Matilde Serao: Raccolta di opere
Matilde Serao
Il paese di cuccagna
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20 - BIANCA MARIA CAVALCANTI

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20 - BIANCA MARIA CAVALCANTI

 

Un silenzio profondo regnava da tre giorni nella casa del marchese Carlo Cavalcanti: le porte, oliate nei loro cardini e nelle loro serrature, si schiudevano e chiudevano, senza far alcun rumore: i due vecchi servitori, Giovanni e Margherita, camminavano in punta di piedi, senza parlare, come ombre scivolanti sul pavimento, o, piuttosto, restavano immobili, Giovanni seduto sulla sola sedia di paglia che mobiliasse l’anticamera, Margherita seduta accanto al letto della fanciulla inferma, guardandone lo smorto volto immerso in quel greve stupore, nel sopore morboso dell’alta febbre.

Il medico, un qualunque dottore, chiamato in fretta dalla vicina farmacia Berriola, aveva detto, anzi tutto, che ogni rumore produceva una dolorosa impressione sul cervello dell’ammalata, e subito, nella casa, era caduto ogni stridio, ogni sospiro: non una parola, non un soffio: tanto quei vecchi servi eran fatti per la taciturnità e per l’immobilità, già quasi vinti da quell’ultimo lungo riposo. Poi, il medico aveva chiesto del medico curante: e quando gli avevan nominato il dottor Amati, aveva subito soggiunto di mandarlo a chiamare: egli ne aveva bisogno. La faccia ansiosa del marchese Cavalcanti s’era fatta di gelo: e una espressione di dolore, eguale espressione, si era dipinta sui volti dei due servi. Allora quello, sospettando qualche mistero, aveva crollato il capo, e si era messo da sé a curare l’ammalata, coprendole di ghiaccio il capo infiammato, dandole del chinino ogni due ore, per vedere di diminuire l’alto grado della febbre tifoide che l’ardeva, nutrendola fortemente, ma senza ottenere nessun miglioramento, non arrivando a vincere il coma in cui la fanciulla era immersa, che per suscitare un delirio bizzarro, misto di spasmodiche convulsioni nervose. Così all’avvelenamento del sangue prodotto dall’infezione tifoidea, si univano dei gravissimi disturbi nervosi che complicavano la infermità.

- Che dite, dottore, che dite? - chiedeva il marchese Cavalcanti. sul pianerottolo della scala.

- Se fosse solo il tifo, potrei dare speranze: ma tutto il sistema nervoso è sconquassato; corriamo il pericolo di una meningite. Lo ripeto, bisognerebbe chiamare il dottor Amati, egli conosce la paziente.

- È impossibile, - rispondeva, recisamente, il marchese.

- Allora…- diceva l’altro, andandosene.

E rientrando nella stanza della figliuola, il marchese di Formosa irrigidiva tutto il suo orgoglio, contro gli inviti del medico, che perseguitavano il suo cuore paterno. Quell’uomo che gli aveva preso il cuore di sua figlia, non sarebbe mai più rientrato in casa sua, a portarvi i suoi malefizii. Bianca Maria era giovane, era forte, avrebbe vinto il male. Così egli si ostinava nella sua superbia, tornando al letto della inferma. Si piegava su quel volto sempre più esangue e con un alito chiamava per nome la sua figliuola. Ella giaceva immersa in quel torpore del tifo, con la vescica del ghiaccio sul capo immobile, con le mani unite quasi per preghiera, qual è la posizione abituale dei tifoidi: eppure, udiva quell’alito. Non rispondeva, non apriva gli occhi, ma con una lievissima contrazione dei muscoli, aggrottava le sopracciglia, come per fastidio: e la mano faceva un cenno continuo, sempre quello, ostinato, scorante, quello di allontanare suo padre. Egli si abbassava ancora, angosciato e offeso, dicendole sottovoce che era lui, il padre, suo padre, che l’amava così teneramente, che la voleva guarita, lui, la sola persona che l’amasse veramente… ma la espressione di noia cresceva su quel volto di povera inferma, di paziente, come diceva il dottore, e la gracile mano, irrequieta, ostinata continuava a cacciar via da sé il marchese Cavalcanti. Il vecchio reprimeva a stento un fiotto di collera che gli saliva al cervello, e andava a sedersi poco distante, piegando le braccia sul petto, abbassando il capo, rassegnandosi, umiliandosi. Solo Margherita otteneva risposta, quando chiedeva qualche cosa a Bianca Maria, se volesse bere di quella forte bibita, marsala, uovo battuto e brodo, che si agli ammalati di tifo, se volesse far cambiare la vescica del ghiaccio. La fanciulla, senz’aprir gli occhi, rispondeva sì, no, con il movimento della mano sottile: e il marchese Cavalcanti era costretto, per saper qualche cosa, a interrogare la faccia della vecchia cameriera. In certi momenti, disperato di quell’ostinato ostracismo, usciva dalla stanzetta di Bianca Maria e si metteva a passeggiare nel salone: spesso i suoi passi agitati facevano troppo rumore e sulla soglia compariva il viso inquieto di Margherita: egli si fermava: ella gli faceva cenno di chetarsi, il rumore dava dolore a Bianca Maria.

- Anche qui, le do fastidio? - chiedeva lui, fremente.

E poiché la cameriera Margherita assentiva, sì, era vero, anche da lontano egli la faceva soffrire, per reprimere un impulso d’ira, egli prendeva il cappello e usciva di casa. Allora l’appartamento ricadeva nella grande taciturnità: Giovanni sonnecchiava tristemente in anticamera, mentre Margherita si piegava sul viso pallido e bruciante dell’ammalata, per soffiarle qualche dolce parola. Facendo uno sforzo, la povera figliuola sorrideva, un minuto secondo: e la vecchia serva appagata, tornava a sedersi, mormorando fra sé le parole delle orazioni, senza distogliere lo sguardo da Bianca Maria. Tardi, tardi, dopo aver errato nelle vie, stancandosi a camminare, mal vestito, spettinato, avendo perduto tutta la dignità della persona, irriconoscibile, il marchese Cavalcanti tornava a casa, trovando la porta aperta, quasi che avessero udito da lungi il suo passo. Margherita veniva a lui, nell’ombra, col suo passo di fantasma.

- Come sta?

- Lo stesso, - sospirava ella.

- Che dice il medico?

- Neve e chinino. Ha chiesto ancora del dottor Amati.

- Vi ho detto di non nominarmi mai quell’infame! - esclamava il marchese.

- Ssst! - zittiva lei, rispettosamente.

E se ne andava. Il marchese era preso da un’angoscia così profonda, che l’antica fede rinascendogli nel cuore, cercava dove inginocchiarsi a pregare il Signore, perché gli salvasse la figlia, perché gli levasse quella tortura. Ahimè, la stanzetta che faceva da cappella, prima, e dove, tante volte, Bianca Maria e lui avevano pregato insieme, era deserta; egli, dopo aver ingiuriato i santi e la Madonna, dopo aver commesso il sacrilegio di punire l’Ecce Homo, aveva venduto i santi, la Madonna e l’Ecce Homo per giuocarne il denaro al lotto. Non vi erano più santi protettori in casa Cavalcanti, la Madonna e il suo Divino Figliuolo ne avevano ritratto gli occhi, addolorati dall’ingiuria. Niente più, niente più, in quella casa. In questi ultimi tempi, nella malattia della povera fanciulla, erano vissuti di elemosina, vale a dire di certi scarsi sussidi, che la pietà dei larghi parenti, che la inesauribile pietà della moglie di don Gennaro Parascandolo, lo strozzino, concedeva alle preghiere e alle lacrime di Margherita e Giovanni, i due servi. Stendevano la mano, adesso, i Cavalcanti! Da molte settimane egli non aveva più denaro per giuocare, e fuggiva il Banco lotto di don Crescenzo, perché non aveva le molte lire da restituirgli, che gli doveva: ma quando veniva il venerdì, pur sapendo che essi eran ridotti, alla privata mendicità, pur sapendo che era un delitto familiare, quello che commetteva, egli giungeva a scongiurare Margherita che gli desse due lire, una lira, per giuocare. Solo quel venerdì, primo della malattia di Bianca Maria, non aveva osato: egli era colpito inguaribilmente, quel corpo di fanciulla disteso su quello che sarebbe stato forse il letto morte, quella testa schiacciata sotto la grossa vescica del ghiaccio, quel profilo stirato, come assottigliato da una mano interna, quelle sopracciglia che si aggrottavano solamente a udire la sua voce e quella mano, quella mano, sovrattutto, che lo scacciava continuamente, ostinatamente, in preda a un muto ed energico orrore: tutto ciò aveva atterrato le ultime energie della sua vecchiaia.

Le malattie dei vecchi impensieriscono e immalinconiscono i vecchi, ma le malattie dei giovani li sgomentano, come un fatto contro l’ordine della natura. Ah in questi minuti di angoscia, egli si sentiva così debole, così antico, così consumato, organismo senza vitalità, lampada senz’olio: e vacillante, tremante, senza neppure guardare dalla parte del letto di sua figlia, egli veniva a sedersi al suo solito posto, abbandonandosi come se dovesse colà aspettare la morte. Una sola cosa era capace di ridargli un lampo di energia, cioè un lampo di odio: ed era il nome di quell’esecrato dottore, ripetuto ogni tanto dal medico, o ripetuto dai suoi servi, ripetuto malgrado le sue proibizioni. Ella, Bianca Maria, non lo aveva mai pronunziato. Nelle lugubri convulsioni che avevano preludiato a quel tifo, ella aveva lungamente delirato, lungamente gridato, chiamando sua madre, mamma, mamma, come il fanciullo in pericolo, come il fanciullo che si perde. Niente altro. Invano, in quei farfugliamenti bassi, in quei borbottamenti confusi, in quei lunghi, incomposti balbettii, egli aveva teso l’orecchio per udire il proprio nome o quello dell’infame, che gli aveva tolto il cuore di sua figlia: ella aveva sempre chiamato sua madre, nessun altro. Ed egli tremava, tremava di udirle uscire dal labbro quel nome, conservando ancora, nella vecchiaia, nella stanchezza, nella debolezza crescente. quella collera sorda, quel rancore implacabile. Talvolta, quando il delirio cresceva, e lo perseguitava, egli fuggiva via dalla stanza, turandosi le orecchie, temendo sempre che ella invocasse quel nome. Fuori, stava così, aspettando, incerto, agitatissimo.

- Di che parla? - chiedeva a Margherita. quando costei usciva dalla stanza, stordita, sgomenta.

- Vuole sua madre, - mormorava l’altra, piangendo in silenzio, poiché quello le pareva un augurio di morte.

E il tifo andava completando la sua prima settimana, resistendo al ghiaccio, resistendo al chinino, mantenendosi tra i quaranta e i quarantuno gradi, come se il mercurio del termometro si fosse immobilizzato su quella cifra lugubre, colonna funerea, che nulla valeva più a fare scemare.

- Quanto? - domandava, con gli occhi ansiosi, il vecchio padre a Margherita che osservava il termometro, posto a contatto delle pelle rovente della malata.

- Quaranta, - mormorava ella, sottovoce, con una desolazione infinita.

Cifra implacabile! Per diminuire quel bruciore che consumava il sangue e le fibre di Bianca Maria, visto che il chinino preso per bocca, a grandi dosi, non aveva nessun benefico effetto, adesso il chinino era iniettato, con la minuta e leggiadra siringhetta d’argento, nelle magre braccia dell’ammalata. Senz’aver la forza di aprire gli occhi, ella si levava a stento, sorretta sui cuscini, sollevata nelle braccia di Margherita, e il capo le vacillava, e i neri capelli, attaccati alle tempie e al collo, stillavano l’umidità del freddo che dava la vescica di ghiaccio. Le dovevano sostenere anche il capo, che si abbandonava; e denudato il povero braccio, tutto punzecchiato dall’ago di argento, una nuova puntura, bruciante, dolorosa, si aggiungeva alle altre: ella trasaliva solo leggermente, come se nessun dolore fosse più grave di quel sonno. Talvolta apriva gli occhi: e li fissava nel volto delle persone, così tristi nella espressione di stanchezza, così torbidi nel colore, così aridi e così indifferenti oramai a tutti gli spettacoli umani, che un loro sguardo stringeva il cuore. Pareva che avessero esaurito la fonte delle lagrime. Quando il padre e Margherita si vedeano innanzi quei dolorosi occhi, trasalivano.

- Figlia mia, figlia mia, - diceva il vecchio, tenendole le mani.

Ed ella, infastidita, stanca, riabbassava le palpebre, subito, s’immergeva di nuovo in quello stordimento, dove le sue due forme di vitalità erano il respiro affannoso e il calore della temperatura. Raramente le iniezioni di chinino arrivavano a diminuire il calore della febbre: era una variazione minima, scorante. Solo, nel mattino del decimo giorno, ella parve a un tratto migliorata: era sonno invece di torpore. E nel sonno confortante, un gelido sudore le scorreva dalla fronte, che delicatamente Margherita le rasciugava. La povera vecchia seguiva trepidante ogni minuto di quel sonno, come se da quello, ella intuisse dover dipendere la vita di Bianca Maria: e mentre pregava, mentalmente, la sua attenzione era su quel volto amato, affilato dalla infermità, che sembrava riacquistasse una novella vivacità.

Mentre il benefico riposo durava, l’orecchio vigile di Margherita udì un rumore nell’appartamento. Si levò e in punta di piedi uscì fuori: era il marchese di Formosa che rientrava e la interrogava con gli occhi, ansiosamente.

- Riposa: sta meglio: sta molto meglio, - mormorò la povera vecchia, mettendosi un dito sulle labbra, per raccomandare il silenzio.

Gli aridi occhi del padre si riempirono di lacrime: era la prima buona notizia, in dieci giorni di angoscia, di sgomento. Anch’egli entrò nella stanza di sua figlia, sedendo al suo solito posto, sogguardando quel viso magro, su cui la gran tensione nervosa pareva avesse ceduto a una crisi benefaciente. Margherita, per non turbare il sonno di Bianca Maria, non osava adoperare il termometro per sapere a che grado fosse la temperatura, ma il cuore le diceva che la febbre aveva certamente ceduto. Così, senza parlare, ella pregando mentalmente, il marchese Cavalcanti ritrovando ancora in fondo alla sua coscienza annebbiata qualche brandello di orazione, passarono due ore a sorvegliare il pacifico sonno della malata. Era l’imbrunire, quando ella aprì gli occhi, i grandi occhi che erano stati chiusi per dieci giorni, dalla mano di piombo rovente della febbre; e subito Margherita si piegò su lei, interrogando:

- Come vi sentite?

Il suo stupore fu che la fanciulla, invece di rispondere con un cenno della mano o della testa, dicesse con una voce fievole:

- Meglio

Adesso anche il marchese Cavalcanti era accorso vicino al letto e, tremante di gioia, ripeteva:

- Figliuola mia, figliuola mia.

- Volete qualche cosa? - chiese la cameriera, per udire un’altra volta quella sottile voce, che le era andata al cuore.

- Niente: sto meglio, - mormorò l’ammalata, con un sospiro di sollievo, dal petto liberato.

Il padre le aveva preso una mano, guardando teneramente la sua fanciulla. Ed ella, che da dieci giorni lo scacciava dal suo letto, con lo sguardo e col gesto della mano, questa volta gli sorrise. Fu una luce rapidissima. Egli non sapeva dire altro, balbettando:

- Figlia mia, figlia mia…

E Margherita uscì dalla stanza, lietamente, come se la sua giovane padrona fosse salva, salva per sempre dall’orribile pericolo in cui aveva versato, per dieci giorni. Ora il marchese Cavalcanti si era seduto al capezzale dell’inferma, e tenendone la sottilissima mano fra le mani, sentiva ogni tanto le dita scarne della sua creatura appoggiantesi un po’ di più sulle sue, a espressione di affettuosa carezza. Due o tre volte, egli si era chinato e le aveva domandato:

- Vuoi qualche cosa?

Ella non aveva risposto, ma quel lume fugacissimo di sorriso era riapparso. Era già notte e i visi non si distinguevano più, quando a una novella domanda del vecchio padre, Bianca Maria rispose:

- Sì.

- Che vuoi? Dillo subito.

- Voglio il dottore, - ella disse.

- Ti senti male? chiese il vecchio, fraintendendo.

- No: voglio il dottor Amati.

Il padre mise dalle sue la mano della figliuola sulla coltre, ma non disse nulla.

- Hai inteso? Voglio il dottor Amati, - ella ripetette, con voce più alta, ma dove già un turbamento fremeva.

- No, figlia mia, - egli rispose, cercando di frenarsi, pensando alla malattia, pensando al pericolo.

- Voglio il dottor Amati, - diss’ella a voce forte, levando la testa dal cuscino, con un moto singolare.

E parve anzi al vecchio che ella avesse digrignato i denti, dopo aver pronunziato, per la quarta volta, la sua strana richiesta.

- Non è possibile, figliuola, - mormorò lui, cercando di domare la propria collera bollente.

- Va a chiamare il dottor Amati, va subito! - gridò ella, come se gli comandasse.

- Tu sei pazza! - gridò lui, levandosi. - Non andrò mai.

- Sì, sì, sì, - urlò lei, sollevata sul cuscino, colle pugna chiuse che stringevano convulsamente il lenzuolo, - tu andrai subito, e lo porterai qui, subito, Amati, io lo voglio, vicino a me, sempre con me, va subito!

- No, no, no, - urlò lui, a sua posta, senza capire più nulla, - egli non metterà mai piede qua dentro, finché io sono vivo.

Margherita era accorsa, sconvolta, un’altra volta disperata, ma più disperata ancora, della novella piega che aveva presa la malattia. Appena la vide comparire, Bianca Maria le gridò:

- Margherita, se mi vuoi bene, va a chiamare il dottor Amati!

- Te lo proibisco, hai capito? - strillò alla cameriera il vecchio marchese, così esasperato, che le mani gli tremavano, gli occhi lanciavano scintille.

- Per carità, signorina, non vi agitate, considerate che parlate a vostro padre.., per carità, Eccellenza, pensate che la signorina è ammalata… non ragiona… - diceva Margherita, piangendo.

- Io non sono pazza, io voglio il dottor Amati, - gridò ancora la fanciulla, stringendo le pugna, digrignando i denti, roteando così convulsamente gli occhi, che pareva si vedesse solo il bianco della cornea.

- Oh Madonna mia, oh Madonna mia! - continuava a piangere Margherita.

- Per carità, per carità, se mi volete bene, andate a chiamare il dottor Amati, - singultava l’inferma, col capo abbandonato, che ogni tanto si sollevava, sbattendo sul cuscino.

- È pazza, è pazza, - gridava il vecchio frenetico.

- Signore mio, andatevene fuori, ve ne prego, andatevene fuori, - supplicava Margherita, vedendo che la figliuola fissava i suoi occhi, ora carichi di un’intensa collera, ora di un intenso dolore, sul padre e che ciò lo rendeva anche più frenetico.

- Me ne vado, me ne vado, ma essa non lo vedrà, il dottor Amati! - gridava, lui, uscendo fuori, sentendo di non regger più.

Ma dal salone dove egli aveva portato il suo furore, egli udì un urlo alto, lungo, straziante, come se all’inferma le si attanagliasse la carne: e dopo, altre grida, più basse, ma strazianti ugualmente, tanto vibrava in esse un lamento di dolore insopportabile, e parole alte e basse, che gli arrivavano confusamente. La fanciulla era caduta in convulsioni: a un tratto il rumore si chetava ed allora, tremando ancora, di una complessa emozione d’ira, di pietà, di paura, egli si avvicinava alla stanza, ma non entrava, chiamando la cameriera sulla porta.

- Come sta?

- Peggio, peggio, - diceva ella, piangendo silenziosamente.

- Ma che dice?

- Vuole il dottor Amati.

- Questo, mai.

I brevi dialoghi, però, malgrado che la inferma fosse immersa, a intervalli, in un coma profondo, erano uditi da lei: e due volte, uscendo dal quel torpore, le alte grida erano scoppiate, di nuovo, nella convulsione di tutti i muscoli, specialmente nella spaventosa contrattura di quelli della nuca. Attraverso le grida, quel nome, quel nome che la povera creatura aveva adorato per tanto tempo in segreto, quel nome che era stato per lei il segno della salvazione, quel nome ricompariva, sempre, ostinatamente, in quel delirio, proclamato dall’anima che non conosceva più vincoli, pronunziato imperiosamente, dolcemente, disperatamente, con tale impeto di amore, che Margherita e Giovanni che accorrevano per frenare le braccia della convulsa, si sentivano schiantare il cuore.

Di , come l’inferma levava la voce, ora stridula, ora grave, a invocare il dottore Amati, il marchese Cavalcanti trasaliva, e fremeva di quell’odio ostinato e cieco dei vecchi, che non sanno perdonare. Invano, invano egli cercava di distrarsi, di non udire, di non sentire il dolore disperato di quella invocazione; invano egli chinava il capo, turandosi le orecchie, fuggito nell’ultima stanza dell’appartamento: gli giungeva sempre quel lamento clamoroso, fitto, che nulla arrivava a sopire. Era un incubo, oramai: e malgrado la distanza, malgrado le porte chiuse, egli udiva distintamente, precisamente, le parole di amore e di dolore con cui Bianca Maria invocava il dottor Amati; le parole gli si imprimevano nella mente, gli martellavano il cervello, come una persecuzione. Ciò continuava da un ora e mezzo ed ella non si chetava, non taceva, trovando nuova forza nervosa, per chiamare, per chiamare, come se la sua voce, come se la sua chiamata dovesse passare attraverso le mura, attraverso le strade, dovesse arrivare sino all’uomo che ella voleva, per salvarsi. Ah che incubo, che incubo, udire il delirio della sua figliuola, la quale lo scacciava dal suo tetto e disperatamente faceva appello a un altro uomo! Ogni tanto, come per far finire quella follia parlante, invocante, egli si appressava alla porta della stanzetta, e udiva la voce piana di Margherita che, tenendo abbracciata la sua padrona, cercava di calmarla, mentre costei seguitava, quasi che non avesse più orecchie per altre voci, quasi che ella dovesse chiamare il dottor Amati fino a che lo vedesse comparire nella sua stanza.

E il vecchio padre si allontanava, furioso e disperato, tremando di collera e tremando di angoscia, non sapendo più che fare, ora avvilito, ora feroce, indomito sempre, conservando il suo odio, non sapendo placarsi, col sangue che gli bolliva nelle vene, e con un’ambascia che l’opprimeva. Ma a un certo punto, udì suonare il campanello ed entrare qualcuno nell’appartamento e poi nella stanza di Bianca Maria. Formosa restò immobile, stupefatto. Chi era entrato, dunque? Quando Margherita apparve nella stanza ove egli si era rifugiato e lo chiamò con un cenno, egli la seguì, docilmente. Presso il letto dell’ammalata, tenendole le braccia convulse e guardandola negli occhi, era il medico curante, il Morelli, che la povera cameriera aveva chiamato.

Ma Bianca Maria, anche sotto le mani ferme del medico, anche sotto il suo sguardo scrutatore, continuava a tremare, convulsamente il capo le si sollevava dal guanciale, dal collo che si tendeva, irrigidendosi: e poi la testa ricadeva di nuovo, accasciata, con un continuo piccolo movimento di va e vieni, mentre instancabilmente ella continuava a dire, ora pian piano, ora acutamente:

- AmatiAmatiAmati…voglio Amati

- Ma che ha? - domandò il vecchio padre, congiungendo le mani, con le lacrime negli occhi.

- Ha dovuto avere un forte eccitamento, due o tre ore fa, non è vero?

- Sì…

- Per qualche spavento, per qualche rumore…?

- No…non so

- Ma si è esaltata? Ha gridato?

- Sì…

- Perché l’avete lasciata esaltare? Perché non l’avete contentata in quel che voleva? Sapevate quale pericolo correva vostra figlia!

- Io non so…, non so nulla.., che volete che io sappia? - gridò il vecchio, stendendo le mani, implorando come un fanciullo.

- Il pericolo della meningite, - disse il medico, a denti stretti.

Adesso l’inferma aveva socchiusi gli occhi; il medico le divaricò le pupille: l’occhio apparve vitreo, immobile, come si era immobilizzata tutta la persona.

- Dottore, ma che, è morta? - urlò il vecchio, come pazzo.

- Paralisi temporanea: è la meningite.

- E che si fa?

- Eh vedremo. Intanto, vi prego, fate chiamare il dottor Amati.

Il vecchio lo guardò, sconvolto.

- Che dite?

- Mandate a chiamare Amati. Non vedete che ella lo vuole?

- …è in delirio.

- Sissignore: ma quando lo ha chiesto, doveva esser ragionevole: e anche in delirio, dovete ubbidire, marchese.

- Ubbidire?

- Vostra figlia è in istato grave, è meglio contentarla

- In istato grave?

- Potete perderla, da un’ora all’altra: essa non ha forza, per resistere alla meningite.

- Dottore, dottore, non dite questo!.

- Oh caro marchese, volete che vi dica la verità? Tanto la povera paziente non può udirci. Voi vi siete negato di chiamare Amati, prima: poi, avete lasciato che la signorina arrivasse a questo stato di esasperazione… Non vorrete continuare in questa negazione, la ragazza muore.

- Oh Dio sacrato!… - bestemmiò il marchese.

- Andrò io, da Amati

-… non verrà.

- Ma perché? Non era il medico curante? E un galantuomo, è un gran medico.

-… non verrà.

- E andateci voi, marchese.

Ora, mentre Cavalcanti faceva un atto di disperazione, la malata si era riscossa, e di nuovo rapidamente, a denti stretti, si era messa a dire:

- AmatiAmati… voglio Amati

- Sentite? - disse Morelli.

- Ma io non posso, - gridò Cavalcanti, - ma io ho cacciato quell’uomo di casa, non ho voluto che mia figlia lo sposasse, non posso umiliarmi a lui.

- Sta bene, ma la fanciulla muore… - disse il medico, trattenendo le mani battenti della fanciulla.

- Andate a chiamare Amati, per carità, per amore di Dio, non mi abbandonate, chiamate Amati, - gemeva l’inferma.

- Oh Dio! che castigo, che castigo! - esclamava il vecchio, con le mani nei capelli; - ma, dottore, fatele qualche cosa, non la lasciate morire!.

- AmatiAmati… voglio Amati, - ella diceva, delirando, stravolgendo paurosamente gli occhi.

E ricaduta, abbattuta sul letto, in una nuova paralisi, l’unica cosa viva di lei era la voce che voleva Amati, sempre l’unica idea della sua ragione smarrita era Amati, Amati, Amati.

- Gli scriverò, - disse il vecchio, desolatamente, andando di mentre il medico provava a mettere nuovo ghiaccio, sulla testa infiammata di Bianca Maria.

Il marchese scriveva: ma era insopportabile lo sdegno di dover cedere, e le parole non uscivano dalla sua penna. Stracciò due foglietti. Infine ne uscì una breve lettera, con la quale pregava il dottor Amati di andare a casa sua, perché sua figlia era malata: niente altro. Quando dovette scrivere l’indirizzo, fu per ispezzare la penna. E senza guardare in volto Giovanni, gli disse di correre dal dottore… sì, dal dottore Amati. E il poveretto corse, mentre Morelli dava delle pillole di calomelano alla povera delirante che urlava, poiché il dolor di testa era divenuto insoffribile, atroce. Il padre, consumato il primo sacrificio, si sentiva impazzire, a quegli urli: e tremava, temeva di mettersi anche lui a urlare, a urlare, come lei, come se ella gli avesse comunicata la meningite.

Adesso che aveva scritta la lettera, consumando un insopportabile sacrificio, adesso il marchese Cavalcanti si metteva a desiderare che il dottor Amati giungesse presto, almeno: gli era impossibile sopportare più quelle grida, quei lamenti, quei gemiti, in cui un solo nome continuava ad apparire, sempre, sempre. E oramai contava i minuti del ritorno di Giovanni, tendendo l’orecchio, se udisse qualche rumore di porta che si schiudeva: il tempo passava e l’ammalata, malgrado il ghiaccio, malgrado il calomelano, delirava, con gli occhi stravolti, in preda alla infiammazione che sembra arda il cervello. Ecco una porta si apriva, qualcheduno si avanzava verso la stanza, in cui il marchese di Formosa aveva ricoverata la sua disperazione. Era Giovanni, solo: e pareva così stanco, così vecchio, così triste, che il marchese tremò, chiedendogli:

- Ebbene?

- Non viene, il dottor Amati.

- Non vi era?

- Non vi era, l’ho aspettato sotto il portone: è poi venuto…

- E dunque?

- Ha letto la lettera… e ha detto che egli era troppo occupato, che la signorina aveva certo qualche altro buon medico

- Non lo hai… pregato?

- L’ho pregato, Eccellenza: si è fatto aspro, è andato via mormorando certe parole, che non ho capite.

- Dovevi salireinsistere

- Non ho avuto il coraggio

- Ma capisci che senza lui la signorina muore, non lo capisci?

- Lo capisco, Eccellenza, ma il dottore mi ha maltrattato, sono un povero servo

- Egli ha ragione, - disse il vecchio lentamente, - io l’ho molto offeso

- Eccellenza, Eccellenza, andateci voi, a voi non dice di no…

- Tu sei pazzo!…

- Per la signorina, Eccellenza!

- Dirà di no, m’insulterà

- Per la signorina

- No, no, è troppo…

- Ma, Eccellenza, lo avete detto, la signorina muore.

- Va via, - gridò brutalmente il marchese, cacciando il suo servitore.

Restò solo. Il suo orgoglio si ribellava potentemente all’idea di umiliarsi innanzi all’uomo che egli aveva ingiuriato: soffriva atrocemente; la voce di sua figlia che ora borbottava in tono basso, ora strideva acutamente, nominando Amati, gli dava il senso di un dolore fisico, di un ferro rovente che bruciava la sua carne. Dentro di lui, però, come il tempo passava, come il pericolo della fanciulla aumentava, si compiva un lavoro di annichilimento, in cui tutte le ribellioni antiche e nuove della sua superbia andavano cadendo: e al posto dell’orgoglio si metteva una immensa pietà, una immensa tenerezza, un immenso dolore. Fuggiva l’ora, mentre egli passeggiava su e giù, rodendo il freno degli ultimi vincoli in cui si abbassava e radeva terra il suo cuore: e non cessava di quell’eterna voce delirante, che non sapeva dire altro che il nome di Antonio Amati. Oramai egli non trasaliva più di collera, l’odio taceva e quando, di nuovo, si presentò il dottore Morelli, che era andato e che era ritornato, domandandogli, egli rispose:

- Non è venuto: vado io.

- Lo condurrete?

- Lo condurrò.

Era ben tardi, però, quando si mise in cammino, a piedi, per andare in via Santa Lucia, dove abitava adesso il dottor Amati: era quasi mezzanotte e la gente si era diradata per Toledo, nella dolcezza della sera di aprile. Malgrado la vecchiaia, il marchese correva per la strada, spinto da una forza nervosa, e quando fu nel grande portone del palazzo che abitava Amati, fece le scale rapidamente, senza neppur rispondere al portiere, che domandava dove andasse.

- Dite ad Amati che vi è il marchese Cavalcanti, - disse alla governante che gli era venuta ad aprire.

- Veramentestudia

- Diteglielo, ve ne prego, è una cosa urgentissima, - pregò il vecchio, il cui orgoglio era completamente sparito.

Ella andò di , ricomparve subito, facendo cenno al marchese di entrare. Egli attraversò due salotti e si trovò in uno studio, tutto in penombra, dove la luce della lampada si concentrava sopra un gran tavolone, sparso di carte e di libri. Ma il dottor Amati era in piedi, in mezzo alla stanza, aspettando. Quei due uomini, che si erano tanto odiati, si guardarono, con lo stesso dolore che li accomunava, e la pietà della infelice creatura morente troncò ogni astio. Si guardarono.

- Che è? - dimandò, con voce fioca, Amati.

- Muore, - disse Formosa, facendo un atto disperato.

- Di che?

- Di meningite.

Un pallore terreo si diffuse nel volto del dottore e due pieghe gli si formarono alle labbra. E non osò fare rimproveri al marchese. Non aveva, egli stesso, abbandonata la povera creatura, a cui aveva promessa, giurata la salvazione? Non aveva, per superbia, lasciato il delicato fiore ammalato, in preda a tutti i mali fisici e morali? Ambedue erano colpevoli, ambedue.

- Andiamo, - disse.

Uscirono insieme, chiamarono una carrozza da nolo, fecero sollevare il soffietto, come se volessero nascondere il loro dolore. Non parlavano, durante il tragitto. Soltanto, mentre mordeva il suo sigaro spento, il dottor Amati, ogni tanto, faceva qualche interrogazione medica.

- Da quanto tempo, la meningite? Primo giorno?

- Sì: ma ebbe nove giorni di tifo.

-Febbre alta?

- Da quaranta a quarantuno.

- Gran mal di testa?

- Atroce.

- Convulsioni?

- Sì: ogni tanto.

- Stravolge gli occhi?

- Sì.

- Ha contratti i muscoli della nuca?

- Sì.

-… vi fu qualche causa?

- Sì, - disse umilmente il padre, quasi singhiozzando questo monosillabo.

- Le hanno dato il calomelano?

- Sì.

- Non ha calmato?

- No, niente. Spesso è paralizzata: ma per poco.

- È proprio la meningite, - mormorò il medico, pensoso.

La carrozza camminava, camminava alla meglio, con il mediocre cavallo notturno. Non arrivavano ancora e avevano già incitato il cocchiere ad affrettare.

- Ha il delirio? - chiese nuovamente il medico.

- Non so… Non capisco se è il delirio.., ma parla sempre, convulsamente

- E che dice?

- Chiama voi…

- Me?

- Voi, sempre.

Ah il cuore del medico si schiantò, udendo questo! Sottovoce il vecchio padre lo udì dire, come per preghiera sgomenta:

- Mio Dio!…

Non dissero altro. Trovarono la porta aperta, il povero vecchio Giovanni li aveva attesi sul pianerottolo, appoggiato alla ringhiera, guardando nel portone, ansioso di vederli arrivare, ma certo che il dottore sarebbe venuto.

- Come sta? - chiese subito il padre che aveva un continuo bisogno di essere rassicurato.

- Come deve stare?… - sospirò il vecchio servo, precedendoli, - sta come prima.

- Sempre il delirio? - disse il dottore.

- Sempre.

Entrarono pian piano nella stanzetta. Il dottor Morelli era andato via da poco, lasciando una letterina pel dottor Amati. Ma costui andò diritto al letto della inferma. La voce di costei, oramai stanca, ma sempre appassionata, andava ancora ripetendo il nome di Amati, ma il capo era affondato nei cuscini e gli occhi socchiusi. Egli vide tutto immediatamente, e lo scompiglio del suo animo, dovette esser tale che non giunse a padroneggiare, egli il forte, egli l’invincibile, il suo volto. Ed esitò un minuto, prima di rispondere alla infelice delirante che seguitava a chiamarlo, temendo di produrre sui nervi di lei una impressione troppo forte: ma non potette resistere a quella fievole voce che gli penetrava sino al cuore e lo faceva struggere di tenerezza.

Disse:

- Bianca Maria..

Qual grido fu la risposta! Ella si levò, col volto improvvisamente acceso, con gli occhi diventati stragrandi, e gli buttò le braccia al collo, gli appoggiò il capo sul petto, gridando:

- O amor mio, amor mio, quanto avete tardato! Non mi lasciate più, non mi abbandonate, è tanto tempo che vi chiamo non mi lasciate.

- Non temete, non vi lascio… - mormorò lui, cercando di vincere la sua emozione, carezzandole i bei capelli confusi e arruffati.

- Non ve ne andate mai, mai, - gridava ella appassionatamente, stringendogli le braccia al collo, - se mi abbandonate, io muoio

- Calmatevi, Bianca Maria, calmatevi, non dite queste cose.

- Le voglio dire, - levò lei ancora la voce, irritandosi della contraddizione,- senza di voi, per me è la morte. Ma tu non mi lascerai morire, eh, non mi lascerai morire?

- Creatura mia, taci, taci… - egli disse, incapace di frenarsi, volendo disciogliere la catena di braccia, che gli allacciava il collo.

- Non mi levare di qui, non mi levare,- strillò lei, facendo degli atti disperati col capo. - Se mi levi, sento che la morte mi piglia.

- Oh Bianca, taci, per carità, non mi uccidere, - le disse il forte uomo, diventando il più debole e il più misero fra gli uomini.

- Mi piglia la morte, è qui dietro, la sento, tu solo puoi salvarmi… Non mi lasciar morire, non voglio morire, hai capito, non voglio morire!

- Non morirai, zitto, cara, zitto, perché ti ammali assai peggio, io sto qui, non me ne vado, mai più, mai più, non ti lascio

-… e non voglio morire, - concluse lei, di nuovo, calmandosi un poco.

Stettero così, qualche tempo. Il padre era ai piedi del letto, appoggiato alla spalliera, con gli occhi bassi, sentendo nel suo orgoglio schiacciato, nella sua anima trafitta, tutto il peso del castigo che il Signore gli faceva aggravare sul capo, in punizione del suo lungo peccato. Pian piano, visto che la fanciulla taceva, che gli occhi le si chiudevano, il dottor Amati tentò di rimetterle il capo sul guanciale: ma ella sentì l’atto, e mentre si abbassava, attirò a se anche lui ed egli dovette chinarsi, poiché quelle braccia non volevano sciogliersi. Restarono così, ella assopita, egli inclinato in una posizione dolorosa, così angosciato di quella malattia e della sua impotenza, che non gli arrivava la sensazione di quel tormento fisico: il dolore assumeva in lui tale una violenza che si sentiva scoppiare, non potendo né piangere, né gridare, né parlare. Ora la infelice fanciulla pareva assopita, ma ogni tanto sussultava, e una espressione di fastidiosa pena le si dipingeva sullo scarno viso. Pareva che le passasse una idea per la mente, o che udisse un rumore che gli altri non udivano, o che vedesse qualche penosa visione, poiché le palpebre le battevano e le labbra si striavano sulle pallide gengive. Poi, ella schiuse gli occhi, come se avesse fissato quel rumore, quella visione, quella impressione fastidiosa e con un soffio di voce, che solo il medico intese, chiamò:

- Amore!

- Che vuoi?

- Mandalo via.

- Chi?

- Mio padre.

Il medico impallidì e non rispose. Dette una obliqua occhiata al vecchio, che era sempre fermo ai piedi del letto, con gli occhi bassi, dolorosamente concentrato.

- Ti prego, mandalo via, - ricominciò lei, parlandogli nell’orecchio.

- Ma perché?

- Così: non voglio vederlo. Mandalo via. Che se ne vada.

- Bianca Maria, ma è tuo padre!

- Ascolta, ascolta, - diss’ella, attirandolo maggiormente a sé, perché gli potesse parlare più piano.

- È mio padre, - mormorò poi con una paura soffocata, con un rimpianto immenso, - ma mi ha uccisa.

- Non parlare così, - rispose, lui, volgendo il capo dall’altra parte per non lasciare scorgere le sue impressioni.

- Ti dico che muoio per lui. Non ho il delirio, sai, io ragiono, - soggiunse ella, stralunando gli occhi, con quel moto infantile dei fanciulli moribondi, che fa impazzire di dolore le madri.

Egli crollò il capo, come se non sapesse più che cosa fare, che cosa dire.

- Mandalo via, - diss’ella, insistendo, arrabbiandosi, con le fatali irrompenti furie della meningite.

- Io non posso, Bianca Maria

- Se non lo mandi via, tu, tu, io mi levo e gli grido di andarsene, di non comparirmi mai più innanzi, mai più, hai capito?

- Aspetta, - egli disse, decidendosi, rassegnandosi. E la lasciò, staccandosi da lei, rimettendole le scarne braccia sulla coltre. Ella lo seguì con lo sguardo, senza mai levargli gli occhi di dosso, come se con lo sguardo udisse quello che molto sottovoce il dottore Amati diceva a suo padre. Il dottor Amati, con molta delicatezza e con un fremito di dolore che faceva tremare invincibilmente la sua voce, gli spiegava che la meningite è una terribile malattia che abbrucia il cervello, che sconquassa i nervi, e che fa delirare per giorni e giorni i poveri infermi che ne sono attaccati, che li induce a continua collera e persino al furore: che la povera Bianca Maria era in preda a questo delirio, che non poteva soffrir nessuno nella sua stanza, e che se egli amava sua figlia, se non voleva udirla dare in escandescenze, facesse la carità di andarsene in un’altra stanza

- Mia figlia vi ha detto questo? - chiese il vecchio, smorto, con le sopracciglia aggrottate.

- Sì.

- Non vuole nessuno nella sua stanza?

-… Nessuno.

- Ma voi, sì?

- Me, sì.

- Mi caccia, mia figlia? - gridò il vecchio.

- Per carità, marchese, non v’irritate, abbiate pietà della fanciulla, di voi, di me…

- Non me ne andrò, se non me lo dice lei, capite? Bianca Maria? - chiamò il marchese, avanzandosi presso il letto.

Ella guardò il padre con tanta intensità, come se gli rispondesse.

- Bianca Maria, - gridò l’esasperato vecchio, - è vero che non mi vuoi, nella tua stanza? Dillo tu, se è vero, io non credo a quest’uomo, lo devi dire tu!

- È vero, - ella proclamò, a voce chiarissima, guardando suo padre.

Egli chinò gli occhi, dove comparvero le ultime lacrime della vecchiezza, chinò il capo sul petto, vinto dall’inflessibile castigo che gli veniva dalla delirante, dalla morente sua vittima. Uscì, senza voltarsi. E cadente come se avesse cento anni, solo, taciturno, si ritirò in quella che era stata la sua stanza da studio, dove restavan solo un tavolino vecchio e una vecchia sedia. , prono, con la testa fra le mani, senza più nozione né di tempo, né di cose, il vecchio peccatore s’immerse nella incommensurabile amarezza della punizione. Ogni tanto, fiocamente, o vivacemente gli arrivava la voce di Bianca Maria che diceva ad Amati, sempre, sempre:

- Non voglio morire, non voglio morire, salvami, salvami, ho venti anni, non voglio morire

Quella voce, quelle parole disperate, pronunziate nel delirio, ma che pure parevano un lamento e una maledizione, gli facevano un effetto crudele. Non aveva più la forza di levarsi, per uscire, per andarsene di casa, solo, a morire come un cane sopra gli scalini di una chiesa, non pianto, non rimpianto. Non si levava, per andare presso l’agonizzante, poiché sua figlia lo aveva cacciato, tenendo presso sé l’unica persona che l’aveva amata.

- Non voglio morire, amore, non voglio morire, - parlava la demente.

- Hai ragione, hai ragione, - pensava il padre, trasalendo.

E mentre le ore passavano, egli sentiva di l’andirivieni del medico che tentava il salvamento della fanciulla, gli ordini frettolosi, l’uscire di Giovanni, di un assistente accorso. Egli non aveva più diritto di presentarsi, di sapere: e difatti lo dimenticavano , come se fosse morto da anni e anni, come se giammai un marchese Carlo Cavalcanti fosse esistito. Non sarebbe stato meglio per lui se fosse morto, poiché tutti lo avevano abbandonato?

- E giusto, è giusto, - pensava fra sé.

Egli tendeva l’orecchio, ogni tanto, come se i rumori che arrivavano, dovessero dirgli che la fanciulla migliorava, che il medico le amministrava i rimedii energici, capitali. Ma oltre all’affaccendarsi dei servi, dell’assistente, del dottore, egli non udiva altro che il grido straziante, continuo:

- Non voglio morire, non voglio morire, amore, salvami!

Egli si assopì, coll’antico capo appoggiato alle braccia, verso l’alba, sentendo anche nel lieve e breve torpore quel lamento, quell’angoscioso grido. Fu Giovanni che lo svegliò, a giorno chiaro, portandogli una tazza di caffè. Il padre scacciato dalla camera di sua figlia, interrogò con gli occhi il servo:

- Sempre lo stesso, sempre! - mormorò Giovanni, crollando il capo vacillante.

- Ma neppure Amati la salva? Neppure lui?

- Cerca: ma è disperato.

Il marchese Carlo Cavalcanti passò tre giorni e tre notti in quella stanza, solo, senza veder letto, senza quasi toccar il poco cibo che gli portavano: i tre giorni e le tre notti che durò l’agonia di sua figlia, Bianca Maria Cavalcanti. Il volto del vecchio, sempre sanguignamente colorito malgrado l’età, era chiazzato di violetto; i capelli bianchi erano tragicamente arruffati. Oramai, quando Giovanni e Margherita gli apparivano innanzi, solo a vedere il loro abbattimento, egli non domandava più nulla loro. Non sentiva egli forse che ella delirava sempre, gridando che a quell’età non voleva morire, non voleva, aggiungendo le esclamazioni e le preghiere più trambasciate? I due servi non gli dicevano nulla: l’udito gli si era affinato e non una parola del delirio gli sfuggiva.

Pure, quella stessa vitalità di forza nervosa, quella voce forte lo illudevano, come una forma di salute e quasi quasi, nei piccoli intervalli di silenzio, egli si augurava che quel delirio ricominciasse. Ma il terzo giorno, alla mattina, una nuova dolorosa impressione lo trasse da quello stupore. La delirante, con voce strozzata, chiamava sua madre, sua madre, addolcendo il tono, pregando la mamma che non la facesse morire. Ogni tanto, taceva: egli si guardava intorno, atterrato da quegli improvvisi silenzi che si prolungavano, trabalzando quando, di nuovo, Bianca Maria si metteva a gridare.

- Mamma, non voglio morire, non voglio, non voglio, mamma cara!

Verso le due dopo mezzanotte, del terzo giorno, sempre seduto presso quel tavolino, lo colse il sopore, mentre ancora gli risuonava nell’orecchio quel delirio.

Quanto tempo dormì?

Quando si svegliò, il silenzio era così profondo, che egli si sgomentò. Aspettò, per udire quella voce che chiedeva di non morire ancora. Niente. Calcolò il tempo, dalla consumazione della candela: dovevano esser passate due ore. Una paura orribile lo assalse. Non osava muoversi. Guardò sotto l’arco della porta, vide la faccia bianca di Margherita che lo guardava. Intese. Pure, macchinalmente, domandò:

- Come sta la marchesina?

- Sta bene, - disse fievolmente la vecchia.

- Quando… è stato?

- Un’ora fa.

- Non ha… non ha domandato di me?

- No, Eccellenza.

Egli provò a levarsi. Non poteva. Pensò che la morte lo avrebbe preso , su quella seggiola, subito, poiché i giovani di venti anni morivano prima dei vecchi di sessanta. Ora, era sopraggiunto anche il dottor Amati. Era irriconoscibile: un accasciamento mortale ne aveva distrutta tutta la energia fisica e morale. Come a un fanciullo, grosse lagrime silenziose gli si disfacevano sulle guance. Tacquero, un poco.

- Ha sofferto assai? - chiese quel padre.

- Immensamente..

- Non è stato possibile…?

- No, non è stato possibile, - disse il dottore, il vinto, aprendo le braccia, confessando la più atroce fra le sue disfatte.

Il vecchio, dalla faccia oramai immobilizzata in quella tragica espressione, non piangeva. E come un fanciullo inconsolabile, il dottor Amati lo prese per mano, lo sollevò, gli disse teneramente:

- Venite a vederla.

Andarono. La marchesina di Formosa, Bianca Maria Cavalcanti, giaceva sul suo bianco piccolo letto, col capo un po’ abbassato sulla spalla, con le ceree mani dalle dita livide, congiunte per mezzo di un rosario. Le avevano messo un vestito bianco, molle, sullo scarno corpo. La bocca violetta era socchiusa; le palpebre terree erano abbassate. Pareva assai più piccola, come una fanciulletta adolescente. Non aveva sul volto che l’augusta impronta della morte che tutto placa, che a tutto indulge: non la serenità, ma la pace. Dalla soglia i due uomini guardavano il piccolo cadavere, dalle lunghe trecce nere fluenti lungo la persona: non entrarono. Immobili, ambedue tenevano gli occhi su quella piccola salma; e il dottore, teneramente, ripeteva, come fra sé, come un fanciullo che nulla potrà consolare:

- Ci vogliono dei fiori, dei fiori

Il vecchio non lo udiva. Guardava sua figlia morta, e senza parlare, senza trarre un sospiro, piegò il suo gran corpo, e s’inginocchiò sulla soglia, tendendo le braccia, chiedendo perdono, come il vecchio Lear innanzi al cadavere della dolce Cordelia.

 


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