Matilde Serao: Raccolta di opere
Matilde Serao
Il paese di cuccagna
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19 - LA «VIA CRUCIS» DI DON CRESCENZO

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19 - LA «VIA CRUCIS» DI DON CRESCENZO

 

Uscendo dalla stanza dell’Intendente di finanza, nell’anticamera, don Crescenzo ebbe un barbaglio e vacillò:

- Vi sentite male? - chiese premuroso l’usciere che lo conosceva.

- No, niente: sono questi primi caldi di primavera, - balbettò.

E si passò una mano sulla fronte, che era coperta di gelide stille di sudore. Pure, per darsi un’aria disinvolta, cavò un sigaro e lo accese.

- Buoni affari? - domandò l’usciere al tenitore del Banco lotto, mentre costui smorzava accuratamente il fiammifero.

- Eh… così, - disse l’altro, abbozzando un pallido sorriso.

- Bisognerebbe sapere i numeri certi, - mormorò l’usciere, - don Crescenzo… vorremmo scialare, alla faccia di questo infame governo, - soggiunse, assai sottovoce.

- È che nessuno li sa, nessuno! - esclamò l’altro, crollando il capo e andandosene.

Ma quando fu sotto il portone e uscì all’aria aperta, ebbe un altro abbagliamento, sentì ronzarsi il sangue nelle orecchie e fu per cadere. Dovette stare un minuto buono appoggiato allo stipite di pietra di quel portone del palazzo San Giacomo, che su Toledo, vedendo passarsi vagamente innanzi la gran folla solita di quella strada, aumentata dalla prima giornata di primavera, che metteva fuori assai più gente del consueto. Vedeva una folla vaga, senza contorni precisi, niente altro: udiva come un gran clamore, senza distinguere né le parole, né le voci. Solamente, mentre per istinto fumava, vedeva impresso nitidamente nella fantasia, l’angolo di scrittoio, dove l’Intendente gli aveva mostrato il suo volto, oramai freddo di severità: e udiva precisamente nelle orecchie le parole dell’intendente, squillanti con tanta limpidezza. che quasi ferivano il senso dell’udito. L’Intendente era stato durissimo: non poteva più usare nessuna compiacenza verso il tenitore del Banco lotto, troppa ne aveva usata e non voleva parer complice delle sue frodi. Frodi, aveva detto e ripetuto, malgrado che avesse visto il pallore mortale di cui si era coperto il volto di don Crescenzo, udendo le due sillabe crudeli. Con lo Stato non si scherza: lo Stato non fa credito. Ogni settimana, ai versamenti di don Crescenzo, mancavano delle somme, e ogni settimana bisognava invocare la indulgenza, la pazienza del ministero delle finanze, a Roma, perché aspettasse il pagamento del sempre più grande debito, che don Crescenzo veniva contraendo verso lo Stato: ogni settimana! Ma lo Stato non è una banca che può accordare dilazioni: lo Stato fa aspettare, ma non aspetta! E ogni volta che nominava lo Stato, questa parola gli riempiva severamente e sonoramente la bocca, all’Intendente, ed egli aggrottava un poco le sopracciglia. Don Crescenzo ascoltava col capo chino, sussultando quando udiva nominare quell’ente misterioso, a cui tutto si deve dare e che non nulla, che non ha cuore, che non ha visceri e che stende le mani aperte, per prendere, per portar via. Ah l’Intendente era stato anche preciso, nella sua crudeltà! Per mercoledì ci voleva il versamento totale di tutto quello che si sarebbe esatto, come giuocate, e del debito arretrato: se no, la catastrofe era inevitabile: lo Stato incamerava la cauzione e dava querela per appropriazione indebita a don Crescenzo.

Costui aveva dato solo in un lamento, alle ultime parole dell’Intendente.

- Perdete il denaro e andate in carcere, - aveva conchiuso il degno funzionario.

Don Crescenzo si era messo a pregare, allora; aveva moglie e figli, se era stato tanto ingenuo da far credito ai giuocatori, doveva esser rovinato per ciò? Gli dessero tempo, li avrebbe costretti a pagare, avrebbe ridato allo Stato fino all’ultimo centesimo, era un galantuomo, infine, ingannato, assassinato!

- Anche voi giuocate, e a credito, - disse fieramente l’Intendente.

- Per rifarmi, Eccellenza

- Un onesto tenitore non giuoca mai. Il lotto è una immoralità, nei cittadini

- Allora anche lo Stato è immorale?

- Lo Stato non può esser immorale, ricordatevelo. Pensate a pagare, io non posso fare più nulla per voi.

Ancora aveva pregato, singhiozzando, che non lo gittassero alla prigione, infine non si può voler la morte di un uomo, quando si è uomini, quando si è cristiani! Ma già un paio di volte aveva fatto queste scene all’Intendente ed era giunto a ottenerne un mese, quindici giorni di dilazione: questa volta costui lo guardava così glacialmente, che don Crescenzo intese; questa volta era finita davvero, bisognava pagare o andare in carcere. Si licenziò, sentendo sempre quella parola mercoledì, mercoledì, nel cervello.

Era vero, aveva una giovane moglie e due figlioletti, una piccola famiglia, che con la larghezza bonaria del cuore napoletano, egli aveva abituata a vivere grassamente, passando da un lauto pranzo festivo in casa a una lautissima scampagnata, celebrando con la pappatoria tutt’i giorni festivi, scambiando regali di grossi gioielli d’oro, pagandosi delle carrozze da nolo, sempre col sottile desiderio di avere carrozza propria, comperando nuovi orecchini, nuovi anelli, continuamente, alla moglie, regalandole di quelle mantiglie scintillanti di giaietto, che le borghesi nostre adorano. E tutto questo, sempre vivendo del reddito del Banco lotto, magari facendo qualche piccola speculazione sul capitale del Governo, senza mai giuocare, mai, mai! Ah tempo passato, tempo di purezza, tempo d’innocenza! Quando aveva giuocato la prima volta, lui, lui che avrebbe dovuto salvarsi da quella lebbra, viverne solamente senza farsene attaccare, viverne come si vive bevendo il veleno senza morirne, mentre quel veleno sopra una ferita aperta, uccide, - quando aveva giuocato? Non si rammentava più, vedeva una grande confusione, in cui solo la parola mercoledì si disegnava, con tanto vivido calore che pareva di fuoco, che pareva lo dovesse abbruciare.

Tutta una confusione, in cui la malattia mentale dei cabalisti che si affollavano nella sua bottega di giuoco e le cui mani febbrili toccavano le sue comunicandogli la loro febbre, il cui denaro strappato, Dio sa come, Dio sa dove, passando dalle loro mani alle sue, gli dava la emozione di un dramma, quella malattia mentale che ardeva il loro sangue, vecchi e giovani, poveri e ricchi, potenti ed oscuri, si era trasfusa in lui, dalla presenza, dal contatto, dall’ambiente, filtrando per tutte le cose, emanando da tutte le persone, e lentamente, lentamente, gli si era diffusa per le vene, penetrando nella sua vita istessa. Prima, per l’ardore del guadagno aveva fatto credito ai cabalisti, ritenendosi sempre il tanto per cento sulle loro giuocate a credito, mentre chiedeva dilazioni pel suo debito al Governo: poi, come lo spostamento si veniva facendo sempre più grave, come il buco si faceva più profondo, più profondo, fino a diventare un precipizio, aveva cominciato a giuocare anche lui, il disgraziato, tentando la sorte, con la illusione che la sorte lo favorisse, giuocando a credito, con la fatale, con la tremenda illusione che potesse guadagnare una grande, una immensa somma. Ah, il disgraziato lo sapeva bene, lo sapeva, che non se ne pagavano di vincite, che raramente; lo conosceva bene il terribile ingranaggio per cui le vincite sono la rarità quasi introvabile, sono la probabilità infinitesimale, sono proprio come l’incontro di un pianeta con un altro, ogni due o trecento anni, nelle inflessibili leggi siderali. Lo sapeva bene che è il Governo che guadagna sempre, sempre, che prende ogni anno sedici milioni alla città di Napoli, alla sola città di Napoli, e a tutta la patria italiana, sessantacinque milioni: ma che importa? Seguitava a far credito ai cabalisti, compariva nelle loro riunioni, aveva tenuto mano al sequestro di don Pasqualino, così, acciecato anch’esso: e il lusso borghese della sua casa era cresciuto, sua moglie ingrassava, diventava rossa e lucida per aver troppo mangiato, adesso era incinta di nuovo e portava una vestaglia di raso crema, tutta carica di merletti, e le sue mani grassoccie, cariche di anelli, s’incrociavano sulla cintura già arrotondata, con quel movimento di pacifica soddisfazione delle donne tranquille nelle loro sensazioni. Oh che disastro! se mercoledì non portava il denaro all’Intendente, lui, sua moglie, i figliuoletti, quello che doveva nascere, tutti nella miseria e lui in carcere, perduto tutto, tutto perduto, se mercoledì non pagava! Adesso, ogni volta che la parola mercoledì gli tornava in mente, al bel tenitore di Banco Lotto, dalla barba castana ben pettinata e dalle mani bianche, ogni volta, un po’ di sangue caldo gli correva alle guance smorte e sentiva bruciarsi i pomelli, come da due punte di fuoco.

Si era staccato dallo stipite del portone di San Giacomo e andava tra la folla, lasciandosi portare, con un principio di vertigine, che gli veniva dall’assorbimento sempre nella disperante idea. Ah doveva far qualche cosa, lucrare del denaro, cercarne a chi glielo doveva dare, a chi ne aveva, perché il mercoledì non fosse la rovina sua e della sua famiglia! Dove andava ora? Bisognava cercare del denaro, ecco tutto, a ogni costo: lo avrebbe strappato alle viscere dei suoi debitori, non voleva morire per loro, non voleva andare a San Francesco, per quei quattro imbroglioni, che lo avevano trascinato al male. Denaro, denaro, era quello che voleva, era la sua sete, era la sua fame, era la sua anima che solo quello chiedeva, quello che solamente chiedeva il suo corpo. Denaro! o sarebbe morto, ecco!

Adesso, determinato a tutto, si era messo alla ricerca di qualche suo debitore: avevano, a poco a poco, disertato la sua bottega, tutti quanti, non potendo resistere alle sue domande di denaro, portando in qualche altro Banco lotto quei pochi soldi, che a furia di oscuri miracoli di volontà arrivavano a strappare, Dio sa come, Dio sa dove, e nella paura delle sue giuste minaccie, avevano financo tolto a lui l’introito, ingrati oltre ad essere imbroglioni! Però egli sapeva dove abitavano, tutti: e si volea mettere dietro a loro, non li avrebbe lasciati, se non avessero inteso, come una loro disperazione, la sua disperazione: avrebbe aspettato nelle loro case, sotto i loro portoni, per le strade dove essi passavano, avrebbe loro parlato, avrebbe gridato, avrebbe pianto, avrebbe messo loro addosso tale affanno, che il denaro per pagare lo Stato sarebbe uscito fuori, strappato da questo impeto di dolore. Era questione di vita o di morte, non avrebbe gittato all’elemosina sé, i suoi figliuoli e sua moglie, per essere stato troppo buono, troppo debole, troppo fanciullo: bisognava salvarli, bisognava salvarli. La folla lo aveva adesso portato verso la parte alta di Toledo, mentre la sua mente andava cercando di fare un piano pratico, di adoperare la sua ardente volontà di salvarli, in una forma sicura e felice, per ottenere lo scopo. Vediamo: dove sarebbe andato prima, in quel pomeriggio di primavera; dove avrebbe pronunciato la sua prima parola? Non bisognava sbagliare, bisognava cercare di fare un colpo certo, altrimenti… altrimenti, non poteva pensare all’insuccesso, era un’idea alla quale non resisteva! Adesso si era fermato, di nuovo, in piazza della Carità, fissando gli occhi, innanzi ai quali vagava una nebbia torbida, sulla statua di Carlo Poerio.

La gente, passando, lo urtava, da tutte le parti; le grida dei venditori, le voci dei viandanti lo ferivano, come un rumore vago, indistinto. Pensò un momento di andare dal marchese Carlo Cavalcanti, che era un suo forte debitore: ma, fra tutti, il marchese era quello che gli faceva più compassione, nella propria sventura, e fra tutti, era quello che meno poteva aver denaro. Ora, don Crescenzo non voleva cominciare per essere crudele con un infelice, né voleva cominciare con un insuccesso: aveva troppa paura di non riescire, era troppo sfiduciato, sarebbe andato in ultimo dal marchese Cavalcanti.

Dopo, dopo, in ultimo… il più sicuro dei suoi debitori era Ninetto Costa, l’agente di cambio, il più sicuro perché, malgrado la sua decadenza, trovava sempre del denaro in piazza, vi era chi credeva ancora nella sua stella. Ninetto Costa si era indebitato varie volte con lui, ma aveva sempre pagato, sino a che, l’ultima volta, per una somma piuttosto grossa, si era trovato così sprovvisto che da tre settimane non poteva dare un centesimo a don Crescenzo! Che importa! Era un uomo di denaro, Costa. Il tenitore del Banco lotto si avviò verso la Borsa, sapendo che quella era l’ora in cui Ninetto vi si doveva trovare, certamente. Ma fra i capannelli dei banchieri, degli agenti di cambio, dei commercianti, dei marroni che parlottavano, che discutevano, che vociavano, lo cercò invano, per un quarto d’ora: a due o tre persone ne chiese e fu mal ricevuto, chi dette in una spallata, chi abbozzò un sorriso ironico, e tutti si rimisero subito a parlare dei propri affari, lasciando in asso don Crescenzo. Egli, che con la fiducia bizzarra dei disperati era entrato dentro già tranquillizzato, già credente in un risultato buono, si sentì un fuoco alla bocca dello stomaco. Ma dov’era, dunque, Ninetto Costa? Si rammentava di essere andato a cercarlo, una volta, a piazza Carolina, dove l’elegante agente di cambio aveva un quartierino messo col lusso del giovane gaudente, ma, ora, aveva cambiato casa, da tempo, da che era principiata la decadenza: si rammentava, adesso, don Crescenzo, di averlo accompagnato una sera, uscendo dal ritrovo del vicolo Nardones, a Taverna Penta, a una molto mediocre casa di Taverna Penta, dove si era ridotto Ninetto Costa, giusto dirimpetto alla via San Giacomo. Bisognava che lo trovasse, senz’altro, o vivo o morto: Ninetto Costa gli avrebbe dato le mille e cento lire che gli doveva, almeno una parte del debito verso il Governo sarebbe stata pagata, una piccola parte, è vero, ma almeno quella! Risalì verso Taverna Penta e la lurida portinaia, quando egli chiese del signor Ninetto Costa, non fece che guardarlo dicendo:

- Quarto piano.

- Ma vi è?

- Non lo so, - borbottò ella.

Pazientemente, deciso a non lasciarsi ributtare da nulla, egli salì quella stretta ed erta scala, sui cui pianerottoli, dalle cui porte, uscivano voci piagnolose di ragazzi, discussioni di voci femminili e rumori di macchine da cucire, stridenti. Sulla porta di Ninetto Costa, vi era uno sciupato biglietto da visita, tenuto fermo da quattro spilli. Due volte bussò. Nessuno venne, nessun rumore interno si udì. Bussò più forte, la terza volta: niente ancora. Alla quarta dette una forte strappata al campanello e un lievissimo passo si udì: poi il silenzio e l’immobilità, come se la persona che fosse venuta presso la porta, origliasse.

- Don Ninetto, sono io, aprite, tanto so che siete in casa e non me ne vado, - disse a voce alta, il tenitore di Banco lotto.

Ancora una pausa di un paio di minuti. Poi la porta si schiuse pianamente e la mutata faccia dell’agente di cambio apparì. Così mutata! Oramai tutta la giovinezza, prolungata dal vivere di gaudente e dai cosmetici, ne era fuggita: le tempie erano rade rade di capelli, che si facevano radi anche sul mezzo della testa: due floscie borse giallastre sottolineavano gli occhi e mille rughette scendevano in tutte le direzioni, segnando il viso, indelebilmente. La giacchetta che mal lo copriva, aveva il bavero alzato, come se egli avesse freddo, o volesse nascondere la biancheria.

- Siete voi? - disse egli, con un pallido sorriso.

Fece entrare don Crescenzo nel salottino, un meschino salotto di casa mobiliata, dai mobili di teletta rossa, dalle tendine oscurate dal fumo del sigaro; gli si sedette dirimpetto, guardandolo con certi occhi smorti, da cui pareva fuggita qualunque espressione.

- Sono io: vi ho cercato alla Borsa: non ci siete andato? - domandò don Crescenzo, che sentì di nuovo un gran calore allo stomaco.

- E perché?

- Mah!…

- Ci mancate da qualche tempo?

- Da… sì, da tre o quattro giorni..

- E che fate? - chiese angosciosamente don Crescenzo.

- Che fo? Niente, - disse l’altro, con un gesto di una semplicità disperante.

- Avete fatto punto?

Ninetto Costa trasalì e chiuse gli occhi, come se non volesse vedere qualche cosa: poi, disse:

- Sì.

- Rovinato, rovinato! - gridò, levando le braccia al cielo, don Crescenzo.

L’altro si morsicava un mustacchio, convulsamente.

- Almeno, qualche cosa avrete conservato: quelle millecento lire che mi dovete, le dovete aver conservate, eh?

Ninetto Costa lo guardò, trasognato.

- Se non ho queste millecento lire per martedì sera, vado in carcere, - strillò il tenitore di giuoco.

L’altro abbassò il capo.

- Vado in carcere e la mia famiglia non ha pane. Voi dovete darmi le millecento lire, capite? - gridò don Crescenzo, in preda a un gran furore.

- Io non le ho.

- Cercatele.

- Non le troverò: nessuno me le darà.

- Dovete trovarle: io non posso andare in carcere per voi. Trovatele.

- È impossibile, don Crescenzo mio, - disse l’ex agente di cambio, con le lacrime agli occhi.

- Nulla è impossibile, quando si tratta di un debito come questo, quando si tratta di salvare un galantuomo dalla rovina. Per carità, don Ninetto, voi sapete quanto è caro l’onore

- Sì, - disse l’altro, girando in il volto.

- Per carità, non mi abbandonate! Vi ho fatto qualche favore, non mi commettete questa ingratitudine

- Io non ho un soldo e non posso trovarlo

- Ma non avete più un amico, un parente?

- Nessuno, nessuno: ho fatto punto, vi basti.

- E che volete fare?

- Vadovado a Roma, - pronunziò l’agente di cambio dopo una lieve esitazione.

- A far che?

- Chissà! Forse rifarò fortuna

- Ma voi non mi dovete abbandonare, mi dovete dare le millecento lire, prima di partire

- Non le ho: non le posso avere; non mi mettete in croce, don Crescenzo, non ho un soldo.

- Mettetemi una firma sotto una cambiale, alle banche vi conoscono, mi daranno il denaro

- Tutte le mie cambiali sono protestate.

- Impegnatevi i gioielli!

- Li ho venduti.

- L’orologio!

- L’ho venduto.

- Ma vostra madre, vostro zio?

- Mio zio mi farà forse la carità di dar da vivere a mia madre. La madre di un fallitocapite, è sempre poco bene accolta

- Per che somma, fallito?

- Duecentomila.

- Tutto per il lotto, eh?

- Tutto, - disse con un gesto definitivo Ninetto Costa.

- Ma come, mi lasciate, in questa rovina? - rispose, quasi piangendo don Crescenzo. - E che cuore avete?

- Che cuore, che cuore! - disse l’altro, con la voce tremante. - Lascio mia madre, che non ha pane, capite? Vado a Roma. Se fo denari, ve ne mando.

- Quando, andate?

- Domani… sì, domani

- E per martedì mi mandate denaro?

- Non credo, don Crescenzo, non credo, - disse con una dolcezza disperata, Ninetto Costa.

- Mercoledì, capite? Se no, sono perduto.

- Io sono perduto già da tre giorni.

- Oh Madonna mia, Madonna mia, chi mi ha acciecato? - diceva, piangendo, il tenitore di lotto.

- Voi mi volete far morire… prima del tempo, - mormorò Ninetto Costa.

- Che dite?

- Niente. Ma calmatevi. Tutto si potrà man mano aggiustare.

- Mercoledì, mercoledì!…

- Forse il Governo avrà pazienza, trovate un mezzo, scrivete al ministero, scrivete al Re… io ho da partire..

E indicò una piccola valigia, tutta floscia, la indicò, con uno smorto sorriso.

- Ma proprio, non mi potete dare niente?

- Ve le darei, don Crescenzo, ma vi giuro che non ho un soldo. A Roma…poi… vedrò

Deluso, eccitato, don Crescenzo si levò per andarsene, fra la collera e il dolore. Voleva subito correre in cerca dei suoi altri debitori, voleva trovar denaro, uscire da quella triste casa, da quella triste compagnia di un uomo più disperato di lui. Voleva andarsene. Ninetto Costa lo guardava, con certi occhi smorti, serbando quel pallido sorriso sulle labbra smorte, un sorriso distratto di persona già indifferente alle cose umane. Pure, l’altro, ancora una volta, insistette, vagamente, quasi per disimpegno verso sé stesso, parendogli di non aver fatto abbastanza per aver quei denari. Ma l’agente di cambio gli diede un’occhiata così dolorosa, che egli non disse altro.

- Addio, don Crescenzoscusate

- Addio, don Ninetto… non vi dimenticate di me, a Roma

- Non dubitate, - disse l’altro, con una debole e strana voce.

Si toccarono la mano, senza stringersela: due mani fredde e deboli. Macchinalmente Ninetto Costa accompagnò il tenitore di Banco lotto, sino alla porta, in silenzio: si guardarono un minuto, senza parlare. Poi la porta si richiuse con un suono così bizzarro, così definitivo, che il tenitore di Banco lotto, nelle scale, scendendo lentamente, trasalì. Ebbe quasi un impulso di tornare indietro: gli ritornava in mente che Costa gli aveva detto di non avere un soldo e poi quella valigia così floscia, dove non era nulla dentro! Ma il pensiero dei suoi guai lo distrasse dalla pietà e dal sospetto di maggiore sventura.

Adesso, sempre a piedi, per risparmiare anche i denari di una carrozza, si mise a correre per la via di Toledo, come sospinto da un pungolo alle reni, per andare in via San Sebastiano, dove abitava il vecchio avvocato Marzano, un altro suo debitore: anche quello, visto i suoi affari professionali, se non aveva denari da pagar subito, ne poteva trovare in piazza; alla fine doveva ottocento lire a don Crescenzo, gliele avrebbe date, don Crescenzo gli si sarebbe messo appresso, sino alla sera. Conosceva bene la sua casa, una povera casa, invero, poiché l’avvocato Marzano giuocava tutto, tutto quello che guadagnava, mantenendo finanche, per sessanta lire al mese, un ciabattino, un cabalista che scriveva i numeri col carboncino, sulla carta. Don Crescenzo salì gli scalini a quattro a quattro, correndo, perché una voce gli diceva, in cuore, che da Marzano avrebbe trovato il denaro: aveva un buon presentimento. Pure, quando mise la mano all’anello di ferro, che pendeva dalla cordicella unta e bisunta, un improvviso terrore lo colse, la paura di non riescire, l’orribile paura che ne paralizzava le forze, la paura degli sventurati, che arrischiano il mezzo da cui dipende la loro vita o la loro morte. Un passo strascicato si fece udire e una voce stridula, domandò:

- Chi è?

- Amici, amici, - balbettò in fretta il tenitore di Banco lotto.

La porta si schiuse con diffidenza e il viso ignobile del ciabattino si mostrò, tutto macchiato di rossa salsedine: e gli occhi cisposi e rossastri del beone fissarono don Crescenzo.

- Volete l’avvocato? - domandò, asciugandosi le mani bagnate a un lercio grembiule.

- Sissignore.

- Non può dar retta.

- Ha affari?

- È malato.

- Malato?? Cosa da niente?

- Ha avuto nu tocco, in salute vostra.

- Gesù! - gridò don Crescenzo, buttando in terra il suo cappello, disperatamente.

- E stata la bonafficiata… già, si è sempre privato, non faceva una vita buona, mangiava poco, beveva acquacapite

- Oh Dio, oh Dio… - mormorava don Crescenzo, lamentandosi.

- È volontà di Dio… - mormorò il ciabattino, cavando un pezzettino di carta tutto sporco, e prendendone una presa di tabacco giallastro. - Volontà di Dio, che ci volete fare! Non vi disperate, fino all’ultimo vi è speranza.

- Lo so io, perché mi dispero! - gridò don Crescenzo.

- Dovrei piangere io, - soggiunse il beone, - che gli avevo procurato una fortuna, che mi aspettavo da lui la pace per i miei vecchi giorni, e intanto, per bestialità sua, egli è alla morte e mi abbandona nella miseria, capite!

- Ma come è stato, come è stato? - chiese don Crescenzo, mettendosi le mani nei capelli.

- Aspettate un poco, ora vengo.

E andò di . Don Crescenzo si guardò attorno, sbalordito dal dolore. La misera stanza non aveva altri mobili che certi vecchi scaffali d’avvocato, pieni zeppi di carte polverose, un tavolino, con due sedie la cui paglia era tutta macchiata. Sul tavolino vi era un bicchiere, con un paio di dita di vino bluastro, il grosso vino pesante di Sicilia. Per terra non si era spazzato da tempo: le mura eran piene di ragnateli: i vetri delle finestre erano coperti dalla polvere e un puzzo di sporco, di stantio, di muffito, afferrava alla gola.

Ed era questa la casa dell’avvocato, di colui che era stato uno dei più grandi avvocati del suo tempo e che aveva guadagnato migliaia e migliaia di lire, nella sua professione! Don Crescenzo sentì stringersi il cuore in una morsa di sangue e le mani gli si gelarono: veniva qui, in questa dimora di povertà, di onta, di morte, a cercare le sue ottocento lire per salvarsi? Oh che follia, che follia era la sua! Non era forse meglio fuggire, giacché ritrovava dovunque le stesse tracce di disonore e di miseria, dovunque? Ma il ciabattino ritornava:

- Che fa? - chiese sottovoce don Crescenzo.

- Sta assopito.

- Dorme?

- No, è la malattia.

- Che gli hanno dato?

- Gli hanno cavato sangue: poi ha una vescica di ghiaccio sulla testa e un’altra sul petto.

- Parla?

- Non si capisce quello che dice.

- Ha perduto il movimento?

- Solo per il lato destro.

- Che dice il medico?

- Che deve dire? È cosa di morte.

- E torna, il medico?

- Chi lo sa? Non vi è da pagare. Ho trovato sette lire e un orologio di nichel, che non si può impegnare. Ho speso già tre lire di ghiaccio: quando le sette lire saranno finite, ci fermiamo.

- Ma come è stato, come è stato? - chiese ancora, disperatamente, don Crescenzo.

- Mah! Tante cose sono state. Ha avuto certi dispiaceri, sapete, l’uomo sempre uomo e… aveva bisogno di denaro… ha cercato di averne, in tutti i modi

- E che ha fatto? - chiese l’altro, sgomento.

- La mala gente dice che ha falsificato la carta bollata, lavandola, sapete, quella già scritta e mettendola in corso, di nuovo. Ma non deve esser vero! Mi lascia nella pezzenteria, è stato ingrato con me, ma non deve esser vero… non ci potrò credere mai. Pare che la mala gente sia arrivata sino al presidente del Consiglio dell’Ordine, che lo ha chiamatopare che ci sono state brutte paroleinfine, dispiaceri.

- Oh povero, povero! - esclamò a voce bassa don Crescenzo.

- Questa chiamata del presidente è stata per lui una cosa mortale… che vi pare, un galantuomo sentirsi insultare, è cosa insopportabile… voleva partire, l’avvocato Marzano, andarsene in qualche paese, dove vi è più educazione.

- Partire, alla sua età? Con sette lire in tasca?

- Io lo avrei accompagnato, - mormorò modestamente il ciabattino beone. - Per il bene che gli volevo, mi acconciavo ad andarmene: e in quanto ai denari… ecco la vera ragione del tocco!

- Come sarebbe?

- Voi sapete, don Crescenzo, che i miei lavori di matematica, con l’aiuto di Dio, hanno fatto sempre guadagnare denaro all’avvocato.

- Sì, sì, ogni tre o quattro mesi, un ambosoggiunse scetticamente don Crescenzo.

- V’ingannate, si può dire che io l’ho beneficato, e quelle misere sessanta lire che mi dava, al mese, perché io non battessi più sulle suole delle scarpe e facessi la cabala, erano neppure la centesima parte di quello che guadagnava, al mese! Ora mi abbandona, l’ingrato, così!… basta, per dirvi, ieri, io gli avevo dato, simbolicamente, certi numeri che dovevano uscire necessariamente e sono usciti, capite!

- E ha guadagnato?

- Niente: non li ha capiti, ne ha giuocato degli altri, la mente non lo aiutava più. Quando lo ha saputo… gli è venuto l’insulto… in salute vostra.

- Ma gli avete veramente detto quelli che erano i numeri buoni?

- Innanzi a Dio: ma non li ha capiti.

- E perché non li avete giuocati voi?

- Sapete bene che noi non possiamo giuocare

- Ah già, è vero.

Tacquero. Il ciabattino portò alle labbra il bicchiere e bevve un sorso di vino.

- Vorrei vederlo, - chiese don Crescenzo, improvvisamente.

Entrarono nella stanzetta da letto, povera e sporca, come lo studietto. L’avvocato Marzano giaceva sopra un misero lettuccio di ferro, sollevato sui cuscini, le cui fodere erano di una bianchezza assai dubbia: sulla canuta testa posava la vescica di ghiaccio: un’altra ne posava sul petto, denudato, scheletrito, e il corpo scarno, piccolo, era coperto da una coltre brunastra, di quelle che si mettono sul dorso dei cavalli. Sul tavolino da notte vi era un bicchiere d’acqua, dove nuotava un pezzo di ghiaccio: la mano destra del morente, era avvolta dai nastri neri del salasso. E tutta quella parte destra, dalla faccia sino al piede, era colpita d’immobilità, già morta: mentre la mano sinistra tremava sempre, e tutto il lato sinistro del volto si torceva, ogni tanto, convulsamente. Un confuso balbettìo usciva dalle labbra dell’avvocato: e tutta la espressione dolce e bonaria era sparita, lasciando su quel vecchio volto, già mezzo appartenente alla morte, le tracce di una passione che era giunta sino alla vergogna.

- Avvocato, avvocato? - chiamò don Crescenzo, piegandosi sul lettuccio.

L’infermo fissò gli occhi velati da un’ombra singolare sulla faccia del tenitore di Banco lotto; ma né l’espressione se ne mutò, né il balbettìo cessò.

- Non vi riconosce, - mormorò il ciabattino, pigliando tabacco.

Don Crescenzo uscì subito dalla stanza, sentendosi aggravare sull’anima l’incubo.

- Siete amico, volete lasciargli qualche cosa? - chiese il ciabattino. - Ho quattro lire, morirà come un cane!

Allora tutto il represso dolore di don Crescenzo scoppiò.

- Mi doveva ottocento lire, e sono rovinato, se non le ho per mercoledì! Egli muore, ma io campo e sono assassinato! Egli muore, ma i miei figli dormiranno, fra un mese, sui gradini di una chiesa! Egli se ne muore almeno, ma noi tutti camperemo di disperazione, capite!

- Scusate, - disse il ciabattino, sgomento.

- Assassinato, assassinato! - singhiozzava l’altro.

- Tacete, può sentirvi; che ci volete fare?

E bevve l’ultimo sorso di vino bluastro, che aveva lasciato in fondo al bicchiere. Don Crescenzo fuggì. Ora, a intervalli, sentiva che gli si smarriva la testa e aveva bisogno, per raccapezzarsi di pensare sempre alla parola mercoledì. Pure, istintivamente, con quella direzione automatica degli infelici che vanno al loro destino, risalendo per PortAlba si diresse al vicolo Bagnara, dove abitava il professor Colaneri; anche Colaneri gli doveva denaro e gliene prometteva di settimana in settimana, sempre rimandandolo a mani vuote, o consegnandogli delle piccolissime somme. L’ex-prete abitava a un quarto piano del vicolo Bagnara, in una casa dove lui, una povera infelice di stiratrice che gli aveva dato retta e con cui viveva coniugalmente, quattro figliuoli malaticci dalle grosse teste e dalle gambe storte, vivevano in due stanze, litigando, gridando, battendosi e piangendo tutto il giorno. Egli aveva nascosto alla stiratrice di essere stato prete; e la disgraziata, credendo di diventare una signora, gli aveva dato retta; e da sei anni viveva in uno stato di servaggio, fra le gravidanze, la indecente miseria, il lavoro da serva che ella faceva, tutto il grossolano lavoro, e quella torma di figli brutti, piagnolosi e continuamente affamati, su cui ella si vendicava, schiaffeggiandoli, degli schiaffi di cui le era prodigo suo marito. Una casa infernale, dove il padre portava tutte le torbide preoccupazioni del giuoco e dei mezzi ignobili, talvolta colpevoli, con cui si procurava denaro per giuocare: due volte don Crescenzo vi era stato, ma aveva assistito a tali scene nauseanti che era scappato via, cacciato quasi dalle male parole della stiratrice e dai pianti dei quattro demoni. Ma ora, che importava? Colaneri gli doveva settecento e più lire: di un debito di novecento non aveva pagato, in tre o quattro mesi, che duecento lire, anche meno; Colaneri, perdio, non era fallito come Ninetto Costa o apoplettico come l’avvocato Marzano, Colaneri doveva pagare.

- Vi è il professore?

- Sissignore, - rispose una vecchia donna, che funzionava da portinaia.

Allora salì rapidamente e alla porta gli venne ad aprire la stiratrice, spettinata, con un grembiale di cucina tutto unto sulla vestuccia di lanetta, le guance incavate, il petto smunto e un dente mancante sul davanti, per cui farfugliava un poco:

- Vorrei vedere Colaneri.

- Non ci è, - disse subito lei, lasciando l’altro sempre fuori la porta.

- Vi è, vi è, - disse don Crescenzo, irritato. - Tanto, è inutile che si neghi, io lo aspetto per le scale: deve uscire!

- Allora, entrate, - ella disse, di mala voglia.

E mentre il tenitore di Banco lotto entrava, subito un moccioso idrocefalo di ragazzo prese un ceffone. E mentre egli aspettava nella stanza che serviva da salotto, da studio, da stanza da pranzo, di , cioè in cucina, nella stanza da letto e financo nel pianerottolo, scoppiarono le grida della famiglia che litigava. Solo in un intervallo di silenzio, comparve il professore, indossando una vecchia giacchetta tutta macchiata: raggiustandosi, con un moto ecclesiastico, gli occhiali sul naso.

- Vengo per denaro, - disse brutalmente don Crescenzo.

- Non ne ho, - rispose duramente il debitore.

- Non me ne importa, me ne darai.

- Non ne ho.

- Trovane: voglio le mie settecento lire, oggi o domani, hai capito?

- Non ne ho.

- Impegnati lo stipendio, fa un debito.

- Non ho più stipendio.

- Come? Non sei più professore?

- No: mi sono dimesso.

- Dimesso?

- Per forza: mi avevano accusato di vendere i temi degli esami agli scolari.

- E non era vero, naturalmente!

- Già: ma il complotto per perdermi era bene organizzato. Il preside m’ha consigliato di dimettermi.

- Sicché sei sul lastrico?

- Sul lastrico.

Allora soltanto don Crescenzo si accorse che il viso del professore era pallido e stravolto. Ma questa terza delusione lo esasperava.

- Non so che farci: tu mi devi dare le settecento lire.

- Hai cinque lire da prestarmi?

- Non raccontar frottole, io voglio il mio denaro. Lo voglio per domani, al più tardi, capisci?

- Crescenzo, tu metti in croce un uomo già crocifisso.

- Belle chiacchiere! Io non posso andare a San Francesco per conto vostro: siete tanti assassini! Vado da Ninetto Costa per denaro e lo trovo che è fallito, che parte per Roma…a far che, non si sa… se è poi vero, che vada a Roma… e niente denaroVado da Marzano e lo trovo moribondo… qui tu mi dici che sei sul lastrico… e denaro niente!

- Tutte rovine, tutte!… - mormorò l’ex-prete.

- Ma voi mi volete far morire, mi volete? Ma quando avete avuto bisogno del credito, io ve l’ho fatto, vi ho guarentiti, mi sono compromesso per voi… e adesso volete far morire con me la mia famiglia? Ma tu anche hai figli, devi pensare a dar loro da pranzo, per domani e per moltissimi altri giorni, devi far qualche cosa tu: ebbene pensa a me, pensa ai miei bambini, pensa che siamo cristiani anche noi!

- Sai che debbo fare io, domani, per dar pane alle mie creature?

- Che so io? So che glielo darai, so che i figli miei non debbono restare digiuni, quando i tuoi mangiano

- Ebbene, senti, io non sono più prete, sono stato scomunicato, sono fuori della Chiesa: , quindi, non troverei aiuto; avevo il posto di professore, buono, sicuro, ma l’ho perduto, perché avevo troppo bisogno di denaro; non chiedermi delle confessioni dolorose; non lo riavrò, mai, il mio posto, né un altro potrò mai averne, oramai sono persona sospetta.

- Ma che me li racconti questi guai? Li so, li so, e non serviranno ad accomodare i fatti miei.

- Ascolta ancora. Io non ho più nessun scampo: e siccome ho messo al mondo degli infelici, mi sento il dovere di dar loro il pane, almeno il pane. Ho giuocato al lotto quello che essi avevano di certo, d’immancabile… ma sono pazzie! Quindi la grande decisione è presa: tutto per tutto!

- Che cosa? - domandò don Crescenzo, sorpreso.

- Domani accetto le offerte fattemi dalla Società evangelica e divento prete protestante.

- Oh Dio! - disse il tenitore di Banco lotto, al colmo della meraviglia.

- Già, - disse l’altro, come se inghiottisse a stento.

- E… lasci la religione nostra?

- La lascio…per la fame.

- E… a quell’altra, ci credi?

- No: non ci credo.

- E come fai a predicare?

- Farò… mi abituerò

- Devi rinnegare, eh?

- Sì: rinnegare.

- Una gran funzione?

- Grande.

Parlavano sottovoce: la cinica figura di Colaneri si era scomposta, come se non reggesse a quell’idea dell’abiura. Anche don Crescenzo, nella sua stupefazione, aveva dimenticato i suoi guai.

- Rinneghi, rinneghi… - andava dicendo.

- Rinnego.

- Già, avevi tolto l’abito di prete.

- Rinnegare, è un’altra cosa, - disse, tetro, Colaneri.

- Assai ti dispiace?

- Assai.

- E che ne hai?

- Duecento lire al mese, in un paese dove mi destineranno.

- Appena da mangiar pane!

- A ogni ragazzo mio che diventerà protestante, daranno una sommetta; potrò sposare la madre.

- Ma lasciare la religione di Cristo! - esclamò don Crescenzo, con quell’orrore del protestantesimo, che è in tutte le umili coscienze napoletane.

- Che vuoi, è la fame! - mormorò disperatamente il professor Colaneri.

Pareva dunque mutato profondamente, anche nel morale: la sua passione del giuoco gli era oramai apparsa in tutta la sua fatalità: vedeva quello che aveva commesso, contro sé stesso, contro il suo talento; e un invincibile ribrezzo lo teneva contro quella apostasia. Aveva fatto il male, era disceso sino alla colpa, brutalmente, corrompendosi in quell’ambiente deleterio: ma ora che si trovava innanzi al castigo, ora tremava, avendo perduta ogni franchezza, tremava di dover rinnegare la sua fede, il suo Dio, per una pagnotta di pane.

Don Crescenzo lo guardava e taceva, stupito. Lo aveva sempre ritenuto per un birbone, capace di tutto: e se gli aveva fatto credito, era perché supponeva di potergli sequestrare lo stipendio. Ma ora, in questo giorno supremo, lo vedeva avvilito, turbato sino nell’intimo dell’anima, mosso da una paura arcana della Divinità, che aveva già tradita, che aveva già offesa, che nuovamente egli insultava con la sua apostasia. E don Crescenzo, sebbene ristretto di mente, comprendeva tutto lo strazio di quella coscienza, combattuta adesso nell’ultimo suo baluardo, giunta a quel punto dove la pazienza umana finisce, dove si vivono le ore più dure, più divoratrici dell’esistenza. Così, non osava più dirgli nulla dei suoi denari. Balbettò:

- E tua moglie, che dice?

- Vorrebbe opporsi… ma i figli, i figli!

- E i poveri figli innocenti… anche quelli debbono perdere l’anima?

- Sono innocenti… il Signore vede, sarà giusto. E d’altronde, perché mi ha messo con le spalle al muro? Per ogni figliuolo che entra nella chiesa protestante mi dànno una sommetta

- Quando sarà, questo?… - chiese, dopo una esitazione, don Crescenzo.

- Fra un mese: ci vuole un mese d’istruzione, per i poveri innocenti.

- Troppo tardi, - mormorò l’altro che pensava sempre al suo denaro.

- Ti darò un acconto, allora… - disse vagamente l’ex-prete.

- Troppo tardi: sono perduto.

- Che castigo! che castigo! - disse sottovoce l’apostata, celando il volto fra le mani.

- Me ne vado, - mormorò don Crescenzo, prostrato oramai, in uno stato di accasciamento profondo.

- Abbi pazienza

- Che pazienza: è un castigo, hai detto bene, un gran castigo. Me ne vado, addio.

- Addio.

Non si guardarono, non scambiarono più nessuna parola, sentendosi ognuno preso, domato dalla terribilità del castigo, senza più alcuna collera, senza rancore, in quell’abbattimento di ogni superbia e di ogni vanità, che il castigo divino. Quando fu nelle scale, don Crescenzo fu preso da tale debolezza che dovette sedersi sopra un gradino, restando ; stupefatto, non vedendo, non sentendo, in quel sopore morale che sopraggiunge ai dolorosi eccitamenti. Quanto tempo restò ? Furono, alla fine, i passi di qualcuno che saliva e che lo sfiorò, passando, che lo fecero sussultare: e col sussulto, tutta la sua atroce pena gli si ripresentò, insopportabile. Si buttò per le scale, a precipizio, e correndo attraverso le vie, come un trasognato, spinto come un’arme diritta e inflessibile, arrivò alla strada Guantai, al piccolo albergo di provinciali, Villa Borghese, dove alloggiava da un quattro mesi il dottor Trifari con suo padre e sua madre, arrivati dalla provincia. I due umili contadini erano giunti, dalla giovinezza all’età avanzata, a raccogliere qualche soldo, a comprare qualche appezzamento di terreno, lavorando diciotto ore al giorno, mangiando pane scuro e raffermo, mangiando la minestra di bieta cotta nell’acqua senza sale, dormendo in uno stanzone, dove era solo il letto e un cassone, sopra uno stramazzo di paglia: e tutto questo per poter avere il figliuolo dottore, comunicando a lui tutta la vanità contadinesca, dandogli lo sfrenato desiderio di diventar un signore, un gran signore, superiore a tutti i signori del suo paese, dandogli così, senza saperlo, quella implacabile passione del giuoco che doveva, secondo lui, farlo improvvisamente diventar ricco, ricchissimo, in modo da schiacciar tutti con la sua potenza e col suo lusso. Ma in breve giro di anni tutti i suoi affari professionali eran finiti, poiché egli li sdegnava, li abbandonava: ed era cominciata tutta una esistenza di debiti vergognosi, di espedienti, di raggiri, in cui egli aveva cominciato per raggirare i suoi genitori e aveva finito per tessere le reti degli intrighi e degli imbrogli. Padre e madre, tetri, nel silenzio dell’animo contadinesco che non conosce espansioni, avevano venduto, man mano, tutto, seguitando a sacrificarsi per questo figliuolo che era il loro idolo, che essi adoravano come fatto di una pasta migliore della loro: e si erano infine così ridotti, erano così puniti nel loro orgoglio che aspettavano nella loro vecchia casa che il figlio mandasse loro da Napoli venti, dieci lire, ogni tanto, per mangiare. Ed egli lo faceva, legato a quel suoi vecchi da un amore feroce, fatto d’istinto filiale e di riconoscenza, tremando di vergogna e di dolore ogni volta che costoro lo avvertivano, rassegnatamente, che malgrado la tarda età, sarebbero tornati a lavorare nei campi, a guadagnar la loro giornata, per non essergli di carico: e anche i suoi soccorsi erano scarseggiati, la passione del giuoco lo aveva talmente acciecato che non sapeva neanche togliere dieci lire dalle giuocate, per spedirle ai due disgraziati contadini: e il colpo di grazia, infine, era stato quando egli aveva scritto loro, imperativamente, che vendessero l’ultima casa che loro apparteneva, la vecchia casa, coi pochi mobili e gli utensili di cucina, che tenessero il denaro e venissero a Napoli a stare con lui, avrebbero speso meno e sarebbero stati più felici: un colpo orribile, tanto li sgomentava la parola Napoli. Pure, con uno strazio taciturno, conservando la loro fierezza, fingendo di andare a fare i signori, presso il loro figliuolo signore, a Napoli, avevano obbedito, avevano litigato lungamente sul prezzo della povera vecchia casa e di quei quattro mobili antichi che avevano dal tempo del loro matrimonio; e infine, serbando preziosamente quelle poche centinaia di lire in un sacchetto di tela, viaggiando in terza classe, erano capitati a Napoli sbalorditi, non tristi, ma immersi in quella taciturnità che è la sola manifestazione della tetraggine contadinesca. E avevano vissuto in quell’alberghetto quattro mesi, in due stanze scure perché a primo piano, col figlio che rientrava a ore tardissime, talvolta quando essi si levavano, senza far nulla, senza parlare, chiusi nella stanza, guardando con occhi malinconici e meravigliati, da dietro i vetri, tutto il singolar mondo napoletano che si agita nella stretta e popolosa via dei Guantai Nuovi, rimanendo ore e ore in quella contemplazione dove s’istupidivano, incapaci però di muover lamento, diffidenti di tutto, del letto con le molle, dello specchio dalla luce falsa e verdastra, di quei pranzi miserabili serviti loro nella stanza, a cui non erano abituati e che parevano loro un lusso inaudito, di quei servi che si burlavano dei due contadini, di quella lavandaia che riportava tutte bucate le loro grossolane camicie e che li caricava d’ingiurie, alla napoletana, quando facevano una osservazione.

Ogni tanto, superando quell’istintiva ritrosia di discorsi, avevano detto al figliuolo di levarli da quell’albergo, di prendere una casetta, dove la madre avrebbe cucinato, avrebbe fatto i servizii: ma lui aveva dimostrato che ci volevan troppi più denari così, che lo avrebbero fatto più tardi, quando avesse avuto una buona fortuna, che aspettava di giorno in giorno. E intanto, il loro peculio diminuiva: ogni volta che scioglievano, in fine di settimana, la borsetta di tela, avevano una stretta al cuore: spesso, quando cavavano quei denari, essi vedevano gli occhi del figliuolo illuminarsi, come per subitaneo sentimento di desiderio; ma non li aveva mai cercati, si vedeva che faceva uno sforzo a non cercarli. Ogni giorno egli diventava più torbido, più furioso: non mangiava più coi suoi genitori, passava le notti senza rientrare nell’albergo, tanto che pur nello spirito ottuso di quei contadini era entrata l’idea di una grande sventura che li minacciasse. La madre, per ore e ore, sgranava il suo rosario, perché il Signore avesse pietà dei loro vecchi giorni, mentre il padre, più astuto, più esperto, pensava che forse qualche femmina maliarda rendesse così infelice il suo figliuolo.

Ma nulla gli dicevano: anche quel lusso in cui vivevano, lusso per essi, malgrado che lo pagassero coi proprii quattrini, sembrava loro una concessione del figliuolo, una grazia che egli faceva ai suoi genitori: e insieme a lui, senza intendere, senza sapere, si mettevano a sperare questa fortuna, che doveva capitare da un giorno all’altro, che li avrebbe fatti signori.

Le labbra violette e secche della vecchia contadina si muovevano incessantemente, dicendo orazioni nella piccola, meschina, buia stanza dell’alberghetto dei Guantai Nuovi, mentre il vecchio contadino usciva ogni giorno, passando sempre per la stessa strada, andando cioè in Piazza Municipio e di sul Molo, a guardare il mare nerastro e i bastimenti del porto mercantile e le navi da guerra del porto militare, affascinato, colpito, nella grande città, solo dal mare, non andando altrove, non sapendo nulla del resto della città, pauroso forse del chiasso delle carrozze, dei ladri, ritornando lentamente sui suoi passi, guardandosi intorno con sospetto. Giammai erano usciti col figliuolo, giammai: posto che eran così vestiti, essi avevan sempre detto di no, quando debolmente li aveva invitati a uscire con lui, intendendo, malgrado la loro grossolanità, che non gli piaceva di mostrarsi con loro; egli era così bello, così signore, col soprabito, col cappello a cilindro. Ma una sera, egli rientrò più agitato del solito.

Rapidamente, con una certa durezza nella voce, come egli non aveva mai usato con loro, il dottor Trifari aveva detto ai suoi genitori che per il suo affare, per il suo grande affare, per diventar ricchi, insomma, gli servivano quelle ultime poche centinaia di lire che essi ancora tenevano in serbo: che gli facessero questo ultimo grande sacrificio ed egli avrebbe reso a loro tutto, centuplicato. Parlava presto, con gli occhi abbassati, come se prevedesse e non volesse vedere l’orribile occhiata fredda e desolata che scambiarono i due contadini, colpiti al cuore, gelidi. Stavano muti, il padre e la madre, guardando a terra: e allora lui, presto, affannosamente, cercando di raddolcire la sua aspra voce, li pregò, li pregò se gli volevano bene, che gli dessero quel denaro, se non lo volean veder morto. Ed essi, taciturni, s’incoraggiavano con un’occhiata: con le senili mani tremanti il padre sciolse il sacchetto di tela e ne cavò i denari, contandoli lentamente, con cura, ricominciando ad ogni cento lire, seguendo il denaro con un occhio torbido e con un moto convulsivo del labbro inferiore. Erano quattrocentoventi lire, tutta la fortuna di loro tre.

Di pallido, il dottore si era fatto rosso rosso e pareva che gli occhi gli si fossero riempiti di lacrime: senza che quei due lo avessero potuto impedire, egli si era abbassato e aveva baciata la vecchia mano al padre e alla madre, la vecchia mano scura, rugosa e callosa, che aveva tanto lavorato. Nessun’altra parola era stata scambiata fra loro: egli era sparito. La sera non era rientrato nell’alberghetto; ma oramai a queste assenze non badavano più. Pure, il giorno seguente non era rientrato a pranzo, il che accadeva per la prima volta: avevano aspettato sino a sera, egli non era venuto e la contadina sgranava il rosario, ricominciando sempre: avevano finito per pranzare con un pezzo di pane e due arance, che si trovavano nella stanza. Il dottor Trifari non rientrò neppure la seconda notte e fu verso il meriggio del secondo giorno che arrivò una lettera diretta al signor Giovanni Trifari, albergo di Villa Borghese: una lettera impostata con un francobollo di un soldo, alla posta interna. Ah, essi eran contadini, con la fantasia ottusa e il cuore semplice, essi non immaginavano, non pensavano che assai scarsamente, eran gente corta e silenziosa: ma quando quella lettera fu loro portata e quando riconobbero l’assai nota e assai amata calligrafia del figliuolo, si misero a tremare, ambedue, come se una improvvisa, indomabile paralisi li avesse colti. Due o tre volte, con gli occhiali grossolani tremolanti sul naso, con la voce trepida della vecchiaia e dell’emozione, con la lentezza di chi sa legger male e deve frenare le lacrime, il vecchio contadino aveva riletta la lettera con cui il figliuolo, prima di partire per l’America, li salutava, teneramente, filialmente: sentendo quella lettura, imprimendosi bene nella mente quelle terribili e dolci parole del figliuolo, la vecchia contadina baciava i grani del suo rosario e gemeva sottovoce. Due volte un servitore dell’albergo era entrato, con la sua aria scettica di persona abituata a tutte le traversie della vita: e aveva chiesto loro se volevano mangiare, ma quelli, dimentichi, sordi, acciecati, non avevano neppure risposto. Quando, verso le sei, entrò don Crescenzo, dopo aver bussato inutilmente, li trovò quasi al buio, seduti vicino al balconcino, in un gran silenzio.

- Vi è il dottore?

Nessuno dei due rispose, come se il sopore della morte li avesse presi.

- Volevo dire se vi è il dottore?

- Nossignore, - disse il vecchio padre.

- È uscito?

- Sì.

- Da quanto tempo?

- È molto tempo, - mormorò il vecchio contadino e alla sua voce rispose un gemito di sua moglie.

- E quando torna? - gridò don Crescenzo, agitatissimo, preso da un impeto di furore.

- Non si sa, non si sa, - disse il vecchio, scrollando il capo.

- Voi siete il padre, voi lo dovete sapere!

- Non me l’ha detto

- Ma dove è andato, dove è andato, quell’infame?

- In America, a Bonaria.

- Gesù! - disse solo don Crescenzo, cadendo di peso sopra una sedia.

Tacquero. La madre stringeva devotamente il rosario. Ma ambedue parevano così stanchi, che don Crescenzo fu preso da una disperazione, trovando dovunque disgrazie diverse e maggiori della sua. Pure, si aggrappava alle festuche: e anzi tutto voleva sapere, voleva sapere tutto, con quell’acre voluttà di chi vuole assaporare tutta l’amarezza della sua sventura. Anche costui era fuggito, dunque, anche costui gli sfuggiva, anche questi denari erano perduti, perduti per sempre.

- Ma chi gli ha dato i denari per andar via? - gridò, esasperato.

- Siete amico suo, voi?

- Sì, sì, sì!

- Veramente?

- Veramente, vi dico.

- Ecco la lettera, tenete: così saprete tutto.

Allora lui, alla poca luce del giorno che cadeva, lesse la lunga epistola del disgraziato che, roso dai debiti, roso dalla sua passione, senza saper dove dare la testa, scriveva ai suoi genitori, licenziandosi da loro, per cercar fortuna in America. Delle quattrocento lire se ne era prese un trecentocinquanta per pagarsi un posto di terza classe sopra un piroscafo, aggiungendovi qualche lira per vivere i due o tre giorni primi a Buenos-Ayres. Confessava tutto: tutta la rovina sua e della sua famiglia, maledicendo il giuoco, la fortuna e sé stesso, imprecando alla mala sorte e alla sua mala coscienza.

Rimandava poche lire ai due poveri vecchi, pregandoli a ritornare in paese, a provvedersi come potevano, fino a che egli avesse potuto mandar loro qualche cosa, da Buenos-Ayres; tornassero al paese, egli non li avrebbe dimenticati, - e i denari appunto bastavano per due posti di terza classe, sino al paesello, non vi sarebbe neanche restato nulla per mangiare; - egli pregava, in ginocchio, che gli perdonassero, che non lo maledicessero, che non aveva avuto la forza di uccidersi, per loro, ma gli perdonassero, che se li lasciava così, non gli dessero, per il suo miserabile viaggio, senza bagaglio, senza denari, buttato in un dormitorio comune e soffocante di nave, anche il triste viatico di una maledizione. La lettera era piena di tenerezza e di furore: e le ingiurie ai ricchi, ai signori, al Governo, si alternavano con le preghiere di perdono, con le umili scuse. Due volte don Crescenzo lesse quella lettera straziante, scritta da un’ anima inferocita contro di sé e contro gli uomini, che si vedeva ferita nella sola tenerezza della sua vita. La piegò macchinalmente e guardò i due vecchi: gli sembrò che avessero cento anni, cadenti di decrepitezza e di lavoro, curvati dall’età e dal dolore.

- E che fate, adesso? - egli domandò, sottovoce, dopo un certo tempo.

- Andiamo al paese, - mormorò il vecchio. - Domani, ce ne andiamo, col primo treno.

- Sì, sì, ce ne andiamo, - gemette la povera contadina, senza levare il capo.

- E che fate, ? - soggiunse lui, volendo approfondire tutto quel dolore.

- Andiamo a giornata, - disse il vecchio, semplicemente.

Egli li sogguardò ancora così vecchi, così stanchi, così curvi, che si apprestavano a ricominciar la vita, per aver pane, a zappar la terra con le braccia tremolanti, abbassando il volto bruno e i radi capelli bianchi sotto il sole di estate. E trafitto dall’ultimo colpo, sentendo intorno a sé crescere il coro delle disgrazie, non aprì bocca sui denari che doveva avere da Trifari: anzi, fievolmente, tanta era la pietà per i due vecchi, disse loro:

- Vi serve niente?

- No, no, grazie, - dissero quei due, con quel gesto desolato delle persone che più non aspettano soccorso.

- E fatevi coraggio, allora…

- Sì, sì, grazie, - mormorarono ancora.

Li lasciò, senz’altro. Era notte, adesso, quando discese in istrada. Un minuto, sbalordito, atterrato, pensò: dove andare? E di nuovo, sospinto da uno stimolo tutto meccanico, prese la rincorsa e, attraversando Toledo, salì sino all’altezza della chiesa di San Michele, dove si ergeva bruno e alto il palazzo Rossi, già Cavalcanti. In quel palazzo abitavano gli ultimi suoi debitori grossi, i più disperati di tutti, e per non cominciare con un malaugurio, egli se li era riserbati per la sera. Ma non aveva trovato denaro in nessun posto, in nessuno: e adesso, per il naturale rimbalzo degli infelici che si ribellano alla infelicità, per quella forza di speranza che giammai non muore, adesso si metteva di nuovo a credere che Cesare Fragalà e il marchese Cavalcanti gli avrebbero dato del denaro, in qualche modo, piovuto dal cielo. Quando entrò nell’appartamento di Cesare Fragalà, introdotto dalla piccola Agnesina che era venuta ad aprire la porta portando una stearica mezza consunta, e guidato attraverso l’appartamento vuoto e scuro, egli si pentì subito di esser venuto. Marito, moglie e figlia ad una piccola tavola, sopra una tovaglia anche troppo corta per la tavola, pranzavano in silenzio, guardando ogni pezzettino di fegato fritto che si portavano alla bocca, per paura di lasciarne troppo poco agli altri due: e la bimba specialmente, dal grosso appetito delle creature sane, misurava i bocconcini di pane per non mangiarne troppo. Cesare Fragalà, serio, con la linea del sorriso sparito per sempre dal suo volto, guardava la tovaglia, con le sopracciglia aggrottate: e la moglie, la buona Luisa dai grandi occhi neri, sulla cui fronte aveva brillato la stella di diamanti della madre felice, aveva l’aria dimessa e umile, in un vestitino di lanetta. Quietamente, col suo occhio tranquillo, la bimba guardava il visitatore, come se capisse, come se aspettasse la domanda che egli doveva fare, serenamente, con la pazienza del martire. E dinanzi a quel dolce e pensoso occhio di fanciulletta, don Crescenzo sentì legarsi la lingua e fu con un grande sforzo che balbettò:

- Cesarino, ero venuto per quell’affare

Una vampa di fuoco arse le guance di Cesarino Fragalà: la moglie si arrestò dal mangiare e la bimba abbassò le palpebre, come se il colpo fosse oramai disceso sulla sua testa.

- È difficile che ti possa servire, Crescenzo: tu non sai in che imbarazzi ci troviamo… - disse fiocamente Cesarino.

- Lo so, lo so, - disse l’altro, non sapendo frenare la sua emozione, - ma io sono in una situazione peggiore della tua…

- Non credo, - mormorò malinconicamente il negoziante che da pochi giorni aveva compita la sua liquidazione, - non credo.

- Tu hai salvato l’onore, Cesarino, ma io non lo salvo! Che vuoi che ti dica? Non posso aggiungere altro…

E non potendone più, sentendo sul suo volto lo sguardo pietoso della piccola Agnesina egli si mise a piangere. Un po’ di vento della sera, entrando da un balcone socchiuso, facea vacillare la lampada a petrolio, ed era un gruppo fantasticamente malinconico quello del marito, della moglie, della figliuola che stretti fra loro, infelicissimi, sogguardavano quell’infelicissimo che singhiozzava.

- Non si potrebbe dargli qualche cosa, Luisa? - sussurrò timidamente Cesarino all’orecchio di sua moglie, mentre l’altro si lamentava vagamente.

- Che deve avere? - disse Luisa, pensando.

- Cinquecento lire.., erano di più… ho pagato una parte

- Ed è debito di… giuoco? - disse ella, freddamente.

- … Sì.

- Che diceva egli, di onore?

- Egli ha fatto credito a noi, e se non paga, il Governo lo mette in carcere.

- Ha figli?

- …Sì.

Ella sparve, di . I due uomini si guardavano, dolorosamente, mentre la ragazza li guardava or l’uno, or l’altro, coi suoi occhi buoni e incoraggianti. Dopo un poco, Luisa ritornò, un po’ più pallida.

- Questa è l’ultima nostra carta da cento, disse, con la sua voce armoniosa. - Restano certi spiccioli, per noi: ma per noi, Dio provvede.

- Dio provvede, - ripetette la bimba, prendendo la carta da cento dalle mani di sua madre e dandola a don Crescenzo.

Ah, in quel momento, di fronte a quella povera gente che contava i bocconi del suo pane e che si disfaceva dell’ultima sua moneta per aiutarlo, in quel momento, fra quegli sguardi dolci e tristi di gente rovinata che pure serbava la fede, serbava la pietà, egli si sentì infrangere il cuore e vacillò come se dovesse perder conoscenza. Per un istante, pensò di non prender quel denaro, ma gli sembrava affatato, sacro, passato da quelle mani di donna buona e forte, passato per le manine di quella coraggiosa e placida fanciulletta: disse solo, tremando:

- Scusate, scusate

- Non fa niente, - disse subito Cesarino Fragalà, con la sua bonarietà.

- Siete stati così buoni, tanto buoni… - mormorava, licenziandosi, guardando umilmente le due donne che sopportavano così nobilmente l’infortunio. Cesarino lo accompagnò fuori l’anticamera.

- Mi dispiace che sono poche… - gli disse, - non ti serviranno.

- Per il cuore valgono centinaia di migliaia, - esclamò tristemente il tenitore del Banco lotto. - Ma ho da dare quattromila seicento lire al governo, e ho solo queste…

- Gli altri… non ti hanno dato nulla?

- Nulla: tutta una disgrazia, tutta una mala sorte. Andrò su, dal marchese Cavalcanti

- Non ci andare, - disse Fragalà, crollando il capo, - è inutile.

- Tenterò

- Non tentare. Stanno peggio di noi: e ogni giorno hanno paura di veder morire la marchesina. Il padre ha perduto la testa.

- Chissà

- Ascoltami, non andare. Ti puoi trovare a qualche brutta scena

- Brutta scena?

- Sì, la marchesina ha delle convulsioni che le strappano grida terribili. Ogni volta che le sentiamo, ce ne usciamo di casa. Grida sempre: mamma, mamma. Uno strazio.

- Ma è pazza?

- No: non è pazza. Chiama aiuto, nelle convulsioni. Dicono che vede Non vi andare, è inutile. Fa buone cose.

- Grazie, - fece l’altro.

E si abbracciarono, tristi, commossi, come se non si dovessero vedere più.

Adesso, quando don Crescenzo si trovò sotto il portone del palazzo Rossi, dopo esser disceso in gran fretta per le scale, quasi temesse udire scoppiare alle sue spalle le grida strazianti della marchesina Cavalcanti che moriva, quando si fu trovato solo, fra la gente che andava e veniva da Toledo, in quella sera dolce di primavera, egli pensò, a un tratto, che tutto era finito. Le cento lire che il suo pianto aveva strappato alla miseria dei Fragalà, erano chiuse nel suo vuoto portafoglio e il portafoglio messo nella tasca del soprabito; e a quel posto egli sentiva come un calore crescente, poiché quella moneta era veramente l’ultima parola del destino. Non avrebbe trovato più niente: tutto era detto.

La sua disperata volontà, la sua emozione sempre più forte, i suoi sforzi di una giornata, correndo, parlando, narrando i suoi guai, piangendo, e il gran terrore della rovina che gli sovrastava, non erano riesciti che a togliere l’ultimo boccone di pane ai più innocenti fra i suoi debitori: cento lire, una derisione, di fronte alla somma che egli doveva pagare il mercoledì, infallibilmente: cento lire, niente altro, una goccia d’acqua nel deserto. E lo intendeva: poiché aveva esaurito un immensa quantità di forza e di commozione, arrivando solo a strappare quelle lire alla onestà della famiglia Fragalà, poiché si sentiva fiacco, debole, esaurito, era dunque quella, l’ultima parola, non vi erano altri denari, non vi erano più denari, per lui, doveva considerarsi perduto, perduto senza nessuna speranza di salvezza.

Una nebbia - e forse erano lacrime - nuotava avanti ai suoi occhi: e la corrente della folla lo trascinava verso il basso di Toledo. Si lasciava trasportare, sentendosi in preda al destino, senza forza di resistenza, come una foglia secca travolta dal turbine. Non poteva fare più nulla, più nulla: tutto era finito. Qualcun altro, ancora, gli doveva del denaro, il barone Lamarra, il magistrato Calandra, due o tre altri, somme piccole, ma egli non voleva neppure andarvi: tutto era inutile, tutto, poiché dovunque egli era apparso, dovunque aveva portato la sua disperazione, egli aveva trovato il solco di un flagello eguale al suo, il flagello del giuoco che aveva messo fra la vergogna, la miseria e la morte, tutti quanti, come lui.

Non osava entrare in casa sua, ora, malgrado che si facesse tardi. Era disceso per Santa Brigida e per via Molo alla Marina, dove abitava una di quelle alte e strette case, in cui si penetra dagli oscuri vicoli di Porto e che guardano il mare un po’ scuro, fra la dogana e i Granili: e dalla via Marina, lungo la spiaggia dove erano ancorate e ammarrate le barche e le barcaccie dei pescatori, egli guardava, fra le mille finestre, la finestrella illuminata, dietro la quale sua moglie addormentava il suo bambino. Ma non osava rientrare, no; tutto non era dunque finito? Sua moglie avrebbe letto la sentenza, la condanna, sul suo volto, ed egli non reggeva a questa idea. Una fiacchezza lo teneva, sempre più grande, spezzandogli le braccia e le gambe, in quell’oscurità, in quel silenzio, dove solo le carrozzelle che portavano i viaggiatori ai treni partenti la sera, dove solo i trams che vanno ai comuni vesuviani mettevano ogni tanto una nota di vitalità, nella bruna e larga via Marina. Non reggendosi, si era seduto sopra uno dei banchi della lunga e stretta Villa del Popolo, il giardino della povera gente, che rasenta il mare: e di , vedeva sempre, sebbene più lontana, lontana come una stella, la finestrella illuminata della sua piccola casa. Come rientrare, con qual coraggio portare le lacrime e la disperazione in quel pacifico, felice, piccolo ambiente? E quel bimbo innocente e l’altro che doveva nascere, e la madre così gloriosa di suo marito, del suo fanciulletto, doveva lui, lui, in quella sera farli fremere di dolore e di onta? Ah questo, questo gli era insopportabile! Un castigo così grande, così grande, piombato sulla testa di tutti, come se fossero i maledetti, distruggendo la salute, la fortuna, l’onore, tutto!

E in una successiva visione, egli riannodò tutte le fila di quel castigo, partendo da sé, a sé ritornando, andando dalla propria disperazione a quella altrui, sempre guardando il breve faro luminoso, dove la sua famiglia aspettava. E rivide la faccia pallida e smunta di Ninetto Costa che partiva per un assai più lungo viaggio, certo, che quello di Roma, lasciando un nome di fallito e di suicida a sua madre; rivide il corpo colpito di apoplessia dell’avvocato Marzano, le labbra farfuglianti e la miseria atroce, per cui non aveva neppure il denaro necessario per comperare dell’altro ghiaccio, mentre su di lui si aggravava un’accusa disonorevole, svergognante la sua canizie; e il professor Colaneri, scacciato dalle scuole, accusato di aver venduto la sua coscienza di maestro, e dopo aver buttato l’abito talare, costretto a rinnegare la religione, dove era nato, di cui era stato sacerdote; e la tristezza del dottor Trifari, navigante in un battello di emigranti, senza un soldo, privo di tutto, mentre i due suoi vecchi genitori tornavano, per aver pane, a scavare l’arida terra; e la rassegnata dedizione di Cesare Fragalà, dedizione in cui era finito il nome dell’antichissima ditta e in cui eravi tutto un avvenire di miseria da affrontare; e infine, su tutto, la malattia di cui moriva la fanciulla Cavalcanti, mentre suo padre non aveva più un tozzo di pane da portare alla bocca.

Tutti, tutti castigati, grandi e piccoli, nobili e plebei, innocenti e colpevoli; ed egli insieme con loro, egli e la sua famiglia, castigati in tutto quello che avevan di più caro, la fortuna, la felicità della casa, l’onore. Una schiera d’infelici, dove coloro che più piangevano, erano i più innocenti, dove le piccole creature, dove le fanciulle, dove le donne scontavano gli errori degli uomini, dei vecchi, una schiera di miserabili, a cui mentalmente egli aggiungeva gli altri che conosceva, di cui si ricordava: il barone Lamarra, sulla cui testa la moglie teneva sospesa l’accusa di falsario e che era tornato a far l’appaltatore, sotto il sole, nelle vie, fra le fabbriche in costruzione; e don Domenico Mayer, l’impiegato ipocondriaco, che in un giorno di disperazione, non potendone più dai debiti, si era buttato dalla finestra del quarto piano, morendo sul colpo; e il magistrato Calandra, dai dodici figliuoli, tenuto così in mala vista, che arrischiava ogni sei mesi di esser messo a riposo; e Gaetano il tagliatore di guanti che aveva ammazzato sua moglie Annarella, con un calcio nella pancia, mentre era incinta di due mesi, e nessuno aveva saputo nulla, salvo i due figliuoli che odiavano il padre, poiché anche a loro, ogni venerdì, prometteva di ammazzarli, se non gli davano denaro; e tutti, tutti quanti, agonizzanti e pur viventi fra le strette del bisogno e il rossore dell’onta; ed egli, infine, che aveva la sua famigliuola , nella picciola casa, quietamente aspettante, mentre egli non aveva il coraggio di tornarvi, sapendo che la prima notizia della loro sventura gli avrebbe abbruciato le labbra.

Tutto un castigo, tutta una punizione tremenda: vale a dire la mano del Signore che si aggrava sul vizioso, sul colpevole e lo colpisce sino alla settima generazione; anzi lo stesso vizio, la stessa colpa, quel giuoco infame, quel giuoco maledetto, che si faceva istrumento di punizione, contro coloro che di questo vizio, di questa colpa si erano fatti il loro idolo; nella istessa passione, come in tutte le altre, che sono fuori della vita, fuori della realtà, nella passione istessa il germe, la semente della durissima penitenza. Colpiti dove avevano peccato, anzi dal peccato istesso! Tutto un lungo scoppio di pianto, da tutti gli occhi, dai più puri, uno scoppio di singulti dalle più pure labbra: una folla di povere creature oneste, dibattentisi fra la fame e la morte, scontando gli errori altrui, dando ai colpevoli il rimorso di aver gittato le persone che più amavano, in quell’immenso abisso.

Non uno salvo, non uno, di quelli che avevano dato la loro vita al giuoco, all’infame giuoco, al giuoco sciagurato, divoratore di sangue e di denaro: neppur lui salvo, neppur la sua famiglia, anche lui spezzato, anche i suoi figli ridotti, certo, a stendere la mano.

Ah troppo grande, troppo grande, insopportabile il castigo! Che aveva egli fatto, per dover esser nella strada come un mendico che non osa rientrare al suo tugurio, non avendo potuto avere l’elemosina dal duro cuore degli uomini? Che aveva fatto lui, per dover andare in carcere, come un malfattore, perché sua moglie si vergognasse di appartenergli e i suoi figli non nominassero più il suo nome? Ah era troppo, era troppo: che colpa aveva dunque commessa?

Una coppia di guardie passò nella via Marina e interrogò con lo sguardo le oscurità della banchina e della Villa del Popolo: l’ombra era profonda, le guardie non videro don Crescenzo, disteso sul sedile. Ma egli, come per un rapido cambiamento di scena, si vide dinanzi agli occhi, nel Banco lotto suo, al vico del Nunzio, le ardenti sere del venerdì e le affannose mattinate del sabato, in cui i giuocatori si affollavano ai tre sportelli del suo Banco, con gli occhi accesi di speranza e le mani tremanti di emozione: e rivide i cartelloni a grandi numeri azzurri e rossi, che incitavano i giuocatori a portare nuovo denaro al lotto: rivide i cento avvisi dei giornali cabalistici e i motti: Così mi vedrai! - Sarò la tua fortuna! - Il tesoro del popolo! - L’infallibile! - Il segreto svelato! - La ruota della fortuna! - e le visite frequenti dell’assistito e le fatali connivenze con tutti gli altri cabalisti, frati, spiritisti, matematici, che infiammavano i giuocatori col loro strano gergo, con le loro strane imposture: rivide le settimane di Natale, di Pasqua, in cui il giuoco diventa furioso, feroce, tanto è il desiderio del popolo di entrare nel sempre sognato Paese di cuccagna e si rivide sempre lui, contento di quelle illusioni che finivano in una dolorosa delusione, contento che quel miraggio acciecasse i deboli, gli sciocchi, gli ammalati, i poveri, gli speranzosi, tutti quelli che desideravano il Paese di cuccagna, contento che tutti, tutti quanti fossero attaccati da tale lebbra, che niuno se ne salvasse: contentissimo, quando, nelle grandi feste, cresceva l’ardore, e cresceva il giuoco, e cresceva il suo tanto per cento. Vide tutto, lucidamente, dalla sua persona che si curvava a scrivere sui registri le cifre maledette e le promesse fallaci, alle facce rosse o scialbe dei giuocatori, roventi di passione. E piegò il capo, abbattuto, sentendo di aver meritato il castigo, egli stesso, la sua famiglia, fino alla settima generazione. Il giuoco del lotto era una infamia che conduceva alla malattia, alla miseria, alla prigione, a ogni disonore, alla morte: ed egli aveva tenuto bottega di quell’infamia.

 

 



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