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- MAGGIO E IL MIRACOLO DI SAN GENNARO
Il dolce aprile aveva fatto sbocciare tutti i fiori dei giardini, degli
orti, delle terrazze e dei balconi napoletani: dovunque vi era un po’ di terra,
riscaldata dal sole, irrorata dalle brine, era spuntato un fiore. Fiori
semplici, fiori grezzi, fiori di popolo, tutta una flora umile, senza
raffinatezze, senza squisitezze composite di tinte e di profumi: ma vivace, ma
calda, ma sgorgante dalla terra, con violenza di vegetazione, ma folta di
petali carnosi. Aprile aveva fatto sbocciare le grosse rose odorosissime,
larghe, che avevano il vivido colore palpitante di sangue: e i garofani, amore
delle popolane, i garofani bianchi, rossi, screziati, scritti come li
chiamano poeticamente, quasi quelle screziature fossero mistiche parole: e le
viole semplici e doppie, bianche, gialle, rosse, amore delle ragazze borghesi
che le coltivano sui balconi settentrionali e umidi di via Foria: e la
malvarosa, dalle frondi verdi profumate, dal piccioletto fiore roseo: ma
sopratutto, dovunque, ancora le rose e i garofani, le magnifiche rose
vellutate, quasi procaci, e i garofani così ricchi e grassi che facevano
scoppiare l’involucro verde.
Nelle piazze umide e scure dei quartieri bassi, da Santa Maria la Nova a
piazzetta di Porto, da piazza San Giovanni Maggiore a piazza Santi Apostoli, in
tutti quei rioni fra popolari e claustrali, fra borghesi e archeologici,
andavano girando i venditori ambulanti di rose: certi venditori curiosi, dalla
grande canestra piena di rose recise e di rose in pianticelle, il cui terriccio
delle radici è avvolto in una foglia di cavolo, dalla lunga voce così patetica,
che arriva al cuore di tutte le fanciulle sentimentali. Il venditore di rose
arrivava in una delle piazzette, sempre bagnate, sempre sporche di un’acqua
nera, posava per terra la sua canestra di rose e cantava, cantava, con la voce
melanconica, a distesa: Sono belle le rose, sono belle le rose; e dalle
botteghe, dai portoni, dai balconi, spuntavano le teste delle donne, attirate
dalla lunga cantata, mesta ma piena di una profonda, quasi sofferente voluttà.
E chiunque aveva quattro soldi, tre soldi, un solo soldo, comperava quelle
rose, in pianticelle per adornare la terrazzina, il balcone, o le rose recise
per metterle innanzi alla immagine della Madonna e dopo, quando appassivano,
per isfogliarle nei cassettoni della biancheria. Il venditore di rose, venduta
una parte della sua mercanzia, levava su la canestra, sul capo, e allontanandosi,
riprendeva, alla lontana, il suo ritornello triste e voluttuoso, dove si
decantava la beltà delle rose.
E in quel giorno caldo di calendimaggio, portavano una rosa in mano, tutte
le belle sartine che erano uscite per far commissioni, e che avevano trovato,
per caso, l’innamorato, alla cantonata; portavano un garofano rosso sulla
camiciuola di mussola bianca, tutte le popolane che si aggiravano nelle strette
vie intorno a Forcella; portavano rose i bimbi che erano usciti dalle scuole e
che si attardavano per le strade, e avevano dei fiori finanche le serve, sul
paniere di paglia della spesa, o sul fagottino della carne e della pasta,
avvolto in un tovagliuolo bianco. Certo, la sentimentalità poetica non era la
sola sorgente che spargeva tutti questi fiori, dovunque, alle cantonate delle
vie, nelle mani delle donne e dei fanciulli, sulle ceste dei panni di bucato
delle lavandaie, sui sacchi di farina del farinaio, accanto alle frutta,
accanto ai pomidoro, nelle botteghe del gran friggitore, al Purgatorio ad Arco,
e in quella del gran robivecchi all’Anticaglia: era l’abbondanza delle rose e
dei garofani, che si avevano per un soldo, che si avevano per un sorriso, per
una parola e che parevano una cosa preziosa, a tutta quella minuta gente, amante
del colore e inebbriantesi facilmente del più lieve profumo. Calendimaggio! In
quel pomeriggio, molte case brune e tristi di via Trinità Maggiore, di
Forcella, di via Tribunali, di via San Sebastiano, di San Pietro a Maiella,
oltre ai fiori che ne adornavano le terrazze e i balconi, avevano messo fuori
delle ringhiere dei drappi di colori vivi, coltri di damasco rosso, di quel
rosso cremisi antico, coltri di broccato giallo, proprio la tinta vivacissima
del botton d’oro, tappeti di raso azzurro gallonati d’oro e d’argento, strisce
di stoffe variopinte, conservate da anni e anni nelle casse.
La gente che abita quei palazzoni alti, neri, malinconici, che hanno il sole
solamente sul terrazzo, è una gente aristocratica, di una vecchia aristocrazia
clericale assai devota, assai pia, che sente l’influenza di tutte le grandi
chiese antiche, là intorno, il Gesù Nuovo, Santa Chiara, San Domenico Maggiore,
San Giovanni Maggiore, la Pietra Santa, le Sacramentiste, i Gerolomini,
Sansevero, Donnaregina, e finalmente l’influenza del vecchio Duomo la grande
vecchia cattedrale, così antica che dicono fosse un tempio del Sole, quando
Napoli era pagana, anzi nei primi tempi del suo paganesimo. La gente di quelle
alte e oscure case, è anche una borghesia ricca, antica e severa, che ha
serbato i costumi e le tradizioni pietose degli avi borghesi e che ha tendenze
monastiche, nella sua rigidità. Questa gente, in quel giorno lieto di
calendimaggio, aveva cavato fuori dalle casse, dove riposavano fra i pezzetti
di canfora, i drappi di seta, comperati dalla grande seteria che Ferdinando di
Borbone aveva stabilito nel villaggio di Terra di Lavoro, in quel San Leucio
così ridente, così lieto nelle sue fabbriche, comperati in occasione di nozze,
di battesimi, per adornare le cappelle private, gli oratorî di quella buona e
severa gente aristocratica e borghese, gente pietosa, che ha la fede ereditata
col sangue, e che nasce, vive e muore senza dubitare mai un minuto, mettendo
tutta la forza repressa della fantasia in quel grande sogno mistico che va dai
terrori dell’inferno alle supreme estasi del paradiso, che ha orrore del
purgatorio quasi ne sentisse le fiamme vive sulla carne, e che sognando,
sognando, arriva sino all’ultimo minuto, chiudendo gli occhi in una invincibile
speranza.
Accanto alle rose di maggio, accanto ai cespi folti di garofani rossi che
germogliavano sui balconi, malgrado l’assenza del sole, questa pia gente aveva,
in quel calendimaggio, messa la gala dei suoi broccati, dei suoi damaschi,
delle sue sete marezzate. Calendimaggio! Il buio delle vie della vecchia
Napoli, era tutto rallegrato da quella ricchezza popolana di fiori freschi
odoranti, di cui qualche petalo sfogliato cadeva, sulle bigie pietre di lava
vesuviana: e poiché vi erano tanti fiori, dappertutto, pareva che vi fosse
anche il sole; e il sole s’indovinava lassù, lassù, dove finivano le due file
strette degli alti palazzi, nella striscia limpida di un cielo mollemente
azzurro, il grande azzurro tenue della primavera. Pareva che vi fosse, giù, in
quei budelli che sono via Tribunali e via Forcella, il biondo sole, poiché
tanti panni colorati, tanti vividi drappi ondeggiavano dai balconi, dalle
finestre, dalle terrazze. Massime in piazza San Domenico Maggiore, i palazzi
De’Sangro e Saluzzo, antichissimi, erano adorni di broccati magnifici; e
finanche il palazzo Sansevero che si nasconde nel vicoletto nero di Sansevero,
con un supportico tetro, era tutto smagliante di antiche stoffe. I fiori
freschi, nelle botteghe, sui balconcini delle povere case che si alternano,
nella vecchia Napoli, coi palazzi magnatizii, sulle terrazzine sospese in aria,
fra cielo e terra, i fiori portati dalle donne, dai bimbi, dai lavoratori
umili, dagli operai, finanche dai pezzenti, i fiori freschi, erano la festa che
faceva il popolo al protettore di Napoli: come lo spiegamento dei drappi
serici, dei damaschi intessuti con l’oro e con l’argento, degli arazzi
nobileschi, era la festa che faceva la vecchia nobiltà napoletana e la gran
borghesia napoletana, al gran protettore di Napoli.
Calendimaggio è bello, in Napoli, per il soffio carezzoso dell’aria, per le
vivide strisce di cielo azzurro, che finiscono per dar gaiezza alle strade più
tetre e più cupe: è bello calendimaggio, per le rose che germogliano da tutte
le parti, che pare sgorghino finanche dalle mani delle donne e dei fanciulli,
per tutti i semplici fiori dei giardini e degli orti: è in calendimaggio, che
le reliquie di san Gennaro son portate dal Duomo, dove sono preziosamente
deposte nei sotterranei che portano il nome di Succorpo e Tesoro di San
Gennaro, alla chiesa di Santa Chiara, perché il santo si degni, pregato dalla
popolazione, di fare il miracolo della ebollizione del sangue.
La testa del vescovo di Pozzuoli, tagliata dalla scure del carnefice, è
messa in una maschera di oro antico: porta la mitria vescovile, di oro, tutta
ricca di gemme preziosissime, scintillante di mille fuochi. L’altra reliquia, è
il sangue coagulato, contenuto in un’ampollina di cristallo finissimo: nel
sangue coagulato vi è ferma, di traverso, una pagliuzza, visibilissima nel
grumo nerastro e freddo, raccolto dalla pia gente che assistette al martirio
del vescovo e conservato pietosamente; è nel giorno quattro di maggio, nel
calendimaggio fiorito e odoroso, che queste reliquie vanno portate in trionfale
processione, dalla Cattedrale alla chiesa di Santa Chiara.
Ora, quell’anno 188…, pareva che più rigoglioso fosse nato nel cuore del
popolo il fiore della fede, che più vivida sgorgasse la devozione per il
patrono della città: poiché dalle due pomeridiane la folla accorreva, accorreva
alla vecchia Napoli, assiepandone le vie strette, assiepandone le viuzze e i
vicoletti, e gli angiporti. San Gennaro è profondamente popolare a Napoli, più
assai, centomila volte di più che il vero primo vescovo di Napoli, sant’Aspreno.
Ma chi si rammenta sant’Aspreno? Egli è uno degli obliati del martirologio, che
ha anche i suoi naufraghi nel gran mare dell’oblio: la piccola chiesa di
Sant’Aspreno, in una viuzza del quartiere Porto, è sotterranea, e vi si accede
per trenta scalini, sotto il livello del suolo: è una piccolissima chiesa, solo
un oratorio, grezzo, buio, umido, pauroso, in cui si venera il bastone di
sant’Aspreno, il baculo del pastore, del primo pastore napoletano. Ma chi ci
va, da sant’Aspreno? Pochi devoti e qualche appassionato di cose archeologiche.
San Gennaro, prima di tutti gli altri santi, più di sant’Anna, la vecchia
potente, più di san Giuseppe, il patrono della buona morte, subito dopo la
Madonna Immacolata e l’Eterno Padre che si venera nella chiesa di Santa Chiara,
san Gennaro ha per sé la devozione di tutti gli umili cuori napoletani.
Anzitutto egli era napoletano, nato in quel negro e male odorante quartiere del
Molo Piccolo, dove ancor vivono, pare, i suoi discendenti, che si gloriano di
un tale antenato: era di gente popolana: la sua discendenza consiste in alcune
vecchie donne, operaie, che dividono il loro tempo fra il lavoro e la
preghiera, facendo la vita spirituale, tentando di raggiungere,
nella perfezione della pietà, almeno, il loro grande avo, napoletano e
popolano, il glorioso san Gennaro, il vescovo che subì il martirio. Gli
tagliarono la testa, gli infedeli a Pozzuoli sopra una gran pietra di marmo,
che si conserva ancora e su cui si vede una larga chiazza e tre rivoli di
sangue, sino giù; la testa recisa, buttata in mare nuotò da Pozzuoli a Napoli,
cosparso il volto dell’orribile pallore della morte. Né da quel giorno in poi,
che la testa del santo fu raccolta e serbata, e il sangue coagulato messo in
un’ampollina, il santo non ha mai cessato di proteggere Napoli. Nel sobborgo
marittimo della città, sul ponte della Maddalena, dove dovrebbe passare il
picciolo fiume Sebeto, in un tabernacolo di pietra, sorge la statua del santo
patrono, in marmo, guarda il Vesuvio là presso, e sta con due dita levate, in
atto di comando. Il patrono ha impedito, con quell’atto, alla lava di entrare
in Napoli, nelle tremende eruzioni vesuviane: giammai la lava oserà varcare
quel limite: san Gennaro con le dita alzate, dice: non andrai più oltre.
E dai tempi antichissimi, due volte l’anno, nel dolce settembre, in cui ricorre
il suo onomastico, e nel fiorito calendimaggio, san Gennaro fa il miracolo
della ebollizione del suo sangue, innanzi al popolo. Mentre qui, a Napoli, il
sangue dell’ampollina si mette a bollire, agitando la pagliuzza che stava
immobile nel grumo secco e freddo, il sangue si mette a fluire, fresco e
vivido, sulla pietra di marmo di Pozzuoli, e chi ha gli occhi puri e veggenti
della fede, stando sulla riva, vede venir nuotando, miracolosamente, una testa
livida recisa, da Pozzuoli a Napoli. Ogni anno, il miracolo si ripete due
volte: e quando ritarda dall’ora consueta, è mal segno, l’annata sarà trista:
se non dovesse farlo, il miracolo… ma il patrono non sa abbandonare la sua
fedele città. Nelle eruzioni, nelle epidemie, nei terremoti, sempre la sua mano
si è levata a temperare, a vincere il flagello; e ogni persona di popolo, oltre
la gran leggenda miracolosa, ha la sua leggenda particolare da narrarvi. Il
gran santo era napoletano, popolano, e povero: non vi è stato re, non vi è
stato principe, non vi è stato gran signore che dopo aver visitato san Gennaro
nella sua cappella, non abbia aggiunto un dono vistoso alle ricchezze che il
patrono possiede; e il popolo napoletano, per vantare il santo, va dicendo con
orgoglio e con tenerezza: pure Vittorio, pure Vittorio! Il che significa che
anche il gran re ha portato il suo dono al patrono. Altre volte, vi erano i
cavalieri di San Gennaro; e il Tesoro del santo era custodito con grande pompa
gerarchica, con consegna di chiavi, solennemente. Ora non vi sono più i
cavalieri, o, meglio, l’ordine è abolito: e l’antica pompa patrizia è un
po’scemata. Che importa? Il santo è più che mai forte, potente, miracoloso,
messo nel cuore del popolo, come in un inviolabile tabernacolo.
Più rigoglioso, in quell’anno, sorgeva l’affetto del popolo per san Gennaro,
come se un novello impeto di fede avesse ingagliardito le buone anime popolane:
a una certa ora, la circolazione delle carrozze fu impedita, per Forcella e per
i Tribunali: e tutti coloro che in quel giorno partivano da Napoli o vi
arrivavano, per andare dalla stazione alla città, o dalla città alla stazione,
dovevano fare un lungo giro, per la via Marina, o per la via di Foria. Al
passeggiero distratto che domandava la ragione dell’interminabile cammino, il
cocchiere rispondeva: San Gennaro, e si toccava il cappello con la
frusta, per salutare il patrono. E cercava di affrettare il passo del suo
cavallo, non per zelo, ma per andarsene anche lui, il cocchiere, dopo aver
messa la carrozzella in un portone, o dopo essersi fermato con essa, in un
cantone di via, a veder passare il glorioso Sangue di San Gennaro. E se tutte
le vie piccole erano fitte di gente, se tutti i balconi sontuosi e i balconcini
poverelli delle grandi case patrizie e delle misere case che sorgevano loro
accanto, erano gremiti di persone, nell’ampia via del Duomo lo spettacolo della
folla era imponente. La grande strada che unisce la collina al mare, con una
discesa troppo ripida, da via Foria alla Marina, e che è stato il primo taglio
chirurgico attraverso la vecchia Napoli, taglio energico mal fatto, un
po’brutale, un po’ridicolo come architettura, ma certamente salutare, la gran
via del Duomo che è la Toledo dell’antica Napoli, aveva la maestà delle grandi
giornate napoletane, in cui la fiumana di popolo fa paura anche ai fieri
misuratori della folla. Vi era gente sino ai Gerolomini e sino al Pendino, in
sotto e in sopra, e nei due portici che sono a destra e a sinistra del Duomo, e
sull’ampia scalinata, e sui lampioni del gas, e infine sulla impalcatura che da
anni copre la facciata della cattedrale, per le rifazioni, vi era gente,
stretta, pigiata, soffocando all’aria aperta, gente attaccata a un fusto di
ferro, a un trave, reggendosi in bilico, miracolosamente, sopra una tavola di
legno malferma.
Ogni tanto, una madre, tra la folla, levava in aria un bimbo per farlo
respirare più liberamente, e il bimbo agitava le gambine e le braccia, giocondamente,
per quello slancio, nell’aria dolce di calendimaggio. Invano gli scaccini del
Duomo tentavano di far largo, perché la processione già era formata nella
chiesa: la folla, un momento respinta, tornava alla carica, con una spinta così
forte, che andava a battere contro la facciata della chiesa. A un tratto da
sotto l’arco nero della grande porta spalancata, dove qualche cero, in fondo
brillava, si udì un salmodiare grave grave, e la testa della processione
apparve, fra il gran silenzio e la immobilità della folla. Lentissimamente, con
un moto quasi impercettibile, procedevano in avanti gli ordini religiosi
napoletani. Monaci bianchi, e neri, e marrone, monaci scalzi o con gli zoccoli,
col cappuccio o con lo zucchetto, che cantavano le laudi del Divo Gennaro, con
gli occhi vaganti, coi cerei inclinati, la cui tenue fiammella non si vedeva,
divorata dalla grande luce pomeridiana e che un monelletto scortava, per
raccogliere in una carta le grosse goccie di cera che cadevano dai cerei:
domenicani, benedettini, francescani, verginisti, missionari, gesuiti, monaci e
preti, in due file trascorrenti, portati fra la folla, non guardandola,
fissando un punto lontano dell’orizzonte, fissando la terra: e tutte le bocche
erano schiuse al canto, alla salmodia latina, schiuse con una linea severa,
grave, come il canto che ne usciva e ondeggiava, con severa intonazione, sulla
testa della folla: e involontariamente, mentre gli ordini religiosi scendevano
con un moto impercettibile verso Forcella, nella folla, i devoti che
conoscevano le preghiere latine dedicate al Divo Gennaro, si univano al
canto grave delle corporazioni religiose, e un’altra larga parte della folla,
eccitata dall’aria, dalla luce, dal canto altrui, schiudeva la bocca a intonare
anch’essa una salmodia senza parole, in preda a un principio di mistica
tenerezza, e dal basso di via del Duomo, la processione e la folla, che si
avanzavano insieme, erano un seguito di bocche aperte, mille bocche, duemila
bocche che cantavano gravemente e il cui gran rumore si perdeva nell’ampio
cielo. Ma quelli che procedevano verso Forcella, non lasciavano via Duomo
libera, poiché il loro posto era preso da nuovi accorrenti, che spingevano
avanti gli altri, e a un tratto, passata la sfilata dei parroci della città,
passati i canonici dell’antica chiesa di San Giovanni Maggiore, vi fu come un
lieto tumulto fra il popolo, un movimento immenso di attenzione e di
soddisfazione. Era la lentissima sfilata dei santi che fanno compagnia e onore
a San Gennaro, nella sua cappella: quarantasei santi di argento, la statua
intiera, o il busto, o la metà del corpo. Questi santi erano posati sopra certe
barelle, portate da quattro facchini, sulle spalle; e fra la gente, i facchini
scomparivano, tanto che parea il santo andasse miracolosamente da solo, sopra
le teste delle persone, tutto scintillante. Lentissimamente, dico, poiché la
folla era così folta, così soffocante che, ogni tanto, queste statue si
fermavano, immobilizzate, mentre la gente le guardava con gli occhi inteneriti;
ed anche lentissimamente, perché la devozione dei napoletani si vuol pascolare
a lungo, nella vista dei suoi speciali protettori, che tutto l’anno sono chiusi
nel Tesoro e solo, in quel giorno, escono a benedire la povera gente.
A ogni santo che appariva sotto la vôlta nera della gran porta e penetrava
fra la gente, per andarsene anch’esso, verso Forcella, alla chiesa di Santa
Chiara, era uno scoppio di clamore, fra la gente. Il primo era l’altro patrono
di Napoli, quello che viene subito dopo san Gennaro, nella protezione della
città, sant’Antonio, eremita, che porta un bastone con un campanello
risuonante, in cima, e accanto gli si vede la testina d’argento dell’animale
che egli amò. Quel campanello ondeggiava, a ogni ondeggiamento del santo, sulla
testa delle persone e squillava, squillava, allegramente, mettendo una gaiezza
fra la gente che gridava:
- Sant’Antuono, Sant’Antuono!
Commossa, quasi singhiozzante, Carmela la sigaraia si raccomandava a
sant’Antonio; anche lui, il santo, si era innamorato di una brutta bestia, come
lei, che amava quel cuore ingrato di Raffaele detto FarfarieIlo, e
respinta fin dentro la bottega dell’ufficio telegrafico di via Duomo, ella con
la faccia stravolta dove erano impresse, sempre più, le durezze e le privazioni
della sua vita, ella guardava la scintillante faccia d’argento del santo che
aveva resistito a tutte le tentazioni, e lo scongiurava di toglierle
quell’amore dal cuore, di toglierle la tentazione dell’amore, che in lei
raddoppiava i morsi della miseria.
- Sant’Antuono, sant’Antuono, - gridava la folla, al santo che si
allontanava.
- Sant’Antuono, liberatemi, - singhiozzava Carmela, nella strada, senza
accorgersi di quel grido o di quel singhiozzo che tutti i vicini udivano.
Ma in Napoli, in chiesa o nelle vie, si prega ad alta voce. Adesso era
comparso, snello, alto, in una posa sfolgorante di vittoria, con la corazza
fulgida che ne stringe il corpo giovanile, con l’elmo sulla testa bella e lieta
di trionfo, con il piede che schiaccia il dragone, con la lancia impugnata a ucciderlo,
era apparso l’arcangelo Michele, il guerriero invitto, l’arcangelo Michele che
appariva circonfuso di una luce mistica e guerresca, da eroe e da santo. E nel
vederlo apparire, così leggiadro e spirante trionfo, con il diavolo che gli si
torce inanemente sotto il piede, l’entusiasmo dei devoti si complicò di una
forma artistica: san Michele fu chiamato da migliaia di voci.
Addossato a una colonna del porticato, a destra del Duomo, il marchese di
Formosa aveva cavato il cappello e salutato profondamente l’apparire del
folgorante arcangelo Michele, a cui era devoto, tanto nel suo carattere
violento e avido di lotta, gli piaceva quel miscuglio di cherubino e di eroe: e
mentre il bello e splendido santo si avanzava, si avanzava, calpestando il
dragone, eternamente vittorioso, il vecchio marchese pregava fra sé,
fervidamente, appassionatamente, perché gli fosse dato di vincere il dragone
che gli si avventava ogni dì contro, sotto la forma della miseria, dell’onta e
della morte; pregava il grande Michele, il debellatore del diavolo, di
prestargli la sua santa lancia per uccidere il mostro che minacciava di
vincerlo. San Michele scendeva anche lui, per via del Duomo, dalla collina al
mare, ed era così bello, così fiammeggiante di gloria nella luce pomeridiana,
che le tre sillabe del suo nome si ripeteano, continuamente, da su in giù, come
il fuoco che divora la lunghezza di una miccia:
- Michele, Michele, Michele!
Ma una gran diversione la fece san Rocco, il salvatore degli appestati, il
protettore del popolo contro tutte le epidemie: san Rocco è vestito da
pellegrino, porta il mantello con la cappa, il bordone, e sollevando la sua
tonaca, mostra un ginocchio nudo, dove è scolpita una piaga, immagine della
peste: e dietro di lui viene un cane fedele, così fedele, che per indicare due
indivisibili si dice, nel popolo: santo Rocco e il cane. E quest’amicizia così
forte, e la figura un po’curiosa del santarello, col suo mantelletto e il suo
canino dietro, tutta questa storia familiare, provocò una certa ilarità tenera,
che si comunicò da una persona all’altra, tra la folla: santo Rocco pareva un
buon amico di tutta quella gente, un caro amico indulgente con cui fosse
permesso scherzare poiché egli è incapace di andare in collera:
- Hai freddo al ginocchio, santo Rò?
- Tè, tè, canuccio!
- Prestami questo soprabito, santo Rò!
Ma i veri devoti, scandolezzati, imponevano silenzio. Era comparsa,
vacillante sulle teste dei facchini che la portavano, la bellissima santa che
fu peccatrice, Maria Maddalena penitente, coi bei capelli, che le piovevano sul
collo e gli occhi irrorati di lacrime metallizzate; dietro di lei, per un
bizzarro ravvicinamento, veniva la statua dell’altra santa che era stata una
peccatrice, Maria Egiziaca, divorata, consunta da una passione non meno ardente
della passione di Maddalena: una specie di sorda convulsione agitò tutti quelli
che vedevano passare in mezzo a loro le due statue: una sorda convulsione, che
non ebbe scoppio. Sull’amplissimo ultimo scalino della gradinata, sotto
l’impalcatura di legno che copre la facciata del Duomo, Maddalena, la infelice
sorella di Carmela la sigaraia, Maddalena con la gonna di lanetta azzurra, la
baschina di seta grigia e con un nastro rosso al collo, coi capelli stirati sul
vertice del capo, con le guance cariche di rossetto, senz’udire le parole
insinuanti, insolenti, di coloro che la circondavano, si rialzava sulle spalle
lo sciallo di crespo nero, ricamato di rosa e di violetto, e pregava, pregava
le due sante, peccatrici come lei, ma sante, che nel nome di san Gennaro
benedetto le facessero la grazia di levarla da quella infame esistenza, e
avrebbe offerto loro, a Maria Maddalena e a Maria Egiziaca, un cuore di argento
massiccio. Ma una grande fluttuazione vi fu, fra le donne che erano nella
folla, sui balconi, nei portoni, sulle terrazze. Dopo san Giuseppe e dopo
sant’Andrea Avellino, ambedue protettori della buona morte e quindi
carissimi agli immaginosi napoletani che hanno la più grande paura della morte;
dopo sant’Alfonso de’Liguori, che viene dolcemente e familiarmente chiamato cuolIo
storto, perché ha la testa inclinata sopra una spalla; dopo san Vincenzo
Ferreri che porta la fiamma dello Spirito Santo sulla testa e ha il libro della
Legge aperto fra le mani; dopo che tutti questi santi popolarissimi erano
passati fra le esclamazioni, i gridi, i sorrisi, le tenere invettive, un bel
santo, così lucido, che pareva allora allora uscito dalle mani del cesellatore
con la faccia rotonda e bonaria, con le mani schiuse e abbassate quasi a
lasciar piovere grazie, era comparso, uscendo dal Duomo. Era san Pasquale
Baylon, il santo protettore delle ragazze, quello cui esse fanno la novena per
trovar marito, san Pasquale che manda il marito alle fanciulle, un santo
accomodante, giocondo: e tutte le zitelle ne conoscono l’effigie, tutte lo
riconobbero, quando egli apparve. E da un balcone dove era un’insegna di sarta,
madama Juliano, dove stavano Antonietta, la bionda sartina con la sua
amica Nannina, dalle mani della bionda Antonietta cadde, lentamente roteando,
una rosa sul braccio di san Pasquale e tutte sentendo l’omaggio, il desiderio,
in quell’atto, dai balconi, dalla via, una gran quantità di rose e di garofani
furono lanciati a san Pasquale.
-… come voi, tal quale, o beato san Pasquale, - pregavano le ragazze, alludendo
al marito.
Ora la processione si affrettava un poco; i santi passavano più presto,
poiché l’impazienza della folla innanzi alla Cattedrale e per tutta la via del
Duomo era diventata enorme. Correvano grandi brividi fra la gente: tutto quello
sfolgorio di aureole di argento, di facce di argento, di mani di argento, tutto
quel passaggio singolare sulle teste delle persone, e quell’allontanarsi
laggiù, verso Forcella, e le continue nuove apparizioni argentee, nel grande
vano nero della porta della cattedrale, avevano creata una emozione nervosa
anche negli spettatori tranquilli. Cesarino Fragalà e l’assistito Pasqualino
De Feo si erano fermati. anch’essi. sulla soglia di un caffeuccio, aspettando
di veder passare la processione; e il mite pasticciere, che fuggiva oramai ogni
giorno, quando poteva, la sua bottega di dolci per seguire il misterioso e
scarno assistito, aveva una faccia dove, all’antica giocondità giovanile
e alla sicurezza della vita, si mescolava non so quale pallore morboso: una
grave cura ne induriva le linee, ogni tanto. L’assistito, che ogni
settimana pompava denari da tutto il gruppo dei cabalisti e da altri ancora,
continuamente, aveva sempre quei suoi vestiti lerci e stracciati, quella sua
biancheria non inamidata, sfrangiata al colletto e ai polsini, quelle sue
cravatte aggrovigliate come un lucignolo, quella faccia gialla di febbricitante
mal rimesso in salute, dove un sangue color mattone, indebolito, corrotto,
veniva a mettere delle striature, simili ai filamenti malaugurati dello scirro.
L’assistito si portava dietro, ormai, continuamente, Cesarino Fragalà, che si
sforzava, col suo semplice cervello di commerciante, a tener dietro alle
fantastiche elucubrazioni di don Pasqualino, non intendendole, arrovellandosi,
prendendosela con sé stesso, per la sua mancanza di lucidità, per la sua
mancanza di visione, accusando il proprio temperamento, troppo vivace, troppo
sano, troppo grossolano, di non poter capire le malaticce spirituali
raffinatezze di colui che aveva la fortuna di essere visitato e assistito dagli
spiriti. Ora, don Pasqualino, assai chiaramente e a tutt’i suoi devoti, aveva
detto che una gran fortuna sarebbe capitata loro, in quel sabato di maggio,
consacrato al Prezioso Sangue di san Gennaro. Avidamente avevano intesa la parola,
i giuocatori: da tante settimane, da tanto tempo, non avevano guadagnato un
centesimo, i cabalisti! Salvo Ninetto Costa, l’agente di cambio che aveva fatto
un grosso guadagno, con certi numeri datigli da un garzone vinaio, che era
venuto a portargli una fattura da saldare, salvo l’avvocato Marzano che aveva
preso un ambo di cinquanta lire, datogli dal ciabattino, nessun altro aveva
guadagnato niente, malgrado il frate Illuminato, malgrado l’assistito,
malgrado gli spiriti buoni e cattivi, malgrado tutte le preghiere e tutte
le cabale.
Adesso, don Pasqualino che aveva succhiato molte ma molte centinaia di lire,
in quell’inverno e in quella primavera, aveva detto che san Gennaro certamente
avrebbe fatto una grazia, in quel primo sabato di maggio, e tutti i cabalisti
ci avean creduto ed erano sparsi qua e là, tra la folla, per la via del Duomo,
essendosi dati convegno pel vespero, a Santa Chiara. Ma Cesarino Fragalà, che
più s’ingolfava nel vortice del giuoco e più si aggrappava all’assistito, avendo
giuocato molto anche in quel sabato, non lo voleva lasciar più. Sottovoce, fra
la gente, appena qualche santo compariva, l’assistito volgeva gli occhi
al cielo e pregava fervorosamente: accanto a lui, distrattamente, Cesarino
Fragalà si segnava. E tendeva l’orecchio, con ansiosa attenzione, alle parole
che l’assistito pronunciava, quando un santo appariva. Ora passava santa
Candida Brancaccio, una delle prime martiri cristiane napoletane, una
giovanetta che guardava il cielo e che teneva nella mano destra una freccia
lunga, la freccia dell’amor divino. Una voce gridò, fra la gente, prendendo la
freccia per una penna:
- Scrivi una lettera, per me, all’Eterno Padre, santa Candida!
- Santa Candida scrive per voi, - soggiunse subito l’assistito, voltandosi
a Cesarino Fragalà.
- Così speriamo, così speriamo, - mormorò costui umilmente.
Ma un clamore salutò san Biagio, un altro vescovo napoletano, che, nella
statua, è effigiato in atto di benedire il popolo. Per due o tre anni la
difterite, l’angina avevano terrorizzato il cuore delle madri napoletane,
massimamente il cuore delle donne del popolo: e san Biagio è appunto il patrono
dei mali di gola. Quando egli apparve, il santo d’argento, nella via, fra il
clamore, vi fu un sollevamento di bimbi sulle braccia delle madri, dei padri,
un tendere i piccoli figli a san Biagio, perché il santo vescovo li benedicesse
e li liberasse dall’orribile flagello, che butta alla morte tanti bimbi
innocenti.
- San Biase, san Biase! - strillavano le madri, tenendo in alto i figli,
convulse, singhiozzanti.
Anche Annarella, la sorella di Carmela la sigaraia e di Maddalena
l’infelice, aveva levato su i due figliuoli che le restavano: il più piccolo,
dopo aver lungamente languito, era morto. Ah non l’avrebbe più aspettata sulla
porta del suo basso, seduto sullo scalino, mangiando un pezzo di pane,
il povero piccolo Peppiniello, che pazientemente attendeva il ritorno di sua
madre dal servizio, la povera creatura innocente! Non più, non più: Peppiniello
era morto. Era morto di miseria, in un basso umido e puzzolente,
mangiando male e scarsamente, dormendo coperto dai suoi vestitucci, attaccato a
sua madre, per aver caldo: morto, morto, il piccolo fiore di sua madre, di
miseria, morto per quella terribile bonafficiata, per quel terribile
Lotto che perdeva Gaetano, il tagliatore di guanti, sino a fargli rubare il
pane dei figli. Ah mai più si sarebbe consolata, Annarella, di quella morte! I
due figliuoli che le restavano erano saggi, e buoni, e forti, ma non erano il
suo piccolo fiore biondo e tenue; essi l’avevano trascinata a veder san
Gennaro, e quando la misera ebbe visto in aria tanti piccoli, levò anche i
suoi, piangendo, singhiozzando, pensando che il suo caro fiore non era stato
salvato né da san Biase, né da san Gennaro, né da tutti i santi insieme del
paradiso. Ma come l’ora si avanzava, l’emozione della gente cresceva, cresceva:
ognuno era in preda a una commozione che si rinforzava dal minuto che
trascorreva, che si raddoppiava dalla emozione del vicino. Agli occhi esaltati
delle fanciulle, delle madri, dei poveri, degli infelici, degli sventurati
colpevoli, di tutti quei bisognosi di soccorso, di soccorso morale e materiale,
quella apparizione di santi diventava fantastica: li vedean passare in una
visione luminosa, dove l’argento dell’aureola, del volto, della persona, dava
riflessi abbaglianti, dove il nome finiva per sparire e rimaneva tutta la lunga
processione di quelle beate immagini. La folla, oramai, confusa, stordita,
fremente di mistica impazienza, non riconosceva più il gruppo degli
antichissimi santi del primo tempo di Napoli, sant’Aspreno, san Severo,
sant’Eusebio, sant’Agrippino e sant’Attanasio, santi vecchissimi, un po’oscuri,
un po’ignoti: rumoreggiò come tuono, quando apparvero le statue dei cinque
Franceschi che vegliano intorno a san Gennaro, nel Succorpo: san Francesco di
Assisi, di Paola, di Geronimo, Caracciolo, Borgia; urlò nuovamente quando
apparve sant’Anna, la madre della Madonna, a cui, dice il popolo, nessuna
grazia è negata, mai: nessuno si occupò molto di san Domenico, l’inventore del
rosario, poiché nessuno nella confusione di quell’ora pomeridiana, riconobbe il
fiero monaco spagnuolo, salvo il fosco impiegato dell’Intendenza, don Domenico
Mayer, che era stato respinto contro una muraglia dalla folla, e che teneva il
cappello a cilindro abbassato sugli occhi, le braccia conserte in atto fiero e
tetro sul soprabitone nero, e una dolorosa smorfia di scetticismo gli piegava
le labbra. I santi passavano, passavano, sboccando dalla gran volta nera del
Duomo, avviandosi verso Forcella, un po’ più presto, adesso, e la folla si
agitava a destra e a sinistra, quasi volesse liberarsi dall’incubo di quella
attesa. La processione dei santi era lì lì per finire, durando da quasi un ora
per la lentezza dell’incesso, finiva con san Gaetano Thiene, con l’angelico san
Filippo Neri, con i santi dottori Tommaso e Agostino, finiva con santa Irene,
con santa Maria Maddalena de’ Pazzi, con la grande santa Teresa, in estasi,
tutta ardore, tutta passione, la magnifica santa di Avila, che morì in una
combustione di amor divino. Quando i santi cessarono la loro sfilata e i primi
canonici della cattedrale comparvero, vi fu un immenso movimento nella gente
che aspettava. Tutti tendevano il capo per veder meglio, per non perdere una
linea dello spettacolo religioso, e l’attenzione era anche indomabile
commozione. Finirono anche i canonici, e finalmente, sotto il grande pallio di
broccato gallonato, frangiato di oro, pallido, con il volto raggiante di una
espressione profonda di pietà, con le labbra che mormoravano una preghiera,
apparve il Pastore della chiesa napoletana. Otto gentiluomini tenevano alti i
bastoni del pallio: otto chierichetti, intorno, agitavano i turiboli fumanti
d’incenso: e l’arcivescovo, che era un principe della Chiesa, un cardinale,
camminava solo sotto il baldacchino, lentamente, con gli occhi fissi sulle
proprie mani congiunte: e da tutte le genti che affollavano le vie, i portici,
i balconi, le finestre e le terrazze, da tutte le donne che pregavano, da tutti
i bambini che balbettavano il nome di san Gennaro, non al pallio, non ai
paramenti d’oro, non alla mitria gemmata, si guardava: ma si guardava alle
ceree mani congiunte dell’arcivescovo, si guardava teneramente,
entusiasticamente, piangendo, gridando, chiedendo grazia, chiedendo pietà,
magnetizzando ciò che l’arcivescovo stringeva fra le mani, tremanti di sacro
rispetto. Lì, lì, tutti gli sguardi, tutti i sospiri, tutte le invocazioni. Il
cardinale arcivescovo di Napoli teneva fra le mani le ampolline, dove era conservato
il Prezioso Sangue.
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Nella grande e bella chiesa di Santa Chiara, tutta bianca di stucco e carica
di dorature, simile a un amplissimo salone regale, la folla aspettava il
miracolo di san Gennaro.
Non era ancora notte, ma migliaia di ceri, sull’altar maggiore, nelle
cappelle, e specialmente agli altari della Madonna e dell’Eterno Padre,
illuminavano la vasta chiesa, ricca ed elegante. Sull’altar maggiore, sopra la
bianca finissima tovaglia, in un piatto d’oro, era esposta la testa di san
Gennaro, con la mitria vescovile gemmata, con la faccia rivestita d’oro: e più
in mezzo erano le due ampolline del Prezioso Sangue coagulato, esposto alla
venerazione dei fedeli.
Intorno intorno all’altar maggiore, dentro la balaustra di legno antico
scolpito che separa l’altar maggiore e un grande spazio dal resto della chiesa,
erano le quarantasei statue |