlo Cavalcanti.
- Fidiamo in lui, - ribattè l’altro, fervidamente, mostrando il
bianco degli occhi.
- Pregatelo, pregatelo, - scongiurò il marchese.
Si lasciarono, dopo che il marchese ebbe strette due dita molli e umide, che
don Pasqualino gli stendeva. De Feo risalì verso Tarsia, Cavalcanti discese
verso Toledo: andava al Banco lotto numero 177, all’angolo del vico Nunzio,
dove era tenitore del banco il bel don Crescenzo dalla barba castana, e dove
giuocavano Cavalcanti e i suoi amici. La bianca bottega, sulle cui mura da poco
era stata passata la calce, divampava di luce: tre becchi a gas erano accesi,
in tutta la loro forza, sul grande banco di legno, ad alta graticciata di fil
di ferro, che tagliava in fondo la bottega, andando da una parete all’altra.
Dietro questo banco, seduti su tre alti seggioloni, di fronte a tre
sportelletti aperti nella graticciata di ferro, lavoravano don Crescenzo e i
suoi due commessi, i giovani, così chiamati, malgrado che uno, don Baldassarre,
avesse settant’anni e un’aria così decrepita che pareva avesse un secolo,
malgrado che l’altro avesse uno di quei visi scialbi, dalle linee e dalle tinte
indefinite, che non hanno età. Tenevano innanzi squadernato un grande registro,
detto a madre e figlia, cioè col duplice polizzino giallo: vi
scrivevano sopra i numeri con una grossa penna, a tre punte, per avere una
calligrafia molto forte e molto chiara: e scrivendo due volte i numeri, li
ripetevano macchinalmente, si vedevano le loro labbra agitarsi, pronunciando le
cifre: poi tagliavano il polizzino con un colpo secco delle grandi forbici che
tenevano a destra, rapidissimamente lo passavano, per farlo asciugare,
nell’arena nera contenuta in una scodella di legno, e lo consegnavano al giuocatore,
dopo averne ritirata la moneta. Don Crescenzo conservava la sua bell’aria
contenta, di soddisfatto mangiator di maccheroni, sorridendo nella sua barbetta
nera, mentre il vecchissimo don Baldassarre, così curvo che pareva gobbo, col
naso adunco, che pareva gli piombasse nella bocca rincagnata, sulle gengive
senza denti, lavorava con molta flemma, e don Checchino, lo scialbo scrivano,
scriveva correndo, per finire, per andarsene.
Quando il marchese Cavalcanti giunse, verso le nove e mezzo, la bottega era piena
di gente che giuocava. Il giuoco comincia debolmente la mattina del venerdì,
nel pomeriggio va crescendo, e nella sera diventa una fiumana. Il marchese di
Formosa fece un cenno, e don Crescenzo, premurosamente, aprì la porticina del
banco e gli porse una sedia. Il venerdì sera il marchese Cavalcanti lo passava
lì, in un cantuccio, seduto, guardando tutta la gente che giuocava, volendo
eccitarsi in quello spettacolo ed eccitandosi fino a un grado forte di
esaltazione. Egli aveva in tasca la sua giuocata, coi denari: ma non la faceva
mai appena entrato, delibava questa voluttà, lungamente, guardandola delibare,
di un tratto, a cento e cento altri.
Folta di gente, la bottega: vi si entrava dalle due porte spalancate, una in
via Toledo, una nel vicoletto del Nunzio, e la fiumana si avvolgeva e si
svolgeva, continuamente, venendo a battere contro quel bancone di legno, unto
da tanti contatti umani. La folla era di tutte le condizioni, di tutte le età,
con tutta la varietà dei volti umani, belli e brutti, sani e malaticci, lieti,
dolenti, stupefatti, ebeti, una folla venuta da tutte le strade, là intorno,
dalle Chianche della Carità e dalla Corsea, dal Chiostro San Tommaso di Aquino
e dal piccolo rione del Consiglio, da Toledo e dal vico San Liborio. Certo, a poca
distanza, in giù, a via Magnocavallo, vi era un altro Banco lotto; a poca
distanza, in su, in via Pignasecca, ve ne era un altro, di Banco lotto; e
sempre, nel raggio circolare di due a trecento passi, ve ne erano degli altri,
di Banco lotto, tutti aperti, tutti fiammeggianti di gas, tutti riboccanti di
gente: ma se il venerdì sera e il sabato mattina, per le vie principali di
Napoli, si aprisse un Banco lotto, ogni tre botteghe, tutte queste botteghe
della popolarità della fortuna avrebbero la folla. Del resto, anche i Banco
lotto hanno la loro simpatia e la loro antipatia, fruiscono della impopolarità
o della popolarità: e quello del vico del Nunzio, come quello in piazza
Plebiscito, come quello della Strada Nuova Monteoliveto, godevano una grande reputazione
di fortuna. Vi si erano guadagnate somme enormi: e molta gente, quindi, si
muoveva di lontano, per giuocare proprio lì la lira, le cinque lire, le cento
lire. I tre gruppi di gente, innanzi ai tre sportelli del Banco lotto di don
Crescenzo, si confondevano in un gruppo solo, fluente e rifluente, sempre: e il
marchese di Formosa, col cappello messo un po’indietro, con la nobile fronte
scoperta, su cui compariva qualche stilla di sudore, guardava questo
spettacolo, con gli occhi incantati, tenendo, fra le gambe, la sua mazza di
ebano. Ogni tanto, riconoscendo una persona amica o conoscente, innanzi a uno
dei tre sportelletti, gli occhi scintillavano di soddisfazione, lusingato
profondamente che la sua passione fosse la passione di tante altre illustri e
buone persone. Spalancava gli occhi, per vedere tutto, per abbracciare quel
quadro sempre cangiante, tendeva l’orecchio per cogliere tutti i dialoghi,
tutti i soliloqui, - poiché spesso i giuocatori di lotto parlano da soli, ad
alta voce, e anche in pubblico, - per udire fra i tanti numeri pronunziati,
quali più fittamente ritornassero sulla bocca di tutti, per poterli giuocare
nella serata o all’indomani. Faceva caldo e la luce era forte, in quella
piccola bottega piena di gente: ma il marchese di Formosa provava un benessere
singolare, un senso pieno e largo di vitalità, sembrandogli di essere
ringiovanito, nel trionfo della salute e della forza.
Intanto la folla non diminuiva, cresceva. Mentre innanzi allo sportelletto
dello scialbo don Checchino lo scrivano, un gruppo di studenti tumultuava,
strillando i propri numeri, ridendo e dandosi degli urtoni; allo sportello del
vecchissimo don Baldassarre, innanzi alla minuta folla, erano due o tre forti
giuocatori, che giuocavano filze intere di numeri, arrischiandovi diecine e
centinaia di lire, che il commesso scriveva lentamente, flemmaticamente,
rileggendoli, prima di consegnare i polizzini; e allo sportello di don
Crescenzo, dove il lavoro si sbrigava più presto, la scena mutava ogni
minuto, l’impiegato succedeva al soldato attendente che era venuto a giuocare i
numeri pel colonnello, l’operaio torvo lasciava il posto alla nutrice contadina
dalla faccia stupida, la vecchia pinzocchera si ficcava dietro il magistrato in
ritiro, e tutti avevano o un’estrema parlantina, o un’aria estatica, o un
profondo quasi doloroso raccoglimento. Giusto, don Domenico Mayer, il
misantropo vice-segretario all’Intendenza di Finanza, ora
stava fermo innanzi a don Crescenzo e con gli occhi bassi, con voce cavernosa,
gli veniva dettando dieci terni, terni secchi, su cui don Domenico Mayer
giuocava audacemente due lire per terno, per prendere diecimila lire, salvo la
ricchezza mobile. Al terzo terno, domandò, trucemente:
- Quanto è la ricchezza mobile?
- Tredici e venti per cento, - rispose, ridacchiando, don Crescenzo, la cui
mano bianca e grassa di lieto divorator di pasta al pomidoro, aveva una
quantità di gesti eleganti.
- Governo mariuolo! - esclamò una voce stridula, dietro don Domenico.
Era il lustrino Michele che aspettava, per fare la giuocata piccola del
venerdì sera: la giuocata grande l’avrebbe fatta al sabato mattina, quando
donna Concetta, la strozzina, gli avrebbe prestato le quaranta lire. Intanto
provava il gusto di stare là, di attendere il suo turno. Al settimo terno
secco, don Domenico spiegò la sua giuocata:
- Non m’importa di vincere l’ambo, quindici lire non mi fanno niente.
- Già, - disse il compiacente don Crescenzo.
Prese le venti lire dell’impiegato, gentilmente piegò i polizzini, e glieli
consegnò. Già, rizzandosi sulla punta dei piedi per arrivare allo sportello, il
gobbo sciancato dettava i suoi numeri, e a ogni biglietto dava la spiegazione.
- Questo lo giuoco da ventidue anni… questo è il terno di padre Giuseppe
d’Avellino… questo è l’ambo della giornata… questo è il terno del morto ucciso
in piazza degli Orefici…
Ma erano piccole giuocate, in tutto sette ad otto lire: e quelli che
aspettavano dietro a lui, s’impazientivano. Invece, da don Baldassarre il quasi
centenne, per una singolare attrazione, si fermavano i giuocatori di grosso.
Ninetto Costa, elegantissimo, con la marsina che s’indovinava sotto il
soprabito, col gibus messo un po’di traverso sulla zazzeretta arricciata
e profumata, coi denti bianchissimi che comparivano nel sorriso delle rosse
labbra, aveva consegnato una lista allo scrivano, e fumando un avana,
disinvolto, sempre allegro, si prestava gentilmente alle domande di don
Baldassarre, che, non meravigliato delle grosse giuocate, ma per precisione, si
faceva ripetere le somme arrischiate:
- Al primo biglietto settanta sul terno, venti sulla quaterna?
- Sì, - e gittava uno sbuffo di fumo odoroso.
- Al secondo terno secco, centocinquanta?
- Centocinquanta.
- Al terzo, tutto il bigliettone, duecentoquaranta lire?
- Duecentoquaranta.
Il marchese Formosa che aveva scambiato un sorrisetto con Ninetto Costa,
tendeva l’orecchio a udir le cifre, e trasaliva, punto da una lieve invidia,
rimpiangendo di non aver tanti denari da giuocare. E quando udì la cifra
totale, milleseicentocinquanta lire, e vide Ninetto Costa cavare lietamente
questa somma e consegnarla a don Baldassarre, impallidì, pensando quanto si
potea guadagnare con tal rischio. Quasi soffocando, uscì sulla porta, a prender
aria; Ninetto Costa ve lo raggiunse e ambedue guardarono Toledo, e la sua
folla, e i suoi mille lumi, senza vederli.
- Siete fortunato, - balbettò il vecchio nobile. - Avete denaro…
- Se sapeste, - disse l’altro, sottovoce, diventato grave improvvisamente. -
Ho impegnato dei gioielli che ho pagato ventimila lire, e non ne ho avuto
nemmeno cinquemila: il Monte di Pietà diminuisce i suoi prestiti il venerdì e
il sabato, tanta è la roba che s’impegna…
- Che importa? Vincerete! - disse il vecchio, roteando gli occhi esaltati,
alla visione della vincita.
- Lunedì ho la liquidazione in Borsa, ventimila lire di perdita, non ho un
soldo in saccoccia. Se non prendo, dove batterò la testa?
- E avete buoni numeri? - chiese con ansietà.
- Ho giuocato tutto: Pasqualino de Feo ha voluto cinquanta lire per
ingraziarsi lo spirito, e mi ha dato tre terni, due ambi e un situato:
quella ragazza popolana a cui fo la corte, - le ho regalato un orologetto, - mi
ha dato certi numeri, ma sotto simbolo: avrò indovinato? Poi i numeri della
cabala che facciamo in comune: poi quelli del ciabattino di Marzano,
l’avvocato…che so io? So che se non vinco, marchese, una grossa somma, debbo
fallire, - e la voce dello spensierato agente di cambio ebbe un tremore
tragico.
- Vado a ballare, buona sera, - disse poi, riaccendendo il suo avana.
E si allontanò, col suo passo svelto. Esaltato da quel dialogo, il marchese
di Formosa rientrò nel botteghino del lotto. Ora, innanzi a don Checchino, lo
scrivano pallido e floscio, appoggiata col gomito al piano del bancone,
Carmela, la sigaraia, che aveva dato per dieci lire i suoi orecchini a donna
Concetta l’usuraia, fiaccamente, a pause, veniva dettando i numeri, giuocando
tre o quattro biglietti popolari:
- Sei e ventidue, giuocatemi mezza lira; otto, tredici e ottantaquattro, due
soldi per l’ambo, otto per il terno; otto e novanta, ambo, altri quattro soldi…
- Spicciati, spicciati! - gridò una voce di donna impaziente.
E si fermava, ogni tanto, come se altri dolorosi pensieri se la portassero
via, e una fiamma saliva a colonne le guance delicate. E quando don Checchino
le fece il conto, quattro lire e otto soldi, ella cavò il rotoletto dei denari
di rame, e si mise a contare, lentamente.
- Spicciati, spicciati! - gridò una voce di donna impaziente.
Ella si voltò e riconobbe la donna, una serva vecchia, donna Rosa, quella
che serviva nella casa, dove stava la disgraziata sua sorella, e parlarono
sottovoce.
- O donna Ro’… e come sta Maddalena?
- Bene sta: tribolata: ha mandato a giuocare questo biglietto: anzi lo hanno
giuocato in tre ragazze… Siccome vi è stato un ferimento, per disgrazia…
- O Gesù! Dio la benedica, povera sorella: e voi, fino qua venite?
- Abito alle Chianche e torno a casa.
- Salutatela, Maddalena, - mormorò appassionatamente Carmela.
E stringendosi nello scialletto, se ne andò, crollando il capo, quasi una
infinita stanchezza la vincesse. Le succedette, accanto a Rosa, la serva delle
povere infelici, il barone Annibale Lamarra, grosso, smorto, ansante della sua
affannosa passeggiata a piedi, da un Banco lotto all’altro. Egli giuocava molti
biglietti da venti, da cinquanta, da cento franchi l’uno, ma temendo di essere
spiato dall’avara sua moglie di cui mangiava la dote, malgrado le orribili
scenate, temendo di essere sorpreso da suo padre, un pezzente risalito da
scalpellino ad appaltatore, da appaltatore a possidente, aveva inventata la
furberia di giuocare un biglietto per parte. Da un Banco lotto all’altro,
correva sbuffando, non volendo pensare che al sabato, all’estrazione in cui avrebbe
vinto e ritirato la cambiale data a don Gennaro Parascandolo, quella cambiale,
che portava la firma sua e di sua moglie, che lo faceva rabbrividire di
terrore. Quando uscì dal Banco lotto di don Crescenzo, respirò e contò
mentalmente. Delle duemila lire ne aveva date duecento all’avvocato Ambrogio
Marzano, il buon vecchietto ridente, come intermediario fra lui e don Gennaro
Parascandolo; ne aveva giuocato milleseicento per i Banco lotto da Chiaia a San
Ferdinando, da San Ferdinando alla piazza della Carità. Gli restavano duecento
lire; le avrebbe giuocate l’indomani; forse la notte avrebbe potuto sognare
qualche buon numero, non bisognava arrischiare così la riserva. Intanto
dall’altra porta, mentre egli usciva, entrava giusto don Ambrogio Marzano, che
si fermò col marchese di Formosa:
- Avete qualche buon numero? - chiese ansiosamente Cavalcanti, che riteneva
il lindo e ridente vecchietto come un buon portafortuna.
- Ci ho un quarantanove secondo, che è un amore, marchese! - mormorò
l’appassionato, per non farsi udire.
- Ah! e che altro?
- Ventisette, lo sapete, è il simpatico di questa fine di mese…
- Ce l’ho anche io. E del quattordici, che ne dite?
- È bello, marchese mio. Ma volete proprio, proprio sapere il numero
lampo, il numero fulmine?
- Dite, dite, dite.
- Ve lo dico per amore di fratello, perché quando ci ho un tesoro, non so
essere egoista e tenerlo per me: abbiatelo per prova di affezione, è il
trentacinque!…
- Ah! - disse il marchese di Formosa, con grande stupore di ammirazione.
Intanto, sempre tutto sereno, don Ambrogio Marzano andò a giuocare da don
Crescenzo. Veramente aveva dovuto dare le solite quindici lire al suo cabalista
ciabattino e ignorante, dieci ne aveva date all’assistito don
Pasqualino, sebbene vi credesse poco, e altre trenta gli era costato un viaggio
a Marano, da padre Illuminato, per portargli una tabacchiera di tartaruga, ma
queste le aveva prese da un anticipo di spese processuali, fattegli da un suo
cliente: sicché le duecento lire erano intatte e le giuocò tutte. Gaetano, il
tagliatore di guanti, il marito della misera Annarella cui moriva il figliuolo,
aspettava il suo turno per giuocare: ma era una dura settimana, non aveva
trovato un soldo in prestito e a stento aveva potuto avere una anticipazione di
cinque lire dal suo padrone; ne giuocò quattro, conservò la lira per i numeri
che avrebbe potuto avere il sabato mattina. Ora, come la notte si appressava,
don Crescenzo e i due commessi, stanchi, storditi, avevano una cert’aria
inebetita, simili a chi ha assistito a un troppo lungo spettacolo musicale e
coreografico, con un abbarbagliamento negli occhi e un assordamento negli
orecchi; ma continuavano a lavorare, era la gran messe settimanale, una
raccolta di migliaia, di centinaia, di diecine, per il Governo, su cui si prelevava
il tanto per cento; e don Crescenzo dava un soprassoldo ai giovani nelle
buone settimane! Anche la gente che arrivava continuamente a giuocare, adesso
aveva un aria curiosa: chi era affannato, chi si guardava attorno con una certa
diffidenza, chi si trascinava stanco, chi aveva gli occhi vaganti delle persone
che non sono in sé. Erano coloro che solo allora avevano saputo i numeri, o
avuto i denari per giuocare; serve che terminato il servizio, prima di andare a
letto, scappavano al Banco lotto; commessi di negozio, che avevano chiuso
bottega, allora; giovanotti che facevano una scappatina fra un atto e l’altro
del teatro Fiorentini; cabalisti del Caffè Diodato o delle sale del
Caffè Testa d’Oro, che erano clienti di don Crescenzo e che dopo aver lungamente
confabulato, capitavano ad arrischiar quanto possedevano, in quella sera! Un
magistrato carico di figli e di miseria, che tornando da una partita di scopa,
a un soldo, arrischiava le venti lire con cui dovevano mangiare per quattro
giorni, in casa; il pittore di santi, malaticcio, smonto, che aveva esatto
anticipatamente i denari di una Santa Candida, a quell’ora, e li veniva a
giuocare, salvo a rigiuocare, la mattina, quelli promessi da donna Concetta,
per la statua di una Immacolata Concezione.
Finanche una elegantissima piccola vettura chiusa si fermò e una mano
guantata di grigio perla, ingemmata di brillanti al braccio, consegnò una carta
e del denaro dallo sportello, a un servitore gallonato: il marchese di Formosa,
che per la nervosità aveva lasciato la sedia e si agitava fra i giuocatori che
andavano e venivano, riconobbe il profilo di una dama del suo ceto, la
spagnuola principessa Ines di Miradois.
- È dunque vero che Francesco Althan la spoglia di tutto… - pensò fra sé il
vecchio signore.
Adesso egli si era unito al dottor Trifari e al professor Colaneri che
arrivavano ancora frementi di collera. Per quelle settecentosessanta lire del
povero Rocco Galasso, si litigavano da ore e ore, per la divisione: Trifari
pretendeva di aver indotto Rocco Galasso, suo compaesano, a firmare e voleva
cinquecento lire: Colaneri pretendeva che Rocco Galasso aveva firmato la
cambiale, per aver poi il tema dell’esame da Colaneri, compromissione grande
che egli, Colaneri, si assumeva tutta e per cui poteva essere destituito,
quindi a lui cinquecento lire. La lite era stata tremenda: due volte erano
stati per venire alle mani; ma Trifari, a malincuore, sbuffando di collera,
cedette, perché sapeva che Colaneri, nella notte, aveva delle rivelazioni, cosa
che a lui uomo pletorico, eretico e bestemmiatore, non accadeva; e Colaneri
cedette, perché Trifari gli portava molti studenti, con cui egli faceva degli
affari per gli esami, affari veramente pericolosissimi, di cui temeva egli
stesso, ma a cui cedeva per soddisfare il suo vizio. Infine, si erano divise le
settecentosessanta lire. Avevano incontrato l’assistito che aveva
domandato loro, in tono da ispirato, se volevano fare la elemosina di cinque
lire a San Giuseppe: ed essi dettero le cinque lire, pensando che quella
domanda erano numeri, e che dovevano giuocare il cinque, la moneta e il
diciannove, che è il numero di San Giuseppe. Tutto ciò che dice l’assistito,
il venerdì sera e il sabato mattina, sono numeri. Tanto che Trifari e
Colaneri, dopo aver fatto la giuocata sui numeri prelibati, scendevano man mano
a giuocar quelli, secondo loro, meno probabili; poi giuocavano, tanto per uno
scrupolo, i biglietti popolari, che erano tre o quattro; e infine, appoggiati
al grande banco di legno, guardandosi in volto, col sorriso ebete, cercavano
ancora, se nulla avessero dimenticato. Malgrado l’ora tarda, la gente
continuava a ingombrare il Banco lotto di don Crescenzo, a cui, in quell’ultimo
venerdì di marzo, per un riflusso di febbre viziosa, sarebbe toccato un grosso
introito; uno di quegli impeti furiosi, collettivi, dell’inguaribile malore che
consuma tutte le forze della fortuna napoletana. Erano persone che escivano dai
teatri e che avendo pensato tutta la serata a un biglietto da giuocare, non
volevano rimandarne al sabato l’esecuzione, per paura di dimenticarlo, nella
breve mattinata; erano dei cocchieri di carrozze da nolo, di notte, che si
fermavano innanzi alla bottega, scendevano dalla cassetta e aspettavano il loro
turno di giuocata, con la indivisibile frusta in mano e gli occhi pazienti di
chi è uso alle lunghe aspettazioni; erano quei laceri, miseri venditori
ambulanti notturni, figure piene di ombre, che la vivida e calda luce del gas
faceva fremere di timidità, il venditore di giornali, il venditore di frittelle,
il trovatore di mozziconi, il venditore di pizze, il lupinaio, il
venditore di gramigna per i cavalli delle carrozze di notte, tutti, passando,
volta a volta, gridando la loro merce, si erano fermati innanzi al posto di
lotto ed erano entrati, non potendo resistere alla voglia di giuocare una lira,
mezza lira, sei soldi; vennero il conduttore e i due facchini dell’omnibus che
aveva portato all’albergo dell’Allegria i viaggiatori arrivati con
l’ultimo treno, mentre i conduttori e i cocchieri degli omnibus in
piazza della Carità, man mano che le corse finivano, e che essi dovevano
ritirarsi stanchi morti, prima di andare a casa, erano venuti a giuocare il
loro biglietto.
Intanto Formosa non si era deciso a giuocare, con quella specie di
transazione col tempo, che fanno tutti i grandi amanti e i grandi appassionati:
sulla soglia della bottega, da un canto per far passare la gente, egli
discorreva con Trifari e Colaneri, che neppure volevano andar via, malgrado
avessero esaurito il piacere della giuocata, stando lì per godere di quella
luce, di quel caldo, di quelle persone, di quei denari che fluivano, di quei
polizzini che partivano, pegni di fortuna, pegni di ricchezza, fantasticando in
quale di essi vi fosse la verità. Quale, quale? Ecco il dubbio tremendo e
dolce, l’ignoto immenso e ardente, il mistero che vi sorride a traverso i suoi
veli, che non si sollevano. Dopo aver fatto una passeggiatina per Toledo, non
potendo resistere, l’avvocato Ambrogio Marzano era ritornato anch’esso e si era
unito al gruppetto dei suoi amici cabalisti che confabulavano fittamente.
Incapace di non parlare del suo numero, del suo fulmine, aveva detto il
trentacinque, il famoso trentacinque, tanto che Colaneri e Trifari erano
rientrati per giuocarlo, e lui, Marzano, era rientrato per giuocare il
sessantatré datogli da Colaneri. No, Formosa non giuocava ancora. Ma il termine
della voluttà si approssimava ed egli sentiva l’imminenza del gran momento: e
mentalmente, in uno dei suoi fervidi slanci mistici, pregava il Signore, la Madonna
di casa Cavalcanti, l’Ecce Homo che egli venerava nella sua cappella
gentilizia, perché lo illuminassero, lo ispirassero, perché gli facessero
l’unica, la suprema grazia che egli chiedeva da anni. Di nuovo, i suoi amici,
dopo aver bevuto questo altro piccolo sorso di piacere, erano esciti fuori e
parlottavano vivacemente di numeri, eccitandosi in quelle grandi ombre che
oramai regnavano su Toledo, spezzato da quel quadrato luminoso che gittava sul
marciapiede la luce del Banco lotto. In quest’ora videro entrare anche Cesare
Fragalà. Dopo aver chiusa la bottega, il gaio pasticciere andava sempre a
passare un paio di orette al suo Circolo, dove giuocava al domino, con altri
commercianti di coloniali, di panni, di agrumi, di olio, di baccalà,
arrischiando un soldo a ogni partita. Il venerdì sera, anche giuocava quelle
lunghe partite, ma distratto, un po’nervoso, attraverso la sua inesauribile
giocondità giovanile; e scappava via un po’più presto per andare dal suo caro
don Crescenzo, a fare la sua gran giuocata settimanale. Veramente, al suo
ardore di giuocatore si mescolava una certa ritrosia, come un piccolo senso di
rimorso, una vergogna di buttare il suo denaro in quella maniera; e perciò
arrivava al Banco lotto molto tardi, quando vi era minor gente che lo vedesse,
che lo conoscesse; e quella sera, al saluto di Formosa, rimase interdetto, gli
seccava di essere stato veduto dal suo vicino. Poi, si strinse nelle spalle e
fermatosi presso il suo carissimo amico don Crescenzo, che continuava a
scrivere, piegando la sua bella barba nera sul petto e facendo una quantità di
volatine eleganti con la penna, si mise a dettargli de’numeri, a lungo, a
lungo, mostrando i suoi denti bianchi, in un sorriso. Don Crescenzo scriveva,
imperturbabile: da sei mesi che Cesarino Fragalà giuocava al suo Banco lotto,
ogni settimana le somme arrischiate venivano crescendo. E in quel fluire di
numeri dettati, don Crescenzo riconosceva, con la sua osservazione particolare,
i numeri dati dall’assistito, cioè per simbolo, e che ognuno aveva
interpretati a suo modo, tanto che Formosa, Colaneri, Trifari, Marzano, Ninetto
Costa e Cesare Fragalà, e quanti prendevano la sorte dalle parole di don
Pasqualino, giuocavano numeri diversi, molti numeri, così che ognuno di loro,
ogni tanto, finiva per fare qualche piccolo pericolosissimo, guadagno, quindici
o venti scudi sopra un numero situato, seicento lire sopra un ambo:
raramente, è vero, ma tanto da attizzare fatalmente la loro passione e da
renderli schiavi di tutte le nebulose frasi di don Pasqualino. Per il che, con
un lieve sorriso, mentre faceva la somma delle giuocate, don Crescenzo disse:
- Voi pure siete cliente di Pasqualino De Feo?
- Lo conoscete? - disse ansiosamente Cesare Fragalà.
- Eh, siamo amici…- mormorò don Crescenzo.
- Sa i numeri, non è vero? - chiese Cesarino, con un tremito nella gola.
- Spesso…
- Come, spesso?
- Quando il cliente è in grazia di Dio, - rispose il postiere,
enigmaticamente. E volendo finire il discorso, con un atto gentile, consegnando
i polizzini, disse al negoziante di generi coloniali:
- Cinquecentoquaranta.
Quello pagò flemmaticamente, con la tranquillità del negoziante, senza che
la sua fisonomia si turbasse. Ma quando fu uscito dal Banco lotto, sulla porta,
cadde il suo sorriso e si rammentò di aver fatto in quel giorno il suo primo
debito usurario, si rammentò di aver dato fondo ai cassetti della bottega,
levandone tutto l’introito, per formare quella grossa cifra che aveva giuocata.
Fu per distrarsi da quei dolorosi pentimenti, che si unì al gruppo dei cabalisti.
All’una dopo mezzanotte, fermi innanzi alla bottega del giuoco, essi non
sentivano né l’ora che passava, né la notte avanzante, né l’umidità penetrante,
ardendo del loro continuo fuoco interiore, che nella notte dal venerdì al
sabato divampava. E lungamente, interrompendosi, ricominciavano mille volte le
stesse istorie, riscaldandosi, eccitandosi, guardandosi in faccia con gli occhi
stralunati e vividi di fluido, quasi fossero allucinati. Cesarino Fragalà
ascoltava, cercando di prendere la medesima febbre, ma non riuscendovi; era uno
spirito debole, niente altro, ma senza pazzie, senza nervosità. E quando tutti
enumeravano le ragioni per cui giuocavano, la tale necessità materiale o
morale, il tale bisogno urgente, impellente, a cui soltanto il lotto poteva
dare un appagamento, egli ascoltava con malinconia; e a un certo punto egli
potette dire:
- Oh io… io… ho bisogno di sessantamila lire per aprir bottega verso San
Ferdinando e fare la dote alla mia Agnesina.
Una infinita tristezza lo teneva. Buono, onesto, incapace di mentire a sua
moglie per qualunque cosa, egli la ingannava da molti mesi, come un ciurmadore,
le toglieva di mano i libri di cassa, che ella spesso si fermava a sfogliare,
cercava di nasconderle il suo vizio, con una cura di tutte le ore, smarrendo
così il buon umore e la quiete.
- Se non fosse questo magazzino… se non fosse per |