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SCUOLA NORMALE
FEMMINILE.
I.
Mentre suonava la campana delle otto, nel
corridoio lunghissimo, stretto, molto buio, cominciarono a penetrare le alunne.
Dalla porta che dava sulla scala, incorniciata da una raggera di ferro, per
dare un po’ di luce a quel budello umido di corridoio, venivano le alunne
esterne; dalla porta opposta, piccola e socchiusa, che dava sul convitto,
comparivano le convittrici, a due a due. E subito, nel senso della lunghezza,
due immense file si formarono: lungo la muraglia sinistra, chiusa, senza una
porta, tutte le esterne; lungo la muraglia di destra, tagliata da quattro
porte, le tre stanze dei corsi e la direzione, quattro porte chiuse, si misero
le convittrici.
— A noi, signorine! — aveva già esclamato
tre volte l’alunna De Donato, una giovanottona di ventotto anni, avellinese,
che aveva dovuto debuttare come cantante e poi aveva perso la voce.
Ma le alunne interne non udivano il
segno: le esterne seguitavano a chiacchierare fra loro, coi cappellini ancora
sul capo, i paltoncini abbottonati, le gonnelle succinte per non infangarle, le
scarpe tutte inzaccherate, i libri sotto il braccio, una scatola di compassi in
mano o un rotolo di carta o un cartoccetto per la colazione, portandosi addosso
tutto l’umidiccio di quella mattina piovosa. Le interne erano più quiete, coi
loro vestiti bigi bene asciutti, i colletti bianchi e il nastro di velluto nero
nei capelli, i libri legati con un nastro o con una stringa di guttaperca: ma
Carmela Fiorillo, la simpatica dagli occhi neri e dalla bocca porporina, al
solito, perdeva il sangue dal naso; Alessandrina Fraccacreta, la bruttona
sentimentale, aveva una flussione all’occhio destro che la rendeva orrenda,
malgrado la cipria che ella adoperava di nascosto, e l’acconciatura dei
capelli, per cui andava sempre in castigo; Ginevra Barracco si soffiava il naso
continuamente, piangendo senza averne voglia; Giovanna Abbamonte aveva un
panericcio alla mano sinistra, dopo averne avuto uno alla mano destra; e tutte
le interne avevano l’aria infermiccia, pallida, di ragazze che vivono in luogo
umido, che mangiano male, che dormono col gas acceso. Cantare? Ma nè le
esterne, nè le interne avevano voglia di cantare, quella mattina: le esterne
già stanche del cammino fatto e della pioggia presa e della melma
calpestata; le interne accasciate da quel grande convento di Gesuiti che
filtrava acqua da tutte le mura e che minacciava rovina.
— A noi, signorine — gridò la De Donato, battendo le palme e intuonando la prima nota.
Distrattamente una cinquantina di alunne
seguì con fiacchezza il canto mattinale, nella sua prima strofa:
Ho
nel ciel un divin padre
Che
mi dona luce e vita
E
al banchetto mi convita
Dell’Eterna
Verità.
Era una musica piana, filata
semplicemente, elementare come la prima sillabazione sull’alfabeto; quelle che
cantavano, emettevano la voce senza forza e calore, senza capir nulla, come se
cantassero in sogno e pronunciando le parole, come se fossero in ebraico. Ma le
altre cento alunne non cantavano; una grande scena muta di sorrisi, di sguardi,
di cenni, di smorfie accadeva da una fila all’altra, fra esterne e convittrici.
La severissima ordinanza direttoriale proibiva qualunque rapporto fra
convittrici ed esterne: ma appunto per questo, esterne e convittrici erano unite
a coppie, a gruppi, così saldamente che nessun castigo poteva disunirle;
appunto per questo si erano stabilite amicizie ferventi che rasentavano la
passione, simpatie invincibili che affrontavano tutte le punizioni, e uno
scambio continuo di servizii: lettere impostate, lettere prese alla posta,
romanzetti imprestati di nascosto, pezzetti di sapone al fieno, passati
di sottomano; appunto per questo in quelle teste giovani non era che un
continuo studio per eludere la sorveglianza dei superiori. Cantare? Ma in
quell’ora che stavano tutte riunite, la strana rete di amori e di odii, di
simpatie e di antipatie, di impazienze e di nervosità, di affetti tranquilli e
di gelosie si manifestava, fittissima, saldissima. Mentre le cantatrici, le
indifferenti sonnacchiose e annoiate, filavano le parole:
Ho
una madre sulla terra
Che
mi guida e mi consola,
Con
angelica parola
Di
conforto e di bontà.
si vedeva bene lo sguardo appassionato
che Amelia Bozza, una convittrice del primo corso, una sottile bruna, dagli
occhi verdi, fissava su Caterina Borrelli, l’esterna del terzo corso, dal
grosso naso rincagnato, dalle lenti di miope che le davano un’aria fra ironica
e sdegnosa; e Caterina Borrelli girava fra le dita una rosa appassita che
Amelia Bozzo le aveva data, tre giorni prima. Gabriella Defeo, una biondinetta
del terzo corso, convittrice, voltava con affettazione le spalle a Carolina
Mazza, una esterna del terzo corso, con cui aveva litigato il giorno prima, e
Carolina Mazza fingeva di leggere in un quaderno per non levar gli occhi. Non
cantava Artemisia Jaquinangelo dai capelli tagliati corti, come quelli di un
uomo, dalla faccia maschile, dal corpo scarno di giovanetto adolescente, perchè
Giuditta Pezza, esterna del primo corso, non le voleva più bene; Giuditta Pezza
sorrideva a Maria Donnarumma, ma invano; Maria Donnarumma cercava invano di
sapere se Annina Casale aveva trovato lettere per lei alla posta; Maria Valente
mostrava di lontano una carta alla sua amica Gaetanina Bellezza, detta bottigliella,
perchè era piccola e rotonda; di mano in mano passava una boccettina di odore
che Clotilde Marasca aveva comperata per Alessandrina Fraccacreta, la bruttona
sentimentale e civettuola. Si rinforzavano le voci di quelle cinquanta
neghittose e annoiate che a nulla pensavano e che si davano sempre più alla
meccanica di metter fuori la voce, dicendo:
Ho
una patria cui sacrato
È
il mio cuore e il mio consiglio
Che
nell’ora del periglio
Sempre
fida a lei m’avrà.
Le altre tacevano. Le esterne si seccavano
di cantare quella stupida musica e quelle sciocche parole, in quel corridoio
buio, senza accompagnamento di pianoforte, tenendo ancora indosso i panni
bagnati dalla pioggia, sentendosi ancora i piedi assiderati, le braccia stanche
per aver dovuto reggere i libri e i quaderni, con lo stomaco appena riscaldato
da una cattiva mezza tazza di caffè, ribollito dalla sera; si seccavano di
cantare, quando avevano innanzi la prospettiva di sette ore di lezioni.
Specialmente quelle del terzo corso, le maestre di grado superiore che erano
sopraccaricate di lavoro, dovendo studiare le cose più opposte, in preda a un
tormento continuo, non avevano fiato da cantare. Giuseppina Nobilone era la più
infelice fra tutte, non capiva nulla, nè di fisica, nè di geometria, nè di
aritmetica, nè di geografia; in lingua italiana era sempre riprovata, e ogni
sei mesi, ogni anno, passava, passava a furia di spintoni, di gridi, di pianti,
di raccomandazioni, di preghiere; Giulia De Sanctis imparava tutte le lezioni a
memoria, con una fatica immensa, ma se arrivava a perdere il filo, si faceva
burlare da tutta la classe: Cleofe Santaniello era intelligente e studiosa, ma
era presa da un tal tremore, quando doveva recitare la lezione, che i
professori la tenevano in conto di alunna stupida ed infingarda; Emilia Scoppa
non aveva mai potuto imparare a non scrivere limpido con la elle apostrofata
e inchiostro con la gi; Maria Caressa era bravissima per la storia,
incapace per la geografia, e invece Checchina Vetromile era sempre così brava
che i professori non facevano altro che chiamar lei, il che la preoccupava e le
accresceva quotidianamente le fatiche. Che strana idea far cantare le ragazze
che debbono dare l’esame su dodici materie, aritmetica, grammatica e lingua
italiana, scienze fisiche e naturali, storia, geografia, geometria piana e
solida, morale, religione, disegno lineare, lingua francese, calligrafia e
lavori donneschi? Quelle cinquanta che non gliene importava nulla, ridendosi
dell’esame o non pensandoci, istupidite più che mai da quella monotonia di
canto fermo, dalle battute di palme di De Donato, che pigliava sul serio la sua
parte di maestra di cappella, seguitavano a sgolarsi:
Son tre raggi in una fiamma
Che mi scalda e cuore e mente,
Io cristiana e figlia ardente
Cittadina ognor vivrò.
Qui sarebbe finito il canto mattinale, ma
questa ultima strofa doveva essere ripetuta due volte in uno, tutta la scuola,
soprani, mezzi soprani e contralti. La ripetizione sopra un tôno più acuto si
trascinò un’altra ventina di voci, tanto che un fiato di allegrezza par si
mettesse in quello stanzone stretto, lungo e oscuro, ma le più tristi rimasero
con la bocca chiusa e la faccia inerte delle persone che vivono internamente,
soffrendo nel loro cuore, senza coraggio per narrare a nessuno la propria pena.
Giulia Pessenda pensava a sua madre, una povera vedova piemontese che andava a
curar malati e puerpere per due franchi al giorno e arrossiva ancora di aver
dovuto presentare la fede di povertà, perchè almeno la scuola le comperasse i libri;
Sofia Scapolatiello si struggeva di amore taciturno per il fidanzato di sua
sorella; Giuseppina Mercanti era costretta a vivere in casa con un’amante di
suo padre, accanto a sua cognata che tradiva suo fratello, fra un fiato di
corruzione che divorava l’ingenuità dei suoi sedici anni; Lidia Santaniello, a
diciott’anni, sapeva di esser tisica e pregava Iddio che almeno la facesse
vivere cinque o sei anni, ancora, per lavorare, per aiutare la sua casa, fino a
che il fratello crescesse. Non potevano cantare tutte costoro. Ma quella che
non cantava mai, era Giustina Marangio, quella faccetta livida di vecchietta
diciottenne, quella testolina viperea che sapeva sempre e tutte le lezioni, che
non le spiegava mai a nessuna compagna, che non prestava mai i suoi quaderni e
i suoi libri, che rideva quando le sue compagne erano sgridate, che i suoi
professori adoravano, che non aveva amiche, e che rappresentava la perfidia
somma, la immensa cattiveria giovanile, senza vena di bontà, senza luce di
allegrezza.
. . . . . . . . . . . . . .
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Dopo il canto, un grande movimento era
accaduto, come nella formazione dei ranghi militari: ottantacinque ragazze, tutto
il primo corso, erano scomparse dalla biblioteca, un vastissimo salone tutto a
scaffali di legno di quercia, scaffali vuoti di libri, neri, tarlati,
polverosi; le quarantadue del secondo corso erano entrate nella loro classe, un
camerone bianco e freddo, imbiancato alla calce, adorno elegantemente da due
carte geografiche; e le trentuno del terzo corso erano andate a malincuore
nella stanzuccia umida e bassa che era la loro classe. Dalle porte si udiva un
gran cicaleccio, poichè ancora i professori non arrivavano: ma il lungo
corridoio era rimasto vuoto; qua e là sul terreno vi erano delle orme fangose
che gli stivaletti delle ragazze vi avevano lasciate. E quelle orme pareva che
contemplasse una ragazza, appoggiata allo stipite della porta che dava sulla
scala. Stando contro la luce, non si poteva distinguere la fisionomia di quella
figura: si vedeva solo che era di media statura, che era magra e che vestiva di
nero. Era lì da che le ragazze avevano incominciato a cantare: ed aveva
ascoltato, senza fare un passo, senza osare di avanzarsi, aveva visto formarsi
i corsi e disparire dalle porte delle classi, senza che nulla valesse a
smuoverla di lì. In questo si udì un fruscio: era Rosa, la inserviente, un
donnone alto, dai piedi enormi, dai polsi nodosi, che pareva un carabiniere
vestito da donna, avvolta in una gonnella di lana a quadroni rossi e neri e in
uno scialle di lana rossa. Essa adoperava una grossa scopa rumorosa, per
spazzare il corridoio da quel fango e borbottava con quel suo fare di buona donna
brontolona. Arrivata alla porta, levò gli occhi e vide quella personcina nera.
— Chi volete? — le domandò bruscamente.
— Il direttore — mormorò l’altra, con
voce fievole.
— Non ci è.
— Non deve venire? Non potrei aspettarlo?
— E lo domandava con tanta dolcezza che Rosa se ne commosse.
— Verrà presto, aspettatelo pure.
E si rimise a scopare rumorosamente. La
personcina nera, rincuorata, ebbe il coraggio di camminare nel corridoio e di
dare un’occhiata, per la porta aperta, dentro la terza classe. Le ragazze erano
tutte fuori dai banchi, convittrici ed esterne, chiacchierando, strillando:
invano la decuriona, dall’alto della cattedra, tentava di imporre silenzio. Era
una grassona bianca, buonissima, poco intelligente, molto esatta, molto
tranquilla, che risultava decuriona, soltanto per i buoni punti che aveva per
la condotta: e a quell’incarico ci si dannava, non sapeva andare in collera,
non aveva il coraggio di arrabbiarsi con le sue compagne, la sua bella flemma
di giovanotta grassa, glielo impediva.
— Ma, signorine, ve ne prego, tacete!
— O decuriona, amica mia! — strillò
Borrelli, rialzandosi le lenti sul naso — che è questo? Tu toscaneggi?
— Lo fa per fare la corte a Radente, il
professore d’italiano — soggiunse Artemisia Jaquinangelo passandosi le mani nei
capelli, come un uomo.
— Radente non viene, Radente non viene —
esclamò Defeo, la biondinetta, battendo le mani.
— Sono appena le otto, la campana è
suonata un quarto prima — disse sottovoce Costanza Scalera.
E cavò l’orologio. Costanza Scalera, una
convittrice per questo orologio, l’unico della classe, era considerata come una
gran signora: e aveva l’aria realmente signorile, una grossa testa bruna e
ricciuta, larghi occhi verdi, un sorriso lieve lieve, una grande eleganza di
movimenti: ma il suo immenso vantaggio era appunto quell’orologetto d’oro, che
cavava fuori ogni minuto. Qualcuna aveva osato sussurrare, in classe, che
Scalera era sorella di una rammendatrice di seta; ma era sembrata una calunnia
di fronte a quell’orologetto d’oro così aristocratico.
Ora la personcina nera era arrivata in
capo al corridoio, camminando lentamente: in un angolo vi era una vaschetta di
zinco, dipinta in azzurro; un rubinetto male chiuso vi gocciava dell’acqua,
come una lagrima rara; al rubinetto, per mezzo di una catenina metallica era
attaccato un secchietto di piombo. La personcina vedendosi sola, si azzardò ad
aprire il rubinetto, lasciando scorrere prima un po’ d’acqua per risciacquare
il secchietto, poi bevve. Ma l’acqua era calda, come è sempre quella che sale
su con la pompa, e aveva il cattivo sapore metallico delle acque conservate.
Ella chinò il capo e lasciò cadere il secchietto: ridiscese verso la porta di
entrata, gettando un’altra occhiata timida verso il terzo corso, dove non
sarebbe mai entrata, se il direttore non veniva. Qualcuna delle ragazze si era
seduta: Giuseppina Nobilone perdeva la testa, pensando che forse sarebbe stata
chiamata da quattro professori a dire le lezione e guardava con occhio
inebetito il suo fascio di libri; De Sanctis, seduta, con le mani in un vecchio
manicotto lavorato a maglia, di lana nera, guardava fissamente il muro e
ripeteva mentalmente un brano del Passavanti; Emilia Scoppa rileggeva per la
decima volta il suo compito di lingua italiana, desolandosi perchè non vi sapeva
trovare quegli errori di ortografia, che poi vi avrebbe trovati in quantità il
professore; Checchina Vetromile scriveva in un quaderno, una citazione.
In un gruppo Carolina Mazza, dall’occhio
provocante, narrava qualche cosa d’interessante sottovoce, a Giuseppina
Mercanti, a Donnarumma, a Luisetta d’Este, a Concetta Stefanozzo e costoro
ascoltavano, chi pallida, chi rossa, chi sorridente, chi con occhi bassi, la
storia: in un altro gruppo, tutto di esterne, Lidia Santaniello, dalle guancie
troppo rosse di tisica, con un filo di voce narrava a Caterina Borrelli, ad
Annina Casale, a Maria Valente, a sua sorella Cleofe Santaniello, a
Scapolatiello, a Pessenda un’altra storia che queste altre anche ascoltavano
attentamente. Alessandrina Fraccacreta si teneva un fazzoletto di tela
sull’occhio flussionato e con l’altro leggeva un Jacopo Ortis, aperto
dentro il Piccolo Fornaciari; Teresa Ponzio rispondeva a una lettera che
aveva ricevuta da una esterna — e le altre restavano ritte, discorrendo,
maledicendo, il tempo cattivo, sospirando, gemendo, cominciando un po’ a
litigare fra loro per riscaldarsi, mentre Judicone, la decuriona, chiamava
l’appello, leggendo in un grande registro. Ma in un momento i gruppi si
sciolsero, le ragazze rientrarono nei banchi; quelle che leggevano o
scrivevano, si levarono. Era entrato il direttore.
Era un piccolino, scarno, dagli occhi
vivissimi, dalla barbetta bionda e aguzza, taciturno, nervoso, sempre in moto,
che spiegava rapidissimamente la sua lezione di storia naturale, che era spesso
ammalato e abbastanza buono, malgrado la sua freddezza. Appena entrato, schiuse
la finestra: era un igenista.
— Aria, aria — disse alla decurione
Judicone.
— Meglio avere un po’ di freddo, che
respirare aria cattiva.
E alla classe che restava tutta in piedi,
in silenzio soggiunse:
— Signorine, presento una nuova alunna,
la signorina Isabella Diaz. Decuriona, assegnatele un posto.
Se ne uscì, già inquieto e nervoso perchè
il professor Radente era in ritardo di dieci minuti, passeggiò nel corridoio
per dirgli qualche cosa, quando veniva. Tutte le ragazze sedettero: in piedi,
in mezzo alla classe, rimase la personcina nera, sopportando gli sguardi
curiosi di trentuna fanciulle. Ora si vedeva bene la fisonomia. Era una faccia
piatta, senza linee precise, con un colorito giallastro, dove non si mescolava
una sola ombra di rosso; gli occhi erano chiarissimi, le labbra violacee e
macchiate dalla febbre, i denti guasti. Ma quello che impressionava era
l’assenza totale delle ciglia e delle sopracciglia, non un pelo, non un’ombra;
con una brutta e malfatta parrucca rossastra che mostrava la tessitura di filo
nero nella scriminatura, che discendeva troppo giù sulla fronte. Qualche atroce
malattia aveva dovuto devastare quel cranio e quella faccia. Portava un vestito
di lana nera tinto e stinto, un cuffiotto informe di trina nera di cotone, con
qualche nastro violetto, non aveva guanti, e serrava fra le mani un vecchio
sacchetto di pelle nero, tutto scrostato. Ella era orrenda.
— Volete dirmi il vostro nome? — chiese
bonariamente Judicone.
— Isabella Diaz — rispose la infelice,
sempre ferma in mezzo alla stanza.
Giustina Marangio sghignazzò a quel nome,
malignamente: la Diaz levò malinconicamente su lei le sue palpebre senza
ciglia.
— Vi sederete all’ultimo banco — soggiunse
la decuriona. — Fatele un po’ di posto, Mazza.
La Diaz
traversò la classe e andò a sedersi, in punta in punta, conservando il
cuffiotto sformato e tenendosi stretto alla cintura il sacchetto; la Mazza si era rigettata verso il muro, con un moto di disgusto. Dopo un minuto, il soprannome
inventato da Giustina Marangio circolava: la scimmia spelata, e
mormorato, ripetuto, detto all’orecchio, la Diaz lo intese e non arrossì, nè impallidì.
— Diciamo l’orazione — intervenne caritatevolmente
Judicone.
— Sì, diciamola, poichè il Signore fa
ritardare oggi Radente — esclamò Caterina Borrelli.
— Radente sarà morto — aggiunse Carolina
Mazza che lo detestava.
— Oh, volesse Iddio! — finì Annina
Casale, la pia e buona creatura, che il professore non poteva soffrire.
— Diciamo la preghiera, signorine —
ripetette la decuriona spaventata.
Il professore era lì sulla porta. Tutte
quante si alzarono, fecero il segno della croce e recitarono a voce alta il Pater
noster: Lidia Santaniello aveva congiunto le mani sul petto malato e la Borrelli aveva abbassate le lenti, per rispetto. La preghiera era finita e la Diaz restava ancora in piedi, le mani congiunte, la bocca schiusa, come se pregasse sempre.
Il prete salì sulla cattedra; era piccoletto e grasso, con una faccia rotonda e
liscia di antico romano gaudente, con un par di occhi bianchi ferocissimi, che
non fissavano nessuno e facevano terrore. La mano era bianca, pienotta, con le
unghie rosee, come quelle di una donna: vestiva di corto, molto accurato. Si
fermò un poco a rovistare fra le sue carte, a leggere nel registro, sentendo e
assaporando lo spavento che incuteva in quei poveri sorci, con cui felinamente
si divertiva a giuocare. Poi levò il capo e chiamò:
— Mazza, dite la lezione.
— Non la so.
— E perchè?
— Ero malata ieri.
Egli, senza dire nulla, segnò uno zero
nel registro.
— Casale, dite la lezione.
La poveretta la disse, era sulle origini
del volgare, la sapeva benissimo: ma quegli occhi bianchi l’affascinavano,
essa sentiva l’antipatia del professore, si ingarbugliava. Egli, senza pietà,
la lasciò ingarbugliare, guardando in aria, senza suggerirle nulla, senza
domandarle: tanto che ella tremò, arrossì, finì per ricadere sul banco,
scoppiando in lagrime. Radente, il prete, si chinò sul registro e segnò zero.
— Borrelli, dite la lezione.
— Non l’ho imparata, professore — rispose
costei, levandosi tranquillamente e sorridendo.
— E perchè?
— Perchè non sono un pappagallo, io, da
imparare tutto un brano del Passavanti a memoria.
— Così vogliono i programmi.
— Quello che ha fatto i programmi, era
dunque un pappagallo. E poi, scusi, professore, io non so chi sia questo signor
Passavanti e in che epoca sia vissuto e che abbia scritto. Se mi favorisce
queste spiegazioni, io imparerò il brano.
Questa volta Radente aggrottò un poco le
sopracciglia bionde, era il massimo della collera in lui: la Borrelli, colla sua improntitudine, lo coglieva quasi sempre in difetto d’ignoranza. Questa
ragazza intelligente e insolente, discuteva sempre una quarto d’ora, prima di
voler dire la lezione: egli tacque, mise lo zero nel registro e promise di
parlarne al direttore. L’alunna sedette soddisfatta, perchè almeno il suo zero
se l’era guadagnato. Il prete fissò un momento la classe e trovò la Diaz:
— Siete voi, laggiù, la nuova?
— Sì, signor professore — fece quella,
col suo filo di voce.
— Venite di casa?
— Sissignore.
— E che sapete? Niente, com’è naturale.
Ella non osò rispondere.
— E che contate di fare? Qui non si ozia,
come a casa, qui si viene per studiare e non per guardare il muro. Mettetevi in
corrente per dopodomani.
La poveretta lo guardò spalancando
dolorosamente quelle miserabili palpebre senza ciglia. E malgrado il terrore di
Radente, di quella faccia di pietra, di quegli occhi malvagi, di quella voce
acre, nella classe circolava un bigliettino dove era scritta una strofetta, che
variava una canzonetta popolare in voga:
T’aggio ditto tante vote
Non fa ’mmore cu Radente
Che è nu prevete impertinente
Mette zero e se ne va.
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