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- SI LOCA
Il giorno quattro di gennaio 1884, prestissimo, nella mattinata, la
portinaia del palazzo Rossi, già Cavalcanti, appoggiò una scaletta di legno a
piuoli all’architrave del portone, sul lato destro, e attaccò alla pietra
pipernina tre quadrati di carta, su cui stavano stampate e quindi tre volte
ripetute le parole: si loca. I tre cartellini dicevano, che erano
disponibili tre appartamenti grandi, di tante stanze, visibili nelle tali ore;
e discendendo dalla scaletta, la portinaia sospirò di malinconia. Era da anni
che non si sfittava più un appartamento, nel palazzo Rossi tutti ci si
trovavano a meraviglia e restavano, ella era diventata familiare di tutti: e
nei quattro mesi in cui si visitano le case, dal quattro gennaio al quattro
maggio, in Napoli, ella si pavoneggiava, nel suo ozio, ella non doveva andare
su e giù, per le scale, ad accompagnare i visitatori, come le portinaie vicine
del palazzo de Rosa, del palazzo Latilla; ella non arrischiava di cambiare
degli inquilini che le volevano bene, con nuovi inquilini sconosciuti e forse
cattivi! E invece, giusto quell’anno, tutti insieme restavano vuoti tre grandi
appartamenti, uno al primo piano, quello di Fragalà, due al secondo piano,
quelli del dottor Amati e del marchese Cavalcanti, un vero disastro per la
portinaia, che non avrebbe avuto mai requie, in quei quattro mesi, e la sua
fatica non gliela compensava nessuno! Tutti insieme, tre grandi appartamenti,
era una vera disgrazia, una mala sorte sua, diceva la portinaia: e a coloro che
la compativano e che chiedevano le ragioni di quei traslochi, ella narrava
subito le ragioni, anche perché la gente non credesse che il palazzo Rossi
fosse troppo umido, o minacciasse di crollare, o che il padrone avesse avuto
l’idea di aumentare la pigione ai tre inquilini: oh niente di tutto questo,
disgrazie, disgrazie! Ogni tanto, ne viene giù una fitta, di queste disgrazie,
ve ne è per tutti, fratello mio, sorella mia! Era naturale che don Cesarino
Fragalà e quell’anima buona di donna Luisella Fragalà abbandonassero quella
casa, dove si erano sposati, che era bellissima, veramente un appartamento
magnifico: non potevano più pagare quella pigione così cara. Il marito aveva
giuocato tutto al lotto, ed era così carico di debiti, così rovinato, col
magazzino di dolci, in piazza dello Spirito Santo, che la moglie, sgomentata da
un prossimo fallimento, aveva deciso di vender tutto, gioielli, argenteria,
mobili, ogni cosa di lusso, di far una liquidazione generale e di andarsene in
una piccola casa, dove ella avrebbe trovato a suo marito qualche piccolo
impiego commerciale, per mandare innanzi la famiglia. E la portinaia, col suo
interlocutore, rammentava le due splendide feste, per il matrimonio di Cesare
Fragalà con Luisella, per la nascita della piccola Agnesina, gli splendori di
quei ricevimenti, i gelati, i dolci, i vini, un subisso.
- Gesù, Gesù, - mormorava l’interlocutore, uomo o donna. - E ha perso tutto
alla bonafficiata?
- Tutto; sono ridotti senza un soldo, se vogliono pagare i debiti. E donna
Luisella paga: muore, ma paga!
- Che birbante di marito!
- Non ci facciamo maestri di nulla, - sentenziava la portinaia,
profondamente. - Tutti siamo di carne.
Le dispiaceva, sì, le dispiaceva che i Fragalà se ne andassero chi sa dove,
non li avrebbe riveduti più; massime, le dispiaceva per quella piccola
Agnesina, così buona, così placida, così obbediente, che già andava all’asilo
infantile, piccolina piccolina, accompagnata da sua madre che andava a
riprenderla, teneramente, ogni giorno. Erano buona gente: va a sapere, chi
sarebbe venuto al loro posto! E il trasloco del marchese Cavalcanti era una
cosa preveduta, da tempo: non pagava la pigione, da tanti mesi, e il signor
Rossi aveva sopportato, sopportato di avere ogni tanto un acconto, anche perché
il marchese Cavalcanti era stato l’antico proprietario della casa, che
gliel’aveva venduta, non voleva scacciarlo brutalmente, quanta pazienza aveva
avuto! Ora, non poteva più tollerare, in casa Cavalcanti mancavano spesso le
cinque lire per mangiare, e il marchese portava via i mobili più necessarii, a
uno a uno, vendendoli a un rigattiere del largo Barracche: la signorina, povera
anima di Dio, pranzava talvolta con un piatto cucinato, che le mandava, dal
Monastero delle Sacramentiste, sua zia, suora Maria degli Angioli: e i due
vecchi servitori, Giovanni e Margherita, cercavano di lavorare, la donna
rammendando calze e maglie di seta, l’uomo copiando carte per un usciere del
tribunale. Una miseria, una miseria tale, che se non fosse stata una gran
vergogna, la portinaia avrebbe spesso portato, in su, un piatto dei suoi
maccheroni, o della sua minestra verde, ma non osava, quelli erano signori e
sopportavano la miseria in silenzio. Del resto, per la mancanza della dote, la
marchesina Cavalcanti era stata respinta dal diventare Suora della Carità, e in
altri monasteri, in altri ordini non era permesso più entrare con la nuova
legge: neanche monaca, si può diventare, con questo Governo.
- E a maggio se ne vanno? - domandava la interlocutrice, vagamente
impietosita. - Dove vanno?
- Chi lo sa! Ma io dico che la marchesina non lo vede, quel giorno. Sta così
male: si consuma ogni giorno, come un cero; non dice nulla, nulla, ma quando ha
la forza di comparire dietro un cristallo del balcone, mi pare un’ombra. Non
esce più: già non ha vestiti per uscire, e se li avesse, le mancherebbe la
forza di fare un passo. Ah povera signorina, e pensare che il padre l’avrebbe
potuta maritare se avesse voluto!
- E con chi? Perché non ha voluto?
E qui cominciava la terza dolente nota della portinaia, la partenza del
terzo suo inquilino, il dottor Antonio Amati, quello che le faceva guadagnare
tanti denari, per le chiamate improvvise dagli infermi: ah egli se ne andava,
anzi se ne era andato, mettendola sul lastrico, la povera portinaia, che non
avrebbe più guadagnato un soldo!
Figuratevi che il dottor Antonio Amati che era già ricco e che guadagnava
quello che voleva, proprio per fare una carità, tanto era un buon signore,
aveva voluto sposare la marchesina, così bella e così cara: e anche lei gli
voleva bene, al medico, un bene dell’anima, perché l’aveva assistita nelle sue
malattie, perché non aveva conosciuto altri uomini, perché, infine, egli solo
poteva toglierla a quella miseria. Ebbene, non era da credersi, ma il marchese
Cavalcanti aveva detto no, si era incocciato a dire di no, sempre di no,
facendo perdere quella buona fortuna, unica, come non se ne trovano più, alla
sua figliuola.
- Voi che dite! - esclamava la interlocutrice. - Non pare vero!
Già, già, pareva una bugia, ma il marchese Cavalcanti aveva detto no. Gli
faceva onore e piacere che il dottor Amati avesse cercato la figlia, ma certi
nonni suoi, antichi antichi, antichissimi, avevano lasciata una carta scritta,
con cui si diceva che l’ultima figlia femmina della famiglia, non doveva
maritarsi, doveva morire zitella; e se questo ordine non si eseguiva, era
preparato un gran castigo di Dio, per lei. Quante lacrime aveva sparse la
marchesina, non si può sapere; ma il padre era stato duro. Tanto che il dottor
Amati, una sera che ci aveva fatto una lite terribile, per togliere ogni nuova
occasione di collera e per levarsi dalla testa quell’idea, aveva cercato un
mese di permesso all’ospedale, aveva lasciato tutti i suoi malati e se ne era
andato al suo paese, da sua madre. Poi, era ritornato: ma non aveva voluto più
metter piede, nel palazzo Rossi, e se ne era andato ad abitare una casa
mobiliata, in via Chiaia. A palazzo Rossi, la casa era chiusa, con tutti i suoi
mobili e i suoi libri, che il medico non leggeva più: ogni tanto veniva la
governante a pulire e se ne ripartiva, dopo poco: ora, anche i mobili e i libri
sarebbero stati portati via: a maggio, l’appartamento restava vuoto. Ah povera
marchesina, quante volte l’aveva vista, la portinaia, comparire dietro i
cristalli del balcone, nella corticina interna, e fissare i suoi occhi già
smorti, su quel balcone del medico, chiuso, ermeticamente chiuso. Che pena
faceva al cuore, quella misera creatura della Madonna, che si consumava di
malattia, di malinconia e di miseria. Proprio pareva che non vi fosse più olio
alla lucerna; Margherita, la cameriera, quando gliene parlavano, abbassava gli
occhi, per non far vedere che le veniva da piangere.
Ma il marchese non aveva avuto torto, di obbedire alla volontà dei nonni:
coi castighi di Dio non si scherza!
- Eh, stava scritto… - osservava, approvando, la interlocutrice, tutta
pensosa.
- Scritto, scritto, figlia mia. La volontà di Dio, che volete fare!
I ricercatori di case cominciarono subito ad affluire per visitare gli
appartamenti disponibili nel palazzo Rossi; e la via crucis della
portinaia, su e giù per le scale, dalle dieci della mattina alle quattro del
pomeriggio, non terminava più; ogni volta che una famiglia si presentava,
innanzi al suo casotto, e faceva le interrogazioni di rito, ella crollava il
capo, sospirava e si levava per accompagnarla su, al primo o al secondo piano. Andava
avanti, salendo piano piano, rivolgendosi a discorrere con questi cercatori di
asilo, con la familiarità della piccola gente napoletana e faceva scricchiolare
le chiavi, che teneva sospese alla cintura, se coloro volevan visitare la casa
del medico, che ne aveva affidata la custodia alla portinaia. Monotonamente,
girando per le stanze vaste, mobiliate un po’ severamente, dove ancor restava
l’austera impressione morale di una grande scienza, di una grande volontà, e di
tutte le miserie umane che là erano venute a chieder soccorso, ella vantava la
casa e il dottor Amati, il famoso dottore, per cui si riempiva d’ammirazione
Napoli, e tutto il mondo - come ella diceva.
- Ah! - dicevano i visitatori, meravigliati, - e perché va via?
In fretta, in fretta, ella soggiungeva che il dottore si ammogliava e aveva
bisogno di una casa più vasta, o che i suoi affari avevano cambiato di centro,
o che egli si restringeva d’appartamento, avendo preso uno studio all’ospedale,
insomma una bugia qualunque; una bugia così frettolosa e poco logica che i
visitatori, dotati già di una naturale diffidenza, non accettavano affatto e la
interrompevano:
- Ah, va bene: ritorneremo.
Ma non tornavano punto, impressionati un po’ tristemente dall’aria solitaria
e grave di quell’appartamento, dai troppi libri, dalle troppe macchine
chirurgiche e infine da quel seggiolone a letto, di cuoio nero, su cui si
distendeva l’ammalato, per esser visitato, e che pareva come il preliminare
della tomba: e andavano via in fretta, parlando piano, come intimoriti, anche
più intimoriti dall’assenza del dottore, il temuto e rispettato Iddio della
medicina. Fuggivano e non tornavano più, con la fantasia abbuiata, non volendo
mica venire a contristarsi, in quell’ambiente così gravemente pensoso. La
portinaia, sulla soglia del portone, li vedeva andar via lestamente, verso
Toledo, dove ci era il moto, la luce e l’allegrezza, e malgrado le loro vaghe
promesse, vagamente profferite, ella capiva che non sarebbero più ritornati.
- Non si combina nulla, comare mia, - ella diceva ogni tanto, con aria
stanca, alla sua vicina portinaia del palazzo De Rosa.
E non si combinava nulla, neppure per gli appartamenti che lasciavano le
famiglie Fragalà e Cavalcanti, quasi che i visitatori sentissero la mala sorte
che emanava da quelle due case, dove tante lacrime erano state versate, dove
tante se ne versavano. In casa Fragalà la malinconica e valorosa Luisella si
era già disfatta di una gran parte dei mobili: il bel salone rosso era oramai
nudo dei suoi mobili di antico broccato, la bimba dormiva nella stanza dei suoi
genitori e la vita di costoro, di un tratto immeschinita, ammiserita, si era
ristretta alla camera da letto e alla stanza da pranzo. Talvolta i visitatori
trovavano la famigliuola a pranzo, alle due: Cesare Fragalà teneva gli occhi
fissi sul suo piatto, mangiando macchinalmente; Luisella taceva, rotolando
palline di mollica fra le dita, e la piccola Agnesina, savia, buona, guardava
il padre e la madre, volta a volta, non facendo nessun rumore con la forchetta
e col cucchiaio, per non disturbare: e quando i visitatori entravano, il padre
di famiglia impallidiva, la madre di famiglia chinava gli occhi: ambedue, a
ogni visita, sentivano di dover andar via da quella casa e ancora la loro piaga
frizzava, mandava sangue. La bambina li guardava e ripeteva, assai sottovoce:
- Mammà, mammà…
I visitatori, accompagnati dalla portinaia, sentivano di disturbare e
chiedevano scusa, passando nelle altre stanze, mentre la portinaia parlava
volubilmente, per stordirli: quando essi vedevano deserti, vuoti, il salone e
il salottino e l’anticamera, si scambiavano delle occhiate bizzarre, tanto che
la portinaia fremeva d’impazienza, bestemmiando in cuor suo, tutti, chi va via
dalle case, chi le va cercando e anche chi li accompagna su, cioè proprio lei,
che doveva avere questa dura sorte. E i visitatori facevano la domanda di rito,
con un certo sospetto:
- Ma perché se ne vanno?
Allora ella si decideva e sottovoce mormorava:
- Sono falliti…
- Ah, ah! - esclamavano, interessati, i visitatori.
Nelle scale ella dava i particolari, diceva la ragione del fallimento,
narrava l’antica ricchezza e la moderna strettissima privazione di ogni bene
materiale; diceva il coraggio della povera signora Luisa, di fronte alla
indomabile passione del marito per la bonafficiata; diceva la bontà
della povera piccola Agnesina, che parea avesse capito, esser lei nata e
cresciuta nel cattivo tempo della sventura. I ricercatori di casa ascoltavano
incuriositi, con quella emozione a fior di pelle, che è particolare ai
meridionali: ma da quello che avevano visto, come da quello che loro narrava la
portinaia, essi ricevevano una singolare impressione di malaugurio, una
fatalità che si era appesantita sopra una famiglia buona e innocente, un tetro
destino che ne aveva distrutto tutte le sorgenti di felicità e di energia. Ah,
davano le spalle alla casa dei Fragalà e al palazzo Rossi lentamente, i
visitatori di case, ma restava loro una tristezza nell’anima e parlavano fra
loro di questi disastri umani, così implacabili, così impreveduti e
invincibili. Chi l’attribuiva al perfido destino, chi alla jettatura, chi
faceva della filosofia sulle passioni umane, sul giuoco, specialmente,
ripetendo ancora quella frase, che racchiude tutta l’indulgenza, tutto il
perdono napoletano:
- Signori miei, non ci facciamo maestri…
Nell’appartamento del marchese Cavalcanti si penetrava con difficoltà;
spesso, Margherita si opponeva che le persone visitassero la casa, malgrado che
fosse l’ora delle visite. La portinaia parlamentava, irritandosi un poco,
levando talvolta la voce, chiedendo come si sarebbe mai potuto affittare un
appartamento, quando nessuno poteva entrare a vederlo; talvolta otteneva di
entrare, da un battente socchiuso. Tutti tacevano, immediatamente: e
dall’anticamera gelida e nuda, al nudo e gelido salone, vi era un tal freddo,
un tal odore di vecchia polvere smossa, che faceva ribrezzo. Sulle mura eran
disegnati, in larghe macchie scuriccie, i profili dei mobili che vi erano stati
un tempo e che il marchese Cavalcanti aveva venduto, per giuocarne il valore al
lotto: si vedevano i grossi chiodi a uncino, a cui una volta erano stati
sospesi i quadri; un mucchio di vecchie carte giallastre era per terra, in un
angolo del salone vuoto; e dove erano state attaccate le tende, alle porte e ai
balconi, restavano i buchi scalcinati, donde parevano essere state strappate
con violenza. Anche la cappella era senza più un santo, venduto l’Ecce Homo,
venduta la Madonna Addolorata, e le frasche, e gli ornamenti, e
persino la fine tovaglia guarnita d’antico merletto, tanto che quell’altare
spogliato aveva un lugubre, un sacrilego aspetto. Attraverso questa casa, ogni
tanto, i visitatori incontravano una pallidissima, esilissima figura di
fanciulla, in veste nera, con le magre spalle avvolte in uno sciallino gramo,
con le grosse trecce nere che le rendevano anche più esangue il volto. Ella
fissava i suoi occhi dolenti sui visitatori, come se non si raccapezzasse, e
un’ombra di dolore li rianimava, per un minuto, quando ella intendeva che
doveva abbandonare quel tetto, quell’asilo. La portinaia sottovoce, diceva:
- La marchesina.
Senz’altro: ed era, quell’apparizione, come tutta la grande linea di un
disastro morale irrimediabile. Talvolta, i visitatori, accompagnati dalla
portinaia e da Margherita, la cameriera, arrivavano davanti a una porta chiusa.
La cameriera esitava un momento: ma a un’occhiata suggestiva della portinaia,
si decideva a bussare.
- Eccellenza, possiamo entrare?
- Sì, sì, - rispondeva una fioca voce.
E tutti vedevano una misera stanzetta verginale, dove si gelava di freddo,
dove la smorta creatura dal vestito nero, avvolta nel gramo sciallino, era
seduta presso il suo lettuccio, o si levava prestamente dal suo
inginocchiatoio. Allora, intimiditi, coloro davano appena un’ occhiata rapida,
mormoravano vagamente qualche parola di scusa e se ne andavano, mentre la
fanciulla li seguiva coi neri occhi pensosi e dolenti. Nelle scale essi osavano
parlare: domandavano alla portinaia, come se si trattasse di persone e di cose
morte:
- Come si chiamavano, costoro?
- I marchesi Cavalcanti, - diceva la portinaia.
E i visitatori andavano via, portando seco l’impressione profonda di cose e
di persone estinte.
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