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- LE TRE SORELLE - CHIARASTELLA LA FATTUCCHIERA
L’estate di quell’anno fu assai triste per i napoletani, materialmente e
moralmente. Anzi tutto, dalla fine di giugno, lo scirocco estivo si sciolse in
pioggia; i temporali coprivano di nuvole nere il golfo; lampeggiava dietro la
collina di Posillipo, lampeggiava dietro la collina di Capodimonte e gli
acquazzoni estivi, sollevanti un acre odore di polvere, roteavano per le vie
della città, dalle colline al mare, in piccole trombe di acqua che facevano
fuggire i viandanti, e contro cui i poveri cocchieri senza ombrello, laceri,
con certi cappelletti sfondati sulla testa, non poteano far altro che ficcarsi
le mani nelle tasche della logora giacchetta, e abbassare il capo sul petto. Ah
fu un’estate indiavolata, un vero castigo di Dio; per questo, san Gennaro aveva
tardato tanto a fare il miracolo, quell’anno; san Gennaro non sbaglia! Lo
scirocco impetuoso sollevava le onde del golfo, furiosamente, ed esse
diventavano livide di collera e schiumanti sotto la scura cortina dei nuvoloni:
e tutti gli stabilimenti di bagni, dalla Marinella a Posillipo, dovevano tenere
sollevati i tavoloni dei camerini di legno, per lasciar passare il mare
tumultuoso, che altrimenti li avrebbe spezzati.
Questo fu il vero disastro, irreparabile: poiché le lunghe schiere di provinciali
che arrivavano dalle Calabrie, dalla Basilicata, dagli Abruzzi e dal Molise per
fare i bagni di mare, e riempiono gli alberghi e le trattorie di second’ordine,
e si ficcano in quattro in una carrozzella dove due stanno abbastanza male,
quei provinciali che costituiscono la gran rendita estiva di Napoli, paurosi
del cattivo tempo, sempre contando di partire la settimana prossima, finirono
per non muoversi dai loro paesi. Quelli che erano giunti nella prima settimana
di luglio e contavano di restare sino alla fine di agosto, dopo aver potuto
prendere un bagno sopra cinque, affrontando il mare in collera, intimiditi e
scoraggiati, avevano finito per andarsene, a Campobasso, ad Avellino, a
Benevento, a Potenza, con molto dolore delle fanciulle e dei giovanotti. Una
stagione perduta! All’albergo dei Fiori, in piazza Fiorentini,
all’albergo Campidoglio, in piazza Municipio, all’albergo Centrale a
Fontana Medina, vi era il deserto; in quanto all’albergo dell’Allegria,
in piazza della Carità, il grandissimo ritrovo della provincia, era un lutto.
Ai temporali si alternavano le giornate caldissime, estenuanti, una vera
temperatura africana: e gli stabilimenti di bagni, De Crescenzo,
Cannavacciuolo, Sciattone, Manetta, Pappalardo, avevano cinque giorni di vuoto,
e uno di troppa gente: i proprietarii crollavano il capo, mentre le bagnine,
scalze, con una camicia e una gonna., un cappello di paglia sul capo, brune,
magre, dai denti neri, dalla voce roca, correvano dietro, sull’arena brunastra,
alle lenzuola di un biancore dubbio, che il vento soffocava e minacciava di
lanciare al mare. Quella pioggia, quella pioggia! Le trattorie del centro di
Napoli languivano; ma quella che mette i suoi tavolini all’aria aperta sulla
banchina di Santa Lucia, ma le trattorie che vanno da Mergellina a Posillipo,
il Bersaglio, la Schiava, il Figlio di Pietro, lo Scoglio
di Frisio, che fondano la loro fragile esistenza sul bel tempo, nell’estate
e nell’inverno, quelle, sì, che soffrivano col capocuoco che sbadigliava in
cucina, e coi pochi camerieri rimasti che sbadigliavano, sonnecchiando, nella
temperatura afosa, che il temporale non arrivava a vincere, e solo le mosche
dal volo basso ronzavano, ronzavano, sui tavolini inutilmente apparecchiati.
Uno sciopero generale: e un coro di lamenti, di imprecazioni che si
sollevava, a ogni nuovo scoppio di acquazzone. Finanche le serate alla Villa,
intorno alla cassa armonica, dove la banda municipale suona le sue vecchie
polke e le sue variazioni sulla Forza del destino, di antichissima data, dove
basta aver due soldi da pagar la sedia, per godersi uno spettacolo grazioso di
folla borghese seduta o in giro, due soldi per stare al fresco e per udire
l’ingenuo concerto, finanche quelle serate così semplici, così economiche, così
popolari, erano guastate. Fra le ragazze borghesi, per cui la Villa è
un’occasione di mostrare i loro modesti vestitini bianchi, in casa cuciti e in
casa stirati, un’occasione per vedere l’innamorato, anche da lontano, sotto una
fiammella vacillante di gas, e di fare un altro passo sulla via, talvolta molto
lunga, che conduce al matrimonio, fra queste ragazze era tutto un pianto
segreto: e l’affittuario delle sedie si aggirava nei viali deserti, umidi,
pieni di lumache, vedendo se nessuno veniva ad affrontare il cattivo tempo: o,
disperato, si raccoglieva in un angolo del caffè Vacca, a discorrere dei suoi
guai con uno dei camerieri.
Che stagione! La figliuola e il figlio di don Domenico Mayer, che negli
altri anni andavano ogni sera alla Villa, a piedi, nell’andare e nel tornare,
facendo tre o quattro chilometri, spendendo quattro soldi, solo per sedersi,
quest’anno crepavano di caldo e di noia nel loro quartino del palazzo Rossi. Ma
il padre anche, era così torvo! E la madre era anche più malaticcia e
piagnolosa del solito. Mala stagione!
Mala stagione per le tre sorelle, disperse in tre punti di Napoli, Carmela
la sigaraia, Annarella la serva e Maddalena la giovane che viveva nel peccato.
Anzi tutto era loro morta la madre, nel basso che la povera vecchia abitava
insieme con Carmela; e malgrado che avesse avuto la cassa dei poveri dalla
sezione Pendino e fosse stata buttata nella fossa comune, nel gran carnaio dei
miseri, a Poggioreale, pure Carmela aveva dovuto spendere settanta o ottanta
lire senza neanche aver la consolazione di sapere che sua madre era stata
seppellita in una tomba separata. Per qualche tempo, Carmela aveva pagato una
piccola rata settimanale a una Congregazione pia, per poter avere, alla sua
morte o a quella di uno dei suoi, l’accompagnamento, la carrozza e la fossa
separata; ma i debiti, la miseria, il giuoco, fatto per disperazione, le
avevano impedito di continuare a pagare le rate e aveva tutto perduto.
Era rimasta senza la madre, in quel basso umido e buio, indebitata
fino agli occhi e senz’aver dodici lire per farsi un vestito di teletta nera,
niente: portava un vestito di percalla, chiaro, con un fazzoletto nero al
collo: e anche le vicine la criticavano per questa mancanza di cuore! Il suo
eterno fidanzato, Raffaele, salito adesso a più alti gradi della gerarchia
camorristica, per aver preso parte a due famosi duelli o dichiaramenti, per
essere notato come pregiudicato nel libro della Questura, massime dopo la morte
della vecchia madre di Carmela si era mostrato sempre più sdegnoso, sfuggiva la
presenza di Carmela, e quando costei lo perseguitava alle porte delle osterie,
nelle taverne suburbane, egli la brutalizzava, tanto più che ella era diventata
misera in canna, e non gli poteva dare ogni tanto le cinque lire, le due lire
che egli le chiedeva superbamente e che ella umilmente gli dava.
Un sottile sospetto cresceva nell’animo della fanciulla e fra la morte della
madre, la soverchiante povertà, e il sospettato tradimento di Raffaele, o Farfariello,
ella smarriva la testa, mancava spesso alla Fabbrica del Tabacco, perdeva
la giornata, o lavorava così distrattamente, così male, che la multavano: al
sabato raccoglieva pochissimo e spesso, nella settimana, si sdigiunava con due
soldi di pane secco, bagnato nell’acqua dei maccheroni, che le regalava una
vicina meno povera di lei.
Ah era troppo, era troppo, per una persona che desiderava soltanto la
felicità altrui, e che intanto aveva visto morire dagli stenti la madre,
abbandonata, poi, alla fossa comune dei poveri, ove le ossa si confondono e che
intanto vedeva il fidanzato andar degradandosi per tutti gli scalini del vizio,
sino al carcere, sino al delitto, forse; e che intanto vedeva le sorelle
languire nella privazione di ogni bene morale e fisico!
Adesso con la madre che si era adagiata nel riposo eterno, - come la
invidiava Carmela, in certi momenti! - e con Raffaele che si allontanava sempre
più da lei, ella, sentendosi il cuore freddo come lo stomaco, andava a cercare
più spesso le sorelle. Aveva pensato di andar ad abitare con sua sorella
Annarella, per fare economia e per non stare così sola: ma Annarella viveva in
un basso del vico Rosariello di Portamedina, lei, il marito, due figli
già grandicelli, un basso che aveva per pavimento del terriccio battuto
e da anni le pareti non erano state imbiancate: il marito e la moglie dormivano
sopra un letto composto di due trampoli di ferro, di tre tavole scricchiolanti
appoggiate per lungo sui trampoli, e di un grosso materasso di foglie secche di
granturco, il paglione, che ha una apertura nel mezzo, dove si ficca la
mano, quando si rifà il letto, e vi si agitano le foglie ammassate. La ragazza
dormiva accanto alla madre, nel grande letto coniugale; e al maschio gli si
faceva un lettino, ogni sera, sopra due sedie sgangherate. Una miseria intensa,
atroce, aveva colpito gradatamente la famiglia del tagliatore di guanti.
Costui, non solo giuocava al lotto tutta la sua settimana, ma il venerdì sera e
il sabato mattina bastonava la moglie, inferocito quando costei non aveva due
lire, una lira, mezza lira da dargli.
Ora i due figliuoli, poveretti, cominciavano a guadagnar qualche cosa, la
bimba che lavorava da una sarta, il fanciullo che faceva il mozzo di stalla; e
quando non aveva potuto ottenere nulla da sua moglie, Gaetano andava dalla
sarta, dove la sua ragazza era a settimana e la chiamava giù, e tanto
insisteva, mentendo, adoperando le dolci frasi o gli schiaffi, occorrendo, che
arrivava a cavar sempre qualche soldo dalla ragazzina, la quale se lo faceva
anticipare dalla sarta, sulla settimana. Col figliuolo, che aveva già dodici
anni, il padre era più cattivo: il piccolo mozzo gli rifiutava spesso i denari,
rinfacciandogli il suo vizio e la miseria in cui lasciava sua madre: il padre
faceva piovere i ceffoni, il ragazzo, soffocato dalle lagrime, gridava,
bestemmiava, si dibatteva, accorreva gente a sentir dare del briccone,
dell’assassino, da un fanciullo a suo padre. Una volta, che il padre gli aveva
dato un pugno sul naso, facendolo schiumare di sangue, il ragazzo, furioso, gli
morsicò la mano. Al sabato sera, quando tornavano a casa, i ragazzi portavano
le tracce delle busse paterne e trovavano la madre che aveva dimenticate quelle
toccate da lei, e piangeva sulle teste dei poveri figliuoli, domandando loro:
- Quanto ti ha portato via?
- Quattordici soldi, - rispondeva Teresina, malinconicamente.
- Mi ha levato mezza lira, - diceva Carmine, rabbioso.
- Oh Gesù, oh Gesù, - esclamava la madre, piangendo.
Ma quello che non le poteva uscire dalla mente, era il suo bambinetto di due
anni e mezzo, che era morto per cattivo latte, per cattivo nutrimento, per aver
languito in quel negro basso, dove l’umido gocciolava in està e in
inverno. Se si nominava Peppiniello, per caso, ella impallidiva, e nulla, nulla
poteva levarle dalla mente che il vizio del marito avesse ucciso il piccolo
figlio. Aveva conservato pietosamente la grande cesta ondulante, che fa da
culla ai bimbi poveri napoletani, lo sportone; ma aveva venduto prima il
cuscino, poi il piccolo materasso di foglie di granturco; e un giorno di gran
fame, non sapendo come procurarsi qualche soldo, aveva venduto anche lo
sportone. Ma la separazione era stata così straziante, che la madre, seduta
sullo scalino della porta, senza curarsi di chi passava pel vico Rosariello,
aveva pianto per un’ora col capo nel grembiule:
- Tu lo sai, Peppiniè… tu lo sai… - mormorava, come se chiedesse perdono al
piccolo morto, di aver venduto la sua culla.
Poi l’estate era giunta, così temporalesca, e aveva peggiorato la posizione
della famiglia di Annarella. Dei due mezzi servizii che faceva, ella ne aveva
perso uno, dieci lire: erano degli affittacamere e poiché avevano delle camere
sfitte, avevano licenziata la serva. La ragazza, Teresina, aveva veduto
diminuire la sua settimana, poiché la sarta non aveva lavoro, e non volendo
addirittura mandar via quella ragazzina, per carità le faceva fare i servizi di
casa. Il cocchiere, presso il quale Carmine era mozzo di stalla, partiva con la
famiglia del padrone, per quattro mesi, per la campagna e avrebbe portato via
il piccolo mozzo. Ma il padre, Gaetano, sapendo che dal figliuolo qualche soldo
lo ricavava sempre, magari bastonandolo di santa ragione, non permetteva che
andasse via, voleva che cercasse un altro servizio, in Napoli: e Carmine
strillava, piangeva, imprecava, minacciando di partire di nascosto:
- Me ne vado, mammà, me ne vado di nascosto e papà non vede più un centesimo
mio, sapete! Ve li mando a voi, mammà, i denari, dentro una lettera, e papà non
deve aver niente!…
- Figlio mio, che t’ho a dire? - si lamentava la madre, a cui stringeva il
cuore anche quella partenza.
Ma la tortura maggiore di Carmela, di Annarella e anche di Gaetano, il
tagliatore di guanti, erano i debiti che avevano con donna Concetta, la
strozzina. Anche costei aveva sofferto i danni della mala stagione, poiché i
suoi debitori non pagavano, pressoché tutti, e non avevano, oramai, neppure i
soldi dell’interesse settimanale. Ella non prestava più un soldo a nessuno,
inasprita, truce, provando anche lei le strette della miseria altrui; chiudendosi,
alla notte, in casa con le sbarre di ferro contro le porte, poiché aveva in
casa i titoli di rendita e i libretti della cassa di risparmio: ma ciò la
metteva in uno stato di continuo furore. Girava tutto il giorno, da una strada
all’altra, da un basso a un quinto piano, da un’officina a una bottega,
correndo dietro al proprio denaro, affannata perché andava sempre a piedi, in
preda a una collera che le continue delusioni eccitavano, cominciando a
chiedere almeno quei soldi dell’interesse, freddamente insistendo e finendo per
fare una scena, urlando, cercando il sangue suo, come ella chiamava
appassionatamente il suo denaro.
Ma quelli che più la esasperavano, erano Gaetano, Carmela, Annarella:
l’avevano messa in mezzo, fra tutti tre, di un duecento lire, e non poteva
avere neppure il primo centesimo, delle dieci lire di interesse settimanale. Oh
quei tre, quei tre! Ella andava allo stabilimento Bossi, a Foria, dove Gaetano
tagliava i guanti e faceva chiamar fuori l’operaio: costui, talvolta, avvertito
da un compagno, faceva dire che non era andato alla fabbrica, in quel giorno.
Ma ella si ostinava, diffidente, incredula, passeggiando innanzi alla porta; ed
egli finiva per discendere, con un mozzicone spento e nerastro fra le labbra.
La scena cominciava a bassa voce, breve, energica, violenta: talvolta,
ghignando, poiché il vizio del lotto gli aveva fatto perdere ogni pudore.
Gaetano le ripeteva il motto dei napoletani mali pagatori: avendo, potendo,
pagando; non avendo, non potendo, non pagando. Ma ella si metteva a
gridare, diceva che sarebbe andata da Carlo Bossi, a lagnarsi: diceva che
sarebbe andata dal giudice, e Gaetano, un po’ furioso già, ma dominandosi, le
rispondeva che ella ci avrebbe guadagnato di farlo scacciare dalla fabbrica e
allora, sì, che non avrebbe avuto più un soldo! Il giudice? E che gli poteva
fare il giudice? La prigione per debiti non esiste più; il carcere della Concordia
era stato abolito, da quei signori che non potevano pagare i loro grossi
debiti. E allora ella era presa dal furore, diventava una strega, tutto il
vicinato usciva sulle porte e sui balconi: egli l’ascoltava, pallido, mordendo
il mozzicone nero. Un giorno la minacciò, sottovoce, di squartarla.
Mormorando vaghe parole di minaccia, stringendosi rabbiosamente nello scialle,
donna Concetta si allontanava, con quell’ondulante andare delle popolane ricche
e indolenti, col capo un po’inclinato sopra una spalla, e la faccia ancora un
po’ stravolta dalla scena avuta. E giacché si trovava a Foria, giacché la
giornata delle sigaraie finiva alle quattro, ella si andava ad appostare in
piazza SS. Apostoli, alla porta della Fabbrica, aspettando che uscisse la
sigaraia, per chiederle il suo danaro. Non era sola, ad aspettare: poiché si
riunivano a quella porta altre donne, che avevano prestato il denaro o la roba
a quelle operaie, con un forte interesse: e fra loro, conoscendosi,
riconoscendosi, sentendosi solidali nelle leggi dell’usura, era tutto un
lamento, un lungo lamento, sulla inesattezza, sulla morosità delle loro
debitrici, era un dichiararsi rovinate dalla mala stagione e dalla mala
volontà; e le parole il sangue mio, il sangue nostro ritornavano
continuamente, come grido di dolore che parlasse del denaro perduto. Non era
permesso mandare a chiamare, sopra, nessuna operaia: ma le usuraie attendevano,
come i venditori di commestibili, come i fruttivendoli, le operaie, all’uscita:
le povere donne che venivano dalla Fabbrica con le facce pallide dalle
esalazioni cattive della foglia e le mani macchiate sino ai polsi, comperavano
qualche cosa per portare a casa, per dar da mangiare, dopo la giornata di
lavoro, alla loro famiglia.
Le usuraie si mescolavano ai venditori di erbaggi, di pastinache in aceto,
di frittelle, e pazientemente aspettavano, tirandosi la scialle sulle spalle,
con quel moto familiare. Alla fine le donne, dopo che erano state frugate, una
a una, da una soprintendente al lavoro, per vedere se avessero rubato delle
foglie di tabacco, uscivano: alcune sgattaiolavano, altre si fermavano a
comperare i broccoli di rape, o le patate, o due soldi di frittelle: e le più
smorte, certo, erano quelle che ritrovavano, fuori, le creditrici: la più
smorta, fra tutte, e non per la puzza del tabacco, ma per la vergogna, era
Carmela. Cercava di portarsi donna Concetta verso via Vertecoeli o verso i
Gradini dei Santi Apostoli, per non fare udire i discorsi di costei alle sue
compagne: ma donna Concetta rallentava il passo e alzava la voce. Voleva il suo
denaro, il sangue suo, era una vergogna non darglielo: voleva almeno
l’interesse: gli occhi della sigaraia s’empivano di lacrime a quelle ingiurie e
avendo qualche soldo in saccoccia, le era impossibile resistere, lo consegnava
a donna Concetta; ma era tanto poco, sempre, che quel sacrifizio in cui lei
dava via il suo cibo della giornata, non le valeva che nuove ingiurie, che ella
ascoltava a capo basso, perseguitata da donna Concetta per via Arcivescovato,
per via Gerolomini: l’usuraia, a un certo punto, si accorgeva che la ragazza
non aveva più denaro e che era inutile tormentarla. Ma Carmela, anche quando
donna Concetta si era allontanata, conservava il brivido di vergogna che le
davano quella voce aspra, quelle parole offensive; e stanca, abbattuta, senza
un centesimo in tasca, dopo una giornata di lavoro, ella tornava a invidiate sua
madre che era morta.
Certo anche lei aveva quel vizio del giuoco, ma era a fin di bene, per dar
denaro a tutti, per far felici tutti, se guadagnava; si faceva cavar le lire da
Raffaello, o’Farfariello: ma che per questi peccati veniali dovesse
esser così duramente punita, le rodeva l’animo. Ah in certe giornate, in certe
giornate, come volentieri si sarebbe buttata nella cisterna del grande palazzo,
dove era la Fabbrica, per non udire niente, per non sentire niente più. Ma
donna Concetta, non dissetata da quella goccia di acqua, che erano i pochi
soldi di Carmela, risalendo a casa sua, prima di entrare nel portoncino, ogni
sera, si affacciava al basso del vico Rosariello dove abitava Annarella;
costei stava seduta presso il letto, spesso all’oscuro, non avendo da comperar
l’olio, dicendo il rosario con sua figlia Teresina: donna Concetta si segnava e
aspettava che il rosario fosse finito, per chiedere i suoi quattrini,
inutilmente, come accadeva ogni giorno: Annarella non sapeva fare altro, che
rispondere con qualche sospiro, con qualche lamento: e quando donna Concetta
dava in escandescenze, ella si metteva a piangere. Teresina interveniva,
parlando all’una e all’altra donna:
- Non piangete, mammà, fatemi questa finezza…
E all’usuraia:
- Non lo vedete, donna Concettella, che mammà non ha denaro?
- Figlia mia, figlia mia… - singhiozzava Annarella, a cui tutte le disgrazie
della sua esistenza venivano a soffocare le parole.
La strozzina non si lasciava commuovere. Era tanto abituata alle false
lacrime di coloro che volevano truffare il suo denaro, che non credeva più a
nessun dolore, ed era solamente quando aveva esaurito tutto il suo vocabolario
d’ingiurie, che si decideva ad andarsene, lentamente, con quel suo passo pieno
di mollezza, borbottando ancora che si sarebbe fatta giustizia con le sue mani,
contro i ladri del sangue suo. La madre e la figliuola restavano sole,
al buio, in quel caldo afoso e umidiccio del basso, e rispondendo a un suo
pensiero interiore la povera serva esclamava:
- Anima di Peppiniello, fammela tu questa grazia!
Quando poi Carmela e Annarella si trovavano insieme per la via, o nel basso
del vicolo Rosariello, era un lungo sfogo di dolori, era un racconto
alternato, dove scoppiavano tutte le amarezze fisiche e morali della loro
triste esistenza. Quella bonafficiata, che mala sorte, che sorte infame,
non mai dare un quattrino di vincita e invece prender loro tutto, tutto, anche
il tozzo di pane che serve a non morire d’inedia! E ogni tanto, attraverso
tutta la narrazione della loro miseria e della loro solitudine, veniva il
discorso su quella terza infelice che era loro sorella, Maddalena. Che faceva?
Come sopportava la sua vita di peccato? Due volte Carmela era andata a trovarla
nel larghetto, dopo le scalette di Santa Barbara, ma una volta era fuori, e
l’altra volta l’aveva trovata così fredda, così mutata, come colpita da un
rammarico profondo, che Carmela, presa dall’emozione, era scappata via, subito
subito. Una volta Annarella aveva incontrata Maddalena per via, vestita di
azzurro e giallo, col solito nastro rosso al collo; e le aveva chiesto perché
non portasse il lutto della madre.
- Non sono degna, - aveva risposto Maddalena, abbassando gli occhi e
allontanandosi col suo passo molle, sui tacchi alti delle scarpette di
lustrino.
E in tutto questo, Carmela sentiva, oltre i guai noti, oltre la sequela
delle miserie e delle umiliazioni, qualche cosa di segreto che le sfuggiva,
come una disgrazia ignota che le si aggravasse sul capo, come la fatalità
suprema che cominciasse a circuirla, non lasciandole via di uscita. Che era?
Non sapeva bene, non si rendeva conto: ma era forse la profonda indifferenza di
Raffaele e la brutalità con cui la trattava; era forse il contegno truce del
cognato Gaetano, il tagliatore di guanti; era forse l’aspetto strano della
sorella Maddalena, di cui ella non osava andar a prendere notizia. E fra loro
due, da tempo, un gran progetto si andava maturando, per trovar rimedio ai loro
guai.
In tutto il popolo napoletano vi sono donne che hanno fama di grandi maghe,
di fattucchiare emerite, ai cui filtri, ai cui esorcismi, alle cui fatture
nulla resiste; alcune, anzi, hanno una clientela larga, assai più di quella
che può averla un medico, e quasi ogni quartiere si vanta della sua maga,
capace de’ più bizzarri miracoli, sempre però coll’aiuto di Dio e della
Madonna.
Ma la riputazione della gran fattucchiara Chiarastella che abitava
lassù, lassù, al vicolo Centograde, presso il corso Vittorio Emanuele era
immensa: non vi era bottega, o basso, o strada, o piazza, o crocicchio,
dove non si conoscessero e non si raccontassero i prodigi di Chiarastella. Si
dicea, dappertutto, che per avere la fattura di Chiarastella, bisognava
chiederle cose a cui non fosse contraria la volontà di Dio: ma che nessuno, avendo
obbedito a questa regola, era uscito malcontento dalla casetta delle
Centograde.
Niuno osava mettere in dubbio il potere magico di Chiarastella, fra il gran
popolo napoletano: e se, nelle botteghe dei pizzicagnoli e dei pastaiuoli, dove
le comari giovani e vecchie chiacchierano così volentieri o innanzi ai trespoli
e alle canestre delle venditrici di ortaggi, dove le donnette contrattano per
tre quarti d’ora un fascio di boraggine; o sulle porte dei bassi dove si
discorre così a lungo e così animatamente, se qualcuna ignorante udendo i
miracoli della fattucchiara delle Centograde, levava le sopracciglia per
sorpresa, per incredulità, venti voci affannose, commosse, entusiaste le
raccontavano i grandi fatti operati da Chiarastella. Qua un marito traditore,
ricondotto alla giovane sposa; là un giovanotto che moriva di etisia, guarito,
quando i medici lo avevano licenziato; altrove una sarta che aveva perduta
tutta la clientela e che l’aveva veduta ricomparire, a poco a poco, per
influenza della maga; altrove una ragazza insensibile che induceva, con la sua
freddezza, l’innamorato alla mala vita e al delitto; e sopratutto la legatura
della favella; quella, quella era la gran fattura di Chiarastella!
Tutti coloro che avevano una lite, un processo, dove potevano esser
sopraffatti dall’avversario o dalla giustizia, dove poteano rimettere i denari,
o l’onore, o la libertà, o la vita, ricorrevano disperatamente alla magia di
Chiarastella: costei, udito il fatto, se lo giudicava morale, conforme alla
volontà di Dio, si prestava a legar la favella dell’avvocato avversario.
Consisteva in una cordicina fatturata con tre nodi, quante sono le persone
della Trinità, che bisognava trovar modo di metter addosso all’avvocato, in una
tasca, nella fodera del vestito, la mattina dell’udienza decisiva: e con
l’aiuto delle preghiere, l’avvocato avversario non avrebbe potuto dire nessuno
dei suoi argomenti, sebbene li avesse in mente, li pensasse: la sua favella era
legata, la lite, per lui, era perduta, la fattura aveva raggiunto il suo scopo.
Si citavano esempi in cui gli innocenti, gli oppressi, quelli contro cui si
esercitava la grande ingiustizia umana, erano stati così salvati da
Chiarastella. Ed era da tempo che Carmela e Annarella avevano pensato di
ricorrere a Chiarastella; Carmela per ridestare all’amore il cuore di quel
Raffaele che non era mai stato suo, e adesso meno che mai; Annarella per
indurre Gaetano, suo marito, a non giuocare più al lotto. Carmela, per tentare,
ci era già stata, lassù, tre volte, alle Centograde: e per avere la fattura da
Chiarastella ci volevano cinque lire per ciascuna, e certi piccoli ingredienti
da comperare. Dopo, se le due fatture riuscivano, secondo la volontà di Dio, le
due sorelle avrebbero fatto un grosso regalo alla maga. Chiarastella non
prometteva mai certamente nulla: ella parlava sempre misticamente e in una
forma di dubbio: ella aveva dei profondi silenzi, a certe domande; e pareva che
non si curasse del denaro, si contentava solo di poco, per vivere, contando
sulla riconoscenza di quelle cui la fattura riesciva, per averne un dono più
importante. Dopo… ma intanto dieci lire ci volevano, al minimo, se no, non se
ne faceva nulla, e per quante privazioni subissero, in quell’estate così
cattiva, giammai le due sorelle avrebbero potuto metter da parte, tutte
insieme, dieci lire.
Ma i giorni passavano, e le loro miserie morali urgevano quanto le
materiali; non trovavano altro rimedio, oramai: e sebbene a malincuore, Carmela
si decise a vendere il vecchio cassettone dal piano di marmo, il mobile più
importante della sua stanzetta, il cassettone che aveva comprato sua madre,
quando era sposa. Ne trovò, a stento, dodici lire: tutti vendevano in
quell’estate maledetta, non vi era più un cane che volesse comperare due soldi
di roba! La poca biancheria ella la mise in una canestra chiusa, sotto il suo
letto, e quei grami vestiti li sospese a una cordicella, attaccata a due
chiodi, lungo il muro umido. Ma aveva dodici lire!
Fu in una domenica della fine di agosto, dopo aver udito la messa nella
chiesa dei Sette Dolori, che le due sorelle si avviarono per il vicolo delle
Centograde. Carmela aveva chiusa la casa e ne portava la chiave in tasca;
Annarella vi aveva lasciata sua figlia Teresina, che si aggiustava una
vesticciuola lacera, dopo esser restata sino a mezzogiorno al lavoro, dalla
sarta. Erano otto giorni che Carmela, vagando per Napoli nelle sue ore di
libertà, non arrivava a trovare Raffaele: e Gaetano, il marito di Annarella, in
quella notte dal sabato alla domenica, non era rientrato a casa. Nella chiesa
dei Sette Dolori, inginocchiate innanzi alla panca di legno bruno, dove si
mettono i poveri, perché non si paga, esse avevano assai pregato, durante la
messa, e ora ascendevano faticosamente gli scalini dell’erta scala che conduce
da via Sette Dolori al Corso Vittorio Emanuele, non parlando, comprese in un
raccoglimento di vaga speranza e di vaga paura.
Chiarastella, la fattucchiara, abitava propriamente in un vicoletto
cieco, silenzioso, ma luminoso, a destra della vasta scala che mette in comunicazione
la grande arteria della collina, con le piccole vene della Pignasecca, della
Carità, di Montesanto. Una gran pace era in quel vicoletto cieco, ma lo
scirocco umido di quell’estate aveva bagnato, di un lieve strato di fanghiglia,
i ciottoli rotondi del selciato: tanto che vi si camminava con precauzione, per
non scivolare, e senza fare alcun rumore.
- Ci aspetta? - dimandò a fior di labbro Annarella, che ansimava per le
scale fatte.
- Sì, - disse anche sottovoce Carmela, entrando nel portoncino.
Salirono al primo piano: sullo stretto pianerottolo, vi erano due porte che
si prospettavano. Una era chiusa ermeticamente, anzi vi era stato messo il
catenaccio, donde pendeva un grosso lucchetto, anche di ferro; pareva che gli
abitanti ne fossero partiti, dopo una sventura, serrando per sempre il tetro
soggiorno. La porta a sinistra era socchiusa: ma le sorelle, udendo un
singhiozzare sommesso, di là, non osarono entrare senza bussare: fu
rabbrividendo che Carmela tirò una zampetta bruna di scimmia, attaccata a una
catena di ferro a grossi anelli, donde pendeva internamente il campanello: la
zampetta nera imbalsamata faceva orrore, era pelosa di sopra, rosea di dentro,
sembrava la mano di un bimbo moretto, ammazzato, di cui là si trovasse un
brano. Tinnì il campanello, stridulamente e lungamente, quasi non volesse mai
tacere: una serva vecchia, decrepita, curva, con un naso aguzzo che pareva si
volesse ficcare nella bocca rincagnata, le cui labbra coprivano le gengive
senza denti, apparve: e trattenne, con un cenno dell’antico capo, le due donne,
nella strettissima anticamera, priva assolutamente di mobili, un po’umida per
terra. Il singhiozzare, di là, continuava, dietro un’altra porta chiusa, quasi
soffocato: poi si appressò, la porta si schiuse e una ragazza del popolo, una
sartina, la bionda Antonietta, attraversò l’anticamera, con lo scialletto che
le cadeva dalle spalle, e il volto nascosto nel fazzoletto dove piangeva.
Una sua compagna, più piccola, Nannina, le teneva un braccio attorno alla
cintura quasi volesse sostenerla, e le andava ripetendo, per consolarla:
- Non importa, non importa…
Ma quella singhiozzava più forte: la serva decrepita schiuse la porta
d’entrata e mise fuori le due ragazze, quasi spingendole: poi disparve, di là,
senza dire una parola a Carmela e ad Annarella. Costoro, già turbate dal
sentimento che le spingeva a invocare la potenza della fattura, erano state
commosse da quel passaggio di quelle fanciulle, una inconsolabile, l’altra
invano consolatrice: e appoggiate alla finestrella dell’anticameretta,
aspettavano, con gli occhi bassi, con le mani incrociate sul grembiule che
tenevano fermi i capi dello scialle, senza dire una parola. Un grande silenzio,
intorno, nell’afa umidiccia estiva, in quel lungo pomeriggio domenicale. E Annarella,
più dolce, più afflitta e insieme meno appassionata, avendo già curvate le
spalle alla fatalità del suo destino, sentendo una sfiducia crescente in
qualunque mezzo di salvazione, sapendo che Gaetano non sarebbe mai ricondotto
da nessuna preghiera, da nessuna fattura, non provava altro, attraverso la sua
malinconia, che una impressione sempre più distinta di spavento. Invece
Carmela, dall’animo ardente di amore che nessuna forza arrivava a domare,
sentiva l’esaltazione della passione accenderle le fiamme, nell’anima: non
temeva, no, avrebbe affrontato qualunque spettacolo, qualunque pericolo per
aver a sé, nuovamente, il cuore di Raffaele.
Ma la decrepita serva dal corpo piegato ad arco, che pareva si volesse
ricongiungere con la terra, era comparsa di nuovo nell’anticameretta e aveva
fatto segno a Carmela di entrare. Senza far rumore le due sorelle sparirono
nell’altra stanza, la cui porta si chiuse dietro a loro.
- Ecco mia sorella, - mormorò Carmela, scostandosi per presentare Annarella
che le si trovava alle spalle.
Chiarastella fece un cenno col capo, per salutare. La fattucchiara era
una donna di media statura, piuttosto piccola che grande, molto magra, con
certe mani brune, lunghe e sottili, la cui pelle attaccata alle ossa si era
fatta lucida: il corpo aveva movimenti automatici, quasi che una volontà ne
irrigidisse ogni muscolo: la testa era piccola e il volto corto, coi pomelli
forti e rossi, con le mascelle salienti: la carnagione era di un pallor livido
e caldo, il naso all’insù, breve. Ma l’interessante, nel volto nevrotico della fattucchiara,
erano un par d’occhi dallo sguardo mobilissimo, la cui tinta variava dal
bigio al verdastro, ma dove si vedeva sempre un punto luminoso, una scintilla:
uno sguardo che riassumeva in sé tutta la vitalità della persona. Sembrava che
avesse quaranta e più anni, Chiarastella, i cui capelli si conservavano
nerissimi e la cui fronte era tagliata da una sola ruga, profonda; ma quando lo
sguardo le si accendeva, come una irradiazione di giovinezza si faceva sul suo
volto e sulla sua persona.
Portava un vestito di lana nera, assai semplice, nel taglio delle vesti che
portano le popolane, tal quale: solo era guarnito di bottoni di seta bianca e
un nastro di seta bianca le pendeva dalla cintura, in un fiocco e due lunghi
capi, sul fianco. Il bianco e il nero sono i colori del voto alla Madonna
Addolorata. Un grosso, ritorto corno di corallo rosso le pendeva dal collo,
attaccato a un cordoncino sottile di seta nera: e nei suoi gesti a scatto la fattucchiara
toccava con le dita, ogni tanto, questo corno. Stava seduta, accanto a una
larga tavola di noce, su cui era posata una scatola di ferro, di acuto lavoro
artistico, una scatola di lavoro antico, chiusa: accanto ad essa un grosso
gatto nero, raccolte le zampe sotto la pancia, dormiva. E intorno, nella
piccola stanza, non vi era che un divanetto di percalla, dal disegno scolorito,
e cinque o sei sedie, niente altro. Sul muro un crocifisso di legno nero, su
cui un Cristo di avorio scolpito, un altro oggetto di arte. Ella taceva, con
gli occhi abbassati: e le due sorelle sentivano l’approssimamento, l’invasione
di un gran mistero.
- Abbiamo portato le dieci lire, - disse timidamente Carmela, cavandole
dalla cocca del fazzoletto e posandole sulla tavola, accanto alla mano di
Chiarastella.
La fattucchiara non batté palpebra: solo il gatto nero levò il capo,
mostrando i begli occhi gialli come l’ambra.
- Avete intesa la messa? - chiese Chiarastella, senza voltarsi.
- Sì, - mormorarono le due sorelle.
Ella aveva una voce bassa e roca; una di quelle voci muliebri che paiono
sempre cariche di una intensa emozione, e che producono una vibrazione nel
cervello, nell’animo di chi ascolta.
- Dite tre Avemarie, tre Pater noster, tre Gloria patri, ad
alta voce.
In piedi, innanzi ad essa, le due sorelle dicevano le sacre parole delle
orazioni: ella stessa le diceva, con la sua vibrante voce, con le mani
congiunte a preghiera, nel grembo, sul grembiale di lana nera. Il gatto si era
levato su, sulle grosse zampe nere, e teneva il capo abbassato. Poi tutte
insieme, le tre donne, dopo essersi inchinate tre volte al Gloria patri, dissero
la Salve Regina. Le preghiere erano finite. La fattucchiara aprì
il cassetto di ferro lavorato, tenendone sollevato il coperchio, in modo da
nascondere quello che vi era dentro, e vi frugò con le dita, a lungo. Poi
avendone preso certi oggettini, celandoli ancora con la mano, impallidì
mortalmente, gli occhi le si stravolsero, come se vedesse un orribile
spettacolo.
- Madonna mia, assistici, - pronunziò sottovoce Annarella che tremava di
paura.
Chiarastella, adesso, con un cerino giallastro acceso, aveva fatto bruciare
due pastiglie dall’odore bizzarro, pungente e pesante nel medesimo tempo: e intentamente
guardava nelle volute, negli anelli di fumo, quasi vi dovesse leggere una
parola arcana: due o tre volte gli occhi le si dilatarono, mostrando il bianco
striato d’azzurro. Quando il fumo si fu dileguato, restò il profumo acuto e
grave: le due sorelle provavano già uno stordimento al cervello, forse per
quell’odore. E monotonamente, senza guardarle, Chiarastella domandò:
- Sei tu risoluta di far la fattura a tuo marito?
- Sì, purché non soffra nella salute, - rispose fiocamente Annarella.
- Vuoi legargli le mani, due o tre volte, perché in nessun giorno, in
nessun’ora egli possa giuocare al lotto?
- Sì, - disse l’altra, con slancio.
- Sei in grazia di Dio?
- Così spero.
- Raccomandati alla Madonna, ma in te stessa.
Mentre Annarella levava gli occhi, come per trovare il cielo, la fattucchiara
cavava dal cassetto di ferro una sottile cordicina nuova: la guardava,
questa cordicina, mormorando certi versi curiosi, lunghi e corti, in dialetto
napoletano, che invocavano la potenza del cielo, dei suoi santi e insieme di
certi spiriti buoni, dai nomi strani: e la cantilena proseguiva, Chiarastella
sempre stringendo nella mano la cordicina, sempre guardandola, quasi
infondendovi il suo spirito. Anzi, tre volte, vi soffiò sopra: tre volte baciò
devotamente la corda. Mentre ella faceva queste operazioni, le sottili mani
brune le tremavano: e il gatto andava su e giù sul tavolone, agitato, gonfiando
il pelo nero del muso. Annarella, adesso, si pentiva più che mai di esser
venuta colà, di aver voluto fare la fattura a suo marito: sarebbe stato meglio,
assai meglio, rassegnarsi alla mala sorte, anziché venire a chiamar fuori tutti
quegli spiriti, anziché mettere quel gran mistero pauroso nella sua umile vita.
Ah se ne pentiva profondamente, col respiro oppresso e la faccia afflitta,
desiderando di fuggire di là, subito, di trovarsi lontano, nel suo oscuro basso,
dove preferiva soffrire la miseria e il freddo! Era una sua sorella che
l’aveva indotta a quel mezzo estremo: l’aveva fatto più per pietà di sua
sorella che ella vedeva così malinconica, così desolata, così consumata di
dolore, per l’abbandono di Raffaele. Non è bene, no, tentare così la volontà di
Dio, con le fatture e con gli scongiuri: già, tanto, nessuna potente fattura
avrebbe mai vinto la passione di suo marito. Ella gliela aveva letta, negli
occhi inferociti, un giorno di sabato, l’indomabilità di quel vizio; ella lo
aveva visto maltrattare i suoi figli, con quella rabbia compressa di chi è
capace anche di maggiore brutalità. E quella fattura, vedete, quella fattura
così paurosa nei suoi preludii, nella sua composizione, le sembrava un altro
passo dato sulla via di una oscura catastrofe. Ora, Chiarastella, il cui viso
sembrava assottigliato, la cui pelle bruna luccicava, i cui occhi ardevano,
aveva fatto i tre nodi fatali alla cordicina, fermandosi ad ognuno, per dire
qualche cosa, sottovoce: e alla fine, d’un colpo, dal seggiolone dove era
sempre restata seduta, si era buttata in terra, inginocchioni, col capo
abbassato sul petto. Il gatto nero, come furioso, si era buttato anche lui giù
e adesso roteava, roteava intorno alla fattucchiara, con quel giro< |