|
11
- IDILLIO E FOLLIA
Il dottor Antonio Amati era profondamente innamorato di Bianca Maria
Cavalcanti. Quel rude cuore che era diventato ferreo nella lotta con la
scienza, con gli uomini, con le cose, quel ferreo cuore che aveva dovuto
ribevere tutte le sue lacrime, e assistere senza emozione alle lacrime di tutte
le miserie, quel ferreo cuore che nella gran semplicità racchiudeva anche la
gran freddezza, quel ferreo cuore che di fronte al sentimento aveva la
verginità, la purezza infantile, si era schiuso lentamente, quasi timidamente
all’amore. Dapprima…, che era stato dapprima? L’abitudine di veder apparire la
candida e malinconica fanciulla, ogni giorno, dietro i cristalli del suo
balcone, l’abitudine che è la grande generatrice degli affetti, che li crea, li
consolida, li rende invincibili: non altro era stato, dapprima,
quell’apparizione dolce e tenue fra le penombre tristi del cortile, in
quell’ambiente che spirava mestizia. E dopo l’abitudine, la pietà: che è una
sorgente viva di tenerezza, sorgente che talora si nasconde sotto la terra,
sparisce, pare perduta, e più tardi, più lontano, sgorga vivace, fluente,
inesauribile.
Nelle ore che durò il lungo svenimento di Bianca Maria, fra il parlatorio
delle Sacramentiste e il nudo appartamento del palazzo Rossi, quella faccia
trasparente, quelle palpebre chiuse dalle ombre violette, quelle labbra smorte,
di un tenero roseo di rosa languente, gli dettero due o tre volte il sussulto
della morte, ed egli pensò, spesso rivide, spesso, innanzi alla sua fantasia,
quella persona giovanile, immersa nel torpore che pareva la morte, la rivide
come morta. La pietà rampollava dal suo cuore, ricordando sempre l’espressione
di dolore che attraversava il volto della fanciulla, ogni tanto, come se un
segreto terribile, come se un tormento fisico o morale, le attraversasse
l’anima e le fibre; la pietà lo conduceva a voler salvare quella giovanetta dal
suo cruccio. E il giorno in cui, nella fervida mente del grande medico, balenò
il disegno di strappare dalla morte, dalla infermità, dalla infelicità, la
candida creatura, quando il suo istinto di salvatore lo avvertì che la lotta
cominciava, quando sentì suonare l’appello alla sua divinazione della vita,
alla sua energia, al suo coraggio, quando tutte le sue forze furono evocate da
una voce possente per la salvazione di Bianca Maria, egli intese che la parola
era detta e che non solo lo scienziato, non solo l’uomo volevano la salute e la
felicità di quella fanciulla, ma che l’innamorato tremava all’idea di perderla
e il lieve tocco di quella sottile mano, ora gelida come se non vivesse, ora
calda come se abbruciasse di febbre, gli mandava al cervello le fiamme della
passione.
La parola era detta, con la ingenua tenerezza di un fanciullo e con la
severa risoluzione di un uomo, ondeggiando dalle purissime linee dell’idillio
alle violente prospettive drammatiche: egli era innamorato. Perché no? Un sol giorno,
un sol minuto aveva cercato di vincersi, assalito da quel naturale egoismo di
chi ha combattuto e trionfato, solitariamente: ma assuefatto ad assumere sino
all’estremo tutte le responsabilità della vita, aveva ceduto all’amore. Perché
no? Non aveva amato giammai, poiché le fugaci attrazioni del femminile, poiché
i brevi capricci non lasciano traccia dentro il cuore: figliuoli
dell’immaginazione, dalla vita violenta e rapidissima, riappaiono, talvolta,
come un sogno, ma hanno tutto l’indeciso, l’indefinito dei sogni: e nulla ne sa
il cuore. Innamorato, il dottor Antonio Amati, il grande solitario, dal forte
cervello e dal ferreo cuore; innamorato colui che aveva preso la sua
reputazione e la sua fortuna di assalto, e che fino a trentotto anni non aveva
voluto conoscere altre gioie che quelle della salvazione degli uomini, altri
conforti che quelli dell’ambizione appagata; innamorato così completamente che
tutto gli pareva oramai scolorato, che niuna cosa aveva ormai più sapore, dove
Bianca Maria non apparisse, non facesse udire la sua voce fioca e velata da una
emozione.
Innamorato. Perché no? Nelle esistenze più umili, più meschine, più oscure,
viene l’ora calda, l’ora luminosa, l’ora i cui confini sono così vasti che
racchiudono tutto il tempo: e nelle esistenze trionfali ma esterne, nelle
esistenze dove la gran pompa delle cose umane si spiega, viene l’ora calda e
profonda, l’ora intima e intensa, in cui tutto si raccoglie nel cuore, e
l’anima vibra per la forza interiore della passione. Innamorato con intensità,
con tanto maggiore impeto, quanto più scarsa, più rada, negli anni trascorsi,
era stata la sua manifestazione sentimentale: un cuore, quello di Antonio
Amati, dove si raccoglievano tutte le amicizie smarrite o non avute mai, tutte
le tenerezze per parenti, per persone simpatiche, tutte le ammirazioni poetiche
del femminile represse, mai manifestate, talvolta vinte al solo loro apparire,
quasi sempre subito obliate, tutti i mille affetti, piccioli e grandi, in cui
si sgretola il cuore umano. Egli era innamorato, sapendolo, volendolo,
assaporandolo in tutta la sua dolcezza, questo frutto tardivo della sua anima;
e trovava, in questa tarda passione, tutti i mille caratteri, tutte le mille
impressioni degli amori, degli affetti che non aveva mai provati. La rinunzia
era cessata. Il dottor Antonio Amati era innamorato, consciamente.
Bianca Maria era inconscia, nell’amore. Era una creatura che aveva la
semplicità e la rettitudine delle persone che hanno vissuto solingamente, senza
lotte, molto pensando, molto pregando, e in cui l’anima si è affinata nelle
contemplazioni taciturne, non nei rudi e tristi attriti della turbolenta
esistenza. Dalla madre che aveva vissuto una vita dolente, ella aveva una
squisita ma silenziosa sensibilità: dal padre ella aveva preso la lealtà
ostinata e larga, la fierezza senza superbia, la generosità che non si misura e
che gode solo nel dare, senza calcoli, senza aspettative interessate: e su
questo una fede innata, profonda, che pareva avesse radici nelle fibre, che era
l’alimento di tutta la vita spirituale della fanciulla, come vivono di
purissimo olio le lampade accese innanzi alle sacre immagini, e di lontano
attirano, con la debole ma continua luce, le preghiere dei credenti. Ella era
inconscia, amando. Chi le avrebbe detto nulla? Da sette o otto anni sua madre
si era spenta, in una fatale malattia di languore crescente, senza dolori,
senza spasimi, ma portando, dentro il cuore, il dolore spasimante, atroce, per
quel marito quasi folle che dava colpi con l’accetta della sua pazzia sul
povero, gramo albero di casa Cavalcanti, buttandone i rami sopra un rogo
vorace, per quella povera sua figliuola che restava sulla terra, abbandonata
alla compagnia di quel padre pazzo, andando incontro alla miseria e forse al
disonore.
Ah, Bianca Maria rammentava, rammentava il volto di sua madre, morente così,
fatta terrea da un pensiero roditore, inconsolabile, di dover morire così
presto: e da questo ricordo indelebile, una gravità restava ancora e rendeva
austera quella sua giovinezza e l’allontanava da tutti i desideri, da tutte le
aspirazioni, da tutte le civetterie di quella età. Che sapeva ella dell’amore?
Nulla.
Viveva tristemente, privata di tutte le dolcezze, accanto a un padre che
ella rispettava e di cui la fatale passione la sgomentava, sentendo intorno a
sé una oscura ma imminente minaccia, sentendo già i vergognosi morsi della
povertà, sentendo tutte le necessarie, dolorose transazioni col decoro, con la
dignità, sentendo in sé un pericolo ignoto, come il germe della morte: e un
uomo saggio, forte, buono, al sicuro da tutti i pericoli, al sicuro da tutte le
miserie, fatto per vincere ogni ostacolo, fatto per dare soccorso, apportatore
di conforto, la cui presenza, la cui voce, le cui parole erano una sicurezza,
una speranza, un saldo appoggio, con un nome lontano da ogni follia, vincitore
di ogni morbo, puro di ogni macchia, quest’uomo le stendeva la mano per
salvarla, - ebbene, ella prendeva quella mano, ciò era naturale, ella non
sapeva e non poteva fare altro che prendere quella mano, e amare quell’uomo.
Inconsciamente: amandolo, perché doveva amarlo; perché così doveva essere. Ed
ella provava per la sua età, per il suo temperamento, per l’ambiente in cui
viveva, per tutta la sua esistenza, quella forma ingenua e candida dell’amore,
che è della creatura debole, battuta dalle tempeste, la quale si rassicura, si
quieta nella protezione della forza.
Quando Bianca Maria si trovava sola, nel tetro appartamento dove i rari
mobili assumevano un aria anche più vecchia e più miserabile, con quei due
vecchi servi sempre malinconicamente affaccendati a un lavoro per nascondere la
povertà, per dissimularla sotto le false apparenze di una decente agiatezza,
ella aveva freddo nell’anima, le pareva di esser antica e povera e abbandonata
come la casa, come i mobili, destinata a languire nella privazione di tutto:
quando suo padre appariva, sempre turbato, sempre pronto agli impeti di un
carattere violento, sconvolto da una passione indomabile, credulo in tutti i
vani sogni della fantasia, cedente a un pauroso misticismo, evocante intorno a
sé tutto un terrificante mondo di fantasmi, ella smarriva subito la quiete, il
cervello le si turbava, e i bizzarri fenomeni spirituali le si comunicavano
fatalmente, ella non sapeva sottrarsi a quell’incubo, a quelle visioni, si
sentiva così debole, così indifesa contro gli attacchi di quella pazzia
cabalistica, che tremava, nello squilibrio dei suoi nervi, nella febbre che
dalle vene veniva a tumultuare nel cervello.
E sempre, sempre, quando era sola, o quando suo padre era con lei, ella si
vedeva assai misera, assai misera, senza sostegno, senza guida, sballottata dal
vento impetuoso, assorbita da un vortice turbinoso. Ma bastava che Antonio
Amati mostrasse la sua virile figura, dove la forza aveva il carattere di
genialità, bastava che egli le facesse udire la sua voce ferma, dalle
intonazioni un po’ rudi, che si faceva dolce solamente dirigendosi a lei,
bastava che la sua mano toccasse la mano di lei, perché ella sentisse, come per
un influsso magnetico, un calore, una vivacità giovanile trascorrerle per le
fibre, bastava sì, che la sua mano toccasse la mano di lei, perché ella si
sentisse guidata, protetta, procedente sulla via della vita e della felicità.
Con un soffio si dileguavano tutte le nere nubi, ella vedeva il cielo azzurro;
la febbre si temperava, spariva, e sparivano con essa le tetre fantasie e gli
spaventi che fanno allividire le labbra: ella si tranquillizzava, quasi la
ravvolgesse nel suo circolo di difesa e di dolcezza una benedizione divina. Le
sembrava, quando egli era là, di ritornare bambina: era Amati il più saldo, il
più sicuro, il più forte. Così lo amava ingenuamente, inconsciamente: e questa
forma di amore comportava una grande umiltà, una grande tenerezza, qualche cosa
di assai candido e di assai fervido, per cui ella riviveva.
E nella loro sostanziale diversità i due amori s’intendevano, si fondevano,
si completavano. Quell’armonia spirituale che rappresenta le più belle, ma
anche le più rare e le più brevi giornate dell’anima, era cominciata dal primo
giorno in cui lei, dal suo triste balcone, e lui, dalla severa stanza da studio
che vedeva tanti strazii, si erano guardati. Dovunque i due pensieri, i due
sentimenti, le due persone si erano incontrate, quell’armonia si era fatta più
grande. Quando ella levava semplicemente i grandi occhi pensosi a lui, cercando
affetto e protezione, egli sentiva trabalzare il suo cuore, nel desiderio del
sacrificio. S’intendevano, senza parole, mirabilmente.
Egli era venuto dalla terra, da un piccolo borgo perduto in una vasta
provincia, con scarse comunicazioni con la città: aveva fatto il suo nome, la
sua fortuna, lottando con la vita e con la morte, con la indifferenza degli
uomini e con il loro odio, acquistando nella lotta una idea formidabile della propria
energia, credendo solamente in sé stesso: aveva un sangue plebeo e una gran
mente: nessuna raffinatezza che venga dall’educazione, dall’ambiente, e la
vittoria delle sue idealità. - Quanto diverso da lei! Era ella una fanciulla di
gran sangue, mobilissima, squisita per istinto, per educazione, per ambiente:
avvezza a vivere di pensiero e di preghiera: senza ombra di volontà, per
resistere al rovinoso fato della sua famiglia: senz’energia contro la passione
paterna, senz’energia per salvare sé stessa e il nome, vivente fra le crescenti
privazioni, fra i crescenti disagi, avendo cominciato troppo presto le dolorose
tappe della via crucis e vedendosi innanzi un avvenire di sconforto -
quanto diversi e lontani, quei due!
Pure s’intendevano, per l’arcana legge dell’amore che questo vuole, che
mescola tutto, sentimenti, sensazioni, tradizioni, origini, che mette il nobile
dove è il plebeo, che pone una forza accanto a una debolezza, che lega
invincibilmente due persone, appunto per la loro diversità. A lei non pareva di
derogare, amando l’oscuro contadino meridionale, che era diventato un gran
medico: a lui non pareva di discendere, di fronte a quella famiglia in
decadenza, impoverita di sangue, di denaro, di coraggio. Di lontano erano
partite le due anime, che si dovevano amare e avevano percorso gli infiniti
spazii spirituali per incontrarsi, per riconoscersi, per ricongiungersi: è la
gran teoria d’amore di Platone, che solo gli sciocchi e gli impotenti di cuore
osano deridere; la gran teoria amorosa, ancora una volta, dopo milioni di
volte, si realizzava. Non pareva fatto apposta, che questo uomo ignoto e umile
avesse dovuto attingere, per propria forza, alla fama e alla ricchezza,
conoscendo la scienza e conoscendo la vita, perché potesse consolare quella fredda
e smorta e dolorosa giovinezza di una fanciulla di alta nascita, che languiva
nella solitudine e nella segreta povertà?
Quando la servente del convento delle Sacramentiste, dal gelido parlatorio
dove Bianca Maria cadde in deliquio, era corsa all’ospedale, per cercare un
medico e ostinatamente aveva insistito perché Antonio Amati venisse a
soccorrere l’inferma, in quell’ora, il fatale incontro era accaduto; e le
glaciali mani sottili, donde pareva si fosse ritirato tutto il sangue, si erano
finalmente riunite nelle salde mani robuste del dottore, e ancora una volta, la
mirabile attrazione per cui le anime amanti superano lo spazio, il tempo, i
mille ostacoli, la mirabile attrazione, di cui sventurato chi non ha inteso la
potenza, avea riunito coloro che dovevano essere riuniti. Come quei due non si
sarebbero intesi, se solamente Antonio Amati nella sua scienza poteva salvare
Bianca Maria dal morbo che le attaccava le forze vitali, se solamente Antonio
Amati poteva darle la salute, la ricchezza, la felicità? Come non intendersi,
se quella ingenua dolcezza, se quella mite poesia, se quella sorgente di ogni
affetto, se quanto mancava alla laboriosa e dura esistenza di Antonio Amati,
solamente la snella e casta figura di Bianca Maria poteva arrecarvelo?
Egli era la forza, in tutta la sua coscienza serena e giusta: ella era la
bontà, in tutta la incoscienza misericordiosa e tenera: quella bontà e quella
forza si chiamavano per unirsi, seguivano il destino che le voleva unite,
perché l’amore creasse, ancora una volta, un bellissimo miracolo di armonia.
Quando ella doveva volere una cosa, levava gli occhi nella faccia del
suo innamorato e ne beveva la volontà; quando egli la guardava, sentiva
ammollirsi tutte le corde tese della sua energia e fiorirgli nel cuore la gran
poesia della bontà.
Ma era destino, che tutte le forme della vita dovessero apparire al dottor
Antonio Amati, come una lotta: e che ogni premio, concesso in questa esistenza,
agli uomini di talento e di energia, fosse conquistato da lui dopo una fiera
battaglia. Così anche fra lui e l’amore, fra lui e Bianca Maria Cavalcanti,
sorgeva un gravissimo ostacolo: il marchese Carlo Cavalcanti. Ah, dal primo
momento in cui Amati lo aveva visto, il fiero signore allucinato e violento,
aveva inteso nascere in sé una diffidenza penosa, e aveva compreso esser
nell’animo di Cavalcanti una ostilità sorda, ma profonda. Forse li dividevano
la nascita, la condizione del passato, la condizione del presente, e l’opposto
concetto che avevano della vita e delle sue responsabilità: forse colui che era
venuto dalla terra, forte e fecondo di bene, come essa, disprezzava quella
decadenza di salute, di fortuna, di decoro, e forse colui che viveva solo nel
superbo criterio di una vita data al lusso, ai piaceri, alla generosità,
disprezzava l’ostinato e grezzo lavoratore, parco di godimenti, schivo dei
piaceri, troppo severo per sé e per gli altri: e forse l’uno avvertiva il
disprezzo dell’altro, e si sentivano lontani le mille miglia, con ideali così
diversi, che giammai avrebbero dovuto incontrarsi. Forse la ragione
dell’antipatia scambievole, della freddezza di Amati, della ostilità di
Cavalcanti, era più intima, più profonda, più misteriosa: forse nessuno di loro
osava confessarla a sé stesso: infine, era un sospetto, una diffidenza, un
ostilità inconscia. Certo, Amati, vedeva in Carlo Cavalcanti il pericolo ignoto
dove potea smarrirsi la ragione e la vita di Bianca Maria, lo vedeva così
vagamente, ma ostinatamente, senza saper bene il come e il perché, ma sentendo
lì, lì, il pericolo: e Carlo Cavalcanti sentiva in Antonio Amati il giudice,
direi quasi il nemico. Due volte, quando il dottore aveva assistito Bianca
Maria Cavalcanti nel suo deliquio e in quella febbre violenta che l’aveva fatta
delirare, per un giorno e una notte, egli aveva detto al marchese Cavalcanti
aspre parole sulla salute di sua figlia: e il vecchio le aveva udite, fremendo
di collera, rodendo il freno, piegando il capo innanzi a colui che era stato il
soccorso nell’ora cattiva, ma guardandolo fieramente, ma crollando le spalle,
quando egli minacciava che la fanciulla sarebbe morta.
Per quale acciecamento egli si era rifiutato, sempre, di trarre via Bianca
Maria da quella casa fredda e povera, dove tutte le forze della giovinetta
languivano? Certo, ostinatamente si era rifiutato, trasalendo di emozione, ogni
volta che il dottore gli aveva ripetuto questo discorso: e quella emozione
pareva affetto, pareva superbia, pareva paura, quasi che il vecchio capisse
dove era il rimedio e non potesse, non volesse usarlo. Dubbioso, affacciandosi
sempre a qualche cosa di buio, il dottore si arrestava, temendo di urtare certe
suscettibilità. Il marchese era così povero, come avrebbe potuto cambiar casa?
Era naturale che il volto gli si tingesse di sgomento e di malinconia, quando
gli dicevano che sua figlia languiva e che si avviava a un deperimento fatale:
era naturale che aggrottasse le sopracciglia per l’orgoglio offeso, quando gli
veniva fatta qualche offerta di servigi. Eppure il suo orgoglio aveva dovuto
crollare, in quel sabato mattina, quando aveva chiesto in prestito del danaro
ad Antonio Amati, dicendogli che lo avrebbe restituito nella giornata: era
dovuto svanire il suo orgoglio, quando, due o tre volte, sempre il sabato, con
una letterina urgente, scritta con una grande calligrafia tremolante, aveva
chiesto ancora denaro, ancora, alla borsa di Amati, sempre promettendo per la giornata,
la restituzione di tutta la somma, sempre mancando.
Arrossiva un poco, scrivendo: e il vecchio capo canuto si piegava sul petto,
a piangere la sua dignità di signore e di vecchio che si perdeva, ma la
passione era così forte, avrebbe fatto denaro di tutto! E quando il dottore gli
mandava il denaro, in una busta e poi in un altro foglio di carta, perché i
servi non si accorgessero del contenuto, il marchese aveva un moto di
mortificazione, e apriva nervosamente la busta, con una lacerazione brutale,
mentre il sangue gli andava alla testa; Amati non scriveva niente, ma non
rifiutava mai. Alla sera, mentre padre e figlia erano nel salone, ella
lavorando al suo fine merletto, egli andando su e giù per lo stanzone, a
calmare la nervosità del suo organismo, il dottore appariva: il marchese
frenava a stento un gesto di fastidio e andava incontro al visitatore con una
falsa disinvoltura, impallidendo: ambedue si salutavano, assai imbarazzati,
mentre il viso di Bianca Maria rifulgeva; e malgrado il servigio reso, non
nasceva fra loro cordialità, restavano in presenza l’uno dell’altro, freddi,
misurandosi con lo sguardo, sapendosi nemici. Quando il dottore, con l’audacia
che gli veniva dal carattere e dall’amore; andava a sedersi dirimpetto a Bianca
Maria, e le domandava della sua salute, quando quei due si guardavano negli
occhi, tacendo, il marchese si turbava, e un tremore di collera passava nella
sua voce. Egli era l’ostacolo. Invano, ogni volta che la costringente passione
l’obbligava a chieder denaro ad Antonio Amati, egli si sentiva sempre più
decaduto, innanzi a costui: invano Amati gli rendeva servizio senza esitare,
adoperando una delicatezza nova: - queste bizzarre relazioni non arrivavano a
cancellare la diffidenza, il sospetto, l’antipatia. Forse, quei prestiti
chiesti con una bugiarda scusa, con una bugiarda promessa, scavavano fra loro
quel precipizio di dolore, di vergogna, di umiliazione, che vi è fra chi chiede
e chi dà: e il gran sogno di Cavalcanti, oramai, era guadagnare molto denaro,
per fare la gran vita, dopo aver buttato in faccia al medico i suoi quattrini e
averlo scacciato. Finiva per odiarlo, per quei beneficii che gli era così duro
invocare e che la sua miserabile passione lo costringeva a cercare.
Antonio Amati comprendeva: sapeva che Cavalcanti era l’ostacolo.
Naturalmente, sapeva quale era la bocca vorace che inghiottiva tutti i denari
del vecchio e anche quelli non suoi, sapeva la febbre da cui era divorata
quella vecchia fantasia di gentiluomo: sapeva che quella miseria era il
risultato di una colpa: sapeva che quelle domande di prestito erano mosse da
una forza irresistibile: ma egli non voleva altro che Bianca Maria non
soffrisse, che fuggisse quel triste ambiente di mestizia e di povertà. Dal
giorno in cui ella, nell’abbattimento fisico e morale della febbre, gli aveva
detto d’amarlo, pregandolo che la conducesse via, egli aveva rinnovato due o
tre volte l’offerta della sua casa, in provincia, dove era sua madre. Ella
aveva crollato il capo, con un lieve sorriso malinconico: aveva sospirato: non
aveva detto nulla.
E una sera, in cui ella era stata assai sofferente, soffocando di caldo in
quell’appartamento senz’aria nell’estate e glaciale nell’inverno, egli aveva
diretto la sua offerta a Cavalcanti, enunciandola semplicemente, cercando di
esser cordiale. Un momento, Cavalcanti aveva pensato: sua figlia lo guardava
ansiosamente, attendendo la risposta:
- Non è possibile - disse recisamente, il marchese di Formosa.
- E perché? - domandò, audacemente, il medico.
- Così, - ribattè il vecchio ostinato.
- E voi, signorina, che dite?
Il dottore guardava intensamente la fanciulla, per infonderle forza di
ribellione, per affascinarla alla rivolta. Alla poveretta batterono due o tre
volte le palpebre, guardò suo padre e poi disse:
- Quel che dice mio padre: non è possibile.
Avrebbe voluto, lui, in quei momento, ricordarle le soavi parole con cui
ella gli aveva detto, un giorno, di trarla fuori da quel baratro, di portarla
lontano, in un paese di sole, di verde: ma in quegli occhi chinati al suolo, in
quella seria espressione della bocca, egli trovò un’improvvisa freddezza, e gli
parve che l’anima della fanciulla gli sfuggisse. Capì di urtare contro
l’obbedienza filiale, una obbedienza profonda, incrollabile, quasi ieratica,
come se ne incontra nelle alte classi, dove l’autorità paterna è rispettata
ciecamente e dove la famiglia ha carattere di regno assoluto. Una collera
soffiò nel cuore del dottore che fremeva dell’ostacolo, e che vedeva crollare
in un attimo la possanza dell’amore, di fronte a un sentimento, a un istinto
più semplice ma più antico, di fronte a un affetto che avea per sé, oltre il
legame del sangue, quello della tradizione e della lunga consuetudine.
Non parlò, non le diresse uno sguardo di rimprovero, poiché vedeva essersi
levata incontro a lui una potestà superiore, che per venti anni aveva tenuto a
sé il cuore della fanciulla; e la grandezza dell’amore gli parve a un tratto
ammiserita, giacché ella aveva potuto rinunziare, dinanzi a una parola del
padre, a quell’idillio, così lungamente sognato nella solitudine della sua
stanzetta. Dopo poco, il dottore andò via, freddo, gelido come quel padre e
quella figliuola, che sembravano ombre in quella gran casa deserta; andò via,
portando seco la prima delusione dell’amore, che è amarissima, fremendo d’ira e
di dolore. Quando fu solo, nella sua casa ricca ma solitaria, tentò invano di
distrarsi nella lettura di una rivista scientifica: era ferito, nell’amore e
nell’amor proprio.
Simile a innamorato giovinetto, per ingannare quell’amarezza e per sfogare
quell’eccitamento, egli si pose a scrivere una lunga lettera incoerente, piena
di passione e di collera. Ma quando la ebbe finita, il suo forte animo si era
sedato; la lettera in cui egli accusava Bianca Maria d’indifferenza e di
crudeltà, gli parve ingiusta, rileggendola, gli parve ridicola. Egli era un
uomo, non un fanciullo: aveva i capelli bianchi, non doveva abbandonarsi a
escandescenze di ragazzo. Lacerò la lettera: ma dopo si sentì vincere da uno
scoramento. Il primo, purissimo fiore di poesia del suo amore era troncato:
l’idillio era dileguato: tutto l’avvenire non poteva essere che un dramma.
Sì, il combattimento era fra Antonio Amati e il marchese Carlo Cavalcanti,
segreto ma ostinato, sordo ma acutissimo. Il vecchio esercitava un grande
potere sulla sua figliuola, si potea dire che ne piegasse la volontà, con una
imperiosa affascinante occhiata: e non voleva che nessun altro arrivasse a
dominarla, tremava di vedersi sfuggire quella influenza. Per amor proprio
paterno, per quella esagerata gelosia dei genitori che cominciano per detestare
coloro che amano i loro figliuoli, per qualche altra misteriosa ragion
spirituale, egli si metteva fra sua figlia e Antonio Amati, quando vedeva che
il dominio di costui potesse allargarsi. Se erano soli, padre e figlia, non ne
parlavano mai: ella per senso di obbedienza, aspettava sempre di essere
interrogata per parlare, e Cavalcanti si asteneva dal nominarle il dottore: la
fanciulla avvertiva quella riservatezza e si chiudeva sempre più in sé stessa,
vedendo già i primi, tristi segni di quella lotta. Una sola lettera Amati le
aveva scritto: e quella ella conservava, preziosamente, rileggendola, ogni
tanto, perché vi spirava una onestà, una serenità, una forza che mancava
totalmente alla sua esistenza misera e torbida, uscita da un dolente passato,
avviantesi a un oscuro avvenire. Già piegava il capo, ella, comprendendo che
neppur nell’amore avrebbe trovato la sua salvazione, poiché le pareva fosse
legata a una bizzarra fatalità, poiché una incantagione sembrava che fosse
stata gittata su tutta la sua esistenza. Quando Antonio Amati ricompariva la
sera, ostinato a non cedere il campo alla tirannia singolare paterna, ella
levava gli occhi, timidamente, sopra ambedue: e la falsa disinvoltura, la falsa
cordialità con cui si trattavano, la rianimava, il roseo colore risaliva alle
sue guance bianche; ma se suo padre aggrottava le ciglia, se la voce del
dottore si facea dura, ella impallidiva, di nuovo, spaurita. Il padre le aveva
accuratamente nascosto i servigi pecuniarii che il dottore gli aveva resi e che
continuava a rendergli: si vergognava di confessare a sua figlia la diminuzione
di dignità, che la sua passione gli aveva strappato. E la creatura buona e pura
che si rincorava, vedendo la salda mano coraggiosa che a lei si stendeva per
strapparla all’ambiente di decadenza, ogni tanto trasaliva, poiché suo padre,
bruscamente violentemente, allontanava da lei quella mano. Ella non chiedeva il
perché: sua madre aveva languito troppo rassegnatamente sino alla morte, perché
ella osasse ribellarsi: soltanto viveva alla giornata, così, senz’approfondire
il dissidio fra suo padre e Amati, lasciandosi andare alla dolcezza del novo
sentimento, tentando fuggire all’amarezza dei presentimenti. Ma egli, che era
uomo di scienza e in cui l’osservazione primeggiava, trovando incomprensibile
il contegno del padre, cercava frenare il suo cuore, per giungere a strappare
il segreto del cuore di Cavalcanti. Sapeva che la febbre del giuoco lo rodeva;
qualche volta, mentre egli era lì, in quel grande salone, accanto a Bianca
Maria, si erano presentati due o tre del gruppo dei cabalisti, a cercare il
marchese: costui era restato imbarazzato, e una volta si era chiuso con costoro
nel suo studio, donde le voci arrivavano smorzate, confuse: due altre volte,
impaziente, nervoso per la presenza del dottore, era uscito con loro.
- Che persone sono costoro? - aveva egli domandato alla fanciulla.
- Amici, - ella aveva detto, volgendo il capo dall’altra parte.
- Vostri?
- No: di mio padre.
Aveva fatto intendere di non voler parlare di costoro; ed egli aveva taciuto.
Un’altra volta, un venerdì sera, si era presentato don Pasqualino De Feo, l’assistito,
con la sua ciera morbosa e i suoi vestiti sciatti e sporchi: d’un tratto il
dottore si era rammentato di averlo visto, sì, proprio all’ospedale, dove era
giunto tutto lividure e contusioni, quasi avesse preso una solenne bastonatura,
e si rammentava il parlar fantastico di costui. Mentre l’assistito discorreva
sottovoce col marchese, nel vano di una finestra, il dottore aveva chiesto pian
piano alla fanciulla.
- Anche costui è un amico?
Ma l’aveva vista così smorta, con gli occhi così pieni di sgomento, tanto
vinta dalla paura di qualche cosa che egli non sapeva, che aveva taciuto. Si
ricordò che nel giorno del deliquio, rinvenendo, ella aveva voluto mandar via
di casa, quell’assistito.
- Vi è antipatico, è vero?
- No, no - disse ella, - io sono sciocca.
Temeva che Amati avesse disturbato il colloquio di suo padre con l’assistito;
ma costoro trovandosi impediti a discorrere, si disponevano a uscire. L’assistito
passava, con gli occhi bassi, ma Amati gli gridò:
- Siete guarito, eh, De Feo, di quella bastonatura?
Quello si scosse, si passò una mano sulla fronte e rispose, senza guardare
il medico.
- Ho avuto la grazia, da chi mi ha mandato la disgrazia.
- E da chi? - chiese il dottore, ridendo del suo riso di scettico.
L’assistito tacque. E Cavalcanti, il cui volto si era acceso, i cui
occhi scintillavano, soggiunse subito, con la sua voce turbata da una emozione:
- Dallo spirito.
- Quale spirito? - domandò, con una risatina, il medico.
- Caracò, lo spirito che assiste don Pasqualino, - rispose
enfaticamente il marchese.
- Voi ci credete, marchese? - ribattè Amati, gittandogli uno sguardo
scrutatore.
- Come nella luce, - replicò il nobile, levando gli occhi al cielo, esaltatamente.
- E voi, signorina? - chiese il dottore a Bianca Maria, investigandone la
fisonomia.
Ella fu lì lì per rispondere, che non ci credeva, che non ci voleva credere,
che aveva grande paura di crederci: ma le parole le furono gelate sulla labbra,
da uno sguardo stralunato del padre. Si vide, sulla faccia, lo sforzo che ella
faceva per mandare indietro il suo grido di dolore e, vagamente, facendo un
gesto largo, ella disse:
- Non so nulla di ciò.
L’assistito sogguardava obliquamente il medico: e per la prima volta
alla espressione di misteriosa umiltà, si frammischiò, sul suo volto, un’aria
di rabbia. Torse il collo, come se trangugiasse un osso duro. E tirò
nascostamente per la manica il marchese Cavalcanti, per andarsene: ma costui,
nelle parole, nel sogghigno di Amati, aveva intravvisto lo scetticismo più
completo: e come tutti gli allucinati, sentì in sé crescere a mille doppii la
fede nello spirito assistente e provò un grande ardore di convincere Amati:
- Voi non credete allo spirito, dottore?
- No - disse seccamente costui.
- Né allo spirito buono, né al cattivo?
- A nessuno di essi.
- E perché?
- Perché non esistono.
- Chi ve lo ha detto?
- Ma la scienza, ma i fatti: basta, mi pare, - replicò semplicemente il
dottore.
- La scienza è sacrilega! - gridò il marchese, irritandosi, - e i fatti
hanno dimostrato che gli spiriti esistono. Posso dimostrarvelo.
- È inutile: non ci crederei, - e sorrideva lievemente per compatimento.
- Gli spiriti ci sono, signor mio, ed è in mala fede che i cosiddetti
increduli negano la loro esistenza: in mala fede, perché non sanno i fatti e li
dichiarano falsi. Poiché non hanno visto nulla, coi loro occhi foderati di
scetticismo, dicono che nulla vi sia. Mala fede, mala fede.
Il medico aveva sorriso di quella sfuriata: ma guardando Bianca Maria, vide
che ella era alla tortura, intese che in quella discussione, forse, si celava
il segreto di quella ostilità. Ed essendo abituato alle escandescenze degli
infermi e degli esaltati, guardava il marchese con l’occhio medico, seguendo le
violente fasi di quell’eccitazione.
- Mala fede, mala fede, - strillava il marchese, dando le volte nel salone e
parlando a sé stesso. - Centinaia di galantuomini, di scienziati, di
gentiluomini, di donne, hanno veduto, toccato, parlato con gli spiriti, hanno
avuto con essi comunicazioni importanti, hanno stampato libri, grossi volumi,
ed ecco che si nega, così, a priori. Ma che credete voi che sia,
quest’assistenza degli spiriti?
Si era fermato innanzi ad Amati, dirigendogli questa domanda. Per quanto il
medico non volesse aumentare, con la contraddizione, l’accesso di esaltamento
di Formosa, la domanda era troppo diretta, per non rispondervi. Il medico
guardò la fanciulla: e lesse in lei tanta ansietà segreta di conoscere il vero,
la vide così agitata, che la sua credenza gli sfuggì nettamente dalle labbra:
- Credo che sia un impostura, - disse.
L’assistito levò gli occhi al cielo, pieni di lacrime. Una serenità
si diffuse sul viso di Bianca Maria. Ma la voce di Cavalcanti fischiava di
rabbia:
- Dunque, mi credete uno sciocco?
- No, ma l’animo vostro è troppo leale e generoso insieme, per non essere
accessibile all’inganno.
- Frottole, frottole, - gridò il marchese, convulso. - Da qui non si esce:
don Pasqualino è un impostore e io sono uno stupido.
- Nego la seconda parte, - replicò seccamente il dottore.
- Ma confermate la prima?
- Sì, - soggiunse, coraggiosamente, il medico.
- Come lo dimostrate?
- Non ho bisogno di dimostrarlo: rispondo, perché m’interrogate. D’altronde,
ora che mi ricordo, don Pasqualino fu bastonato da due giuocatori, esasperati
di non avere mai i numeri giusti. A voi, ha detto che è stato lo spirito
Caracò…
- Finzioni, finzioni, la bastonatura dei giuocatori, per non rivelare il
segreto dello spirito!
- Ma i due bastonatori furono arrestati e confrontati con lui, all’ospedale:
debbono anzi essere stati condannati a un mese di carcere.
- È vero, questo, don Pasqualino? - domandò severamente il marchese.
L’assistito fece un atto di desolazione, quasi gli riescisse
impossibile di difendersi contro un’accusa ingiusta. Ma il dottore era stato
ferito, da quella domanda di conferma.
- Signor marchese, - disse gravemente, - io sono una persona troppo seria e
troppo disinteressata, perché mi si metta in confronto con costui. Se per poco
ho conquistato la vostra stima, in qualche modo, vi prego di risparmiarmi
questa discussione.
- Sta bene, sta bene, - disse subito il marchese il cui fiero animo era
accessibile a quanto si diceva in nome della lealtà. - Tronchiamo. Le
discussioni fra scettici e credenti, non possono essere che dolorose. Andiamo,
via, don Pasqualino: forse un giorno il dottore vi renderà giustizia. Andiamo;
veggo anche che Bianca Maria soffre. Convincilo tu, il dottore, figliuola mia,
- soggiunse il padre, non senza malizia.
- In che modo? - chiese costui, stupefatto.
- Ve lo dirà lei, - replicò, ghignando, Formosa, e a uno sguardo smarrito di
sua figlia, soggiunse:
- Diglielo, diglielo quello che sai, te lo permetto, Bianca. A te, forse,
crederà, tu sei innocente tu non hai interesse a ingannare, tu non sei un
apostolo falso. Narragli tutto. Lo convertirai forse…
E risolutamente, mettendosi il cappello, prese il braccio dell’assistito,
come per dargli una prova di affettuosa fiducia, dopo le ingiurie dettegli dal
dottore. Il vecchio nobile, discendente da Guido Cavalcanti, con sei secoli di
nobiltà, mise il suo braccio sotto quello del truffaldino ignobile, di cui la
menzogna gli era stata provata pochi minuti innanzi. Ma chi badò a questo atto
dove ancora una volta naufragava la dignità di Carlo Cavalcanti? I due erano
già fuori di casa e Bianca Maria e il dottore stavano in silenzio, in un
silenzio dove pareva si maturasse tutto il dramma di quell’amore. Con una
sagacia incosciente, dicendo a sua figlia di parlare, di narrar tutto al
dottore, lasciandoli soli, con questo segreto fra loro, il marchese si era
vendicato del coraggioso scetticismo di Amati e della passività di sua figlia.
Aveva acceso la miccia di una mina, allegramente, ferocemente, e ora si
allontanava, lasciando che la miccia consumata desse fuoco alle polveri e che
crollasse, così, tutto l’edificio di quell’amore.
- Dunque? - disse il dottore, finalmente, con l’ansia di conoscere il vero.
- Che cosa? - mormorò ella, uscendo dalle sue riflessioni dolorose.
- Non dovete dirmi qualche cosa? Vostro padre non ve lo ha consigliato,
quasi imposto?
Ella trasalì, il tono della voce di Amati era aspro. Non le aveva mai
parlato così. E offesa da quell’asprezza, la sua anima si chiuse.
- Io non so niente, - ella rispose, a voce bassa. - Non ho nulla da dirvi.
Egli si morse le labbra, per la collera. Ma quale ispirazione maligna lo
aveva deciso a mettersi fra quel padre e quella figliuola, in quell’ambiente
così bizzarro di follia, d’infermità, di miseria e di vizio? Che veniva egli a
fare, con la sua rude onestà, con la sua integrità popolana, in quell’esistenza
che fluttuava fra la demenza e la povertà? Che impicci, che legami creava al
proprio cuore, che sinora si era mantenuto puro e tranquillo? L’ora suprema era
giunta. Bisognava spezzare bruscamente ogni cosa, se ancora egli voleva
scampare da quei vincoli, dove tutti i suoi antichi istinti erano soffocati. Si
ribellava, finalmente, a quei complicati romanzi, a quei sottili e tormentosi
drammi: egli era l’uomo dalla semplice storia. Si levò, risolutamente dicendo:
- Addio.
Ella anche si levò. Comprendeva che prima suo padre e, dopo, lei, avevano
esaurito la pazienza di quel leone.
E fiocamente, gli chiese:
- Domani, verrete?
- No.
- Un altro giorno, dunque?
- No.
- Qualche altro giorno, quando non sarete occupato?
- No.
Le tre negazioni erano state pronunziate assai recisamente. Bianca Maria
fremeva di spasimo. Egli andava via, non sarebbe più ritornato. Aveva ragione.
Era un uomo forte e serio, dedito al suo lavoro, a un lavoro che era una carità
e una salvazione, e lo si travolgeva in una decadenza della ragione, della
dignità, in una compagnia dove egli faceva la parte di un amico, di un
salvatore, ed era invece offeso, insultato e, finalmente, preferito a un
ciarlatano, a un truffatore. Aveva ragione di partire, di non tornare mai più.
Ma ella si sentiva perduta, in preda agli attacchi della demenza, se lo
lasciava partire, e guardandolo supplichevolmente, gli chiese:
- Non ve ne andate, restate!
- Che resterei a fare? Debbo farmi scacciare, domani, da vostro padre?
Perché ho sopportato la scena di poc’anzi, dovrei sopportare ancora?
- Io non vi ho fatto nulla, - disse lei, torcendosi le mani delicate, per
frenare il suo strazio.
- Addio, - replic&og |