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15 - IL SACRILEGIO. - IL BEL SOGNO D’AMOR SPARISCE
L’amore di Bianca Maria Cavalcanti e di Antonio Amati si era fatto più forte
e più doloroso. Anzi il segreto cruccio mesceva non so quale attraente sapore
di lacrime nella loro passione: quello che era stato un idillio, fra la
innocente e pia fanciulla di vent’anni e l’uomo di quaranta, acquistava
saldezza e profondità di dramma. Candidamente, con la ingenuità dei cuori che amano
per la prima volta, essi avevano sognato di vivere insieme la vita,
sorreggendosi per la mano, nel lungo cammino: ma continuamente si ergeva fra
loro la figura ostile di Carlo Cavalcanti.
In quella torbida estate che aveva sconvolto lo spirito del vecchio marchese
di Formosa, la condizione dei due amanti era venuta peggiorando insieme con la
crescente morbosità del vecchio signore. Non si vive impunemente accanto a una
infermità fisica o morale, malgrado l’eroismo, malgrado l’indifferenza: e né
Bianca Maria, né Antonio Amati erano egoisti o indifferenti. Non riesciva loro
di distrarsi dal contatto morale con Carlo Cavalcanti: non riesciva loro di
concentrarsi, di assorbirsi nel loro affetto profondo. Le febbri morali, come
quelle materiali, mettono nell’aria un miasma, un calore infetto, facendo
squilibrare gli elementi dell’atmosfera respirabile, avvelenando sottilmente o
pesantemente, l’aria, tanto che i più sani chinano il capo, oppressi, soffocati.
Essi erano onesti, buoni e pietosi, con l’anima così puramente invasa
dall’amore che niun acido, per quanto possente, potea corroderne il nobile
metallo: ma l’aria era attossicata, intorno, dal morbo morale di Carlo
Cavalcanti ed essi vivevano difficilmente, oramai, in quell’ambiente. Torbida
estate! Per quanto egli ricorresse a tutti i mezzi di persuasione, il dottor
Antonio Amati non aveva potuto ottenere che Carlo Cavalcanti mandasse la
sofferente figliuola a villeggiare in campagna: più forte di ogni convincimento
e di ogni collera, era la ostinazione dell’indurito giuocatore, che considerava
la sua figliuola come la spirituale sorgente dei numeri e che la metteva alla
tortura, perché ella ricadesse nelle visioni che il suo turbato cervello di vecchio
folle cercava di evocare.
Quando il dottore, disperato, furioso, insisteva, il marchese, che non si
vergognava più nel chiedergli del denaro in prestito, promettendo sempre di
restituirlo, il marchese assumeva un tono di fierezza offesa e il medico,
intimidito, in fondo, dalla grand’aria di quel vecchio signore, cessava
dall’insistere rimettendo un nuovo attacco a miglior tempo. Una volta egli
aveva convinto Carlo Cavalcanti a partire anche lui, con la figliuola,
descrivendogli la salubre freschezza della sua remota casa di campagna: e quasi
quasi il vecchio nobile era pronto a partire. Ma doveva essersi informato: in
quel paesello non vi era botteghino del lotto, bisognava scrivere o telegrafare
a Campobasso; e anche il telegrafo era in un altro paese vicino: erano
difficoltà interminabili, per giuocare un biglietto: e si era dovuto sentire,
in quelle sere, più che mai avvinghiato a Napoli, e alla sua congrega di
giuocatori, e alla bottega di lotto di don Crescenzo. Rifiutò netto, senza
discussione. La fanciulla piegò il capo, davanti a quella volontà: aveva sempre
obbedito, non si sapeva ribellare. Amati fremeva d’ira, anche contro lei: ma,
subito, una immensa pietà lo vinceva.
La povera creatura innocente e sofferente languiva: non poteva più sopportare
le ribellioni del suo innamorato, lo guardava coi suoi occhi meravigliati e
dolorosi con tale intensità, che egli le perdonava la sua sommessione filiale.
Torbida estate! Ogni anno il dottore aveva serbata l’abitudine tenera di
passare un mese presso sua madre, la buona vecchia contadina, in campagna,
nelle più semplici occupazioni, riposandosi, non leggendo, non ricevendo
visite, non facendone, sempre con sua madre, riparlando il dialetto
contadinesco, rifacendosi, nella rusticità, una sanità di forze morali e
fisiche.
Ebbene, in quell’estate, legato dalla catena di quell’amore, posponendo di
giorno in giorno la sua partenza per il Molise, sentendo tutta la pena di quel
ritardo, impallidendo ogni volta che gli giungeva una lettera di sua madre,
dettata al fattore della masseria, una lettera piena di malinconici richiami,
il dottore era restato a Napoli, scontento di sé e degli altri, adorando Bianca
Maria, ed odiando il marchese Cavalcanti. La innocente creatura, i cui sonni
eran sempre turbati dalle allucinazioni di suo padre, deperiva ogni giorno,
senza che il medico potesse far nulla per guarirla. Aveva soltanto ottenuto,
offrendo la sua carrozza, che Bianca Maria andasse a fare delle lunghe
passeggiate in carrozza, in riva al mare, sulle dolci colline che circondano
Napoli: la vecchia Margherita l’accompagnava e, talvolta, anche il dottore
osava uscire con la fanciulla.
Quando appurava una cosa simile, il marchese Carlo Cavalcanti aggrottava le
sopracciglia e l’antico sangue di sua casa gli bolliva nelle vene, istigandolo
a punire l’audace plebeo, che assumeva contegno di fidanzato, presso una
fanciulla di alto nome, ma si chetava, tante transazioni aveva fatte e
continuava a fare ogni giorno di più, con l’alterezza, col decoro, persino con
l’onore! Del resto, tutti dicevano che il dottor Antonio Amati avrebbe presto
sposato la marchesina Cavalcanti: tutti lo dicevano, con un sorriso di
compassione per la fanciulla, come se il medico facesse un’opera
provvidenziale, sposandola. Lassù, nel bosco di Capodimonte così verde e
profondo di alberi secolari, di prati smaglianti di fiori, laggiù, lungo la
mirabile via di Posillipo che discende ai fumanti campi Flegrei, l’idillio dei
due innamorati ricominciava, innanzi alla bella natura napoletana fra tanta soavità
di linee e di colori.
Le delicate guance smorte della fanciulla, sotto il sole, nell’aria aperta
che le circolava liberamente intorno al capo, si colorivano di un sottil velo
roseo, come se il povero e debole sangue si muovesse più vivido. Ella sorrideva,
ogni tanto arrovesciando il capo per bere l’aria pura; ella arrivava a ridere,
mostrando i candidi denti e le rosate gengive che l’anemia aveva fatto
impallidire. Allora, il medico, ridiventato fanciullo, chiacchierava e rideva
con lei, guardandola negli occhi, prendendole le mani, ogni tanto, caricandole
di fiori agresti: essi si dimenticavano della vecchia Margherita, che si
dimenticava di loro, seduta sull’erba, nel torpore che dà ai vecchi l’aria
libera estiva: ma erano così ardentemente affettuosi e così castamente
affettuosi, insieme, che la dimenticanza non era peccato. La fanciulla tornava
a casa, ebbra di luce, di sole, di amore, con le mani piene di fiori, con le
nari rosate dilatate che respiravano ancora l’aria pura: ma come la carrozza
entrava nelle vie della città, il suo giovanile sorriso si andava dileguando, e
quando la carrozza entrava sotto il nero androne del palazzo Rossi, ella
abbassava il capo, avvilita.
- Che hai, che hai? - le domandava il medico ansiosamente.
- Niente, - rispondeva ella, con la gran risposta dei disperati timidi, che
nascondono la loro disperazione.
Pian piano, ella risaliva nella sua nuda e triste casa: sulla soglia aveva
ancora un sorriso per Antonio Amati ed entrava in casa, con un cenno risoluto,
quasi che superasse una paura, un disgusto. Spesso, Carlo Cavalcanti le veniva
incontro, con una collera fredda, o col viso stravolto delle sue cattive ore di
passione. Ed ella fremeva, mentre solo quell’aspetto le faceva fuggire il
sangue dalle guancie, faceva fuggire tutto l’idillio d’amore, tutta la dolcezza
del sole e dell’amore.
Quando ella era entrata nel grande salone, posando timidamente sopra un
angolo di tavolino il suo gran fascio di fiori campestri, il vecchio signore la
interrogava avidamente, ansiosamente, su la via che aveano preso, su quello che
essa avea visto. Bianca rispondeva con voce fioca, a frasi brevi brevi,
voltando il capo dall’altra parte: ma egli insisteva, voleva sapere tutto
quello che aveva visto. Oramai ogni visione di sua figlia, lo riempiva
d’incertezza, di curiosità, di affanno, cercando sempre, in quanto ella vedeva,
la corrente mistica della cifra, dei numero. Oramai egli la credeva assistita:
assai meglio assistita di don Pasqualino, perché era donna, perché
era fanciulla, fanciulla pura, fanciulla inconscia. Ella non sapeva, ma era assistita:
non aveva lei veduto lo spirito, in quella notte fatale, a piangere, a
salutare? Ed egli continuava le sue interrogazioni fitte, fitte, stravaganti,
obbligando la figliuola a seguirlo nelle sue stravaganze.
- Che hai visto, che hai visto? - era la domanda angosciosa di quel
giuocatore, che dimenticava di essere padre.
Ahi che il bel sogno d’amore spariva, con la sua luce, con la sua lietezza.
ed ella aveva intorno quelle ombre soffocanti della nuda casa, con quel vecchio
che farneticava paurosamente, imponendole le terrorizzanti fluttuazioni del suo
delirio! Anzi, ogni volta che ella, dolcemente, pronunziava il nome di Antonio
Amati, il salvatore, l’amico, l‘amore, il marchese Cavalcanti arrossiva di
collera. Ella intendeva: suo padre aveva finito per odiare profondamente
Antonio Amati, odiandolo per i medesimi servigi che Amati gli aveva resi e
rendeva, odiandolo per la misura di riconoscenza che gli doveva. In quei
momenti, la fisonomia di Cavalcanti diventava così aspra, così feroce, che
Bianca Maria si sgomentava: e il suo cuore si divideva fra l’incrollabile
rispetto filiale e la passione per Amati. Una volta che Margherita, in presenza
di Cavalcanti, aveva accennato alle voci di matrimonio fra la marchesina e il
dottore, il marchese era diventato una furia e aveva dato tale un urlo dicendo:
no! che la cameriera si era turata le orecchie, spaurita.
- Eppure la signorina si dovrà maritare, un giorno - osservò ella
timidamente e maternamente, - meglio il dottore, che un altro…
- Ho detto, no! - ribattè, tetro, il marchese.
D’allora in poi, egli si mostrò più originale, più stravagante nelle sue
parole. Ogni tanto, fra le tante incoerenze mistiche e spirituali, in cui
vagabondava la sua fantasia, egli ritornava, parlando a sua figlia, a un
pensiero dominante: all’amore considerato come macchia, come peccato, come
indelebile impurità dell’anima e del corpo. La fanciulla spesso arrossiva,
nella sua semplicità, udendo le ingiurie di cui egli colmava l’amore: e allora
egli faceva l’elogio della castità che mantiene il cuore nello stato di grazia,
che permette agli occhi umani le sovrumane visioni, che fa attraversare la vita
in uno stato soavissimo di puro sogno. Egli si esaltava, malediceva l’amore
come sorgente di tutte le sozzure di tutti i mali, di tutti i dolori, la bocca
si torceva sotto questo flusso impetuoso di vituperii, e Bianca Maria si
nascondeva il volto fra le mani, come se tutte le ingiurie del padre la
colpissero sul viso.
- Mia madre era una santa donna e vi ha amato… - osservò ella, un giorno,
pentendosi subito della sua audacia.
- Di questo amore è morta… - rispose egli, cupamente, quasi parlasse a sé
stesso.
- Anche io vorrei morire come lei… - mormorò la fanciulla.
- Morirai maledetta, maledetta da me, intendi? - gridò lui, come un
energumeno. - Guai alla figlia dei Cavalcanti che affoghi il suo cuore
nell’onta di un amore terreno! Guai alla fanciulla che preferisca le volgari
laidezze della passione umana, alle purissime altitudini della vita spirituale!
Ella aveva chinato il capo, senza rispondere, sentendo sempre più aggravare
sulla sua vita quella mano ferrea che dovea piegarla e spezzarla. Non osava
raccontare al suo innamorato tali scene: solo, ogni tanto, spezzando per un minuto
il fascino del rispetto con cui la dominava suo padre, ella ripeteva ad Antonio
Amati la sua parola disperata:
- Portami via, portami via!
E da lui, adesso, ogni calma era sparita: egli stesso vagheggiava questo
progetto di rapimento, questo portarsi via la fanciulla come sua compagna, come
sua adorata compagna, questo toglierla ai tetri incubi di una vita che era per
lei l’agonia quotidiana. Sì, avrebbe levata quella povera vittima al suo
inconscio carnefice, l’avrebbe strappata a quell’ambiente di vizio, di miseria,
di follia, mettendola nella sua casa, sul suo cuore, difendendola contro tutte
le pazzie, contro tutte le burrasche; il marchese Cavalcanti sarebbe restato,
solo, a dibattersi contro la sua passione, e non avrebbe più trascinato
nell’abisso di disperazione, ove egli affondava, una povera creatura, buona,
mite, innocente. Ogni giorno questo desiderio di salvazione cresceva nel cuore
di Amati, fino a rendersi prepotente: e gli tardava di parlare, perché il bel
sogno divenisse un fatto. Gravemente, solennemente, lo aveva promesso a Bianca
Maria, in quella serata dolorosa in cui ella gli aveva confidato tutto il
mistero della sua famiglia: e un galantuomo deve mantenere le sue promesse,
anche se fatte nell’estasi inebriante o nel doloroso abbattimento di supremi
momenti.
Gli tardava: e intanto i giorni trascorrevano, e una incertezza lo vinceva,
quando più era deciso a chieder a Cavalcanti la mano di sua figlia. Sentiva
vagamente che quella parola sarebbe risolutiva: e poteva risolversi in bene o
in male: il bene gli era necessario, non potea farne a meno; il male gli pareva
insopportabile. Ma un grave avvenimento, a un tratto, lo fece decidere.
Il marchese Cavalcanti, fra le fluttuazioni della sua follia, aveva
conservato la mistica reverenza, e ogni venerdì passava delle ore in preghiere,
nella sua cappella, innanzi alla Madonna Addolorata, con cuore trafitto dalle
spade, innanzi a quell’Ecce Homo di grandezza naturale, tutto
sanguinante, dalla fronte coronata di spine, dal costato trafitto. Con quella
fede dei meridionali che ha tutti gli slanci, ma che è anche vinta da una fitta
rete di volgarità, che la trattiene sulla terra, egli mescolava continuamente
la divinità a tutte le terrene complicazioni della sua passione: e ogni tanto,
nella disperazione, la rendeva responsabile della sua rovina.
- Tu l’hai permesso, tu l’hai permesso, Gesù Cristo mio! - gridava il
marchese, nelle sue preghiere.
Ma nei giorni terribili, la sua fede diventava anche più accusatrice,
ingiusta, sacrilega:
- Tu l’hai voluto, Gesù, tu l’hai voluto!… - egli imprecava con le lacrime
che gli bruciavano gli occhi, con la voce soffocata.
Anzi, una sera mentre Bianca Maria credeva che il padre fosse uscito,
passando innanzi alla porta della cappella udì partirne delle voci interrotte,
fra l’ira e il lamento: ella si avanzò e, sporgendo il capo, vide il padre che,
inginocchiato, aveva buttate le braccia intorno al corpo dell’Ecce Homo
e ora si lagnava della sua sfortuna, ora dava in esclamazioni, in bestemmie,
maledicendo tutti i nomi della Divinità con empia parola, subito pentendosi,
chiedendo perdono delle ingiuste e sacrileghe offese: infine, un novo impeto di
collera lo assalse e si staccò dal sacro busto con disdegno, profferendo delle
parole di minaccia. Egli prometteva nel suo delirio, a Gesù Cristo legato alla
colonna, di punirlo, sì, di punirlo, se per la prossima settimana non disponeva
che egli vincesse una grossa somma al lotto. Bianca Maria, esterrefatta, non
vedendo più la misura di questa empia follia, fuggì, nascondendosi il volto fra
le mani: e, chiusa nella sua stanza, ella pregò tutta la notte il Signore,
perché l’inconscia eresia di suo padre non fosse punita. Oramai, ella si
chiudeva sempre, di notte, per sottrarre il suo riposo notturno alle
suggestioni di suo padre, che la voleva obbligare a evocare lo spirito, che le
parlava di questi fantasmi come di persone vive, che la perseguitava, infine,
in ogni ora, tenendola sotto quell’incubo spaventoso. Ma poco dormiva, malgrado
la solitudine e il silenzio della sua stanzetta: poiché i suoi nervi, tesi,
oscillavano al minimo rumore: poiché temeva sempre che suo padre picchiasse
alla porta, o tentasse di aprire con un’altra chiave, per indurla a chiedere i
numeri, nella notte, allo spirito assistente. Mentre ella sonnecchiava,
in un lieve dormiveglia, donde il minimo scricchiolìo la traeva, ella
sussultava come se voci fievoli la chiamassero, sbarrava gli occhi nell’ombra,
quasi a vedere uno spettro, che le sorgesse accanto al letto: e quante volte
ella si levò, seminuda, scalza, correndo sul pavimento, poiché le pareva che
una mano leggera strisciasse sul capezzale, venisse a toccarle la fronte, a
carezzarle i capelli!
E una notte, una notte sopra sabato, ella udì, nel dormiveglia, suo padre
passeggiare su e giù per la casa, passando varie volte innanzi alla sua porta,
nelle furiose cogitazioni della sua anima tumultuante: e sottovoce, ella invocò
per lui la calma del cielo, la calma che pareva fuggita, per sempre, da quello
spirito. Ma mentre si riaddormentava, un bizzarro e sordo rumore la risvegliò,
trabalzante: era come se si trascinasse un corpo pesantissimo, facendo
vacillare le porte, le finestre e i pavimenti, con quel tetro fragore. Ogni
tanto, il misterioso rumore si andava chetando, taceva: dopo una pausa di qualche
minuto ricominciava, più forte e più sordo, nel medesimo tempo. Ella era
rimasta levata sui guanciali, inchiodata da una ignota mano di ferro: che
accadeva di là? Avrebbe voluto gridare, suonare il campanello, fare accorrer
gente, ma quel fragore le toglieva la voce: ella restò muta, sudando freddo,
con tutta la tensione dei suoi nervi concentrata nell’udito. Il rumore quasi di
tremuoto, che si approssima, era sempre più vicino alla sua porta ed ella,
nell’ombra, congiunse le mani, chiuse gli occhi forte forte, per non vedere,
pregando Dio che non la facesse vedere. Insieme a quello strascinìo di corpo
pesante e traballante, ella udì un respiro affannoso, di persona che si adopera
a una diseguale fatica: e poi, un urto forte, come se avessero battuto alla sua
porta con una catapulta. Ella credette che la porta si fosse schiusa
violentemente e ricadde sui cuscini, non udendo più, non vedendo più, smarriti
i deboli sensi. Ben tardi, molto più tardi, rinvenne: gelida, immobile, tese
l’orecchio, ma non udì più nulla, per molto tempo, e nella confusione, oramai,
che nella sua fantasia si formava fra la realtà e il sogno, le parve che tutto
quello che aveva udito, non fosse stato che una lugubre visione, che l’avesse
oppressa coi suoi terrori. Aveva sognato, dunque, quel bizzarro tremuoto, e
quell’affannoso respiro, e quel forte colpo alla porta della sua stanza. La
mattina, dopo aver riposato poche ore, si levo più tranquilla, e dopo aver
detto) le sue orazioni andò nella stanza di suo padre, come soleva fare ogni
mattina, per augurargli il buon giorno. Ma non lo trovò: e il letto era
intatto. Talvolta, da qualche tempo, il marchese Cavalcanti non rientrava a
casa, e l’allarme suo e dei servi, le prime volte, era stato grande: ma quando
il marchese di Formosa era rientrato, aveva sgridato coloro che lo avevano
cercato dicendo che non tollerava inquisizioni, che faceva il piacer suo. Pure,
Bianca Maria, ogni volta che sapeva aver egli passato la notte fuori di casa,
diventava inquieta: era vecchio, era stravagante, la sua follìa lo metteva in
perigliosi contatti, lo rendeva credulo e debole: ella temeva sempre che
qualche pericolo lo soverchiasse, una di quelle notti, nella via, in qualche
oscura riunione di cabalisti. Anche quella mattina tremò: e passò nelle altre
stanze, ripensando a quel fenomeno della notte, di nuovo, domandando a sé
stessa, se tutto ciò non si rannodasse a un truce mistero. Trovò Giovanni che
spazzava accuratamente:
- Non è rientrato questa notte, il marchese? - domandò, con finta
disinvoltura.
- È rientrato: ma è uscito prestissimo, - rispose il servitore.
- Non è andato a letto… credo… - mormorò, abbassando gli occhi.
- No, Eccellenza, - disse il vecchio servitore.
In questo sopraggiunse Margherita e disse qualche cosa frettolosamente al
marito, che annuì e disparve nella cucina.
- Ho pregato Giovanni, che tirasse lui il secchio dell’acqua, dal pozzo,
stamane, - spiegò la vecchia cameriera. - Stamane non ho forza.
- Poveretta, ti stanchi troppo, - osservò pietosamente Bianca Maria, con gli
occhi pieni di lacrime.
- Sono un po’ vecchia: ma per voi farei qualunque cosa, Eccellenza, - disse
la fedele, con voce materna. - Ma non so che cosa abbia, il secchio, stamane: è
così pesante, che non lo posso tirare su: ho pregato Giovanni che ha più forza,
a prendere il mio posto.
E ambedue andarono di là, perché Margherita ci teneva all’onore di pettinare
le belle e folte trecce nere di Bianca Maria. Anche la pettinatura fu
interrotta da Giovanni che, non osando entrare, chiamava fuori Margherita e
parlottarono fra loro, qualche tempo, mentre Bianca Maria aspettava, coi
capelli neri disciolti sul bianco accappatoio. Margherita ritornò, turbata, e
tremava, tenendo il pettine:
- Che è? - chiese Bianca Maria.
- Niente, niente, - mormorò in fretta, la cameriera.
- Dimmi, che è? - insistè l’altra, guardando la vecchia.
- È che neppure Giovanni, ha potuto tirar su il secchio...
- Ebbene?...
- Giovanni dice.., dice, che vi è un ostacolo.
- Un ostacolo?
- Ha chiamato Francesco il facchino… tireranno su insieme… forse vinceranno
l’ostacolo...
- Che ostacolo? - balbettò la fanciulla, impallidendo mortalmente.
- Non so, signorina… non so, - disse la vecchia, tentando di ricominciare a
pettinarla.
- No. - disse quella risolutamente, scartando la mano col pettine e raccogliendo
sulla testa i capelli con le forcinelle. - No, andiamo di là.
- Eccellenza, Eccellenza, che ci andiamo a fare? Vi sono Giovanni e
Francesco… restiamo qui.
- Andiamo di là, - insistette la fanciulla, avviandosi verso la grande
cucina.
Il vecchio Giovanni e il facchino Francesco, in maniche di camicia, tiravano
con tutte le loro forze la fune: e la fune saliva con un moto impercettibile,
con uno scricchiolìo, come se si spezzasse.
Ma tanto sulla faccia del vecchio servitore Giovanni come sulla faccia del
facchino Francesco, oltre il senso della grossa fatica che duravano, si leggeva
una grande paura. Ogni tanto, coi fianchi ansimanti e le braccia che
s’irrigidivano, si fermavano dal tirare e si guardavano, scambiando un’occhiata
spaventata. Dalla soglia della cucina, avvolta nell’accappatoio bianco e coi
capelli mezzo disciolti, Bianca Maria li guardava fare, mentre Margherita la
cameriera, alle sue spalle, la veniva pregando, sottovoce, perché se ne
andasse, se voleva bene alla Madonna, perché se ne andasse, in nome di Dio.
- Ma infine, che sarà? - disse con fermezza Bianca Maria, rivolgendosi ai
due uomini, a cui il crescente timore troncava le forze.
- Che vi posso dire, Eccellenza? - balbettò Giovanni, - questo peso non è
cosa buona...
Ma mentre tutti tenevano gli occhi fissi sul pozzo, in una angosciosa
aspettazione, avendo tutto lo spasimo di quell’attesa e tutta la paura
dell’ignoto, la cosa che i due uomini tiravano su, urtò fragorosamente,
due volte, a destra e a sinistra, nelle pareti del pozzo: e il grave rumor
sordo si ripercosse nel cuore di Bianca Maria, poiché era identico a quello che
aveva udito nella notte. Un piccolo grido di spavento le uscì dalla bocca ed
ella strinse le mani, fino a farsi entrare le unghie nella carne, per soffocare
innanzi a quei servi il suo terrore. Ma ancora una volta con un rumore più
forte, più vicino, la cosa battè contro la parete del pozzo.
- Sta venendo, - disse il facchino paurosamente.
- Sta venendo, - ripetette Giovanni, costernato.
E alle spalle di Bianca Maria che non poteva più domare i suoi nervi
eccitati, Margherita pregava, sottovoce, tremando:
- Madonna, assistici; Madonna, scampaci!
Ma quello che apparve all’orlo del pozzo, barcollando, vacillando, con la
fune del secchio che gli girava tre volte intorno al collo, con la catena del
secchio che gli pendeva sul petto, la fece urlare di paura. Era un tronco
d’uomo, dalla fronte stillante acqua e sangue sulle guance dolorose, dal torace
nudo, stillante a rivoli sangue e acqua dal costato ferito, e negli occhi aveva
sangue e lagrime, e la faccia e il petto avevano il livido colore della carne
dei morti. Urlando di spavento, Francesco e Giovanni fuggirono, chiamando aiuto,
aiuto: urlando di paura, le due donne, padrona e cameriera, erano fuggite
nel salone tenendosi abbracciate, l’una con la faccia nascosta sul petto
dell’altra, non osando levare il volto, perseguitate da quella orribile visione
di tronco di assassinato. E il tronco tutto livido, tutto sanguinante nel viso,
e nel petto, e nelle braccia avvinte, con l’espressione desolata dei suoi
occhi, della sua bocca socchiusa quasi a un singulto, gocciando acqua e sangue,
restò appoggiato sul parapetto, legato dalla fune, legato dalla catena. Il
facchino e il servitore si erano buttati verso le scale gridando che vi era un
morto, che vi era un morto ucciso: e subito nella scala, nel portone, nel
vicinato, si diffuse la voce che nel pozzo del palazzo Rossi, era stato trovato
il cadavere di un assassinato.
Tutti avevano aperte le porte di casa, tutti erano alle finestre: ma il
racconto confuso e tremante che facevano Francesco e Giovanni, aveva tanto
comunicativo spavento, che nessuno osava penetrare nella casa aperta del
marchese Cavalcanti e nella cucina dove il cadavere giaceva, abbandonato. Nel
salone, le due donne si tenevano sempre strette, tremando, mentre Margherita
cercava di vincersi per amore della sua padrona, il cui corpo, nelle sue
braccia, ella sentiva a volte ammollirsi come per mancanza di spiriti vitali, a
volte irrigidirsi, come in un impulso di convulsione nervosa. Ma il gran
susurro del palazzo, dal portone era giunto anche in casa del dottore, che
aveva il cuore sempre fremente nell’aspettativa di una catastrofe: messo il
capo alla finestra, vide gente dovunque e confusamente arrivò, anche a lui, la
vociferazione che s’era trovato un morto, ucciso, nel pozzo del palazzo Rossi e
che il morto era nella cucina di casa Cavalcanti. Giusto, Giovanni, ripensando
alle due donne lasciate sole, pentito di quel gran chiasso, intendendo che
tutto quello scandalo sarebbe ricaduto sulla famiglia Cavalcanti, risaliva le
scale:
- Veramente, ci è un morto? - gli chiese Amati, non arrivando a nascondere,
malgrado la propria forza, il turbamento che lo aveva colpito.
- Veramente, Eccellenza, - disse il cameriere, con la disperazione negli
occhi e nella voce.
- Chi lo ha visto?
- Tutti, Eccellenza.
- Chi, tutti? Anche la signorina?
- Anche la signorina.
Il dottore gli gettò una occhiata terribile ed entrò nella casa fatale, dove
un fiato tragico aveva sempre soffiato dal primo momento che vi aveva posto il
piede, dove tutte le lugubri bizzarrie parevano possibili. Girò per le stanze,
come un pazzo, in cerca della fanciulla e la trovò seduta in un seggiolone del
salone, così pallida, così stravolta e così muta che Margherita, sgomenta, le
si era inginocchiata dinanzi, tenendole le mani, pregandola che le dicesse una
parola, solo una parola. Bianca Maria diè un’occhiata ad Amati e parve non lo
riconoscesse, tanto rimase fredda e inerte, fissa nella sua espressione di
spavento.
- Bianca! - disse il medico, con voce dolce.
Ella seguitò a tacere.
- Bianca! - replicò lui, più forte.
E le prese la mano: a quel lieve contatto ella fremette, diè in un grido,
ritornando in sé stessa.
- Amor mio, amor mio, parla, piangi, - suggerì lui, guardandola
magneticamente, cercando di trasfonderle la sua volontà, la sua forza, il suo
coraggio.
E a un tratto, come se quella volontà e quella forza le avessero
dissuggellate le labbra, ella si mise a gridare:
- Il morto, portatelo via, il morto!
- Ora, ora, non temere, lo portiamo via, sta calma, - le disse il medico.
- Il morto, il morto! - gridava lei, con la faccia fra le mani,
convulsamente. - Per carità, portatelo via, questo morto, o mi porterà via! Non
mi fare portar via, te ne supplico, amor mio, se mi vuoi bene!
Con uno sguardo il dottore raccomandò la fanciulla a Margherita e, seguito
da Giovanni, andò in cucina: in anticamera vi erano già due o tre persone che
parlavano di chiamare il delegato, il portiere, la portiera, le serve di casa
Fragalà e di casa Parascandolo, Francesco il facchino, ma nessuno di essi, pure
seguendo il dottore, osò entrare nella cucina: lo lasciarono andar solo,
aspettando nell’anticucina, in silenzio, vinti, di nuovo, da una gran paura. Il
medico, pur avvezzo ai cadaveri, scosso da quella catastrofe che lo feriva
intimamente, demoralizzato dal pensiero delle sue conseguenze, entrò in cucina,
in preda al più profondo dei turbamenti, che la vista di quella fronte sanguinante,
di quelli occhi piangenti, di quelle mani legate e sanguinanti, di quel torso
livido, ferito e sanguinante, fecero crescere a dismisura. Ma il sangue freddo
dello scienziato, avvezzo alla morte, riprese il sopravvento e accostandosi,
egli vide che quel capo aveva la corona di spine: e in una stupefazione
immensa, egli comprese tutto. Era l’Ecce Homo.
La mezza statua di legno, che rappresentava alla sua naturale grandezza il
Divin Redentore legato alla colonna, scolpita e dipinta magistralmente, avea
tutto l’orribile aspetto del cadavere sanguinante: e l’acqua del pozzo in cui
era stata immersa, ne aveva stinto il color di carne e il vermiglio del sangue,
facendolo colare, nella duplice magica apparenza dell’assassinio e del
l’annegamento. Pure, il dottor Amati si era sentito stringere il cuore, allo
scoprire quella lugubre farsa, quella miscela di crudeltà e di grottesco: e
dominata totalmente la stupefazione, l’uomo forte intendeva soltanto l’immensa
amarezza di Bianca Maria inferma, addolorata, ferita forse a morte, per una
tetra, mistica e puerile follia, in cui vaneggiava il marchese Cavalcanti.
Adesso urgeva soccorrerla.
- È l’Ecce Homo, - disse brevemente, uscendo fuori, alla gente
raccolta nell’anticucina.
- Voi che dite, Eccellenza! - gridò Giovanni provando lo stesso senso di
stupefazione, aumentato dal dolore di quel sacrilegio.
- È l’Ecce Homo, - egli ripetè, guardando tutti coloro freddamente,
con quella sua aria imperiosa che non ammetteva replica. - Andate in cucina,
asciugatelo e riportatelo nella cappella.
Coloro si guardarono, consultandosi, sanati dal terrore del morto, presi
dall’orrore di quell’oltraggio alla Divinità.
- Dopo farete venire il prete, a benedire, - egli disse, conoscendo il cuore
del popolo napoletano.
Andò di là, nel salone. La fanciulla era ancora distesa sul seggiolone, con
gli occhi coperti dalle mani, mormorando sempre, fra sé:
- Il morto, il morto, amore caro, fate portare via il morto...
- Non vi era nessun morto, cara, - egli le disse, con quella dolcezza che gli
veniva dalla infinita pietà.
- Oh sì, sì, vi era.. . - mormorò ella, melanconicamente, crollando il capo,
quasi che nulla valesse a persuaderla del contrario.
- Non vi era nessun morto, - replicò lui, seriamente, sentendo il bisogno di
domare quel vagabondaggio della ragione.
E cercò di toglierle le mani dagli occhi: ma esse s’irrigidirono e una
espressione di spasimo stirò la fisonomia della ragazza.
- Guardatemi un poco, Bianca Maria, - le mormorò lui con voce insinuante.
- Non posso, non posso, - disse lei, con voce triste e misteriosa.
- E perché?
- Perché potrei vedere il morto, amore, amore mio, - ella disse, sempre con
quel profondo senso di mestizia che faceva venire le lagrime agli occhi del
dottore.
- Cara, vi giuro che non vi è nessun morto, - replicò ancora lui, con la
dolce insistenza che si fa a un fanciullo malato.
E intanto cercava di prenderle il polso, per sentirne le pulsazioni, per
sentire la temperatura della pelle. Strano a dirsi, mentre la fanciulla pareva
quasi in delirio, la mano era gelida e le vibrazioni del polso erano lente,
fievoli. Egli ebbe una stretta al cuore, come se la mancanza di vita e di forza
della poveretta, gli desse la prova di una decadenza continua, invincibile.
Avrebbe voluto raccapezzarsi in quel morbo singolare, in cui tutto il sangue
pareva diventato debolissimo e in cui tutti i nervi fremevano in una acutissima
sensibilità; ma troppo il suo cuore amava Bianca Maria, perché la sua scienza
conservasse la sua lucidità. Non trovava più, non trovava il segreto di quel
sangue impoverito e di quella nervatura frizzante: intendeva soltanto, così,
confusamente, che quell’organismo si consumava di debolezza e di sensibilità:
non pensava né alle medicine, né ai rimedii eccezionali: pensava solo,
confusamente, così, che egli doveva salvare l’amor suo, niente altro.
Ah, sì, egli doveva strappar subito dagli artigli di quel pazzo, la povera
creatura innocente a cui s’infliggevano le quotidiane paure di una follia che
non si guariva; egli doveva torre via da quella miseria crescente dell’anima e
del corpo, da quella fatale discesa verso l’onta e verso la morte, la purissima
creatura, che sapeva solamente soffrire, e soffriva senza ribellarsi, senza
lamentarsi. Egli lo doveva, subito: era un uomo, era un cristiano, doveva
salvare la infelice, come altre volte, tante volte, aveva salvato gli ammalati
d’idrofobia dalla morte per la rabbia, come aveva salvato, una volta, un
disperato colpito dall’implacabile tetano. Subito, subito, doveva salvarla, o non
si era più a tempo. Dove era il marchese, dunque, dove era il crudele, il folle
che col denaro giuocava il suo nome, il suo onore e la sua figliuola?
- Eccellenza, è fatto, - disse Giovanni, facendo capolino nel salone.
Il vecchio servitore era pallidissimo: dopo l’impressione orrenda di quello
che aveva creduto un cadavere, la grave offesa fatta dal suo padrone alla
Divinità, ne aveva sconvolto l’umile coscienza religiosa. Quella figura del
Redentore, con la fune al collo, sospeso giù nel pozzo, come la salma gemente
sangue di un ucciso, quella immagine del pietoso Gesù, così vilipesa, gli
sembrava che avesse dato il crollo alla ragione del marchese, gli sembrava che
dovesse portare la maledizione della casa. E chiamò fuori Margherita, per dirle
quello che era accaduto, mentre nelle case dei vicini, nelle scale, nei
portone, nelle botteghe, si andava dicendo che 1’Ecce Homo di casa
Cavalcanti aveva fatto un miracolo, salvando un ucciso, mettendosi al posto dell’ucciso:
e dovunque, in mille forme, si cavavano i numeri dal singolarissimo
avvenimento.
- Il morto, il povero morto... - vaneggiava la fanciulla, con la voce che le
usciva come un soffio dalle labbra.
- Non dite più questo, Bianca Maria, credetemi, credetemi, - soggiunse il
dottore, con una dolce fermezza. - Non vi era il morto: era la statua dell’Ecce
Homo.
- Che era? - gridò ella, levandosi in piedi, guardando il dottore, con certi
occhi stravolti.
Egli si scosse: ma credette che questa fosse la crisi di quel lungo
vaneggiamento e le ripetette, cercando domarla con lo sguardo:
- Era la statua dell’Ecce Homo: vostro padre l’aveva sospesa
nel pozzo, con una fune al collo.
- Dio! - urlò lei, con voce potentissima, levando le braccia al cielo. -
Dio, perdonateci!
E cadde ginocchioni, si prostese, toccando la terra con le labbra,
piangendo, pregando, singhiozzando, continuando a supplicare il Signore, di
perdonare a lei e a suo padre. Nulla valse a calmarla, a farla levare di terra,
dove, ogni tanto, si abbandonava, in una crisi di lunghissimo pianto: invano il
dottore volle usare la dolcezza, la bontà, la forza, la violenza, non vi
riescì: l’emozione di Bianca Maria cresceva; cresceva, con qualche intervallo
di stupefazione, per ricominciare più forte. Ogni tanto, mentre parea che si
chetasse, un rapidissimo pensiero le attraversava il cervello ed ella si
abbatteva al suolo, gridando:
- Ecce Homo, Ecce Homo, perdonateci voi!
Il dottore assisteva, fremendo, col capo chino sul petto, sentendo
l’impotenza della sua volontà, sentendo l’impotenza della sua scienza. Che
fare? Aveva chiamato Giovanni e scritte due righe sopra una carta,
un’ordinazione di morfina, l’aveva mandato alla farmacia: ma la stessa morfina
lo sgomentava, Bianca Maria era già troppo debole per sopportarla. Ella,
desolata, con una vitalità nervosa, bizzarra, si batteva il petto, mormorando
confusamente le parole latine del Miserere, piangendo sempre, come se
inesauribile fosse in lei la sorgente delle lacrime. Fu dopo un’ora che il
marchese, silenziosamente, entrò nel salone. Era come più vecchio, più stanco,
più rotto dal peso della vita.
- Che ha Bianca Maria? - domandò timidamente al dottore. - Che le hanno
fatto?
- Voi la uccidete, - disse gelidamente il medico.
- Hai ragione, hai ragione, figlia mia, sono un assassino, - strillò il
vecchio.
Quell’uomo sessantenne si buttò ai piedi di sua figlia, tremante di vergogna
e di umiliazione, tutto sussultante di un singulto senza pianto.
E sotto gli occhi del dottore la compassionevole scena si svolse: quel padre
canuto, dal gran corpo cadente, pieno di raccapriccio e di dolore, piangendo le
rare e brucianti lacrime dei vecchi, sentendo tutto l’orrore della sua colpa,
si piegava innanzi alla giovane figliuola, chiedendole perdono, con un
balbettìo infantile, proprio come il fanciullo, che sfoga nel pianto tutto il
puerile pentimento del suo errore: e la figliuola fremeva ancora, per la gran
ferita che le aveva aperta nell’anima la inconscia crudeltà, per la ferita che
frizzava sotto l’insulto del fiele che quella crudeltà seguitava a versarvi,
per la ferita frizzante sanguinante che questa umiliazione di suo padre faceva
gemere ancora, più dolorosamente: e ambedue, al forte uomo la cui vita era
stata sempre una onesta e nobile lotta, una continua via verso i più alti
ideali, apparivano così deboli, così miseri, così infinitamente infelici, uno
come carnefice, l’altra come vittima, che egli, ancora una volta, rimpianse
quel tempo, in cui questa tragica famiglia Cavalcanti non aveva preso nel suo
stritolante ingranaggio, il suo cuore: ma era tardi, quella miseria, quella
debolezza, quella infelicità adesso lo colpivano così direttamente che lui, il
forte uomo, soffriva per tutti quegli spasimi e non poteva più domare il
purissimo istinto di salvazione, che era il segreto della sua nobiltà d’animo.
- Perdona, figlia mia, perdona al tuo vecchio padre; calpestami, me lo
merito, ma perdonami, - andava ripetendo il marchese di Formosa, in preda a un
furore di umiliazione.
- Non dite questo, non lo dite, io sono una misera peccatrice: cercate
perdono all’Ecce Homo che avete offeso, o la nostra casa è maledetta, o
noi moriamo tutti e ci danniamo...ci danniamo...per la salute eterna, padre
mio, cercate perdono all’Ecce Homo.
- Quello che tu vuoi, figliuola mia, quello che tu m’imponi, così sia, -
egli replicò, umiliandosi ancora, tendendo le braccia in atto di supplicazione,
- ma l’Ecce Homo mi aveva abbandonato, Bianca Maria, egli mi aveva
tradito, ancora una volta, capisci? - fin&igra |