|
II.
Un razzo di oro partì dalle ombre del
porto, descrisse una parabola fulgida nel cielo stellato di primavera e ricadde
nel mare, spegnendosi: subito dopo il razzo-segnale, una fila di fuochi di
bengala si accese lungo il bordo della corazzata ammiraglia Roma: altri
bengala furono accesi sulla Castelfidardo, sul regio
avviso Cariddi, sulla nave-trasporto Vedetta, sulla
corazzata russa Swetlana: tutte le navi mercantili, i brigantini, le
barcacce, le paranze, tutte le Madonne Immacolate, le Divine
Provvidenze, le Annamaria Cacace di cui è pieno il porto di
Castellamare, s’illuminarono di lampioncini colorati, tanto che tutto il mare
ne rimase fantasticamente rischiarato e il mastodonte di legno e di ferro,
dipinto in rosso, senz’alberatura, tozzo e pesante, l’Italia, varata la
mattina, ebbe l’aria di un grosso e grasso idolo marittimo, silenzioso,
tronfio, immobile, a cui tutti bruciassero ceri e incensi.
Sulla corazzata ammiraglia, cessato il
breve fuoco di artificio, si ballava dappertutto. L’ammiraglio Gaston, grande,
grosso, quasi colossale, con un torace spazioso e solido come la poppa di una
corazzata, la sua piccola e simpatica signora, le due figliuole più grandi,
quindicenni, vestite di tela azzurra, coi larghi colletti alla marinara che
lasciavano vedere la bianchezza dei colli, con certi cappelloni di paglia
buttati indietro sui capelli biondi, vere marinare gentili e allegre, avevano
invitata tutta l’aristocrazia di Napoli, di Castellamare, tutta la ufficialità
di marina, tutti i forestieri che già villeggiavano a Sorrento, in quella fine
di maggio. A piedi delle sue scalette di legno, a destra e a sinistra, era un
continuo arrivare di barchette che portavano fuochi di bengala a prua e a
poppa, era un ascendere timido, ma continuo di signore e fanciulle, che
salivano con una certa paura, non priva di piacere, senza guardare, sotto la
voragine nera del mare: esse sospiravano di soddisfazione appena arrivate sul
ponte. Lassù la novità, la bizzarrìa dello spettacolo, la sua rarità se le
prendeva, una grande curiosità le afferrava, si udivano di qua e di là dei
piccoli gridi di sorpresa, di piacere. Una fanfara era piazzata nel centro
della nave, attorno all’albero di maestro e attaccava i ballabili con una certa
foga militare, con una furia di soldati che vanno all’assalto o di pirati
all’arrembaggio. Qui, giù, da una parte e dall’altra dell’albero di maestro vi
era qualche sedia, ma nessuno voleva sedervisi, le ragazze e le maritate
ballavano come diavoli, e negli intervalli visitavano la nave; le straniere,
provvide, avevano portato delle sedie portatili, dei pliants; in quanto
ai giovanotti, essi preferivano fare del colore locale, accovacciarsi in tre, in
quattro, sovra un mucchio di cordami, mettersi a cavalcioni sopra un piccolo
cannone: e le donne per darsi un’aria interessante, fingevano tutte di avere il
passo incerto, il passo del marinaio, e domandavano ogni tanto a qualche
ufficiale di marina in grandi faccende pel ballo:
— Si dovesse muovere l’áncora?
— È forte, è forte, — rispondeva quello
ridendo.
Sul ponte di poppa, vasto, tutto
infiorato e imbandierato, si ballava disperatamente, come se quello fosse l’ultimo
giorno di ballo, per tutte quelle donne e per tutti quei giovanotti. Eugenia
d’Aragona, semplicemente vestita di lana bianca, con un cappello tutto piumato
di bianco, con un paio d’orecchini di brillanti grossi come noccioli, lusso
permesso solo ad una fanciulla viziata, ballava sempre, sempre, sempre, non
fermandosi mai, girando come un arcolaio, passando da un cavaliere all’altro,
senza respirare un momento, con gli occhi lucidi, le guance accese,
divertendosi come una bimba: invano il suo fidanzato, Giulio Vargas, ricco
quasi quanto lei, innamoratissimo, la pregava, ogni tanto, di riposarsi: ella
faceva una smorfia deliziosa, poi gli diceva, con un tono carezzevole:
— O Giulio, o Giulio, ti voglio bene
assai, se mi lasci ballare.
Questo, detto con quel grande languore
sentimentale che hanno la voce e gli occhi napoletani quando amano, languore a
cui niuno resiste: e se Giulio titubava, essa gli s’infilava sotto braccio, lo
portava via, alla prima misura erano in giro anche loro. Giulio subiva il fascino
di quella giovinezza rumorosa. Ogni volta che Eugenia passava accanto a Eva
Muscettola, le diceva, gridando un poco:
— Ma balla dunque, Evuzza, balla, non
vedi me!
Eva, al braccio del suo cavaliere, Innico
Althan, un tenente di vascello, fratello della sua amica Chiarina, ballava
abbastanza, ma più le piaceva di chiacchierare e di ridere con Innico, un
giovanotto alto, magro e bruno, che portava l’uniforme con una grande eleganza,
e che mescolava alla gaiezza naturale meridionale, la punta di malinconia, di
coloro che hanno fatto dei lunghi viaggi, e che sono destinati a ripartire.
Così, da due mesi, lentamente, una dolcissima simpatia si era stabilita fra i
due giovani, fatta più di intenzioni che di parole, consistenti più in certi
minuti particolari sentimentali, che nei grandi fatti del cuore. Egli certo
sentiva la saldezza affettuosa dell’anima di Eva, malgrado il disordine e
l’abbandono di una casa dove mancava il focolare domestico, sentiva quel fluire
di tenerezza, che dal cuore della fanciulla se ne andava alle amiche, ai bimbi,
ai poveri — ed ella, in cuor suo, ammirava quel giovanotto che si era voluto
togliere dell’ambiente di vizio e di frivolezza dei suoi compagni e amici,
sottostando a una lunga e dura carriera, spesso lontano dai suoi cari.
— Come sono belle, come sono belle queste
vostre corazzate, — diceva ella a Innico, guardandolo con gli occhi emananti
soavità.
— Ma non sempre sono infiorate e
imbandierate, non ci si balla la polka sopra, come questa sera.
— Che importa! Mi piacciono tanto, —
mormorava ella, piegando il capo sotto il suo cappellino azzurro, un soffio di
aria, fermato da margherite.
— Dovreste vederla nella tempesta la
buona nave! Come è salda, come resiste, come non si piega!
— Non mi parlate della tempesta, Innico,
— diss’ella turbata.
— E perchè?
— Non posso pensarci.... non potrei
pensarci, quando facesse cattivo tempo, non dormirei mai....
— Allora bisognerebbe imbarcarsi con chi
si vuol bene....
— Perchè no?...
— La legge non vuole.
— La legge?
— Balla dunque, Eva, balla, ora che
Innico sta quà, — gridò ridendo Eugenia e scuotendo i grossi orecchini di
brillanti.
Era un waltzer, molte signore si erano
sedute stanche, sui divani di velluto azzurro, ma le ragazze, indomite, non si
fermavano. Elfrida Kapnist, audacemente vestita di broccato rosso, con le
scarpette di raso scintillanti di perline d’acciaio, con un cappellino rosso,
piccolissimo, tutto lucido di perline, con questo vestito di un carattere così
sfacciato, di cui molte erano scandolezzate, con quell’aria di zingarella
sempre arruffata, con quegli occhioni selvaggi e dolci nello stesso tempo, si
teneva attaccata al braccio di Willy Galeota, il giovanotto più alla moda della
società napoletana. Willy Galeota le faceva la corte da un mese,
strettissimamente, come si può fare a una donna maritata, seguendola dovunque,
ballando tutta la sera con lei, parlandole sottovoce, non lasciando che nessuno
si accostasse a lei: ed ella accettava questa corte tranquillamente, come se
nulla fosse, con la serenità delle ragazze straniere, senza pregiudizi. E come
sempre, si dicevano di lei le più orrende e le più belle cose: — Willy era il
suo amante, — Willy non poteva ottenere da lei una sola parola d’amore, — Willy
e lei erano stati incontrati in carrozza chiusa, di notte, a Posilippo, — Willy
non aveva ottenuto di poterle fare una visita, nelle due stanzette, poveramente
mobiliate, che ella abitava, — Willy la trattava come una ballerina, — Willy
l’avrebbe sposata. Ella mostrava di non sapere, di non udire tutto questo fremito
di attacchi e di difese, egualmente esagerati: e ballava il waltzer,
mollemente, guardando negli occhi il suo cavaliere, con una seduzione muta e
sicura. Per un momento Giulia Capece si era indispettita contro Elfrida: Willy
Galeota era il primo fra gli sposabili sulla lista di Giulia; ma quando Giulia
vide intorno a sè il principe di Sirmio, il ricchissimo patrizio romano,
magnate di Ungheria; Giorgio de’ Neri, il fiorentino ricchissimo; il conte di
Detmold, primo segretario dell’ambasciata germanica e altri minori, si consolò:
la sua corte era al completo, tutte gliela invidiavano; ella ballava,
chiacchierava, rideva, prendeva delle granite, bellissima nel suo vestito di
Worth, portando sette fili di perle al collo, mentre sua madre la guardava da
lontano, sorridendole con gli occhi umidi di gioia, vedendola così bella e così
circondata. Maria Gullì-Pausania, la bellezza classica, dal puro profilo
siracusano, sapendo bene che il ballo conviene più alle bellezze irregolari,
non ballava, passeggiava fra le coppie, facendo ondeggiare armoniosamente il
suo vestito di seta nera, semplice semplice, somigliando un poco a Minerva
sotto il cappellino di paglia nera, su cui aveva messo delle rose di maggio,
fresche: Peppino Sannicandro le dava braccio, unendo alla sua fisonomia
d’imbecille una espressione di beatitudine, lo sciocco soddisfatto che non
lasciava la sua mazzettina di balena: era in carattere la mazzettina di balena,
per un ballo a bordo — egli aveva trovato questa insulsaggine piena di spirito,
e la ripeteva a tutti, contentone, raccogliendo i sorrisi di approvazione di
Maria. Più tardi aveva inventato di domandare ai suoi amici, che si preparavano
per le corse, questa scioccheria:
— Con quante bestie vai alle corse, tu?
Maria rideva quietamente, lusingando la
vanità di quel cretinello: e parlavano poco fra loro; egli non le diceva quasi
nulla, nella dolcezza del suo ebetismo, ma era tutto felice di portare in giro
una delle più belle ragazze di Napoli: ella non parlava, col suo contegno di
dea riflessiva e sagace. A un tratto la musica tacque, le coppie si misero in
giro pel passeggio, dei vassoi di gelati furono portati attorno, un
chiacchiericcio femminile salì dal ponte di prora sino al cielo.
Giù, nell’appartamento dell’ammiraglio,
intorno alle tavole del buffet era un gran viavai di signore e di
ufficiali, un tinnire di bicchieri, un crocchiare di dentini, un urtarsi di
coppie. Le due ragazze Gaston, coi cappelloni alla marinaia buttati indietro
sulle treccione bionde, tutte rosee, tutte ridenti, portavano le loro amiche al
buffet: poi avevano finito per istallarvisi, con le due Sannicandro,
vestite ambedue di rosa, che mangiavano con la golosità delle adolescenti,
prima del salmone alla maionese, poi un gelato di crema, poi una fetta di
pasticcio di caccia, poi della gelatina dolce; insieme con loro Anna Doria si
sfogava a mangiare, non trovando nessuno che la invitasse a ballare, dotata di
quell’enorme appetito delle zitelle nervose; e ci si era venuta ad aggiungere
Eugenia d’Aragona, che moriva di fame, diceva lei, e avrebbe volontieri
mangiato un piatto di vermicelli al pomodoro. E tutte le donne, maritate e
fanciulle, capitando in quei saloni di legno lucidissimo, dai divani di iuta,
molli, larghi e profondi, dalle maniglie di ottone che sembravano di oro,
provavano un grande senso di benessere e sospiravano quasi, invidiando gli
ufficiali che davano loro il braccio, pei bei viaggi che facevano, prese
dall’amore dei paesi lontani, mentre gli ufficiali, ridendo, sorridendo, bruni,
simpatici, si prestavano a queste visioni marine e sentimentali delle signore,
nascondendo loro i fastidi, le volgarità, le lunghe noie della vita marinaia.
Chiarina Althan, a cui poco piaceva il ballo, osservatrice arguta, si era
seduta sopra un divano, nel buffet, e guardava quelli che mangiavano,
interessata, ammirando l’inesauribile appetito delle due sorelline Sannicandro
che mangiavano delle castagne giulebbate e bevevano del consommé, tutte
colorite e felici, l’appetito rabbioso di Anna Doria a cui sua madre faceva far
di magro tre volte la settimana, e la grossa fame popolana di Eugenia, a cui
Giulio Vargas porgeva da mangiare, come a una bimba, ridendo e scherzando. Poi
quando vide entrare nel buffet Tecla Brancaccio, sola sola, vestita di
drappo azzurro, con le maniche e il goletto ricamato d’oro, con i capelli
arricciati e la divisa sulla tempia come un giovane ufficiale, le disse:
— Prendiamo un gelato insieme, Tecla?
Vieni a vedere come mangiano queste amiche nostre.
— Cerco Carlo, — disse quella, aguzzando
i freddi occhi di metallo.
— Non vi è qui, — le rispose Chiarina.
— Allora, vado altrove.
— No, no, cara, non cercarlo, — fece
l’altra, trattenendola.
— È con lei, nevvero? Dove? Ci
vado subito.
— O Tecla, lascia stare. Perchè correr dietro
a uno che non può sposarti?
— Così, — fece quella, levando le spalle.
— Me ne vado, Chiarina, li cerco.
— Allora vengo teco, — e si alzò, vedendo
che non vi era mezzo di dissuaderla.
Tenendosi a braccetto, mentre Chiarina
cercava di farle una predica, traversarono tutta la lunghezza della corazzata,
dal ponte di prora al ponte di poppa, ma si tenevano lungo il bordo, perchè si
ballavano due quadriglie, fra l’albero di maestro e il ponticello del comando.
Qualche coppia amorosa, appoggiata al parapetto, guardava il mare, le stelle,
discorrendo pianamente: qualche essere solitario vi si appoggiava, guardando
lontano. Giusto, cercando Carlo Mottola e donna Maria di Miradois, le due
ragazze non videro Olga Bariatine che si affacciava al parapetto guardando
verso Castellamare. La biondina russa, aspettava da due ore Massimo Daun, il
suo fidanzato, che le aveva promesso di venir presto, per ballare con lei: e
con la sua aria di uomo strano se n’era andato via dalla spiaggia, con Luigi
Muscettola, il fratello di Eva, con Lodovico Torremuzza, il siciliano
schermitore, e due o tre altri. E non era più venuto; ella non aveva voglia nè
di ridere, nè di ballare, era inquieta e nervosa, non si sapeva togliere dalla
ringhiera, guardando sempre verso Castellamare, scrutando tutte le barchette
che si appressavano alla Roma, agitata da un sospetto solo, l’infedeltà,
non immaginando mai che cosa facessero, da due ore, quei giovanotti, in una
stanza di albergo, intorno a un tavolino, giuocando, smorti nella loro
passione.
Tecla e Chiarina non trovavano in nessun
posto Carlo Mottola e donna Maria di Miradois; salirono sul ponte di prora. Ivi
non si ballava, la luce era più mite, le tende che lo coprivano, si muovevano a
un principio di brezza notturna. Appoggiata alla ringhiera, come a un balcone,
voltando le spalle alla gente, Felicetta Filomarino e Giovannella Sersale
piegavano le teste nell’ombra, guardando la fosforescenza del mare. E dal
piccolo movimento nervoso delle spalle di Giovannella, da certi sussulti, dalla
curva del collo s’intendeva che ella singhiozzava, mentre Felicetta Filomarino
accanto a lei, stava immobile, non osando confidare il suo segreto, neppure
alle stelle del cielo e alle onde del mare. Tecla e Chiarina si fermarono
presso Angiolina Cantelmo; ella stava ritta presso l’albero inchinato di prora
a cui si attacca la bandiera, tutta avvolta nelle pieghe bianche di uno sciallo
di crespo e appoggiata la mano all’albero, ficcava gli occhioni azzurri per
l’oscurità, come se volesse viaggiare, con la corazzata, pei mari orientali,
ricercando il piccolo yacht, dove egli fuggiva. E malgrado il vestito
bianco, sembrava più magra, più alta, più trasparente che mai, come se una
fiaccola fosse stata accesa in un vaso di porcellana.
— Non balli, Angiola? — le domandò
Chiarina.
— No, balla Maria, lassù a poppa, — fece
lei, tendendo la mano sottile e lunga.
— Hai visto Carlo Mottola e donna Maria
di Miradois? — domandò Tecla, che andava sempre diritto al suo scopo, senza
esitare e senza vergognarsi.
— Erano qui, poc’anzi: sono andati via.
— Buona sera, Angiola.
— Buona sera, Tecla.
E la snella creatura si voltò di nuovo a
guardare il mare sognando, chiedendosi, forse, quale seduzione d’isola
orientale trattenesse il suo fuggitivo. Chiarina e Tecla ridiscesero la scaletta,
un gran movimento era a bordo, l’ammiraglio aveva permesso che si visitassero
la stanza da pranzo e le camerette degli ufficiali, la stiva e il camerotto
della macchina per chi sapeva resistere a quella temperatura calda, sotto
quelle vôlte basse; talchè era un accalcarsi alle scalette, uno sparire
consecutivo di uomini e di donne, come inghiottite dalla stiva, un comparire di
teste dall’altra parte, un grido di meraviglia, uno strillìo femminile di
timore, mezzo vero, mezzo simulato. Eva Muscettola era ricomparsa al braccio di
Innico Althan, il quale le aveva mostrato la sua cameretta, con la finestrella,
dove una rosa fioriva: e la rosa era sul petto di Eva, che pensava; Eugenia
d’Aragona, presa da un furioso capriccio, supplicava Giulio Vargas che le regalasse
una corazzata, la voleva per forza, se ne voleva andare per mare, non voleva
più stare nelle case di pietra; Giulio, gliela prometteva, una nave, per quando
si sarebbero sposati. E finalmente Tecla Brancaccio e Chiarina Althan trovarono
Carlo Mottola e donna Maria Miradois, nella cameretta del cannone di prora: ivi
l’ammiraglio, con la sua larga faccia, rasa sulla bocca e sul mento, con le
fedine brizzolate, appoggiando una mano sulla enorme culatta nera, spiegava il
meccanismo del colpo a quattro o cinque signore, che ascoltavano profondamente
sorprese. I due amanti, donna Maria di Miradois, una spagnuola bionda, ardente,
languida e passionata, vestita di seta bianca, tutta coperta di gioie, dal
cappellino alle scarpette, e Carlo Mottola, un giovanotto snello e bruno, dalla
pura bellezza italica, mescolata a una intonazione di colore e di linee
orientale, si tenevano per mano, sentendo la spiegazione del cannone. E senza
turbarsi, Tecla Brancaccio si appressò a loro, sorrise a donna Maria, diede la
mano a Carlo Mottola, dicendogli:
— Oh Carlo, vi cercavo. Non dovevamo
ballare insieme il waltzer?
— Naturalmente: possiamo ballare insieme
una quadriglia.
— Finiamo di sentire questa spiegazione,
volete?
E tutti quattro, Carlo, Maria, Chiarina,
Tecla, rimasero in gruppo, ascoltando, per nulla imbarazzati, abituati dalla
loro posizione a sorridere in mezzo al dramma; l’ammiraglio aveva preso un
obice e lo sollevava, lo mostrava alle signore, dicendo loro di provarne il
peso. Esse si provavano ridendo, non riuscendovi: donna Maria di Miradois ci
rinunziò, con un attuccio adorabile: ma Tecla, tendendo un po’ le braccia,
stringendo le labbra, con una ruga che le tagliava la fronte, come una
cicatrice, sollevò l’obice.
— Siete molto forte, Tecla, — mormorò
donna Maria.
— Molto forte, — rispose costei,
quietamente, raggiustandosi i polsini.
E fu tutto il segno della grande lotta
appassionata che ferveva in fondo a quelle tre anime.
Ma uscendo dalla cameretta del cannone,
una viva luce ferì il gruppo. Dalla riva di Castellammare, dal terrazzo dello Stabia’s
hall una lampada elettrica dirigeva il suo grande raggio bianco sulla
corazzata Roma: e coglieva la grossa nave di fianco, illuminandone
fantasticamente ora un lato, ora un altro, secondo il capriccio saltellante di
colui che dirigeva la lampada. Dapprima la candida luce si era posata sul
castello di prora, dove l’alta, snella, quasi fantomatica figura di Angiolina
Cantelmo era apparsa, idealmente trasfigurata in quella chiarità: poi era
saltata sul ponte, dove si ballava una gran quadriglia e nel suo raggio, nel
circolo processionale del moulinet femminile comparivano,
leggiadrissime, le due sorelline Sannicandro, dagli occhioni imbambolati nella
luce, le due sorelle Gaston, i cui capelli biondi parevano un ruscello d’oro,
Maria Gullì-Pausania dal profilo saggio e puro di Minerva, dall’incesso regale,
Giulia Capece che la bianchissima luce circondava di una aureola nivale, e
dietro, sempre in tondo, la fila dei bei volti muliebri, sorpresi, lusingati da
quella luce. Da capo il raggio scialbo e chiarissimo erasi posato sul castello
di prora, inondando di luce le due testine curve di Giovannella Sersale e di
Felicetta Filomarino; e Giovannella, nel pallore del suo volto emaciato, pareva
quasi spettrale, Felicetta pareva quasi abbarbagliata, circonfusa di candore,
entrambe corrose dallo stesso male. Come la luce si muoveva, era un gridìo
confuso e allegro di sorpresa, un rifugiarsi di persone timide negli angoli
oscuri, un aggrupparsi di ragazze e di giovanotti, come per la posa di
una fotografia; dal castello di prua la luce era giunta ai piedi del castello
di poppa: — sulla porta del buffet Elfrida Kapnist ritta, insolente,
tendeva un alto bicchiere di cristallo a Willy Galeota che ci versava
contemporaneamente, da due bottiglie, del bordeaux e dello champagne,
ed ella rideva, rideva, senza scomporsi, coi ricci nerissimi che le
coprivano la fronte e il pallido-bruno viso di zingarella provocatrice, —
appoggiata al parapetto, sempre immobile, sempre sola, guardando la riva di
Castellammare, Olga Bariatine aspettava Massimo Daun, ma non aveva più impresse
sulla fisonomia l’ansietà, l’agitazione di chi aspetta, sperando e temendo:
invece vi si leggeva una stanchezza rassegnata, una pazienza dolorosa e muta,
un rilassamento di tutte le linee, l’accasciamento di chi aspetta, senza
sperare e senza temere; e la rossa figura passionata e voluttuosa di Elfrida
Kapnist, nello splendore un po’ livido della luce elettrica, acquistava una
seduzione quasi diabolica, mentre la dolcissima faccia della fanciulla slava si
illuminava morbidamente, in un chiarore di melanconia, dove i biondi capelli e
i fiori azzurri che vi erano sparsi e i grandi occhi aspettanti mestamente, la
facevano rassomigliare a una smorta Ophelia guardante il Baltico gelato, sotto
la luna, sospirante un pazzo principe Amleto. Di nuovo la luce fu proiettata su
coloro che ballavano: Tecla Brancaccio aveva trascinato Carlo Mottola nella
quadriglia; essi ballavano senza parlarsi, ma stretti l’uno all’altro, la
ragazza dominante quasi il giovanotto, mentre donna Maria di Miradois,
paziente, calma, come colei che attende il suo momento, non ballava, li
guardava, con uno strano sorriso sulle labbra. Anche Tecla sorrideva: alla luce
si vedevano i dentini minuti e bianchissimi scintillare, come quelli di una
gattina feroce: mentre la bellissima bocca di donna Maria sorrideva
profondamente, intimamente, come colei che sa e che può, solamente amando.
Infine la luce elettrica si posò, per un pezzo, sul castello di poppa: ivi Eugenia
di Aragona, trascinandosi dietro due o tre suonatori, aveva formata una
orchestrina e andava in giro, per combinare una tarantella, la vera tarantella
napoletana, e la sua febbre si era comunicata a quattro o cinque coppie; il
ballo popolare, ora molle e amoroso, ora frettoloso e passionato, era
cominciato, fra gli applausi, fra l’entusiasmo del pubblico. Eugenia d’Aragona
si dava a questa pazza gioia, roteando come trottola, ballando alla perfezione,
con Giulio Vargas: ricordo di casa, diceva Anna Doria, la maligna vecchia
zitella. E con una certa morbidezza tutta gaia e semplice, Eva Muscettola
ondeggiava nel chiaro lume della luce elettrica, ballando con Mario Capece: ma
i suoi occhi e il suo spirito erano altrove, là, dirimpetto, dove Innico
Althan, che non sapeva ballare la tarantella, tutto serio, parlava con donna
Natalia Muscettola, la madre giovane di Eva. E in quel biancore di luce, in
quella dolcezza di notte, su quel mare profumato, nel cuore di Eva era nata,
fluiva una novella, infinita, irrimediabile tenerezza.
|