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14 - IL SEQUESTRO DELL’ASSISTITO
Con fragor triste scrosciava la pioggia di estate sul selciato, mentre due
larghi rigagnoli giallastri discendevano ai lati della via Nardones e nell’aria
era quell’odor nauseante solforoso dei temporali di agosto. In piazza San
Ferdinando le carrozze da nolo, dal soffietto levato, erano tutte lucide di
pioggia, stillanti acqua da tutte le parti: bagnati sino alle ossa, grondavano
di pioggia i lunghi e magri cavalli dalla testa abbassata: raggricchiati, col
cappelluccio sformato sugli occhi, col capo abbassato sul petto, con le mani
convulsamente ficcate nelle tasche dello sdrucito cappotto, i cocchieri
ricevevano pazientemente l’ondata che cadeva dal cielo; e tutto era triste,
intorno, il palazzo reale, la piazza, il porticato e la chiesa di San Francesco
di Paola, la Prefettura, il Comando di Piazza e i grandi caffè, tutto triste,
malgrado la grandezza e i tanti lumi accesi dietro i cristalli, triste anche la
maestosa mole del teatro San Carlo, tutto il notturno paesaggio avvolto nella
fragorosa burrasca che non aveva posa, traendo, dalla stanchezza, nuova forza a
batter case, strade e uomini.
I passanti erano rari; e apparivano come ombre di creature infelici, sotto
gli ombrelli sgocciolanti di pioggia, oppure rasentavano le muraglie, non
avendo l’ombrello, col bavero alzato, e il cappello molle, fradicio di acqua.
Qualche raro viandante scantonava, da Toledo a via Nardones, una via abbastanza
larga posta nel miglior centro della città, e intanto conservante un aspetto
equivoco, quasi di strada male abitata e mal sicura: una via senza tetraggine,
ma spirante la diffidenza delle chiuse finestre, dei balconi scarsamente
illuminati, dei portoncini socchiusi, dove lo sguardo si perde in un buio androne.
Qualche grande portone, ogni tanto, spezzava questa impressione di sospetto,
col chiarore del suo gas e l’ampiezza del suo cortile: ma qualche bottega, dai
poco puliti cristalli velati di una stoffa rossastra, ermeticamente chiusa,
illuminata fiocamente, dietro cui si disegnavano delle bizzarre ombre
piccolissime o gigantesche, gittava di nuovo un vago turbamento nell’animo di
coloro che se ne tornavano alle loro case, piegati sotto il peso delle cure e
della lunga fatica. A un certo punto, una donna, appena coperta da uno scialle
nero, sul vestito di lanetta gialla e sulla camiciuola bianca, scantonò, da
Toledo, salendo lentamente la via Nardones, tenendo le due cocche del
fazzoletto che le copriva il capo, strette fra i denti e riparandosi dalla pioggia,
sotto un ombrello piccolo piccolo. Ella andava con precauzione, levando i passi
in modo da bagnare il meno possibile le sue scarpette di pelle lucida e
mostrando le calzette rosse di cotone. Quando passò sotto un lampione dalla
luce rossiccia, levò il capo e apparve il volto, oramai stanco e triste, sotto
il belletto grossolano, di Maddalena, la infelice sorella di Annarella e di
Carmela. Ella arrivò innanzi alla equivoca bottega dalle tendine rossastre, e
si fermò davanti ai cristalli, come se tentasse di vedere una persona, un fatto
che accadesse là dentro, senza osare di aprire. Ma, salvo il movimento di certe
ombre nere incappellate, non si distingueva nulla: ed ella, dopo aver esitato
un bel pezzo, si decise a metter la mano sulla maniglia e a schiudere uno
sportello della bottega: introdusse la testa dallo spiraglio, timidamente, e
chiamò:
- Raffaele, Raffaele…
- Ora vengo, - rispose la voce del giovanotto camorrista, di dentro, con una
lieve intonazione di impazienza.
Subito, ella rinchiuse: e sotto la pioggia, pazientemente, si mise ad
aspettare. Qualche uomo passava e le gittava una strana occhiata, eccitato da
quell’incontro, in quella bizzarra temperatura burrascosa in quell’ora della
notte che si avanzava, in quella via deserta. Ma ella chinava gli occhi, quasi
si vergognasse: e sogguardava l’estremità di via Nardones, per vedere chi ne
spuntasse, temendo continuamente di esser sorpresa. A un tratto trasalì: due
popolani si avvicinavano, risalendo la via Nardones, senza discorrere fra loro,
prendendosi sulle spalle tutta la pioggia: un vecchio sciancato, trascinante la
gobba e la gamba più lunga, il lustrino Michele, senza la sua cassetta dove
lustrava le scarpe, e un altro, magro, pallido, con certi occhi ardenti nelle
occhiaie incavate, Gaetano, il tagliatore di guanti.
Nel riconoscere il marito di sua sorella Annarella, suo cognato, Maddalena
fu presa da un fremito di paura; si strinse al muro, come se volesse
rientrarvi, abbassò l’ombrello e pregò, mentalmente, perché Gaetano non la
riconoscesse, con le labbra che non arrivavano a balbettare le parole della
preghiera. Fremeva, fremeva…temendo che la bottega si aprisse in quel momento e
che Gaetano riconoscesse colui che usciva di là dentro. Ma Gaetano, il
tagliatore di guanti, ricevendo sul capo l’ondata della pioggia, non badava a
coloro che si trovavano nella strada, fortunatamente per Maddalena: né la porta
della bottega si schiuse, quando egli passava. Anzi i due popolani scomparvero,
uno dopo l’altro, in un portoncino lontano una quarantina di passi, dove anche
qualche altro uomo, prima di loro, era sparito. Ma sotto il suo rossetto,
Maddalena si sentiva le guance gelide dalla paura e riaprì la porta della
bottega, pregando, invocando, sottovoce:
- Raffaele, Raffaele…
- Vengo, vengo, - rispose il giovanotto, seccato, senza nemmeno accorgersi
che la povera donna aspettava da tempo, sotto la pioggia, nella notte, nella
via spazzata dal vento.
Ella sospirò, profondamente, e gli occhi che non avevano più bisogno di
bistro, tanto li sottolineava un ombra nera di stanchezza e di dolore, si
riempirono di lacrime. La pioggia adesso aveva inzuppato l’ombrello di cotone
verdastro e scendeva sul capo di Maddalena, le immollava i neri capelli lucidi
e le rigava la faccia e il collo, un’acqua tiepida, come se fosse di lagrime.
Ma ella non sentiva neppure quello scorrere della pioggia, fatta insensibile, e
non vide le altre tre o quattro persone, che sbucando da Toledo, risalendo
verso l’altitudine di via Nardones, scomparvero nel portoncino, dove si erano
cacciati Michele il lustrino e Gaetano il tagliatore di guanti.
Di dentro la bottega, le ombre si agitarono, mentre un fragore di voci che
discutevano, si levava, ed ella tese l’orecchio, ansiosamente, sentendo che
Raffaele bestemmiava e minacciava. Ah! non potette resistere al tumulto delle
voci irose e schiuse nuovamente la porta, gridando, supplicando:
- Raffaele, Raffaele!
Ancora altre parole colleriche scoppiarono, dall’una parte e dall’altra, fra
coloro che bevevano e giuocavano in quel losco caffettuccio. E Raffaele,
messosi in capo il cappello con un pugno, uscì dalla bottega, come respinto da
chi vi si trovava: trovandosi avanti quella figura umile di Maddalena, tutta
bagnata, col rossetto stinto sulle guance, con la faccia stravolta dalla
disperazione, egli bestemmiò come un sacrilego, e le diede uno spintone
brutale.
- Andiamocene, andiamocene, - disse lei, senza badare a quell’atto e a
quelle parole di bestemmia.
Il camorrista la mandò a farsi uccidere, furiosamente. Ma pioveva e egli non
aveva ombrello, il giacchettino corto lo riparava assai male, e si mise sotto
l’ombrello, bestemmiando fra i denti, ancora.
- Abbi pazienza, abbi pazienza, - diceva lei, allungando il passo sul
selciato, per stare sempre vicino a lui, abbassando l’ombrello dalla sua parte,
per non farlo troppo bagnare.
- Ma non lo sai, che al bigliardo non ci devi venire? - le disse il
giovanotto, con una collera repressa. - Io mi secco di far la figura del
ragazzo, che lo vengono a prendere, alla scuola. Mi secco!
- Abbi pazienza, non ho potuto resistere, - mormorò lei, bevendo le lacrime
che le scendevano sulle guance e che non poteva asciugare.
- Io ti lascio, quanto è vero il nome di Gesù, ti lascio! Hai il difetto di
tua sorella, tu: stracciata che mi faceva schifo, mi veniva a cercare,
dovunque, per farmi burlare dai miei amici. L’ho lasciata per questo, capisci?
- Povera sorella mia, - mormorò lei, lamentandosi.
- Tu non sei stracciata, tu: ma mi fai scorno lo stesso, capisci?
- Capisco.
- Se no, ti lascio come ho lasciato Carmela: sono un giovanotto d’onore, hai
capito?
- Ho capito.
- E non ci venir più.
- Non ci verrò più.
Continuavano ancora questo dialogo, egli furioso della perdita al giuoco
dello zecchinetto, della rissa coi compagni e della mancanza di denaro, ella,
contrita, sentendo che quei maltrattamenti erano la giusta punizione del
tradimento fatto a sua sorella: tanto che, mentre egli mordeva, nell’angolo
delle labbra, il suo mozzicone spento e seguitava a malmenarla, rinfacciandole
la sua infelice esistenza, vilipendendola con ogni ingiuria, ella andava
accanto a lui, pallida, poiché tutto il rossetto si era dileguato sotto la
pioggia, con la camiciuola intrisa di acqua che le si attaccava alle spalle e i
capelli che le s’incollavano sulla fronte, andava, abbassando maternamente
l’ombrello dalla sua parte, sopportando l’insulto, ebbra di dolore e di
pentimento, ripetendo macchinalmente:
- È poco, è poco…
Lassù, tutti quelli che erano entrati nel portoncino a mano destra di via
Nardones, erano saliti per una scaletta di un piano solo, dirimpetto alla scala
principale, un po’ più grande: erano entrati in un quartierino di due stanzette
che si affittavano per uso di studio, come diceva il padrone di casa,
visto che non vi era cucina. Ma le due stanzette erano così basse di soffitto e
così scarsamente illuminate da due finestrelle, erano così freddi i pavimenti
dai mattoni rossastri, così sporche le carte da parati e così unta la vernice
delle porte e delle finestre, che nessun meschinissimo notaio, o avvocato
povero, o medico senza clienti, o commerciante di loschi affari, vi restava più
di un mese. Il ciabattino che serviva da portiere e gli abitanti che passavano
dalla scala grande, erano dunque abituati a veder salire e scendere
continuamente visi nuovi, giovani e vecchi, uscieri e mezzani d’affari, una
sfilata di persone dalle facce scialbe e dagli equivoci sguardi. Chi si
occupava delle persone colà abitanti? Nessuno, neppure il portiere che non
aveva stipendio dagli inquilini del quartierino, e che non si curava, quindi,
dei cambiamenti di affittuario. Sulla scala principale abitavano persone
affaccendate, affittacamere, maestri di calligrafia, un dentista di
terz’ordine, una levatrice e altra gente curiosa, bizzarra, che saliva e
scendeva, presa dai suoi interessi, dai suoi affari, dalla sua decente miseria,
o dalla sua inutile corruzione: gente che badava poco al vicinato, tanto che lo
studio sempre in preda a un nuovo inquilino, o deserto di abitanti si
potea dire isolato.
Il cartello si loca vi stava, sul portone, tutto l’anno: tanto non
era possibile trovare un affittuario ad anno, e ogni mese si era alle stesse.
Quando il quartierino era affittato, allora la chiave, all’imbrunire, la
portava via l’inquilino: quando era vacante, il ciabattino la teneva sul suo
banchetto, e, assentandosi, la consegnava alla carbonaia dirimpetto. La
scaletta del quartierino era qua e là, sbocconcellata: lubrica e pericolosa per
chi non avesse buone gambe e buoni occhi. Adesso, in quell’agosto, da un paio
di mesi, la casetta era stata presa in affitto da un signore giovane,
decentemente vestito, come un provinciale quasi elegante, grasso, grosso, con
un collo taurino, e una faccia dove il rosso del pelo si mescolava al rosso
della carnagione, dandogli una fisonomia scoppiante di sangue. Così lo studio
si apriva ogni tanto nella settimana, per qualche ora, e due o tre persone
vi venivano, talvolta di più. Scomparse nella scaletta, non si udiva più nulla,
nulla appariva dietro gli sporchi vetri delle finestre: solo, dopo qualche ora,
quelle persone ricomparivano, ad una ad una, alcune rosse in viso come se
avessero lungamente gridato, altre pallide come se le divorasse una collera
repressa. Sparivano, ognuna per la sua strada, talvolta senza che le vedesse
neppure il portinaio. Ma in una sera della settimana, sempre la stessa,
convenivano nello studio sette od otto uomini: una lampada a petrolio,
sudicia, coperta da un paralume di carta verde, che poteva costare tre soldi,
illuminava la stanzetta nuda e sporca: i soli mobili erano un tavolino greggio
e otto o dieci sedie scompagnate. In quella sera il conciliabolo durava sino
oltre la mezzanotte e spesso, sui vetri, si disegnava bizzarramente qualche
ombra gesticolante, che qualche volta si appoggiava agli sportelli, guardando
macchinalmente nella tetra oscurità del cortiletto, quasi vi vedesse le
apparizioni del proprio spirito agitato; il ciabattino, stanco della sua dura
giornata gittava una occhiata indifferente alle finestre del quartierino, le
vedeva ancora illuminate e crollando le spalle se ne andava a dormire in uno
stambugio, una specie di sottoscala.
Il cortiletto restava al buio, il portone era socchiuso: ancora qualcuno
andava e veniva, con precauzione, dalla cosidetta scala grande, qualche
misterioso cliente notturno del dentista, qualche cliente frettoloso che veniva
a chiamare la levatrice: e costoro schiudevano senza far rumore la porta, per
andarsene. Era dopo la mezzanotte che gli ospiti del dottor Trifari se ne
andavano dall’ammezzato, tutti insieme, silenziosi, accalcandosi uno dopo
l’altro, per uscir via più presto. L’ultimo si tirava dietro la porta del
quartierino, con un rumore di legno vecchio crocchiante. Le due stanzette, che
componevano lo studio, ricadevano nella loro solitudine, e per la città si
perdevano coloro che avevano colà palpitato, nell’ansietà del loro sogno.
Ma in quella triste serata, il povero ciabattino, febbricitante, sentendo
nelle ossa il brivido della terzana e l’umidità dell’aria temporalesca, era
andato a letto dall’imbrunire, lasciando aperto il portone, ravvolgendosi nella
sdrucita coperta e nel cappotto lacero, che portava durante la giornata. Così,
nello stordimento della febbre che gli era sopraggiunta e che gli metteva un
macigno sul petto, egli intese lo scalpiccìo di coloro che salivano e
scendevano, dalla scala grande e da quella dell’ammezzato, e due o tre volte
gli parve che delle voci si levassero, dallo studio, dove una delle
finestre era aperta, mentre il vento sciroccale che portava la pioggia,
ingolfandovisi, faceva vacillare la fiammella della lampada a petrolio. Sul
pavimento dissestato del cortiletto, continuava a cadere la pioggia, coprendo
qualunque altro rumore: a un certo punto, la finestra fu chiusa e non si udì
più nulla. Poi, più tardi furon chiuse anche le imposte e tutto ricadde
nell’ombra profonda. Pure, colà dentro erano raccolti degli uomini.
E primo a giungere era stato Trifari, il padron di casa del quartierino:
aveva acceso il lume ed era penetrato nella seconda stanza, ad accomodare certe
cose, andando e venendo, col cappello un po’ indietro sulla fronte: malgrado lo
scirocco, per la prima volta, sulla faccia rossastra era scomparso il colore: e
sulla fronte qualche gocciolina di sudore appariva. Ogni tanto si fermava,
quasi si pentisse di quello che andava facendo o che andava pensando: ma si
rianimava da quel momento di abbattimento, subito.
E quando lo stridulo campanello dello studio tinnì la prima volta, il
dottor Trifari ebbe un sussulto e stette incerto, quasi non osando di aprire.
Pure, andò: e schiudendo solo a metà il battente, con precauzione, lasciò
passare Colaneri che aveva una faccia assai torbida e tutte le spalle bagnate,
poiché il piccolo e gramo ombrello gli riparava solo il capo. Scambiarono la
buona sera, a voce bassa. L’ex-prete, dagli sguardi
guardinghi dietro gli occhiali, si asciugava con un fazzoletto di dubbia
bianchezza le mani bagnate, le mani grasse e floscie e biancastre, che sono
speciali ai sacerdoti. Non si parlavano. Una medesima, complessa angoscia li
opprimeva, tanto che la consueta verbosità meridionale ne era domata; e tutto
l’eccitamento del passato, vinto da una serie di delusioni, pareva si fosse
risoluto in un esaurimento di tutte le forze. A un tratto, levando il capo,
Colaneri domandò:
- Verrà?
- Sì, - soffiò fra le labbra, il dottore.
- Non ha sospetti?
- Nessun sospetto.
Una raffica di vento s’ingolfò nella stanza e fu per smorzare il lume, fu
allora che Trifari andò a chiudere i vetri.
- Tutto quello che facciamo, è necessario, - soggiunse il professor
Colaneri, ripetendo ad alta voce la scusa, che andava ripetendo, da qualche
giorno, alla sua coscienza.
- È impossibile andare più innanzi, - osservò, con voce tetra, il dottore,
mentre, per darsi un’aria di disinvoltura che non aveva, accendeva un sigaro,
lungamente, lasciando spegnere i fiammiferi.
- Il rapporto che hanno fatto contro di me al Ministero è terribile. - disse
Colaneri, sottovoce, con gli occhi bassi. - Ho una quantità di nemici,
giovanotti che ho riprovato agli esami, capisci. Mi hanno denunziato al preside
del liceo, dicendogli che ho venduto il tema dell’esame a dieci studenti: hanno
messo anche i nomi…
- Come hanno potuto saper questo? - chiese il medico, lentamente.
- Chissà! Ho tanti nemici… il preside ha fatto un orribile rapporto, io sono
minacciato.
- Di destituzione?
- Non solo… di processo…
- Eh, via!
- Tanti nemici, Trifari, tanti! La minaccia è grave: come potrò provare la
mia innocenza?
- Li hai poi venduti, questi temi?… - borbottò cinicamente il dottore,
buttando via il suo sigaro.
- La paga è così meschina, Trifari ! E gli esami sono tutta una impostura!
- Se ti fanno un processo, è male…
- Sono perduto, se mi processano. Bisogna aver la fortuna in mano, questa
volta, per forza, capisci? È necessario: se no, sono rovinato. Non mi resta che
tirarmi un colpo di rivoltella, se mi processano. Dobbiamo vincere, Trifari!
- Vinceremo, - affermò l’altro. - Io ho una quantità di guai, al mio paese e
qui. Mio padre ha venduto tutto; mio fratello invece di tornare a casa. dopo
aver fatto il soldato, per la miseria, si è arruolato come carabiniere; mia
sorella non si marita più, non ha più un soldo, è ridotta a cucire i vestiti
delle contadine ricche… Avevamo poco, io ho mangiato tutto… una quantità di
debiti, di obbligazioni… Il padre di quello studente che firmò la cambiale a
don Gennaro Parascandolo, vuole darmi querela per truffa… dobbiamo vincere,
Colaneri, non possiamo più vivere una settimana senza vincere… io sono più
rovinato di te…
Suonarono pian piano.
- È lui, forse! - domandò Colaneri, con un leggiero tremito nella voce.
- No, no, - rispose Trifari. - Viene più tardi, quando ci saremo tutti…
- Chi lo porta?
- Cavalcanti.
- Egli non ha sospetti, dunque?
- No, niente.
- E lo spirito, nulla gli dice?
- Pare che lo spirito non si possa opporre alla fatalità, perché nulla gli
dice.
- Fatalità! fatalità!
Suonarono nuovamente. Trifari andò ad aprire. Era l’avvocato Marzano, il
vecchietto arzillo, bonario, sorridente. Ma una improvvisa decrepitezza parea
che lo avesse assalito: il pallore del volto si era fatto giallastro, i
mustacchi pepe e sale erano tutti bianchi e pioventi radi sulle labbra. Il
sorriso era scomparso, come se per sempre, e all’approssimarsi della morte, fosse
sparito dalla sua anima il criterio buono dell’esistenza. Entrando, sospirò.
Era tutto bagnato; il soprabito luccicava di goccioline d’acqua, dovunque, e le
scarne mani tremavano. Si sedette, silenzioso: tenne il cappello sul capo,
abbassato sulle orecchie, e la bocca solamente conservava l’antica consuetudine
di muoversi continuamente, masticando cifre. Adesso aveva appoggiato al bastone
il mento aguzzo, dove una barba incolta cresceva, e si assorbiva nei suoi
pensieri, senza neppur udire quello che dicevano fra loro Trifari e Colaneri. A
un tratto, anche lui, avendo lo stesso pensiero dominante, domandò:
- Verrà?
- Verrà, sicuramente. - risposero insieme, gli altri due.
- Non se lo immagina?
- Non s’immagina niente.
- Questi assistiti, o vedono assai, o non vedono nulla.
- Meglio così, - mormorarono gli altri due.
Il dottor Trifari, udendo bussare alla porta, andò prima nella seconda
stanza a prendere tre o quattro altre sedie e le collocò intorno al grezzo
tavolino. Entrarono Ninetto Costa e don Crescenzo, il tenitore di Banco lotto,
al vico del Nunzio.
L’agente di cambio aveva perduto tutta la sua eleganza. Era vestito alla
meglio, con un abito da mattino, su cui un troppo chiaro soprabitino aveva
larghe chiazze di acqua: sulla cravatta di raso nera, era confitto uno spillo
di strass. E con l’eleganza era anche sparito il suo bel sorriso di uomo
felice, che gli scopriva i denti bianchi. L’agente di cambio andava, a stento,
di liquidazione in liquidazione, senz’arrischiarsi più, non osando più
giuocare, avendo perduta tutta la sua audacia; e arrivando solamente a tenere a
bada i suoi creditori, che gli avevan ancora fede, così, perché il suo nome era
conosciuto in Borsa, perché suo padre era stato un modello d’integrità e perché
egli stesso era stato così fortunato, che tutti ancora credevano alla sua
fortuna; ma il disgraziato sapeva che era giunta l’ora della crisi, che non
avrebbe potuto neppure pagare gli interessi dei suoi debiti, e che il nome di
Ninetto Costa sarebbe stato quello di un fallito, fra poco. Oh, aveva smesso
tutto, casa sontuosa, equipaggi, amanti di lusso, viaggi, pranzi e vestiti
inglesi di Poole, ma tutto questo sacrificio non bastava, non bastava, poiché
il cancro che gli rodeva il seno, il cancro che rodeva tutti, non era stato
estirpato, poiché egli continuava disperatamente a giuocare al lotto, preso
oramai totalmente, anima e corpo, chiudendo gli occhi in quella tempesta, per
non veder venir l’onda che lo avrebbe sommerso.
Accanto a lui, don Crescenzo, dalla bella faccia serena, dalla barba castana
ben pettinata, aveva anche lui le tracce di una decadenza iniziale. A furia di
stare a contatto coi febbricitanti, come chi tocca le mani troppo calde,
qualche cosa gli si era attaccato: e innanzi alle disperate insistenze dei
giuocatori, egli era arrivato a far credito ai giuocatori.
In qual modo resistere alle supplichevoli domande di Ninetto Costa, alle
pretese che nascondevano una vaga minaccia di Trifari e Colaneri, alle nobili
promesse del marchese Cavalcanti, a quelle diverse forme di preghiere? Sul
principio faceva loro credito dal venerdì al martedì mattina, giorno in cui
preparava il versamento allo Stato, ed essi rinnovando ogni settimana il
miracolo, arrivavano a restituirgli quello che gli dovevano, perché egli
potesse essere puntuale, il mercoledì; ma alla lunga, esaurite le risorse,
qualcuno di costoro cominciò a pagare una parte, o a non pagare niente: egli
cominciò a rimetterci del suo, per non farsi sequestrare dallo Stato la
cauzione. I giuocatori non osavano ricomparire che quando avevano di nuovo
denaro, scontavano una parte del debito e il resto lo giuocavano: uno era
addirittura sparito, il barone Lamarra, il figliuolo dello scalpellino, che era
divenuto appaltatore e riccone. Gli doveva più di duemila lire, a don
Crescenzo, il barone Lamarra, e quando costui lo ebbe aspettato, per due o tre
settimane, andò a rincorrerlo a casa. Trovò la moglie, in uno stato di furore;
il barone Lamarra aveva falsificato la firma di lei, sopra una quantità di
cambiali, e ora le toccava pagare, se non voleva diventare la moglie di un
falsario, doveva pagare, purtroppo, ma aveva già fatto domanda di separazione:
il barone Lamarra se n’era fuggito a Isernia, donde non dava segno di vita. Don
Crescenzo fu cacciato via, in malo modo. Duemila e più lire perdute! Giurò di
non far più credito a nessuno: e malgrado che ogni tanto pagassero qualche
somma, i suoi debitori, restavano sempre sette od ottomila lire arrischiate,
con poca speranza di riaverle: ottomila lire, giusto la somma dei suoi risparmi
di vari anni. D’altronde, non li poteva tormentare troppo, i suoi debitori; non
avevano, oramai, che certe risorse disperate che saltavano fuori solamente
innanzi all’ardente e scellerata volontà di giuocare. Ed era adesso lui che s’interessava
vivamente al loro giuoco, che desiderava le loro vincite, per poter rientrare
nelle sue economie, per riacquistare quel denaro messo così imprudentemente al
servizio di quei viziosi, sorvegliando i giuocatori, perché non andassero a
giuocare altrove, inquieto, ammalato, anche lui, oramai, al contatto di tanti
infermi. Per questo, il misterioso disegno che si doveva compiere quella sera,
gli era noto: non gli si poteva nascondere più nulla, tutti gli dovevano del
denaro. E malgrado che una segreta amicizia, diremo quasi una complicità, lo
unisse a don Pasqualino, l’assistito, egli taceva sul misterioso
disegno e il silenzio pareva un’approvazione. Erano già in cinque, nella
stanzetta, seduti intorno alla tavola, in pose diverse di raccoglimento, anzi
di preoccupazione: non parlavano, alcuni col capo abbassato, segnando ghirigori
con le unghie sul greggio piano del tavolino, altri guardando il fumoso
soffitto, dove la lampada a petrolio gittava un piccolo cerchio di luce.
- A Roma si è pagato settecentomila lire - disse don Crescenzo, per
ispezzare quel penoso silenzio.
- Beati loro, beati loro! - gridarono due o tre, con un impeto d’invidia ai
fortunati vincitori di Roma.
- Se ciò che facciamo, riesce, - mormorò tetramente Colaneri, i cui occhiali
avevano un triste scintillìo, - il governo paga a Napoli tre o quattro milioni.
- Dobbiamo riuscire, - ribattè Ninetto Costa.
- L’urna sarà comandata, questa volta, - disse misticamente il
vecchietto Marzano.
Bussarono nuovamente, pian piano, come se una timidezza indebolisse la mano
che bussava. Trifari disparve, ad aprire, dopo aver domandato, attraverso la
porta, chi era, insospettito subitaneamente. Gli fu risposto amici:
riconobbe la voce. E i due popolani, Gaetano il tagliatore di guanti, Michele
il lustrino, entrarono: si cavarono il berretto, augurando la buonasera:
restarono sulla soglia della stanzetta, non osando sedere, innanzi a quei galantuomini.
Fuori, infuriava lo scirocco e la pioggia: e una grondaia carica d’acqua
traboccava nel cortiletto, con un forte scroscio.
Adesso, sotto le impannate della finestra, dalla fessura, entrava un rivolo
di acqua continuamente, bagnava il poggiuolo della finestra e colava a
rivoletti sul terreno: gli ombrelli chiusi, ma sgangherati, appoggiati ai muri,
negli angoli, colavano acqua sul pavimento impolverato, e, sotto le scarpe
bagnate, si formava una poltiglia di fango: gli uomini seduti non si muovevano,
in un immobilità grave, in un silenzio lugubre, quasi che stessero lì a
vegliare un morto, colti dalla stanchezza, dall’oppressione, dai loro funebri
pensieri. I due popolani, in piedi, uno scarno, scialbo, con le spalle curve di
chi fa il mestiere di tagliatore, coi capelli già radi alla fronte e alle
tempie, l’altro sciancato, gobbo, bistorto come un cavaturaccioli, vecchio e
pur vivace nella faccia rugosa e arguta, i due popolani tacevano anche essi,
aspettando. Solo Ninetto Costa, per darsi un qualunque aspetto di disinvoltura,
aveva cavato un vecchio taccuino, residuo della sua antica eleganza, e vi
scriveva delle cifre, con un piccolo lapis, bagnandone in bocca la matita. Ma
erano cifre fantastiche: e la mano gli tremava un pochino: gli amici dicevano
che erano gli eccessi dell’esistenza, che la facevano tremare. Così passarono
una quindicina di minuti, minuti lunghi, lenti, gravi sulle anime di tutti
coloro che aspettavano, per mettere a esecuzione il loro segreto progetto.
- Che tempaccio! - disse Ninetto Costa, passando una mano sulla fronte.
- Si è aperto il cielo - osservò don Crescenzo, sbadigliando nervosamente.
- Dottore, che ora fate? - domandò il vecchio avvocato Marzano, con una
vocetta tremolante di decrepitezza.
- Sono le dieci meno cinque, - disse il dottore, cavando un brutto orologio
di nichelio, di quelli che non si potevano impegnare, e che era raccomandato a
un sordido laccetto nero.
- Per che ora è l’appuntamento? - chiese Colaneri, fingendo l’indifferenza.
- Sarebbe alle dieci, ma chi sa! - rispose il medico, abbassando la voce,
imprimendo a quello che diceva, tutta la sua incertezza e tutto il suo dubbio.
- Chissà! - disse Ninetto Costa, profondamente.
E un lungo sospiro gli sollevò il petto, quasi non potesse resistere al peso
che l’opprimeva.
- Siete ammalato? - gli chiese Colaneri.
- Vorrei esser morto, - borbottò l’agente di cambio, desolatamente.
Qualcuno crollò il capo, sospirando: qualcuno annuì con l’espressione della
faccia, e la dolorosa parola si allargò nella stanzetta umida e sudicia, sotto
la lampada che fumicava, fra il rumore scrosciante del temporale. Poi, per un
poco, la bufera estiva si venne calmando e si udirono le stille più rade
battere sui cristalli della finestra, poi, di nuovo, un gran silenzio. E
attraverso il muro, senza sapere donde venisse, come una voce lenta,
ammonitrice, un grave orologio suonò le dieci ore, con rintocchi melanconici. I
colpi erano spaziati e gittarono un dato di spavento, fra quella gente riunita
là, a complottare non so quale truce proponimento.
- Lo spirito! - disse don Crescenzo, tentando di scherzare.
- Non scherziamo, - ammonì duramente Trifari, - qui si tratta di cose serie!
- Nessuno vuole scherzare, - riprese Ninetto Costa, - tutti sappiamo quello
che facciamo.
- Qui non ci sono Giuda, non è vero? - disse il medico guardando intorno,
tutti quanti.
Vi fu un mormorìo di protesta; ma debole. No, nessuno di essi era un Giuda,
né per loro vi era un Cristo, ma tutti sentivano, vagamente, così, nel fondo
della loro febbre, che venivano a commettere un tradimento.
- Non è Giuda nessuno, - gridò il medico, impetuoso. - Giuro a Dio che se vi
è, farà la mala morte!…
- Non giurate, non giurate, - disse il vecchio Marzano. impaurito.
Bussarono alla porta. Tutti si guardarono in faccia, improvvisamente fatti
pallidi e trepidanti, messi al cospetto della loro colpa. E come se dietro alla
porta vi fosse un grave pericolo, nessuno si mosse ad aprire.
- Ci sarà? - osò dire Colaneri, senza levar gli occhi.
- Forse… - mormorò Costa, che girava convulsamente il taccuino fra le mani.
E subito, tutti quanti disperarono che fuori la porta vi fosse l’assistito.
La stessa ombra di feroce delusione stravolse i loro visi, che
s’indurirono, nella crudeltà del malvagio che vede sfuggire la sua preda. E
l’istinto di ferocia che dorme in fondo a tutti i cuori umani, sospinto dalla
lunga passione mal soddisfatta, sviluppatosi in quella forma di delirio in cui
li metteva il vizio, urgeva in tutti, nei giovani e nei vecchi, nei signori e
nei popolani. Le facce erano chiuse e dure, impietrite nella ferocia, e fu con
un atto energico che il dottor Trifari si avviò ad aprire. Per rassicurare
l’assemblea, di là, che l’assistito era venuto, lo salutò subito, ad
alta voce, lui e il marchese Cavalcanti.
- Buona sera, buona sera, marchese, - don Pasqualino, tutti vi aspettavano.
E si mise da parte, per lasciarli entrare. Di là, respiravano con una gioia
truce: non vi era più pericolo che l’assistito loro sfuggisse. E colui
che parlava con gli spiriti ogni giorno e ogni notte, colui che aveva
comunicazioni speciali di grazia con le anime errabonde, colui che doveva
sapere tutte le verità, entrò quietamente nella stanzetta, dove erano i
congregati, senza nulla supporre. Gittò, al solito, una obliqua occhiata
intorno, ma le facce dei cabalisti non gli dissero niente di nuovo: avevano
quel pallore, quello stravolgimento, quel febbrile turbamento consueto del
venerdì sera, non altro. Solo il marchese Cavalcanti, accompagnandolo, due o
tre volte era stato scosso da un brivido e quasi pareva avesse voluto tornare
indietro. Ma il marchese era così nervoso, da tempo! Balbettava, parlando: e la
sua nobile figura era oramai degradata dalle ignobili tracce della passione,
mal vestito, disordinato, con le scarpe sporche e il solino sfilacciato, con la
faccia dalla barba mal rasa, faceva ribrezzo e pietà. Era così nervoso, da che
non trovava più denaro, da che la sua figliuola si era fidanzata col dottor
Amati! L’assistito non ne poteva avere più denaro e lo fuggiva,
vedendolo soltanto nelle riunioni dei venerdì sera, via Nardones: ma in quella
settimana le relazioni erano ricominciate, il marchese cercava dovunque l’assistito,
e nella giornata gli aveva dato cinquanta lire, prendendo convegno, per la
sera, alle dieci. Anzi, si era ostinato ansiosamente per questo convegno: e l’assistito
l’aveva attribuito all’ardore dei giuocatori delusi per avere i numeri, il
contegno del marchese, durante la strada, era stato dubbio: pure, don
Pasqualino, abituato alle bizzarrie dei giuocatori, non vi aveva badato. E andò
a sedersi al suo posto di ogni settimana, presso la tavola, mettendosi una mano
sugli occhi, per ripararsi contro la fiammella della lampada a petrolio.
Intorno era il silenzio in cui ogni tanto un sospiro si udiva: e guardando
tutte quelle facce pallide, mute, ardenti, l’assistito ebbe un primo,
vaghissimo sospetto. E cercò di fare il suo solito lavoro fantastico
d’ingarbugliamento:
- Piove, ma il sole uscirà a mezzanotte.
- Chiacchiere - gridò Trifari, scoppiando in una ironica risata.
Gli altri, attorno, mormorarono, ghignando. Oramai, non ci credevano più,
alle parole misteriose di don Pasqualino. E questa sfiducia risultò così
chiaramente, che l’assistito si trasse indietro, come se volesse
schermirsi da un attacco. Ma tentò di nuovo, credendo di poter profittare, come
sempre, della immaginazione bollente di quei cabalisti, facendo stridere le
corde capaci di dar suono:
- Piove, il sole uscirà a mezzanotte: ma chi porta lo scapolare della
Madonna, non si bagna.
- Don Pasqualino, voi scherzate, - disse sarcasticamente il tagliatore di
guanti.
L’assistito gli vibrò una occhiata collerica.
- Senza che mi guardiate come se voleste mangiarmi, don Pasqualino: col
permesso di questi bravi signori, voi volete burlarvi di noi…e noi non siamo
gente da farci burlare.
- Marchese, fate tacere questo stupido, - mormorò l’assistito, con un
cenno di disprezzo.
- Non tanto stupido, don Pasqualino, - disse Cavalcanti, reprimendo a stento
la sua commozione.
- Che volete dire, marchese? - chiese vivacemente con Pasqualino, levandosi
da sedere e facendo per andarsene.
Ma Trifari che non si era mai mosso dalle spalle dell’assistito, senza
parlare, gli mise una mano sul braccio e lo costrinse a sedersi di nuovo. L’assistito
piegò un minuto il capo sul petto, a meditare, e guardò obliquamente la
porta.
- Restate seduto, don Pasqualino, - disse lentamente Cavalcanti. - qui
dobbiamo parlare a lungo.
Una lieve espressione di angoscia passò sul volto di colui che evocava gli
spiriti: e ancora una volta, guardando gli astanti, egli non vide che fisonomie
dure, ansiose, indomabili nel desiderio del guadagno. Capiva, adesso,
confusamente.
- Gaetano, il tagliatore di guanti, non è uno stupido, quando dice che voi
vi burlate di noi. Quello che ci state facendo, da tre anni a questa parte,
pare una burla. Sono tre anni, capite, che voi ci andate ripetendo le cose più
strampalate, con la scusa che ve le dice lo spirito: tre anni che ci fate
giuocare l’osso del collo, con queste vostre strampalerie, e ognuno di noi, non
solo non ha mai guadagnato niente, ma ha buttato la sua fortuna, dietro le
vostre chiacchiere, ed è pieno di guai, alcuni dei quali irreparabili.
Coscienza ne avete, don Pasqualino? Voi ci avete rovinati!
- Rovinati, rovinati! - gridò un coro di voci straziate.
Spesso, il parlatore con gli spiriti, aveva udito queste lamentazioni
massime negli ultimi tempi: ma la fiducia era ricomparsa subito, negli animi
dei suoi affiliati. Adesso, lo intendeva, non ci credevano più. Pure,
nascondendo la sua paura, tentò di discutere.
- Non è colpa mia, la fede vi manca.
- Frottole! - gridò il vecchio, esasperato, mentre gli altri tumultuavano
contro l’assistito, che ripeteva loro l’eterna ragione della delusione.
- Frottole! Come, manca la fede a noi, che abbiamo creduto in voi, come si
crede in Gesù Cristo? Manca la fede, quando, per premiarvi delle troppe parole
che ci avete dette, vi abbiamo pagato profumatamente? Avete incassato migliaia
di lire, in questi tre anni, non lo negate! Non abbiamo fede, noi che abbiamo
fatto dire tridui, messe, orazioni, rosari, noi che ci siamo inginocchiati, ci
siamo battuti il petto, chiedendo al Signore la grazia? Non abbiamo fede,
quando la dobbiamo avere per forza, per forza, capite, altrimenti lo sperpero,
lo sciupio del denaro, l’infelicità nostra e quella delle nostre famiglie,
sarebbero altrettanti delitti?! Non abbiamo fede, quando voi siete stato il
nostro dio, per tre anni, e ci avete ingannati, e non vi abbiamo detto niente e
abbiamo seguitato a credere in voi, che ci avete tolto tutto, tutto?
- Tutto ci avete tolto! - urlò l’assemblea.
- Voi mi offendere, basta così, - disse risolutamente l’assistito, levandosi.
- Io me ne vado, buona sera.
- Voi non uscirete di qui! - urlò il marchese Cavalcanti, giunto al colmo
del furore. – È vero che non uscirà di qui? - domandò all’assemblea dei cabalisti.
- No, no, no! - urlò ferocemente la congrega di quei pazzi feroci.
L’assistito aveva compreso. Un mortale lividore gli covrì le guance
pallide e scarne: lo sguardo smarrito errò intorno, a una ricerca disperata di
fuga. Ma i truci cabalisti si erano levati e gli si erano stretti addosso in un
breve cerchio: alcuni di loro erano pallidissimi, quasi reprimessero una forte
emozione, altri erano rossi di collera. E negli occhi di tutti, l’assistito lesse
la medesima, implacabile crudeltà.
- Io voglio andarmene, - disse lui, sottovoce, con quel tono roco, che dava
tanta misteriosa attrazione alla sua voce.
- Nessuno di noi vi vorrebbe trattenere, don Pasqualino, - rispose con
ossequiosa ironia il marchese Cavalcanti, - se non avessimo bisogno di voi. Se
non ci date i numeri, di qua non uscite, - finì gridando, preso da un impeto di
furore.
- I numeri, i numeri, - fischiò la voce sottile di Colaneri.
- Se no, non si esce! - strillò Ninetto Costa.
- O i numeri, o qua dentro! - tuonò il dottore Trifari.
- Sono finite le burlette, dateci i numeri, - disse, digrignando i denti,
Gaetano, il tagliatore di guanti.
- Don Pasqualino, persuadetevi che questi signori non vi lasciano andar via,
se non date loro i numeri. Persuadetevi!… - osservò saviamente don Crescenzo,
che volea fingere di essere disinteressato nella questione.
- La settimana ventura… ve li prometto… ora non li ho…ve lo giuro sulla
Madonna! - balbettò l’assistito, volgendo gli occhi al cielo,
desolatamente.
- Che settimana ventura! - urlarono tutti. - Deve esser stasera, o
domattina, presto!
- Non li ho, non li ho, - balbettò lui, nuovamente, crollando il capo.
- Ce li dovete dare, a forza, - ruggì il marchese.
- Non ne possiamo più. O vinciamo questa settimana, o siamo perduti, don
Pasqualino. Abbastanza abbiamo atteso: vi abbiamo creduto troppo, ci avete
trattati indegnamente. Lo spirito ve li dice i numeri veri; voi li
sapete; li avete saputi sempre; ma ci avete sempre burlati, raccontandoci delle
sciocchezze. Non possiamo aspettare la settimana ventura: fino allora possiamo
morire, o veder morire qualcuno o andar in galera. Questa sera o domattina: i
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