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- LE VISIONI DI BIANCA MARIA
Ambedue i giuocatori erano saliti pian piano, per le scale, come due
malfattori, o come due giovanotti timidi, che hanno trasgredito agli ordini
paterni: e portando ognuno la chiave di casa in tasca, avevano chiuso la porta
senza far rumore. Entrando nel suo appartamento e poi nella sua stanza, Cesare
Fragalà arrivato al parossismo del pentimento, tremava come un bambino: solo il
placido respiro di sua moglie dormiente lo calmò un poco: ma temeva che si
svegliasse, che lo interrogasse, che indovinasse la verità, così, per
quell’intuito mirabile e spaventoso che hanno le donne: si spogliò alla
pochissima luce di una lampada, accesa innanzi a una sant’Agnese e si coricò con
una precauzione infinita, tremando, sì, tremando di svegliare sua moglie; e nel
cuor suo contrito, desolato, giurò di non giuocare più un soldo. Solo questo
giuramento e la saldezza della sua costituzione lo liberarono dall’insonnia,
che si mette al capezzale di tutti i giuocatori.
Ma l’insonnia era seduta al capezzale di Formosa. Invano egli aveva tentato
di leggere per calmare la mente che fantasticava: le tavole matematiche di
Rutilio Benincasa, i numeri gli danzavano la ridda, innanzi agli occhi. Invano
aveva tentato di dire il rosario, per distrarsi nella preghiera, per umiliare
il suo cuore, innanzi alla volontà dell’Eterno: l’orazione usciva monca e
fredda dalle sue labbra. Lo teneva una potente febbre di fantasia, che tendeva
tutti i suoi nervi e lo faceva sussultare sul letto vibrando come la corda di
uno strumento sonoro: lo esaltava una follia che dalla notte, dall’ombra dalla
solitudine si faceva dominante, dominante tutti i pensieri, tutti i sentimenti.
Non poteva resistere, coricato: malgrado il freddo, si alzò, si vestì, si pose
a passeggiare nella sua stanza gelida. Non avvertiva il freddo: aveva calde le
mani e la testa: la fiammella della candela stearica, gli pareva avesse un
immenso fulgore. Tutto era silenzio nella sua casa. Egli non voleva mai che lo
aspettassero: e i due poveri vecchi servi, Giovanni e Margherita, che egli
aveva spogliati del denaro, che essi avevano chiesto in prestito, per far
vivere Bianca Maria, dormivano nell’anticamera, stanchi e dolenti, forse:
Bianca Maria dormiva nella sua fredda stanza, da molte ore, certo. Ma il
marchese Carlo Cavalcanti, arso dal suo delirio di giuocatore che spera nella
vincita e dispera della vincita, da un minuto all’altro, e domanda a Dio, alla
Madonna, ai santi, alle anime dei suoi morti, al suo angelo custode, alla
Fortuna, a tutte le potenze del cielo e della terra, di vincere, di aver la
vittoria, e che dimentica il suo terrore di uomo e di cristiano, per chiederla
magari agli spiriti cattivi: il marchese Carlo Cavalcanti, arso da tal delirio,
non potea sopportare che tutti dormissero, in casa, quietamente, placidamente,
mentre egli spasimava di angoscia e di speranza. Ah! no, non aveva paura, egli,
della solitudine e della notte e dei piccoli rumori dei vecchi mobili, dei
vecchi soffitti scricchiolanti, delle porte stridenti: non temeva di nulla, in
quella glaciale casa dove era morta di languore, di dolore, sua moglie, dove
pareva ancora si aggirasse l’ombra mesta dell’estinta. Che paura! Egli
chiedeva, invocava una voce, una rivelazione, una visione: sarebbe stato
contento, avrebbe avuto la emozione della felicità e non dello spavento, se
avesse potuto vedere qualcosa. Ma la sua anima era troppo macchiata di
peccati, il suo cuore era impuro di terreni desiderii: ci voleva un’anima candida,
un cuor verginale per avere questo dono spirituale del cielo, la Grazia, per
cui si vede quello che agli altri occhi umani non è concesso di vedere.
Bianca Maria dormiva… dormiva la fredda creatura, così prossima alla Grazia, e
che pure si negava ad appagare il desiderio di suo padre. Egli uscì dalla sua
stanza, attraversò il corridoio, passò innanzi al grande salone e si arrestò
davanti alla porta chiusa della stanza di sua figlia. Ascoltò: nessun rumore.
Dormiva la gelida creatura che non aveva metà dei tormenti di suo padre e che
non voleva chiedere a Dio e alla Vergine la rivelazione. una sorda collera si
mescolava alla follia del venerdì, nel marchese Cavalcanti: due o tre volte
andò su e giù, pel corridoio, tentando allontanarsi dalla stanza della sua
figliuola, ma non riuscendovi, tanto lo mordeva la curiosità di sapere da lei,
che era candida, verginale, la rivelazione dello spirito che, certo, quella
notte ella aveva dovuto avere. Non poteva mancare. Don Pasqualino, l’assistito,
dopo un digiuno volontario di tre giorni, dopo essersi inflitto la disciplina
per due notti, sulle spalle e sul petto nudo scarno, aveva udito dallo
spirito che lo assisteva, che la rivelazione l’avrebbe avuta Bianca Maria. Lo
spirito non mente. E a un certo punto, quasi macchinalmente, come se lo
spingesse una forza cui gli parve di obbedire, egli mise la mano sulla
maniglia: essa stridette, la porta fu aperta. Ma un grido acuto rispose, di
dentro, allo stridore, un grido della fanciulla, il cui lievissimo, quasi
sospettoso sonno era stato turbato e che si era levata sul letto, nella
camiciuola bianca, coi neri capelli disciolti per le spalle, con gli occhi
sbarrati e le convulse mani puntate sulle coltri.
- Sono io, Bianca, sono io, - mormorò il marchese Cavalcanti, avanzandosi.
- Chi, chi? - chiese ella, tremando di paura, non osando muoversi.
- Io, io, Bianca, - ripetè lui, impazientendosi.
Ella sospirò profondamente, senza dire nulla: ma il respiro le rimase
affannoso. Il marchese era giunto presso il letto di sua figlia, guidato dal
fiochissimo lume di una lampada, accesa innanzi a una immaginetta della
Madonna. La fanciulla era ricaduta sui cuscini e guardava il soffitto. Il
marchese si era seduto accanto al letto e le sue dita nervose giuocavano con la
frangia bianca della coltre:
- Perché hai tanta paura? - interrogò lui, dopo un lungo silenzio.
- Non so. È più forte di me.
- Quando si è nella grazia del Signore, non bisogna aver paura, - sentenziò
lui, severamente. - Hai qualche peccato mortale sulla coscienza?
- No… non credo almeno, - ella disse, esitando. Tacquero. Il marchese
Cavalcanti guardava nella penombra.
- È venuto, lo spirito? - chiese, poi, sottovoce, con una intonazione di
mistero.
- Oh! - disse ella, sospirando, di nuovo, e chiudendo gli occhi, celandosi
il volto fra le mani.
- È venuto? - insistè lui, in cui già ruggiva la ferocia del giuocatore.
- Per carità, se mi volete bene, non mi parlate di ciò, - diss’ella,
prendendogli la mano, baciandola, per pregarlo meglio.
- Dimmi, se è venuto, - tornò a replicare lui, implacabilmente.
Ella, comprendendo di non poter sfuggire a quella persecuzione, guardò
disperatamente la Madonna, poi nascose la faccia nei cuscini.
- Dimmi, dimmi se è venuto, - stridette la voce di lui, mentre abbassava il
capo sui cuscini, quasi a soffiare la sua magnetica curiosità, nel volto, a sua
figlia.
- No… - diss’ella, con un filo di voce.
- Tu menti.
- Non mento.
- Tu menti. Lo spirito è stato qui, io lo sento.
- Per carità, per carità…- diss’ella, con una trepidazione infinita.
- Come lo hai visto? Nella veglia? Nel dormiveglia? Nel sonno? Era una
figura bianca, nevvero? con le palpebre abbassate, ma sorridente? Che ti ha
detto? Una voce debole debole, nevvero? Qualche cosa che tu sola puoi aver udito?
- Mio padre, voi volete che io muoia, - pronunziò ella, desolatamente.
- Paure da femminetta, - diss’egli, con disdegno. - Chi è mai morto, per una
comunicazione suprema? Il contatto dell’anima, con quella di uno spirito, è una
fonte di vita. Bianca Maria, non essere ingrata, non essere crudele, dimmi
tutto.
- Voi volete che io muoia, - ripeté ella disperatamente e rassegnatamente.
- Sei una sciocca. Vuoi che ti preghi, io tuo padre? Ebbene, ti pregherò,
non c’è che fare: i figli sono ingrati e malvagi, rispondono al nostro amore
con la crudeltà. Ti prego, Bianca, te ne prego come se tu fossi la mia santa
protettrice, dimmi tutto.
- Io morirò di ciò, mio padre, - mormorò lei, con la voce soffocata dai
cuscini, dove frenava il suo pianto e i suoi singhiozzi.
- Ascolta, Bianca - egli riprese, freddamente, frenando ancora il suo
sdegno, - tu devi credermi. Io sono un uomo, sono sano, ho la mia ragione, ho
la mia logica: ebbene, è per me articolo di fede, chiaro come la luce del sole,
che tu hai avuto in questa notte, o avrai l’apparizione dello spirito, che
verrà per benedire la nostra famiglia, che ti dirà le parole della felicità. Se
ciò è accaduto, tanto meglio: ma il tuo obbligo di figlia ubbidiente, di
figliuola amorosa della casa Cavalcanti, è di dirmi tutto, subito.
- Non so nulla, - disse ella, seccamente.
- Lo giuri?
- Lo giuro. Non so nulla.
- Allora questa visione verrà in queste consecutive ore della notte. Vado in
cappella a pregare. Sono un peccatore, ma anche i peccatori possono chiedere
una grazia. Pregherò perché tu veda e senta lo spirito.
- No, non ve ne andate! - gridò ella sollevandosi sul letto e attaccandosi
al suo braccio, con una stretta disperata.
- E perché?
- Non ve ne andate, per amor di Dio, se avete carità, restate qui!
- Debbo andare a pregare, Bianca, - esclamò lui, esaltato, non intendendo lo
stato convulso della sua figliuola.
- No, no, restate, io non posso star sola qui, senza morire di spavento.
E parlava affannosa, pallida, con le mani tremanti che stringevano sempre il
braccio del padre. Non osava guardarsi intorno, aveva il capo abbassato sul
petto, chiudeva gli occhi, si mordeva le labbra; mentre lui, in preda alla
ostinazione della sua follia, guardava fiso la sua figliuola, credendo scorgere
in lei quel disordine spirituale, che deve fatalmente accompagnare questi
grandi miracoli delle anime.
- Che hai? - domandò lui, profondamente, intensamente, quasi volesse
strappar dall’anima la verità.
- State qui, state qui, - disse ella, battendo i denti dal terrore.
- Vedi qualche cosa? - chiese lui, suggestivamente, con una intensità di
voce e di volontà che dovea piegare quel fragile involucro femminile, tutto
sconquassato dall’urto nervoso.
- Ho paura di vedere, ho paura, - ella disse, pianissimamente, appoggiando
la fronte sui braccio di suo padre.
- Non temete, cara, non temere, - le susurrò lui, teneramente, carezzandole
con atto paterno i neri capelli.
- Tacete, tacete, - diss’ella, con un tremore acuto. E rimase appoggiata alla
sua spalla, nascondendo la faccia, raggricchiandosi tutta. Il marchese passò il
braccio alla cintura di sua figlia, per sostenerne il debole corpo convulso: e
mentre ella più si nascondeva, attaccata a suo padre, come a una tavola di
salvezza, egli sentiva ogni tanto sussultare tutto quel povero corpo di
creatura inferma nelle fibre, nei nervi e nel sangue.
- Che hai? - egli domandava, allora.
- No, no, - faceva ella, più col gesto che con la voce.
- Guarda, guarda, non aver paura, - suggeriva l’allucinato.
- Tacete, - replicava lei, rabbrividendo.
Con pazienza, egli la sosteneva, aspettando, con la ostinazione del folle
che attenderebbe ore, giorni, mesi e anni, purché la realtà della sua follia
potesse avverarsi.
- Figlia mia, figlia mia, - mormorava il marchese, ogni tanto,
incoraggiandola teneramente.
Ella rispondeva, sospirando: un sospiro che pareva un lamento, che pareva un
singhiozzo di fanciullo sofferente. Tenendola appoggiata al suo petto, il
marchese di Formosa sentiva la rigidità nervosa di quel povero corpo giovanile
e malaticcio, percorso da lunghi fremiti. Quando la fanciulla tremava, tutta,
suo padre ne sentiva il contraccolpo e parendogli che la rivelazione così
invocata fosse imminente, le diceva un’altra volta, ostinato, spietato:
- Che hai?
Ella faceva un cenno con la mano, di orrore, come se volesse scacciare un
pensiero spaventoso o una spaventosa visione. Che importava a lui lo strazio di
quel cuore giovanile, lo squilibrio funesto di quei nervi? Egli in quella
stanza glaciale e verginale, in quella penombra dove la lampada accesa innanzi
alla Madonna gittava un cerchio di luce sul soffitto, con quel corpo convulso
di fanciulla fra le braccia, con quell’anima tremante innanzi ai misteri
spirituali, egli sentiva di essere in un momento solenne, in cui ogni
circostanza di tempo, di età, scompariva, e lui, Formosa, si trovava finalmente
in faccia al grande mistero. Dalla bocca innocente di sua figlia lo avrebbe
saputo, il segreto della sua vita, del suo avvenire: le fatali cifre che contenevano
la sua fortuna, sarebbero state dette a Bianca Maria dallo spirito, da Bianca
Maria a lui.
- Bianca, Bianca, prega lui che venga, che ti dica se dobbiamo vivere
o morire. Pregalo, Bianca, poiché lui, lo spirito, è una emanazione del
Divino, di dirti la divina parola...pregalo, se è qui, presso a te, o in te, se
è innanzi ai tuoi occhi o alla tua fantasia, pregalo, Bianca, pregalo, ne va la
vita nostra, salvaci, Bianca, salvaci, figlia mia, figlia mia...
Continuava a parlare, incoerentemente, invocando la presenza dello spirito,
dirigendo a lei, dirigendo a lui le preghiere più impetuose e più dolorose. La
fanciulla, trasalendo, rabbrividendo, batteva i denti dal terrore; le mani che
teneva strette al collo del padre, come un bambino che soffre, si avvinghiavano
a guisa di tenaglia. Non parlava più, adesso: ma si capiva che l’ora,
l’ambiente e le parole del padre esaltavano la sua convulsione. Un singhiozzo
sommesso le sollevava il petto: e quando non singhiozzava, un piccolo lamento
fioco fioco, instancabile, di bambino che agonizza, le usciva dalle labbra.
Egli le parlava, sempre: ma quando le sue parole diventavano più incalzanti,
quasi colleriche nel loro dolore, egli sentiva le braccia della figliuola
torcersi per la disperazione. Poi, a poco a poco, un nuovo fenomeno si era
manifestato. Sul principio, le mani e la fronte di Bianca Maria erano gelide,
come sempre, poiché l’anemia di cui languiva, le toglieva ogni calore vitale.
Anzi, in quella convulsione, egli aveva inteso, il vecchio allucinato, che era
agghiacciato tutto il corpo della povera creatura. Ma ad un certo punto, in
alcuni intervalli in cui il batter dei denti taceva, in cui le braccia si
rilasciavano per un accasciamento, egli sentiva un sottile calore correre sotto
la pelle delle mani, un sottile calore salire alla fronte della fanciulla.
Pareva una fluida corrente di calore che si diffondesse in tutta la persona
giovanile di Bianca Maria: un calore che inondava le vene impoverite di caldo
sangue e che crescendo, crescendo, ne rendeva scottante la fronte e le mani.
Egli udì che il respiro della fanciulla si facea affannoso e ogni tanto,
quasi le mancasse l’aria, un lungo sospiro le sollevava il petto oppresso. Due
volte egli fece per riporre il capo sui cuscini del letto, ma ella ebbe un
fremito di paura.
- Non mi lasciar sola, per amor di Dio, - balbettava, quasi infantilmente.
- Non ti lascio: dimmi che cosa vedi, - ripeteva lui, indomito, implacabile.
- Oh è orribile, è orribile...- balbettava Bianca, tremando ancora, tremando
sempre, come se il suo corpo fosse diventato quello di una vecchia settantenne.
- Che, è orribile? Parla, Bianca, raccontami tutto, dimmi che cosa hai
visto?
- Oh! - faceva lei, lamentandosi, disperandosi.
Adesso, cessato il batter dei denti, col respiro corto che parea le uscisse
a stento dalla gola, ella ardeva tutta, il suo alito breve bruciava il collo
del padre, dove la sua testa si appoggiava. A questo fiato ardente si univa il
batter rapido, rapido dei polsi pieni, e il battito rapido e pieno delle tempie.
Ma il marchese Cavalcanti, preso intieramente dalla sua follia, nella notte
gelida, in quella penombra misteriosa, accanto a quella povera anima
addormentata in quell’involucro tormentato, aveva smarrito il senso del reale:
e la sua ammalata fantasia assaporava acutamente il dramma di quell’ora, senza
intenderne la crudeltà. Egli, anzi, vibrava di gioia, poiché credeva giunto il
gran momento della rivelazione dello spirito: la fortuna di casa Cavalcanti,
ecco, in quel minuto si decideva. Le ansie, i terrori, le convulsioni, le
tronche parole di sua figlia si spiegavano: era l’approssimazione della Grazia.
Tanto tempo, tanto tempo era passato nella infelicità e nella miseria: e ora
tutto si risolveva: l’indomani, lui e sua figlia sarebbero ricchi a milioni. Oppressa,
affannata, Bianca Maria era scivolata dal petto di suo padre sui cuscini e si
udiva il sibilo del suo respiro, si vedevano i suoi occhi brillare stranamente.
Inchiodato dalla morbosa curiosità, il marchese si tenea ritto presso il letto,
spiando, al lume della lampada, ogni gesto, ogni atto della sua figliuola,
abbattuta su quel letto di dolore. A un tratto, come per una scossa elettrica,
le mani della fanciulla brancicarono convulsivamente la coltre: un grido rauco
le uscì dalla strozza.
- Che è? - gridò il marchese, scosso anche lui.
- È lo spirito, lo spirito, - balbettò lei, con la voce cambiata di tono,
profonda, cavernosa.
- Dove è? - disse il padre, sottovoce.
- Sulla soglia, è là, guardatelo, - disse ella, fermamente, energicamente,
sbarrando gli occhi verso la porta.
- Non vedo niente, niente, sono un povero peccatore! - gridò disperatamente
il marchese Cavalcanti.
- Lo spirito è là, - sussurrò lei, quasi che nulla avesse inteso.
- Come è vestito? Che fa? Che dice? Bianca, Bianca, pregalo!
- È vestito di bianco...non si muove... non dice nulla, - mormorò ella,
parlando in sogno.
- Pregalo, pregalo che ti parli, tu sei innocente, Bianca!
- Non parla... non vuol parlare.
- Bianca, scongiuralo, per il nostro Dio, per la sua forza, per la sua potenza
Tacquero. Tutta l’intensa attenzione del marchese Cavalcanti era su quella
porta, dove solo sua figlia vedeva lo spirito, mentre tutto l’animo di lui era
una preghiera. Ella giaceva, sempre più affannata, mentre le ardenti mani
sottili stringevano convulsivamente, fra le dita, le pieghe del lenzuolo.
- Che dice?
- Nulla, dice.
- Ma perché non vuol parlare? Che è venuto a fare, se non vuol parlare?
- Non mi risponde, - replicò lei, sempre con quella voce, che pareva venisse
da una profonda lontananza.
- Ma che fa?
- Mi guarda... mi guarda fisamente... ha gli occhi così tristi, così
tristi... mi guarda con pietà; perché mi guarda così, come se fossi morta? Sono
forse morta, io?
- Ora andrà via, senz’averti detto niente! - urlò il marchese di Formosa. -
Domandagli che numeri escono, domani!
La figliuola emise un lamento straziante.
- Mi pare che pianga, adesso, quasi che io fossi morta, questo mi pare. Gli
scendono le lacrime sulle guancie...
- Il pianto, sessantacinque, - disse Formosa a se stesso, come se temesse
che qualcuno lo udisse.
- Leva la mano, per salutarmi...
- Guarda quante dita solleva, guarda bene, non ingannarti!
- Tre dita: mi saluta, mi saluta, se ne vuole andare..
- Digli che ritorni, pregalo, pregalo...
- Accenna col capo di sì, - riprese, dopo una lieve pausa Bianca Maria, - se
ne va, se ne è andato, è scomparso...
- Lodiamo Iddio, - gridò Cavalcanti, inginocchiandosi ai piedi del letto. -
Tre le dita, cinque la mano, sessantacinque il pianto, bisogna
sapere che numero fa la fanciulla morta, ringraziamo il Signore!...
- Sì, sì, - mormorò la ragazza, con accento bizzarro, - bisogna che vediate
quanto fa la fanciulla morta... bisogna saperlo...
- Lo sapremo, lo sapremo, - esclamò Formosa, ridendo come un folle.
Non pensava più a sua figlia, la cui febbre era arrivata al più alto grado,
con la violenza delle effimere che pare vogliano portare via in
ventiquattr’ore un’esistenza. Ella affannava, bevendo l’aria dalla bocca
schiusa, simile a un uccelletto che muore: il sangue batteva così precipitosamente
alle pareti delle vene che sembrava le spezzasse, e tutto quel fragile corpo
abbruciava come un ferro rovente. Invece, il marchese di Formosa era in preda a
una impazienza giovanile: due volte era andato alla finestra, per vedere se
spuntava il giorno; ancora qualche ora da aspettare, per andare a giuocare il
biglietto dello spirito. Pensava di non aver più denaro: come avrebbe giuocato?
Non una lira, era una cosa feroce, questa continua sete che nulla arriva a
soddisfare! Oh, ma li avrebbe trovati i denari per giuocare, avesse dovuto
vendere gli ultimi mobili di casa e mettere in pegno la propria persona; li
avrebbe trovati, perdio, ora che la rivelazione era stata fatta, ora che lo
spirito assistente si era degnato entrare nella sua casa! La sua fortuna era
nelle sue mani, ci avrebbe rimesso tutto, per giuocare tutto sul biglietto
dello spirito. Oh! Ecce Homo, Ecce Homo di casa Cavalcanti, eravate
stato voi a fare quella grazia, per voi ci voleva una cappella apposta e
quattro lampade di argento massiccio, sempre accese, in memoria della grazia
che avevate fatto. I denari li avrebbe fatti trovar anche lui, l’Ecce Homo, il
buono e potente Ecce Homo, protettore della casa: i denari, i denari per
giuocare!
E trascinato dal suo fervido, appassionato pensiero, il marchese Cavalcanti
parlava ad alta voce, passandosi la mano nei capelli, gesticolando, dandosi a
girare nella stanza, come un pazzo. Sottovoce, poiché le mancava il respiro,
Bianca Maria continuava a delirare, con dolcezza, parlando a frasi vaghe,
nominando adesso Maria degli Angioli o parlando ogni tanto, con una infinita
malinconia, di un fresco e ridente paese di campagna, di un paese verde dove
avrebbe voluto andare a vivere, laggiù, lontano, lontano. Ma il vecchio,
infuocato dall’attesa, non ascoltava più sua figlia e mentre l’alba fredda di
marzo sorgeva, in quella stanza si confondevano i due delirii, del padre e
della figliuola, tragicamente.
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Alla livida e glaciale luce dell’alba, pallido e con gli occhi stralunati,
il marchese di Formosa girava con passo vacillante pel suo appartamento,
cercando nei cassetti vuoti e sui rari mobili, qualche cosa da vendere o da
impegnare. Non trovava nulla e con le mani brancolanti tornava ad aprire i
cassetti, battendoli forte, macchinalmente, e si guardava attorno con la follia
nello sguardo, pensando di voler vendere o impegnare le nude mura di quella
casa che era stata sua. Nulla, nulla! A poco a poco, divorati dal giuoco del
lotto, erano scomparsi i gioielli di immenso valore, le pesanti argenterie
antiche e moderne, i quadri dei grandi pittori, i libri preziosi, le rarità
artistiche di bronzo, d’avorio, di legno scolpito: la casa si era denudata,
rimanendovi solo i mobili che sarebbe stato vergognoso voler impegnare o
vendere. Ahi, che non trovava nulla per far denaro, per giuocare i numeri dello
spirito. Egli si torceva le mani dalla disperazione, mentre aveva lasciata
Bianca Maria nel sopore affannoso, febbrile, in cui ancora qualche confusa
parola le sfuggiva, mentre i due vecchi servi ancora dormivano. Entrò finanche
nella cappella, come un pazzo: ma le lampade che vi ardevano, erano di ottone:
ma le frasche, sull’altare, egli stesso le aveva comprate, di metallo in
imitazione d’argento, quando aveva venduto quelle di argento vero: pensò per un
momento a prendere la coroncina di argento dal capo della Madonna Addolorata e
di toglierle dal cuore quelle sette spade d’argento, le piccole spade che
raffigurano i dolori della Gran Madre straziata, ma lo trattenne un timore
mistico. Uscì, senz’aver potuto neppur dire una preghiera, tanto lo tenea, in
quell’alba, l’allucinazione della notte, e la fretta febbrile della mattinata
di sabato. Pensava, ora, a chi avesse potuto chieder denaro in prestito: ma non
trovava la persona e si stringeva le tempie tumultuose fra le mani, per
concentrarsi, per arrivare a ottenere lo scopo. Tutti gli amici del suo ceto, i
suoi larghi parenti, dopo la morte di sua moglie, si erano allontanati da lui,
ma solo dopo che egli li aveva messi a contribuzione, tutti quanti, per
giuocare. Gli amici di adesso? Tutti giuocatori: tutti, in quella mattina,
faceano dei tentativi disperati per giuocare ancora, e non prestavano, certo,
denaro, ognuno pensava a sé, cercava per sé. Amici nuovi? Quella passione non
gliene aveva fatti trovare, fuori di quella morbosa cerchia di pazzi, dannosi
come lui.
E ci voleva molto denaro, molto, poiché lo spirito si era degnato di
rivelarsi: bisognava far fortuna in quel giorno, o mai più. A un tratto, un
lampo di luce lo colpì: un nome gli si era affacciato alla mente. Costui gli
potea dare del denaro; era un galantuomo, ne avea molto, del denaro, non avrebbe
rifiutato un piccolo prestito a un Formosa. E mentre, seduto presso la sua
scrivania, sopra un foglietto strappato da un taccuino pieno di cifre, egli
scriveva al dottor Antonio Amati, pensava che non era vergogna quel prestito
chiesto a un estraneo, poiché egli avrebbe restituito quel denaro la sera
istessa. Quando ebbe scritto, un pensiero lo fece tremare: e se Amati
dicesse di no? Era un indifferente, un estraneo, il denaro indurisce tutti i
cuori.
- Porta questa lettera al dottor Amati e torna qui - egli disse a Giovanni,
che si era presentato, mal desto, al suono del campanello.
- Dormirà...
- Porta! - comandò Formosa.
E si mordeva le labbra, adesso, sicuro che Amati avrebbe rifiutato, sentendo
il rossore della vergogna salirgli alle guance. Ma doveva aver denaro, ne
doveva avere, a qualunque costo! Buttato sulla poltrona, guardando, senza
vederle, le cifre scritte sulle carte disperse sulla scrivania, egli si sentiva
vincere da quella collera irrefrenabile della passione, alle prese con la
realtà.
- Quando si sveglia, darà la risposta, - disse Giovanni, rientrando, e
aspettando in silenzio gli ordini del suo padrone.
- Giovanni, dammi l’altro denaro che hai, - disse sordamente Formosa.
- Non ne ho, Eccellenza... - rispose l’altro, assalito da un tremito.
- Non dir bugie: hai altre cinquanta lire, dammele subito...
- Eccellenza, le ho prese in prestito da un usuraio, debbo restituirle a
tanto la settimana, non me le togliete...
- Non me ne importa niente, - disse superbamente Carlo Cavalcanti.
- Non me le togliete, Eccellenza, se sapeste a che servono...
- Non me ne importa niente, - replicò ferocemente il marchese. - Dammi le
cinquanta lire...
- Servono per far mangiare la marchesina...
- Non me ne importa niente! - urlò Formosa.
- Quando è così, ubbidisco, - disse disperatamente il servo.
E cavò le altre cinquanta lire; il marchese le afferrò con l’atto di un
ladro e se le mise in tasca rapidamente.
- Tua moglie anche ha denaro, cercaglielo, - riprese Cavalcanti,
freddamente.
- Chi glielo ha dato, a mia moglie?
- Ne ha: fattelo dare e portalo qui. Risparmiami una scena. Se tua moglie
nega, potete andarvene dalla mia casa, subito.
- Nossignore, nossignore, Eccellenza: vado subito, - disse umilmente il
servo.
Ma di là, vi fu la scena. Il dialogo fra marito e moglie fu lungo, agitato,
la donna non voleva lasciarsi portar via il denaro: gridava piangeva,
singhiozzava. Alla fine vi fu un silenzio: e poi come un lamento. Giovanni
rientrò, con la vecchia faccia sconvolta, più curvo, quasi colpito da un tremor
paralitico. E deponendo altre cinquanta lire sulla scrivania, in silenzio, con
gli occhi rossi delle scarse e brucianti lacrime dei vecchi, egli colpì tanto
il marchese, che costui, placato a un tratto, disse bonariamente:
- Sono trecento lire, fra ieri sera e stamattina: stasera avrete tutto.
- E il pranzo di oggi?
- Verrò io, alle quattro, - disse vagamente il marchese.
- La signorina è ammalata, vorrà un po’di brodo, stamane - mormorò il servo.
Allora, cercandosi in tasca, con la smorfia dolorosa dell’avaro, il marchese
di Formosa diede tre lire al servo, seguendole con lo sguardo avido. Avevano
bussato, Formosa trasalì, era la risposta del dottor Amati: non importa,
adesso, se diceva no! Ma come ebbe nelle mani la busta, alla divinazione del
tatto comprese che i denari chiesti vi erano, e rosso di gioia, si mise la
busta in tasca senz’aprirla. Usciva, adesso, usciva alle otto del mattino, come
se lo portasse un soffio irresistibile: usciva senza voltarsi indietro, a
guardare la figlia inferma, la sua casa nuda, i suoi servi piangenti che gli
avevano dato tutto, il suo vicino a cui egli non aveva pagato le visite e a cui
aveva osato chieder del denaro in prestito: usciva, portando seco
trecentocinquanta lire, che avrebbe messe tutte sul biglietto dello spirito,
mentre aveva lasciato digiuni i due poveri vecchi servi, e aveva lesinato sopra
un po’di brodo per Bianca Maria. Niuno lo rivide, in casa, sino al pomeriggio.
La fanciulla era restata a letto, vinta dalla febbre, ardendo, respirando
faticosamente chiedendo ogni tanto da bere, niente altro. Margherita si era
seduta accanto al letto, dicendo mentalmente il rosario, due o tre volte, per
lasciar passare le ore: e ogni tanto metteva la mano sulla fronte dell’inferma,
sgomentandosi del calore. La malata taceva: dormiva, con la respirazione
oppressa. A un tratto, aprendo gli occhi, disse nitidamente a Margherita:
- Chiamami il dottore...
- Ora non sarà in casa.
- Quando ritorna...
E richiuse gli occhi. Il dottore non venne che alle quattro e mezzo. Si
fermò sulla soglia della cameretta, odorando l’aria di febbre.
- Potevate chiamarmi prima, - disse ruvidamente a Margherita.
- Oh Vostra Eccellenza, se potessi dirvi.
Egli le ordinò di tacere. La malata lo guardava coi suoi belli e dolci
occhi, sbarrati, e gli tendeva la mano. E il forte uomo, dalla testa poderosa,
dalla faccia genialmente brutta, prese, innanzi a quella fragile creatura,
quella profonda aria di tenerezza che gli sgorgava spontanea dal cuore. Il
medico sentì subito che quella febbre sarebbe finita: già decadeva, con la
rapidità delle effimere: ma a lui restava confitta in cuore la spina di quella
povera esistenza, traballante fra la vita e la morte, vinta da un morbo di cui
egli non trovava le cause.
- Ora vi ordino una medicina, - disse lui, dolcemente, alla malata,
tenendone la mano fra le sue.
- No - disse lei, piano.
- Non la volete?
- Ascoltate, - disse lei, attirandolo a sé, per farsi udir meglio. -
Portatemi via.
Tremava, dicendo questo. Antonio, improvvisamente pallido, colpito da una
emozione indicibile, non potette neppure risponderle.
- Portatemi via, - soggiunse ella, umilmente, come se lo supplicasse.
- Sì, cara, cara, - balbettò lui. - Dove voi volete, subito...
- In campagna, lontano, - sussurrò la poveretta, - dove non si vedono
fantasmi, nella febbre, dove non ci sono ombre, né spettri paurosi...
- Che dite? - disse lui, sorpreso.
- Niente, portatemi via... in campagna, fra il verde, nella pace, con vostra
madre... innanzi a Dio.
- Oh cara, cara... - non seppe dire altro, il grande uomo, nel turbamento
supremo, nella suprema dolcezza di quell’idillio.
- Lontano... - mormorò, ancora ella, guardandolo coi grandi occhi buoni.
E soli, dolcissimamente, castamente, senza parlarne, parlavano d’amore.
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