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PER MONACA.
I.
Canterellando una canzoncina popolare,
Eva Muscettola girava intorno al bruno tavolone oblungo, su cui erano posati tanti
cestini da lavoro, piccoli e grandi, frugava con le dita irrequiete dentro
questi cestini, cavandone dei lembi di tela o di mussola già cucita o
semplicemente impuntita, aguzzando gli occhi vividissimi, ma miopi, per vedere
se nulla vi mancasse: i rocchetti del filo, l’agoraio, le forbici; facendo una
quantità di smorfiette carine, secondo che il contenuto del cestino le sembrava
ordinato o disordinato. Un bocciuolo di rosa era passato nella cintura del suo
vestito di seta nera, un bocciuolo rosso rosso, già quasi schiuso, simile alla
bellezzina ancora incompleta, ma già prepotente, di Eva. Ella canticchiava,
mettendo degli aghi da una cartina, nell’agoraio di argento di Giulia Capece, a
cui mancava sempre tutto per cucire, quando Tecla Brancaccio entrò, la prima,
col suo fermo passo virile, portando anche quel giorno la sua giacchetta da
uomo, il goletto bianco, alto e chiuso, la cravatta maschile e lo spillo a
ferro di cavallo.
— O caro, caro il mio fidanzato, — gridò
da lontano Eva, vedendo arrivare Tecla, — sei puntuale come un giovanotto a un
ritrovo! Sei ancora uscita a cavallo, stamane? Come va Gipsy?
— Benissimo, non si era che sferrata,
ieri l’altro; — rispose Tecla con la sua voce un po’ dura, cavandosi i guanti
lunghi di camoscio, arrotolandoli e buttandoli in fondo al suo cappellino di
feltro.
— E Carlo, come va? — domandò sottovoce,
con una inflessione affettuosa, Eva.
— Malissimo, naturalmente; egli è ancora
partito per Parigi, per seguirla, iersera.
E si affibbiava uno strano braccialetto di
ferro.
— Ma perchè ti ostini, Tecla? Carlo ti
vuoi bene, ma ella è più forte di te, amore mio.
— Chissà!
— Non vedi che vince sempre? È bella, è
bionda, sa piangere, è piena di seduzione, ama Carlo da disperata....
— Anche io amo Carlo.
— Sì, ma le donne maritate sono più forti
di noi altre ragazze; — soggiunse Eva, con una filosofia inconscia.
— Sarà, ma io non cedo.
— E che puoi fare?
— Aspettare.
E nella breve fronte pallida, negli occhi
grigi, di metallo lucido e freddo, nelle sottili labbra di rosetta smorta, nel
mento un po’ quadrato, si leggeva la pazienza e la forza, la volontà indomabile
che si raccoglie nell’aspettazione. Subito, senza dire altro, Tecla si sedette
al suo posto, tirò a sè la cesta del lavoro che era più grande delle altre, ne
cavò fuori una rude tela a righe, una fodera da piccolo materasso, un tessuto
duro duro che le sue dita di ferro bucavano rapidamente: la cucitrice non levò
neppure il capo, quando entrarono Giulia Capece e Chiarina Althan; il suo
lavoro e i suoi pensieri l’assorbivano completamente.
— È poi giunta questa cassa da Vienna,
Giulia? — domandò Eva, prendendole dalle braccia il mantello di pelliccia e
sorridendo a Chiarina Althan.
— Sì, non fosse mai arrivata! — esclamò
la bellissima fanciulla, snella come uno stelo; — tanta curiosità,
tant’aspettazione! Non t’ho fatto leggere la lettera di mia zia da Vienna?
Pareva che nella cassa vi fossero le sette meraviglie! Proprio! Ma che si
burlano di noi le sarte viennesi? Non abbiamo occhi, gusto, intelligenza, che
ci mandano dei vestiti azzurri carichi di rose?
— Oh Gesù! — esclamò Eva, scandolezzata.
— Più un cappellino, con un pappagallo
verde impagliato; — soggiunse Chiarina, col suo sorrisetto un po’ enigmatico. —
Pare che sia il pappagallo della zia di Giulia, un sacrifizio alla parentela,
un’anticipazione alla eredità. Quando metti quel cappellino, Giulia, fa una
circolare alle amiche, facendo appello alla loro affezione per aver pietà della
tua sventura.
— Io non lo metterò mai, mai! — esclamò
Giulia, quasi con le lagrime agli occhi; — lo darò a Concetta, la cameriera.
— E tua zia ti disereda; — soggiunse
Chiarina, ridendo.
Giulia diede una spallata. Tanto, era
povera, nobilissima, con la famiglia carica di debiti, fidando solo sulla propria
bellezza per fare un gran matrimonio: e tutti i vecchi amici di casa, le zie
straniere, i confessori, erano tutti in moto per trovare dei milioni a
questa splendida creatura, che intanto ne spendeva in anticipazione la rendita.
Giulia si mise a cucire di malavoglia una camiciolina da bimbo, dando certi
punti lunghi, lunghi, spezzando il filo ogni momento, guardandosi ogni tanto
nello specchio che aveva dirimpetto: e la flessuosa persona si chinava come un
fiore, le lunghe ciglia castane ombreggiavano delicatamente le guancie, la
bocca rossa sembrava un melagrano lucido, succoso. Chiarina Althan, accanto a
lei, tagliava in un pezzo di cotonina bianca e rosea un grembialino da bimba; e
la finissima fisonomia, non bella, ma traspirante intelligenza, gli occhi calmi
ma profondi, la bocca pensosa, si curvavano sulla stoffa, pieni di attenzione e
d’interesse, come per leggere un libro o per ammirare un quadro. Intanto Eva si
era anche messa al suo posto e impuntiva l’orlo di certe fascie, a lunghi
punti, canticchiando, mentre Tecla Brancaccio a grandi colpi di forbici
stridenti, buttava in terra il pezzo che superava dal piccolo materasso che
trapuntiva. Le due sorelline Sannicandro entrarono, tenendosi a braccetto:
erano due statuine di porcellana bianca colorata di roseo, due bambolette
gentiline e rotonde, con certi nasetti all’insù, i capelli ricci e l’aria
infantile, malgrado che avessero quindici anni. E subito recitarono la
lezioncina, come bambole ben ammaestrate.
— Buongiorno, Eva, papà ti saluta.
— Buongiorno, cara, e grazie.
— Buongiorno, Eva, mammà ti saluta.
— Buongiorno, carina, e grazie.
Si cavarono i paltoncini eguali, posarono
i cappellini eguali, restarono coi vestitini di seta nera, eguali. Poi, un
momento interdette, ripresero la lezione.
— Sta bene mammà tua, Eva?
— Sì, cara, è stata all’Unione iersera;
ora dorme.
— E papà tuo sta bene, Eva?
— Sì, cara, è a Gifoni, a caccia.
— Sta bene, Riccardo, tuo fratello, Eva?
— Benissimo: ma è in Iscozia, per le
corse.
E portò subito alle due bambolette che si
guardavano, soddisfatte della propria recitazione, una quantità di fascie da
bimbi da orlare. La specialità delle sorelline Sannicandro, in quel grande
lavorìo per l’ospizio dei fanciulletti abbandonati, erano gli orli: esse
orlavano ogni giorno, orlavano sempre, orlavano senza fine, chilometri intieri
di orli uscivano da quelle manine pazienti di statuette meccaniche. Erano
sempre contente di orlare, levando ogni tanto il capo, per domandare:
— Hai il rocchetto bianco, Eva?
— Hai le piccole forbici, Eva?
Maria Gullì-Pausania entrava lentamente,
col suo passo di deità olimpica: a Eva che le corse incontro degnò sorridere,
offrì la guancia bruna e fredda di Siciliana altiera, scambiò due o tre saluti
con Tecla, con Giulia Capece e con Chiarina Althan e si mise al suo posto, con
una misurata armonia di movimenti, strofinandosi la mano destra dove una
piccola macchia rossa era comparsa, respingendo indietro i polsini di tela
bianca, tirando a sè il cestino del lavoro, dove marcava di rosso, cifra e numero,
tutti i capi di biancheria che le sue amiche le passavano, dopo averli finiti.
E faceva il suo lavoro con una certa lentezza solenne, con un’aria di
signorilità, rassegnata a un lavoro umile, con una disinvoltura affettata di
spirito superiore che si piega per bontà d’animo, marcava la biancheria con
tanta dignità di gesto, che pareva sempre considerasse la immensa felicità di
quei bimbi, che nella loro infanzia potevano già avere la fortuna d’indossare
una gonnelluccia bianca marcata da lei, Maria Gullì-Pausania, la cui casa
veniva subito dopo quella del Re, a Palermo, che possedeva in famiglia due
principati, tre marchesati, quattro miniere di zolfo e una intiera provincia di
aranci e di limoni. Ella inarcò le ciglia quando vide entrare, quasi correndo,
Elfrida Kapnist, l’ungherese dai grandi occhi neri, smorti e selvaggi, dai
capelli bruni e ricciuti che nessun pettine arrivava a domare, dal viso
pallidamente acceso, allungato come quello di una capra, dal paltoncino di uno
strano color giallastro, dal vestito troppo corto innanzi che lasciava vedere i
piedini sottili, sdutti. Elfrida fu accolta con una gradazione di sorrisi più o
meno amabili, Eva stessa era un po’ imbarazzata nel riceverla: di Elfrida si
diceva un grandissimo male e un grandissimo bene. Era una zingara scappata
dalla tribù, — nossignore, era la figlia di un console, nobile, ma povera, —
era una stracciona, — aveva una quantità di terre confiscate, in Ungheria, —
era figlia di una cavallerizza, — sua madre era una Radziwill, — ella si faceva
regalare i vestiti dai giovanotti — la duchessa della Mercede le faceva la
carità degli abiti. — Intanto, con queste contraddizioni, con lo spirito
indiavolato di Elfrida, con la sua inesauribile allegria, col suo brio di
straniera un po’ libera, con la sua simpatia di tipo bizzarro, ella andava
dovunque, un po’ invitata, un po’ tollerata, un po’ mal ricevuta, ma sempre
presente, sempre gaia, mostrando i suoi dentini bianchi di zingarella, ballando
tutta la notte, cenando in tutte le ore, noncurante dei suoi vecchi vestiti,
dei suoi guanti lavati, dei suoi capelli arruffati che respingevano le
forcinelle. Ella baciò vivamente, sulle due guancie, Eva, e mettendosi a
cucire, annunziò:
— Olga Bariatine sposa Massimo.
Tutte levarono il capo, anche le due bambine
Sannicandro.
— È certo? — domandò Tecla Brancaccio.
— Certissimo: sposano in maggio; Olga
vuole andare in Russia pel viaggio di nozze.
— Sarà molto contenta, Olga, eh? — disse
Eva, con la sua inflessione tenera di persona che desidera la felicità altrui.
— Contentona: iersera Massimo è restato
sino alle dodici da lei, non lo ha mai fatto.
— Povera Olga! — sospirò Giulia Capece —
con tutti quei denari prendere quello spiantato.
— Un giuocatore: mio fratello lo incontra
ogni anno a Montecarlo — mormorò Eva, un momento pensosa.
— Un annoiato, noioso — soggiunse
Chiarina Althan.
— Come è che si è deciso al matrimonio? I
Daun sono molto nobili: chi conosce i Bariatine? — domandò Maria Gullì-Pausania,
guardando una pila di strofinacci nuovi, da marcare, per le cucine
dell’ospizio, indecisa se fare quest’altro sacrifizio alla carità.
— Naturalmente, il nobilissimo signor
Massimo Daun non avrà più trovato nè un amico che gli presti cinquecento
franchi, nè uno strozzino che gli creda, e ha finito per appagare l’ardente
amore di Olga Bariatine che è poi bellina, ricca e buona.
— Ma di mala voglia, molto di malavoglia
— riprese Elfrida Kapnist che orlava delle cuffiette, — stanotte a una cena,
fra giovanotti, egli ha bestemmiato come un turco, contro il matrimonio, contro
la Piccola Russia e contro tutta la razza slava.
— Che orrore! — esclamò Eva, — non mi
vorrei maritare a questo prezzo, neppure per un uomo che adorassi.
— Perciò non ne adori nessuno — osservò
placidamente Tecla Brancaccio.
Angiolina Cantelmo, che era entrata
allora, abbozzò un debole sorriso. Era una persona delicata e alta, con certi
occhioni azzurri pieni di fluido, con le guance colorite di un sangue
finissimo, roseo, un roseo giapponese di porcellana trasparente. Ella
apparteneva alla più nobile, più antica famiglia napoletana, la vecchia casa
Cantelmo in cui erano tradizionali la bontà, la bellezza, il valore, la
generosità; ma da duecento anni, nella casa, si andava perpetuando una
tradizione di sventura: una grande fatalità morale e materiale discendeva per
li rami, la leggenda parlava di un delitto da espiare, a redimersi dal quale
non valevano l’onestà e il coraggio degli uomini, la bellezza, la virtù, la
pietà delle donne: sempre un Cantelmo o una Cantelmo moriva di morte violenta.
Una disgrazia terribile aveva portato via la madre di Angiolina: e già un
fratello e una sorella bellissimi, biondi e rosei, erano stati colpiti dalla
tisi. In quanto ad Angiolina, due anni prima l’avevano fidanzata a Giorgio
Serracapriola, un giovanotto bello, ricco, elegante, scettico e indolente: ed
ella, piamente, da buona ed onesta fanciulla si era messa ad amare il suo
fidanzato. Il matrimonio era andato a monte, per questioni d’interesse, fra il
padre di Giorgio e quello di Angiolina; Giorgio era partito per un viaggio, in yacht,
un po’ indifferente in fondo, — ella aveva taciuto, non si era lagnata, non
aveva detto una parola con nessuno; a chi gliene parlava, rispondeva con un
sorriso pallido e si faceva sempre più sottile, sempre più rosea, come un cero.
Aveva sempre freddo, però, e parlava a voce bassa. Diceva a Eva Muscettola che
pel primo decembre si poteva contare per l’inaugurazione dell’ospizio: ma che
intanto otto o dieci delle fanciullette da ricoverarsi, bisognava che si
cresimassero. Bisognava trovar le madrine, pregar monsignor arcivescovo,
scegliere una chiesa privata: il discorso divenne generale, ognuna delle
lavoratrici offrì di far da madrina, anche le due Sannicandro lo dissero
ambedue insieme, come una lezioncina, anche Elfrida Kapnist che molti
accusavano di essere protestante, scismatica, turca o peggio: solo Maria
Gullì-Pausania si rifiutò: in verità, non poteva accettare di essere la madrina
di una straccioncella qualunque.
— Non potremmo fare la funzione nella
cappella Cantelmo? — domandò Eva ad Angiolina.
— Sì, se volete. Ma quelle bimbe si
sgomenteranno. È così triste quella nostra cappella, e poi così fredda, così
fredda!
— Non ascoltate voi la messa lì dentro, ogni
domenica?
— Sì, per obbligo, — rispose Angiolina, —
ma io preferirei una chiesetta qualunque, dove ci entrasse il sole. Papà è
sempre reumatizzato, quando esce di là, e Maria tossisce.
— Tu non tossisci mai, nevvero, Angiola?
— chiese Eva, levando il capo da certi asciugamani a cui annodava la frangia.
— Io? no, mai. Sto benissimo, io, — e
sorrise fievolmente, increspando una gonnelluccia.
— Ecco qui la fidanzata, ecco la
sposetta, — strillò, entrando, Anna Doria, trascinando Olga Bariatine, la
bionda grassottella, con la bocca simile alla rosa e i dolci occhi bigi. La
sposina chinava il capo arrossendo, tutta confusa, abbracciando le sue amiche
che l’avevano circondata avendo i lagrimoni sugli occhi; specialmente Eva, la
buona, che le teneva un braccio al collo e le veniva ripetendo sottovoce, come
se pregasse per lei:
— Iddio ti assista, Iddio ti assista,
cara, cara, cara....
— Sapete perchè Olga si marita così
presto e con tanto suo piacere, signorine? — strillò Anna Doria, mentre tutte
riprendevano il loro posto e il loro lavoro.
— Probabilmente perchè se lo merita.... —
suggerì Chiarina Althan.
— Ma che, ma che! — gridò Anna Doria,
sempre ritta in mezzo alla sala.
— Perchè è tanto carina, tanto buonina —
suggerì Eva Muscettola.
— Niente affatto, niente affatto, —
tempestò Anna Doria. — Tutte più o meno ci meritiamo di maritarci, tutte più o
meno siamo buonine, carine;... eppure, quante zitelle che si vanno maturando!
Non parlo per me, che, ormai, sono andata in aceto, ammuffita. Sapete perchè?
Olga si marita subito e come vuole, perchè non ci ha la mamma: a noi le nostre
mamme impediscono il matrimonio.
— Oh! oh! oh! Anna, Anna! — dissero quasi
tutte scandalizzate.
— Ti viene l’accesso, Anna? — domandò
Chiarina Althan.
— Che accesso! Buone, le mamme, affettuose,
carezzevoli, sissignore, chi lo nega? Non sono una bestia, io, malgrado le mie
pretese stravaganze. Ma le mamme nostre sono le nemiche naturali del nostro
matrimonio. Troppo giovani? Hanno diritto di brillare, ci chiudono in casa, ci
lasciano coi vestiti corti fino a sedici anni, noi facciamo loro la
concorrenza. Troppo vecchie? Allora odiano la gente, non vogliono vedere
nessuno, la gioventù le secca, i ricordi sono loro fastidiosi, la felicità
degli altri è loro indifferente, sono egoiste, sono vecchie! Troppo eleganti? I
fidanzati diffidano delle suocere eleganti. Troppo severe? Fanno scappare a
gambe levate chi voglia prendere la vita un po’ allegramente. Una, troppo
pretenziosa per i titoli di nobiltà; l’altra, inesorabile sulla questione della
pietà religiosa; la terza pretende che si viva insieme; la quarta esige che si
vada in provincia; una ha un capriccio, un’altra ha una fissazione, a questa
non piacciono gli uomini biondi, quella là detesta la persona magra: addio,
matrimonio! Ve lo assicuro, care amiche, quelle che hanno ancora la madre e
arrivano a maritarsi, compiono un’opera meravigliosa.
La brutta ragazza, già di trent’anni,
magra, sgraziata con le guancie scarne malamente colorite con un rossetto che
preparava lei stessa, — una delle sue stravaganze, — restò piantata in mezzo
alla stanza con aria trionfale. Le amiche sue abbassavano il capo, senza
risponderle, sorprese da un gran senso di pena, urtate nei loro buoni
sentimenti, urtate nel rispetto della maternità che esse avevano. E pensavano
alla tragicommedia quotidiana di casa Doria: una madre che aveva troppo amato
il lusso e i piaceri e aveva confinato Anna sino ai vent’anni in una specie di
adolescenza oscura: una madre a un tratto datasi alla vita austera, con tutti i
difetti dell’età matura, l’avarizia, la bigotteria, la cocciutaggine,
l’intolleranza: e di fronte, ogni giorno, la ribellione di Anna, Anna la pazza,
che litigava con la madre, violentemente, per tutto, che si sentiva brutta e se
ne vendicava, essendo sgraziata, che si sapeva antipatica, e se ne vendicava,
facendo delle malignità a tutti, ma più di tutti a sua madre, alla vecchia
bestia, come la figliuola la chiamava. Sì, tutte soffrivano per le brutali
parole che Anna Doria aveva detto: ma le due Sannicandro che ogni sera
baciavano la mano a papà, prima di andare a letto e si facevano benedire da
mammà per dormire tranquillamente, si guardavano in faccia, tutte pallide, con
le boccuccie rigonfie dei bambini che vogliono piangere. Nessuna parlava ed
Eva, che aveva il carattere più aperto di tutte le altre, cercò di mettere una
parola dolcificante:
— Ecco qui Anna che vuol farsi credere
più cattiva di quello che è: hai la posa della cattiveria, cara, ma nessuno ci
crede. Le mamme nostre ci amano, a loro modo: non sta in noi a giudicarle.
— E fai benissimo, tu, Eva, — rispose
malignamente Anna Doria, scombussolando il suo cestino per trovare le forbici.
Eva impallidì, tacque, ferita. Un grande
imbarazzo regnò fra le cucitrici, parea che nessuna osasse interrompere quel
silenzio. Tecla aveva approntato coraggiosamente una seconda fodera da
materasso; quando Giulia Capece domandò ad Olga:
— Donde li fai venire, Olga, i vestiti?
Non da Vienna, spero, se non vuoi essere assassinata!
— Non farli venire da Vienna, Olga, — soggiunse
subito Chiarina Althan, cogliendo la palla al balzo per cambiare la
conversazione, — figurati che da Vienna hanno mandato a Giulia un cappellino
con un gallinaccio impagliato sopra: questo per ispirarle delle idee di buona
massaia.
— Oh un gallinaccio, poi, Chiarina!... —
protestò Giulia, cordialmente afflitta sotto l’incubo di quel cappellino
viennese.
Olga raccontava alle amiche che
l’ascoltavano, che essa faceva venire tutto, tutto, da Parigi: in un convento
di monache si ricamava già il corredo di biancheria, dappertutto il suo motto for
ever, insieme alla iniziale del suo nome: ai vestiti non aveva ancora
pensato, ma per quelli da ballo non ci era che Worth, per i vestiti da sport
non ci era che Reuss, per quelli da mattino, Carolina; e le sue amiche
avevano lasciato di lavorare, l’ascoltavano avidamente, avendo innanzi agli
occhi tutta una visione di stoffe, di cappelli, di veli, di merletti.
— Hai pensato di farti fare delle camicie
di seta? — domandò Elfrida Kapnist.
— No, — rispose Olga. — Non sapevo che
usassero di nuovo.
— Usano moltissimo, di una seta floscia e
leggerissima, azzurra, rosa, crema, con le trine di vera Valenciennes. Tutte le
mondane…. e le altre, ne hanno.
Olga non rispose: Maria Gullì-Pausania
aggrottò le sopracciglia e scostò la sua sedia, per non toccare la sedia di
Efrida. Costei sapeva dunque, sempre, quello che i giovanotti dicevano alle
loro cene e quello che le donnine troppo alla moda indossavano? Olga aveva
ripreso a dire che Massimo avrebbe voluto farle dei regali, dei gioielli, senza
dubbio, quelli famosi di casa Daun, ma che essa assolutamente non li voleva,
faceva un matrimonio di amore, dei brillanti non gliene importava proprio
nulla. Le ragazze che cucivano, approvavano sorridendo senza levare il capo,
pensando ognuna in cuor suo quanto fosse ingenua e buona Olga Bariatine; i
famosi brillanti di casa Daun, Massimo li aveva prima impegnati, poi venduti,
egli era un pezzente indebitato, che non avrebbe potuto donare alla sua
fidanzata neppure un anellino di argento. Poi vi fu un quarto d’ora di
silenzio; tutte lavoravano, riprese da un grande zelo, pensando agli ottanta
bimbi abbandonati, maschietti e femminucce che aspettavano dalle loro mani di
che vestirsi. Eva, la buona, la più vivacemente affettuosa, aveva detto loro
che la carità non si fa soltanto coi quattrini, ma che bisogna metterci il
proprio tempo e il proprio lavoro: che, infine, le ore mattinali, due, tre,
sino alla colazione potevano essere sacrificate, lavorando per le povere
creature senza pane, senza tetto, senza vestiti. E quell’attività quotidiana,
quel doversi occupare continuamente di altri, quell’andare e venire,
soddisfaceva il bisogno di movimento e il sentimento di altruismo che era in
Eva, riempiva le sue giornate un po’ vuote, un po’ solitarie, — la madre
apparente e sparente fra un ballo e l’altro, che dormiva metà della giornata,
spesso pranzava nei suoi appartamenti, troppo giovane per la figliola già
troppo grande, — il padre che adorava ogni esercizio di sport, sempre nelle
scuderie, o a caccia, o al tiro del piccione o alle corse, — il fratello sempre
in viaggio o a Montecarlo o a Bàden o a Parigi. Tutti questi l’amavano Eva:
madre, padre, fratello, ma a loro modo, negli intervalli di libertà che
concedevano loro le passioni dominanti; e questo non bastava, non bastava al
suo ardente bisogno di amore, alla sua vitalità esuberante. Così, per sfogarsi
ella aveva messo su, col suo fuoco, con la sua fiamma di affetto, questa carità
delle ragazze per i bimbi abbandonati e si dava a quest’opera con la voluttà
infinita delle anime buone, che mai non sanno riposarsi dall’amare e dal
beneficare. Ce n’era voluto per convincere le sue amiche, per poterle riunire,
massime le incompatibili, quella Maria Gullì-Pausania che nessuno poteva
soffrire, per le sue arie, quella Elfrida Kapnist delle apparenze così strane e
così equivoche! E quelle che entravano allora, a braccetto, Giovannella Sersale
e Felicetta Filomarino, non le poteva mai indurre a venir presto, capitavano
all’ultima mezz’ora, distratte, discorrendo sempre a bassa voce fra loro: e il
segreto di Giovannella Sersale tutte lo conoscevano, ella aveva dovuto sposare
Francesco Montemiletto, ma costui dopo averla corteggiata per due anni, aveva
finito per sposare la sorella maggiore, Candida: e Giovannella non si era mai
data pace di questo tradimento, ella portava fieramente questo lutto, non aveva
mai voluto sentir parlare di altri fidanzati, non si sarebbe mai maritata. A un
tratto, non si sa come, era nata una grande amicizia fra lei e Felicetta
Filomarino, stavano sempre insieme, spesso avevano gli occhi rossi, una
medesima malinconia le rodeva. Qual era dunque il segreto di Felicetta? Più
taciturna, più riservata, ella non lo confidava, se non a Giovannella; e certo
nei loro colloqui solitari, esse piangevano insieme la loro gioventù sfiorata.
La loro presenza diede un’intonazione anche più seria a quella riunione di
fanciulle: ognuna di esse, piegando il capo sul cucito, pensava ai suoi crucci.
Tecla Brancaccio alla sua lotta così disuguale contro una rivale preferita
costantemente; Giulia Capece alla sua bellezza che trovava tanti ammiratori, ma
non un marito con duecentomila lire di rendita; Chiarina Althan all’ambiente
frivolo e sciocco dove si consumava la sua intelligenza; Elfrida Kapnist alla
sua miseria che ogni tanto le faceva subire delle umiliazioni atroci; Angiolina
Cantelmo alla fatalità che dominava nella sua casa; Anna Doria alla sua
esistenza atroce, senza confronti; Eva Muscettola al suo desiderio insoddisfatto
di esser molto amata, di poter molto amare; solo le due Sannicandro si
consolavano, erano tutte felici, poichè in quel giorno sarebbero andate alla
passeggiata della riviera, con papà e mammà; e Olga Bariatine era intimamente
felice, ella che aveva amato con tanto fervore Massimo Daun e ora raccoglieva
il premio del suo amore; e Maria Gullì-Pausania si sentiva molto felice, perchè
non può essere altrimenti d’una discendente dei re siciliani.
— Misericordia, misericordia! — gridò
Eugenia d’Aragona, entrando e buttando all’aria il cappellino, — ma che state
contemplando i Quattro Novissimi? Fate la penitenza dei peccati, ragazze?
Volete che piangiamo tutte insieme? O Eva, Eva, che hai fatto?
— Ma niente, cara, niente: lavoriamo.
— Ma voi morirete, a furia di lavorare.
Ma volete rovinarvi il petto, gli occhi, le dita! Ma vi farete venire la
nostalgia, lo spleen, con tutto questo cucito! i bimbi saranno vestiti,
ma qualcuna di voi si ammazzerà, ne son certa.
Ella si gettò sopra una sedia, accavalcò
una gamba sull’altra e strappò il cucito dalle mani di Angiolina Cantelmo.
— Anche tu, monachella? Ma perchè non
mandate loro dei quattrini, molti quattrini a questi bimbi, invece di
mortificarvi a cucire? Ti faccio dare mille lire pei tuoi bimbi, Eva mia, se
smetti di cucire quel tuo grosso pezzo di tela; oggi lo dico a papà, che ti
mandi queste mille lire. Smetti, Evuccia, smetti. Forse che le ragazze nobili
cuciono? Io non so cucire.
— Mi pare strano, — osservò Anna Doria,
malignamente.
Infatti Eugenia d’Aragona, che portava
con sè i sessanta milioni di dote, che riuniva in sè la nobiltà di tre
famiglie, Aragona, Ognatte, Mexico, che aveva terre in Europa e in America, che
possedeva dodici diversi feudi, ed era imparentata coi Borboni di Spagna, con
gli Orléans di Francia, era una figliuoletta che il duca d’Aragona aveva avuto
da una sarta. La bella e buona duchessa d’Aragona, colpita da sterilità,
adorando suo marito, vedendo che la immensa fortuna andava a perdersi nelle
mani di nipoti indegni, aveva voluto che il marito legittimasse e adottasse la
povera figlioletta della sarta: e questa creatura della strada era salita quasi
sopra un trono, adorata dal padre, adorata stranamente dalla madre adottiva.
Ella aveva conservata una semplicità un po’ rude, che nessuna istitutrice
inglese aveva potuto modificare, una bontà chiassona e aveva acquistato la
prodigalità noncurante di chi non deve contare: e della sua origine non si
vergognava: la malignità di Anna Doria la fece ridere.
— Ragazze, se andassimo tutte a casa, a
colazione? Finitela con questi bimbi senza camicie, venite via, diremo a mammà
che vi mandi cento camicie, per queste creature. Venite, ci sono a casa dei
vestiti che debbo mostrarvi e una scimmietta che ho comprato; andiamo, su, Eva,
diglielo tu a queste imbambolate; ho una carrozza fuori, ci stiamo in cinque,
benissimo, e la tua, Eva, altre cinque; Maria, ci sarà anche la tua, tu non vai
mai senza carrozza, sei grande di Spagna di prima classe. Ci accomoderemo,
tutte; sembreremo una scuola.
E per vincerle, tutte, si buttò al collo
di Chiarina Althan, fece un giro di waltzer con Eva, diede quattro baci a Olga
Bariatine, scompigliò tutti i cestini; ed era così comunicativa la sua vivacità
popolana, così fresca e giovanile la sua allegria, che un raggio di sole attraversò
tutti quei cuori, e di nuovo brillarono, luminosi, i sorrisi.
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