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PARTE
SECONDA
I.
Avvolta nella
rosea vestaglia di morbida lana, dal gran colletto aperto e arrovesciato alla
marinara, che lasciava nudo il bel collo rotondo e pallido di un pallor caldo come
l'avorio, dalle grandi maniche monacali che lasciavano vedere i bei polsi
rotondi e pallidi e il principio delle nude e perfette braccia, coi capelli
neri rialzati sul sommo della testa, in un grosso nodo forte, con tre o quattro
forcinelle di bionda tartaruga, con la fronte scoperta e la nuca scoperta, coi
neri occhi nuotanti in un fluido di giovinezza e d'amore, Anna schiuse la porta
della sua stanza. Aveva guardato l'ora ad un orologetto da tavolino,
incappucciato di velluto azzurro e sottilmente fregiato di argento, che Cesare
le aveva donato nel suo viaggio di nozze e che ella non lasciava mai: erano già
le undici. Nella sua stanza entrava il sole di aprile, vivido, lieto,
vivificando il chiarore tenue delle stoffe chiare, e infiammando tutti i punti
metallici della coppa di bronzo ove essa gittava, la sera, i suoi gioielli,
della lampada di antico ferro battuto veneziano che pendeva dal soffitto, della
cornice di argento del suo grande specchio, dando una vitalità ai miosotidi
larghi, quasi mostruosi, che azzurreggiavano sul tappeto dal fondo bianco.
Erano le undici, e sua sorella Laura, dall'altro lato dell'appartamento dove
occupava due o tre stanze con Stella Martini, le aveva mandato a chiedere a che
ora si sarebbe andato al Campo di Marte: Anna le aveva fatto rispondere dalla
cameriera, che, certo, la partenza sarebbe stata subito dopo mezzogiorno e che
si preparasse, intanto. Per un momento, era restata in piedi, in mezzo alla
stanza, indecisa se andare dove i piedi sottili, inarcati nelle pianelle nere
ricamate di perle nere, la solevano portare, quasi involontariamente. Poi aveva
schiusa la porta. Un breve corridoio separava la sua stanza da quella di suo
marito: ma la stanza di suo marito aveva anche un'altra porta, sopra un
salotto, per cui egli poteva uscire dalla sua camera e dalla casa, senza che
ella lo sapesse, senza che neppure ella ne udisse il passo. Quel breve spazio
fu percorso da lei, con una certa lentezza: e si fermò innanzi alla porta
chiusa, non ad origliare, ma come se non osasse ancora di bussare. Infine, pian
piano, con le nocche delle dita, ella bussò due volte. Vi fu un minuto di
silenzio, dentro. Giammai ella avrebbe osato di bussare la seconda volta,
pentendosi già di esser venuta ad annoiare il suo signore e padrone. Ma una
voce fredda, quieta, di dentro, chiese:
– Chi è?
– Sono io,
Cesare – disse ella, piegandosi, quasi a metter le parole nella serratura.
– Aspetta un
minuto, scusa.
Pazientemente,
con la bella mano gemmata distesa e appoggiata sulla maniglia, con lo strascico
della rosea vestaglia che le si ammucchiava intorno ai piedi, ella attese. Egli
non la lasciava mai entrare immediatamente, quando ella andava a bussare a
quella porta, quasi gli piacesse di prolungare e di domare così l'impazienza di
colei che aspettava. Infatti, dopo un minuto, egli venne ad aprire, già pronto
per andare al Campo di Marte, nel perfetto vestito del gentiluomo amatore delle
corse.
– Oh cara
donna – egli disse, inchinandosi con una fine galanteria, che regolava tutte le
sue parole e i suoi gesti, quando si dirigeva a una signora – non sei ancora
vestita?
E nel dir
questo, la guardava, con quell'occhio di sagace ammirazione che egli aveva,
innanzi alla bellezza e alla simpatia femminile. Ed essa era così giovane,
fresca, vivida, con quelle belle braccia nude uscenti come fiori dalle larghe
maniche claustrali, con quel bel collo rotondo uscente dal grande colletto
arrovesciato, con quei piedi sottili nelle pianelle nere, che egli la prese per
mano, attirandola a sè, e la baciò sulle labbra. Un solo bacio: ma gli occhi di
lei balenarono dolcemente e le rosse labbra restarono schiuse. Egli si era
tornato a sdraiare nella sua poltrona, vicino alla sua scrivania e fumava una
delle sue sigarette; la gran camera da scapolo che egli occupava, portava in
tutto il suo mobilio scuro, austero e pure elegante, quel profumo di sigaretta
di cui s'impregnano gli ambienti, dove vivono i fumatori solitarii. Anna si era
seduta in bilico, sul bracciuolo di un seggiolone di cuoio di Cordova, e
dondolava un piede sospeso, battendo nello strascico della vestaglia che
pendeva: e guardava intorno, sempre meravigliata di quella vasta stanza un po'
triste, nelle sue felpe color oliva, nelle sue armi, nelle sue librerie dove
anche i libri, pochi libri, avevano una legatura, bruna, mentre, qua e là, il
biancore di un avorio scolpito, la nota vivace di una cravatta, si rilevavano,
e nell'aria fluttuava il profumo della sigaretta. Il letto lungo e stretto,
dalla spalliera anteriore di legno scolpito, non aveva spalliera posteriore, e
una antica coltre di broccato cadeva sino sullo scalino, coprendolo,
confondendosi con certi antichi tappeti di Smirne, che Cesare Dias aveva
riportati da un suo viaggio in Oriente. Sulla spalliera bruna, intagliata alla
maniera del Cinquecento, vi era un grande crocifisso di avorio, vecchia opera
d'arte, ingiallito; e tutto ciò dava un'aria severa alla stanza, dove l'uomo
mondano, l'uomo galante parea riprendesse tutta l'austerità delle ore di
riflessione nella solitudine, nelle ore in cui la coscienza riprende il disopra
e dice che la vita è anche, e sovra tutto, una cosa seria. Anche la scrivania
aveva pochi ninnoli: ma i suoi profondi cassetti, sempre chiusi, dovean contenere
lunghi e bizzarri segreti, certamente.
Ella li aveva
spesso guardati, quei profondi cassetti, con l'occhio fisso e ardente di chi
vuole penetrare l'intima essenza delle cose; ma non aveva neanche il coraggio
di accostarvisi, temendone il segreto. Solo, ogni giorno, quando suo marito era
uscito, dopo colazione, ella metteva nel bel vaso giapponese di Satzuma, nella
cui creta teneramente gialla correvano degli smorti fili d'oro, un mazzolino di
fiori freschi, odoranti, e la grande scrivania austera ne era giovenilmente
poetizzata. Egli aveva, a proposito di questi fiori, quella indifferenza sua
consueta: talvolta, ne prendeva uno e lo portava all'occhiello una giornata,
talvolta aveva l'aria di non accorgersene, per una settimana, e le giunchiglie
succedevano alle viole, nel bel vaso di Satzuma dove strani disegni si
pingeano, le rose prendeano il posto della reseda, senza che Cesare li degnasse
di uno sguardo. Quella mattina, però, portava all'occhiello un bocciolo di rosa
thea, un po' appassito, preso dal solito mazzolino: ed ella, teneramente, aveva
sorriso, vedendo quel fiore.
– A che ora
si va alle corse? – ella domandò, risovvenendosi della ragione per cui era
venuta in quella stanza.
– Fra
un'oretta – egli rispose, levando gli occhi da un taccuino, dove segnava
qualche cifra, con una matita.
– Tu vieni
con noi, è vero? – ella soggiunse, con una certa ansietà.
– ... sì.
Avremo l'aria di un'arca di Noè... Quasi quasi me ne andrei con Giulio, sullo stage.
– No, no,
vieni con noi... – ella mormorò. – Lassù te ne andrai... dove vorrai...
–
Naturalmente – egli disse, mettendo ancora una cifra sul taccuino.
Ella lo
guardava, con gli occhi balenanti di dolcezza, con la bocca schiusa,
arrovesciata di fianco sul seggiolone antico, incantevole di gioventù e di seduzione.
Ma egli continuava i suoi calcoli di probabilità sul cavallo outsider, e
non vi badava. Solo le disse:
– Non vai a
vestirti?
– Sì... sì –
ella rispose, piano.
E,
lentamente, scivolò dal seggiolone, se ne andò lentamente, trascinando i
piedini sottili che non volevano partire, trascinando il roseo lembo della
vestaglia.
Ma
nell'uscire da quella camera, il cui profumo acuto di sigaretta aveva il potere
di carezzarle il cervello più del mite olezzo di un fiore, non si distaccò da
quello che era l'elemento essenziale del suo pensiero e di ogni sua vitale
azione. Mentre la cameriera l'aiutava a indossare il suo vestito da corse, di
lana color nocciuola, una grossa lana chiara di gusto assolutamente inglese,
ella dubitava che gli sarebbe piaciuta, non osando mai chiedere quali fossero i
suoi gusti, cercando d'indovinare; prima di vestirsi, Anna si assicurò al collo
il reliquiario antico, di argento, sospeso a una catenella, dove ella, in vece
di una sacra reliquia, portava, minutamente piegati, i soli due bigliettini
d'amore che egli le avesse scritti e che l'avevano resa così infelice quando li
aveva ricevuti; e andando e venendo, nella sua camera, sempre più calda pel
sole primaverile, ella dava ogni tanto un'occhiata al piccolo ritratto di
Cesare, chiuso nella sua cornicetta di platino, sopra un tavolinetto da
scrivere. Ella portava al braccio destro sei cerchiolini sottili di oro, con
una perla sospesa a ogni cerchio e, sopra ogni cerchio, incisa una lettera del
nome di Cesare, e mentre la mano destra era fulgente di anelli gemmati, la
bianca mano sinistra si gloriava solo, nel suo anulare, del cerchio di oro
coniugale.
Quando ebbe
aggiustato la veletta quasi invisibile al cappellino inglese di feltro, adorno
di ali di rondinelle, ella si guardò nello specchio e restò indecisa: non gli
sarebbe piaciuta, in quel vestito così semplice, certo troppo semplice, degno
di una passeggiata a piedi, di mattino. E subito, la porta si schiuse e Laura
comparve. Era vestita, come sempre, di bianco e la molle lana si adattava al
corpo, con un insieme di grazia e di candore: il suo gran cappello era coperto
di piume bianche, volitanti al menomo soffio, e nelle mani un fascio di rose
thea fresche, bellissime.
– Oh quanto
sei cara! – esclamò Anna. – E chi ti ha dato queste belle rose?
– Cesare –
disse la sorella, con la sua voce armoniosa.
– Dammene
una, dammela – disse, stendendo le mani.
Se la passò,
dolcemente, all'occhiello del vestito, tutta felice di quel fiore che egli
aveva portato in casa e donato a sua sorella. Laura, in quell'anno del
matrimonio di Anna, si era completata nel suo tipo, fine, delicata e luminosa
negli occhi, mentre l'aureola bionda dei suoi capelli, sulla fronte e sulle
tempia, sembrava tutta scintillante di oro. Ella aveva accettato il matrimonio di
Anna senza gioia; giammai, aveva espresso la sua opinione in proposito; ma
spesso aveva sorriso, con quel sorriso bizzarramente scettico, su quelle labbra
rosee di fanciulla innocente; ma spesso, dicendo una frase, una delle sue brevi
frasi, aveva vibrato nella sua voce l'ironia di chi molto pensa e poco dice; ma
la sua serenità, adesso, sembrava un fatto tutto materiale, poichè, talvolta,
gli occhi le si velavano di un lungo pensiero che giammai, giammai trovava la
parola per esprimersi. Quando Stella, gli amici, le amiche, quando la stessa
Anna le diceano che era tempo di maritarsi, ormai, ella aveva un lieve moto di
spalle, così sprezzante, che nessuno gliene continuava a parlare: e quando, una
volta, gliene parlò, scherzando, Cesare Dias, ella dette in una risata così
offensiva per il matrimonio e per l'amore, una risata così sanguinosa nella sua
limpidità, che egli la guardò con un'ammirazione profonda, e non gliene disse
più nulla. Però Anna, quando per poco si levava il suo eterno pensiero, osservava
sua sorella e le pareva, per un senso di delicatezza, di non dover mostrare
troppo l'amore per Cesare. Le pareva di essere un'egoista, non essendo mai
giunta a vincere il cuore della propria sorella e ad ottenerne la confidenza:
le pareva di aver troppo pensato a se stessa, al proprio amore, esclusiva,
acciecata, presa da una sola passione dominante. Vivevano nel medesimo grande
appartamento, in piazza Vittoria, dopo il matrimonio: ma Laura e Stella erano a
un capo della casa e spesso si vedevano solo nell'ora del pranzo, e a teatro:
ed Anna badava allora molto a non dar segno di passione, esagerando la sua
delicatezza, perchè in fondo ella sentiva che Laura aveva visto male tutto
quello che ella aveva fatto, dall'amore per Giustino, alla passione per Cesare
Dias e al suo matrimonio. Non ne avevano mai detto una parola, insieme; ma Anna
sentiva che era un giudice severo per quanto taciturno. Però le relazioni erano
diventate più familiari fra Cesare e Laura, si davano del tu ed egli non
mancava mai di trattarla con quella cortese galanteria, che le donne belle e
giovani gli ispiravano sempre, e una cordialità, spesso, migliorava questa
cortesia. Ma tutti dicevano che Laura ormai si doveva maritare: salvo, che ella
non ne voleva udir a parlare.
– Quando
l'hai visto, Cesare? – domandò Anna prendendo il taccuino di seta su cui era
ricamato Anna Dias, di traverso, e cercando l'ombrellino.
– Non l'ho
visto: mi ha mandato questi fiori in camera.
– È buono,
Cesare – disse Anna, guardandone il ritratto.
– Buono – ripetette
la sorella, facendo da eco.
Se ne
andarono nel salone, aspettando Cesare, per uscire. Egli venne con un certo
ritardo, infilandosi i guanti, un po' annoiato di questa uscita in famiglia e
per la prima volta alle corse, quando vi era sempre andato da scapolo, sopra lo
stage di qualche amico o in phaéton, solo, per poi
raggiungere la sua comitiva al Campo. Tutte le rappresentazioni familiari lo
seccavano segretamente: e non tanto segretamente, che non trapelasse un po' del
suo malumore.
– Ah ecco la
leggiadra Minerva – disse vedendo Laura. – Come stiamo bene! Un vestito
primaverile, bene, bene. Andiamo ora.
Anna anche
attendeva la sua parola, ma non l'ebbe. Cesare aveva visto l'abito di lana nocciuola,
ma non lo aveva trovato degno di attenzione. Per un momento tutta la poesia
della calda mattinata di aprile si ottenebrò agli occhi rattristati di Anna ed
ella discese le scale a rilento. Ma fuori era così piena di luce e di gaiezza
la città, e le vie erano così affollate di pedoni e di equipaggi, e i balconi
erano così pieni di donne in vestiti chiari, dai grandi ombrellini foderati in
rosso, e tale scintillio di atomi era nell'aria, che Anna pensò di prender in
pazienza il suo errore, per quel suo brutto vestito. Laura era rosea sotto la
falda bianca del cappello, le sue piume volitavano dolcemente, il fascio delle
rose thea le posava sulle ginocchia; e infine, Anna era felice che sua sorella
fosse così bella e che tutti si voltassero a guardarla con ammirazione.
– Avremo un
caldo del diavolo – disse Cesare, quando l'equipaggio imboccò Toledo, dove la
folla si assiepava, per veder passare le carrozze.
– Le tribune
sono coperte: ci metteremo a un buon posto – disse Anna.
– Ah... io vi
lascio, lassù – ripetè lui, ancora una volta, poichè era il suo pensiero fìsso,
di terminare quella scena di famiglia, marito, moglie e cognatina – tanto più –
soggiunse, per temperare la scortese premura, con cui aveva annunziata la sua
prossima fuga – che debbo lasciare il campo libero agli spasimanti di Laura. Io
dò soggezione, perchè sono vecchio.
Laura
sorrise.
– Così, Anna,
ti lascerò ai tuoi doveri materni. Ti raccomando specialmente Luigi
Caracciolo... specialmente...
– Che vuoi
dire? – domandò Anna preoccupata.
– Nulla,
cara.
– Credevo...
– ella mormorò senza finire.
Le
scappellate, i saluti, i sorrisi piovevan da tutte le parti. Una quantità di
conoscenze s'incontravano a piedi, in carrozza: e Cesare internamente si
seccava di quel terzo posto coniugale, volgare, che egli occupava: e salutava
con un segreto rimpianto i lieti stages dalle cornette suonanti, che
passavano, carichi di gentiluomini e di signore.
Ma il
rimpianto più forte fu quando passò, accanto alla daumont coniugale di
Cesare Dias, lo stage di Giulio Carafa, elegantissimo, su cui, accanto
al brioso e corretto guidatore dei quattro morelli, sedeva la contessa
d'Alemagna. La snella bruna dagli occhi azzurri si era vestita primaverilmente,
di molle seta gialla pallidissima, coperta da un grande e lieve mantello di
merletto bianco, che temperava anche più la tenerezza di colore di quel giallo:
e sul cappello largo di paglia le molte piume color crema, leggere, come una
nuvola, come una spuma, volanti al ponente di primavera. La leggiadra donna
portava nelle mani un fascio di lillà, delicati e profumati fiori che vivono un
giorno solo nell'ardente clima meridionale, ma il cui profumo è inebbriante.
Tutti i gentiluomini dello stage di Giulio Carafa fecero, passando, dei
grandi saluti a Cesare Dias, e la contessa d'Alemagna sorrise, agitando il suo
fascio di lillà; e il suo cuore di mondano, di uomo galante, che adora il
piacere del momento, fu morso da un acuto desiderio di andar con loro nel sole,
nella polvere, al trotto gaio dei quattro buoni cavalli, fra le risate di Clara
d'Alemagna, che rideva, invero, divinamente facendosi invidiare dai pedoni. Si
sentì, invece, così triste di essere in quella borghese e volgare carrozza di
famiglia, con quella moglie che impallidiva e arrossiva a un suo sguardo, che
non aveva il coraggio d'interrogarlo, che si era vestita modestamente, con una
modestia inglese assai male intesa, con Laura che era carina, è vero, ma di cui
egli aveva l'aria di esser padre, anzi con l'aria di un vecchio che ha sposato
una giovane, e che ha adottato l'altra sorella: infelice, infine, di tutto
questo! E sebbene nulla avesse detto, il suo silenzio fu immediatamente
interpretato da Anna. Gli occhi le si velarono di lacrime. Egli vide anche
questo: e la seccatura diventò più profonda.
– Ebbene? –
egli domandò, guardandola con la sua freddezza dominatrice.
– Niente –
mormorò ella voltando la testa in là, per far passare quel minuto di emozione.
Quella
domanda e quella risposta equivalsero a una di quelle lunghe e tempestose
spiegazioni, che accadono fra marito e moglie. Fra loro non ne accadevano
giammai: tutta la loro esistenza era regolata da quel patto scambiato nella
notte plenilunare, innanzi al mare di Sorrento: e se ella ne subiva le
condizioni, dolorando, fremendo in ogni fibra, se quel modo di salvarla, le
sembrava, ora, un mezzo di morire più lentamente, egli non aveva l'aria di
accorgersene; il patto era stato sottoscritto: egli aveva mantenuto la sua
parola, ella mantenesse la sua. Soltanto, quando l'intimo dolore di Anna troppo
traspariva, egli trovava una parola, un tono di voce per ricondurla alla sua
promessa, ed ella, immediatamente, obbediva. Erano brevissime, anzi fugaci
tempeste, di cui non si vedeva che il riflesso del lampo: il tuono si
allontanava nei cieli delle anime e tutto parea subito ridiventato tranquillo.
Solo, lui, per la millesima volta si pentiva dell'errore commesso, e
malediceva, in cuor suo, la sua generosità. A che quella debole e folle donna
era stata più fine, più astuta di un uomo ragionevole e calmo come lui!
Tutta la via,
fra Toledo e il Campo di Marte, fu passata in silenzio, e lo spettacolo
intorno, irrorato di luce bionda, era così lieto, così bello, che giustificava
anche la mancanza di discorsi. Verso il Reclusorio passò, guidando un tandem,
a cui erano legati due cavalli, uno dietro l'altro, Luigi Caracciolo: egli
era assai bello quel giorno, e aveva un'aria di giovinezza irresistibile, coi
suoi occhi lionati e scintillanti, colla sua barbetta bionda e leggermente
ricciuta, col mazzolino di violette all'occhiello, guidando con molta grazia,
sopra un legnetto snello e rapido che ondeggiava a ogni passo.
Malgrado che dovesse tenere ben ferme le redini dei due cavalli, passando
accanto a Dias, egli salutò, con quel saluto cordiale e rispettoso insieme; che
si fa alle persone non di semplice
conoscenza, ma con cui si è in relazione di amicizia: il tandem fine e leggero si allontanò, nel sole,
come una freccia. Anna aveva abbassato gli occhi; Laura sorrideva ancora del
sorriso che aveva diretto a Luigi Caracciolo.
– Che bel
giovane! – esclamò Dias con una vera
ammirazione da mondano a mondano.
– Assai
elegante – soggiunse Laura, che diceva
sempre il suo parere sui giovanotti, liberamente.
– Ti piace,
eh? – chiese con un risolino, Cesare.
– Mi piace –
completò Laura, con la stessa libertà, con la stessa indifferenza.
– Peccato che
non sia mai andato a genio ad Anna – soggiunse Cesare con una enigmatica
ironia.
– Io detesto
i bei giovani – ella rispose con una certa fierezza.
– Non saresti
quella passionale donna che sei, mia
cara, se non detestassi quello che tutti gli altri amano. Abbiamo una creatura
passionale in famiglia, Laura – e la voce ebbe proprio un'espressione vivida di scherno.
– Già – disse
la crudele sorella.
Un debole
sorriso si disegnò sulle smorte labbra di Anna: e ancora una volta, nella sua
fantasia, tutto il paesaggio vacillò, nell'ombra, nel freddo di una sera
d'inverno. La rosa thea, che ella aveva tolta dalle rose offerte a sua sorella
da Cesare, ora si sfogliava, all'occhiello del suo vestito: i petali erano
caduti sul tappeto della vettura, ed ella si vergognava di raccoglierli. Ne
prese uno che era caduto sulle sue ginocchia e lo nascose nell'apertura del
guanto, sulla palma della mano: all'occhiello non era restato che il gambo
senza foglie e senza petali. Adesso anelava di giungere al Campo di Marte, così
sarebbe finita quella tortura per tutti. Guardava la campagna, fissamente, come
se vi scorgesse delle cose che gli altri non vedeano; e giusto in quel momento,
la strada poetica e bella che portava al Campo di Marte, rasentava la bella e
poetica strada che portava a Poggioreale, al Camposanto. La voce del dolore
umano che parla in tutti i cuori profondi e sentimentali, disse anche a lei,
mentre si avviava a quel ritrovo di piacere, di lusso, di eleganza, la parola
inconsolabile: beati i morti, beati i morti. Alla porta d'ingresso del campo
delle corse, entrando trovarono ancora tre o quattro equipaggi d'amici, e chi
salutava Cesare da una parte, chi dall'altra; la contessa d'Alemagna che si
apprestava a scendere, anche salutò, facendo un grazioso sorriso ad Anna Dias e
a Laura Acquaviva.
Debolmente,
Anna sorrise: ma Laura rispose freddamente, senza sorridere.
– Non ti
piace la contessa d'Alemagna? – le domandò Cesare, mentre accompagnava la
moglie e la cognata alla tribuna dei soci.
– No, affatto
– disse limpidamente Laura.
– Hai torto –
osservò il cognato, dopo averne scrutato gli occhi chiari e sereni, con uno
sguardo acuto.
– Sarà, ma mi
è antipatica – insistè l'ostinata fanciulla.
– È simpatica
– disse fievolmente Anna.
Adesso
salivano per le scalette, alla tribuna, già piena di molte signore e di
signori. Cesare trovò loro due posti, innanzi: consegnò due occhialini, alcuni
mantelli e gli ombrellini, con la pazienza e la galanteria del marito
napoletano. Poi sollevato, contento, disse ad Anna:
– State bene,
eh?
– Benissimo –
disse lei.
– Non vi
occorre nulla?
– Nulla.
– Io tornerò
per la terza corsa; vado a scommettere: a rivederci.
E se ne andò
col suo passo elastico di uomo liberato. Anna lo vide scendere nel prato verde
e allontanarsi verso il recinto del peso. D'altronde la tribuna era piena di
conoscenze e la conversazione divenne generale. Come tutte le giovani spose,
Anna era molto circondata: la società la conosceva ancora poco, ma un riflesso
delle simpatie che godeva Cesare Dias irradiava la sua persona. La trovavano
interessante, co' suoi occhi neri e bistrati di una donna passionale, col puro
ovale del volto bruno, dove la bocca rossa e fresca attraeva irresistibilmente:
e mentre ella si piegava sulla ringhiera a guardare se scorgesse suo marito,
vide bene che Luigi Caracciolo si dirigeva verso la tribuna delle signore,
cercando di distinguere le fisonomie, volendo orientarsi, per dirigersi
sicuramente. Dias era sparito, laggiù, laggiù, dove vi erano gruppi di signore
e di signori, dove i bookmakers gridavano la quota.
Ma invece
Luigi Caracciolo saliva alla tribuna, fermandosi a chiacchierare ora con un
amico, ora in un gruppo di signore, ridendo, mostrando i bianchi denti, sviluppando
tutta l'eleganza della bella e sana persona: facendo tutto questo con la
disinvoltura di chi ha lo spirito tranquillo. Eppure, a un fine osservatore che
avesse concentrato su lui tutta la sua attenzione, non sarebbe sfuggito che in
quel suo vagabondare, egli aveva in mente un punto di arrivo, a cui tendeva
pazientemente. Difatti, sempre discorrendo qua e là, scambiando saluti e
sorrisi, egli attraversò la metà della tribuna e capitò, come per caso, accanto
ad Anna Dias e a Laura Acquaviva.
– Cesare vi
ha abbandonate? – egli chiese alle due donne in via di scherzo.
– È laggiù
che scommette: tornerà presto – soggiunse subito Anna, abbassando gli occhi.
– Scommette
con la contessa d'Alemagna – disse Laura con uno di quei sorrisi perversi, così
contrastanti colla purità del suo volto.
– Allora non
torna tanto presto – finì di dire Luigi Caracciolo, che si era adesso seduto,
raggiunta la meta del suo desiderio.
Anna tacque:
scherzava col suo occhialino di tartaruga, su cui scintillava il suo monogramma
in brillanti, e guardava attentamente tutte le piccole e grandi manovre che
accompagnano una corsa, mentre laggiù, al sole, la folla ondeggiava lietamente,
ed un confuso clamore si elevava al cielo azzurro.
– Non avete
mai visto le corse, è vero? – domandò Caracciolo, con la sua voce sonora e
dolce, piena di una toccante armonia.
– No, non le
ho mai viste – rispose Anna.
– È uno
spettacolo assai noioso – disse lui arricciandosi i bei mustacchi biondi, che
metteano sulla fresca bocca una nota aurea di giovinezza.
– È bello il
paesaggio, la gente. – Anna rispose.
– È sempre la
folla che forma la beltà di tutto – disse lui, con quella profondità
d'intonazione, con cui diceva delle cose perfettamente semplici.
Laura si era
disinteressata della conversazione. Aveva preso l'occhialino e guardava
l'andirivieni dei soci sul prato, dalla tribuna dei soci al recinto del peso. A
un tratto, disse:
– Ecco
Cesare.
Infatti Dias
camminava lentamente, accanto alla contessa d'Alemagna, che si portava dietro
altri due cavalieri; ed ella era più bella ancora, con quel suo vestito chiaro
che rasentava l'erba rada, con quell'ampio e lieve mantello di merletto che
l'avvolgeva in una nuvola, con quel gran cappello, sotto il quale i suoi occhi
acquistavano lo scintillio di due purissimi zaffiri orientali. E accanto a tal
fiore di bellezza e di freschezza, in quel biondissimo sole che aveva preso
tutto il campo di Marte, Cesare Dias pareva quel che era, ancora bello, ma
consumato dall'età e dall'esistenza; pareva una maturità conscia di sè, che
conservasse ancora, preziosamente, qualche attrazione della gioventù, insieme
colla sapienza dell'età più avanzata. Egli parlava alla contessa con interesse,
ma non troppo, con quella misura che non lo abbandonava mai, ed ella gli
rispondeva chinando il capo: anche gli altri due signori prendevano parte alla
conversazione. Passando sotto la tribuna, Cesare levò la testa e salutò, con un
galante saluto, sua moglie e sua cognata. Anna rispose sorridendo, con quel suo
sorriso di cui le era impossibile nascondere lo sforzo e la stanchezza; Laura
si voltò indietro, quasi casualmente, per non rispondere. E finemente, Luigi
Caracciolo, fingendo di non aver notato quel passaggio, disse ad Anna:
– Avete un
graziosissimo vestito oggi: è indovinato.
– Vi pare? –
chiese Anna, con uno sguardo di riconoscenza.
– Sì. Io
preferisco questi abiti inglesi. Trovo che le nostre signore fanno male a
vestirsi per le corse come se andassero a ballare, di estate, in un giardino:
non è elegante.
E scherzando,
si mise a carezzare il pomo di argento dell'ombrellino di Anna, che era
appoggiato a una sedia. Lentamente la sua mano guantata carezzava l'ombrellino,
sul metallo, sul bastone di ebano, sulla seta nera, come i suoi occhi
carezzavano il volto della donna che guardavano, come la sua voce carezzava i
nervi della donna a cui parlava. Poi, lesse il motto inciso sull'argento.
– Attendre pour atteindre... Questo
è il vostro motto? – chiese ad Anna.
– Sì.
– Non ne
avete avuto mai altro?
– Mai.
– È un motto sagace
– osservò lui. – Difatti tutto accade a chi sa aspettare...
– Ah non
tutto, non tutto – mormorò lei, malinconicamente.
E si piegò
sulla ringhiera, guardando suo marito che tornava indietro sempre in compagnia
della contessa d'Alemagna, di Giulio Carafa, e di Marco Paliano. Ma questa
volta, tornando, Cesare Dias non levò neppure la testa a guardare la tribuna:
ed Anna si rigettò indietro, pallida, silenziosa, con la bocca amara.
– Non tutto,
non tutto – ripetette ancora vagamente, non vedendo e non udendo più nulla, di
quello che le accadeva intorno.
Ma gli
applausi scoppiavano, perchè la seconda corsa, che era d'importanza, era stata
vinta dal favorito, un cavallo di scuderia napoletana: e vi era folla intorno
ai bookmakers, per liquidare il valore delle scommesse.
– Cesare avrà
vinto, forse; parlava sempre di Amarilli – disse Laura, che si
interessava ormai totalmente del campo delle corse.
– È costume
di vincere per Cesare – disse con cortesia, ma con intenzione, Luigi
Caracciolo.
– Non si
chiamerebbe Cesare per nulla – rispose Anna, con un moto di superbia.
– E come il
divo Giulio, tutte le sue vittorie furono fatte dopo i quarant'anni, anche
quelle in Alemagna.
E dopo d'aver
detto quella doppia malignità, col suo bel sorriso di uomo ventottenne, abituato
ai trionfi della irresistibile gioventù, egli si levò e se ne andò
promettendosi in cuor suo di ritornare più tardi. Se ne andava sempre, dopo un
motto spiritoso, grazioso, per lasciare di sè una certa impressione. Egli non
era uno sciocco, per niente; ma tutto il talento che Dio gli aveva dato e che
restava inoperoso, poichè egli era ricco, lo applicava alla soddisfazione dei
suoi desiderii di amore, di piacere, di vanità. Il rifiuto di Anna, di cui egli
era stato molto innamorato, lo aveva prima addolorato assai: poi gliene
rimaneva un bruciore nella vanità offesa, e un continuo vivace legame di
simpatia per essa, che non aveva voluto sapere di lui. Realmente, sino allora,
nulla vi era di premeditato nel contegno da lui serbato, verso la giovane sposa:
ma egli già applicava a lei le sue formole di giovane gentiluomo che ha il suo
metodo con tutte le donne.
Ma Anna era
così lontana da tutto questo! Dal giorno in cui aveva amato Cesare Dias, un
velo era disceso fra lei e il mondo, e il rumore della vita, e la vita stessa
arrivavano a lei come un'eco indistinta, come un vago movimento di ombre che si
agitano in un sogno.
Di quella
lunga e sapiente conversazione tenuta con Luigi Caracciolo, ella non si
ricordava che la gentile frase che le aveva detta per il suo vestito, perchè
essa rispondeva ad una delle malinconie di quella giornata: ma chiunque
l'avesse detta, avrebbe avuto da lei quella gratitudine. Adesso ella si
tormentava, perchè non si compiva presto la terza corsa, poco interessante; e
tutti quei suoni di campanella, quei numeri issati sulle alte tabelle, su tutti
i lati della pista, perchè il pubblico potesse bene leggere il numero dei
cavalli che correvano, quelle bandiere che si alzavano e si abbassavano, tutto
ciò le faceva una gran ridda nella fantasia, mentre ella invocava la presenza
di suo marito. Intanto aveva l'aria di prendere un interesse grandissimo a
quanto avveniva sulla pista; e le signore che stavano più indietro, le
domandavano delle notizie che ella forniva, distrattamente, macchinalmente. A
un tratto, si trovò innanzi Cesare Dias, senza che ella lo avesse veduto
venire: era salito da un'altra scala.
– Ti piace
tutto questo, Anna? – le chiese lui, cortesemente, per indennizzarla di quel
lungo abbandono, in cui l'aveva lasciata.
– Sì, mi
piace – ella rispose.
– E a te,
Laura?
– Oh
moltissimo – disse quella freddamente.
– Vuoi venire
a vedere il recinto del peso?
– Sì – disse
subito Laura, prendendo il suo originale sciallo di crespo bianco e il suo
ombrellino bianco.
– Non posso
condurre te – disse Cesare Dias alla moglie, che lo fissava con certi occhi
desolati – perchè sarebbe ridicolo.
Ma ella non
si poteva consolare così presto, dopo di aver tanto sperato la sua presenza.
– Saremmo
ridicoli – replicò lui imperiosamente. – Che diamine, non siamo sempre in
viaggio di nozze, per fortuna!
Mentre quei
due se ne andavano, ella sentì una così orribile stretta al cuore, che le parve
di morire. Per qualche tempo, con gli occhi socchiusi, tenendosi bene alla
ringhiera per non cadere, non intese più nulla, perduta nel suo gran malore
fisico e morale. Pure, in fondo a quella immensa confusione dolorosa, un'idea
le si precisava maggiormente; ed era che suo marito aveva ragione. Ella, ella
mancava al patto segnato, chiedendo, volendo, esigendo quello che egli non
poteva dare, quello che egli aveva dichiarato non poterle dare, giammai. Non
aveva ella vilmente, sì, vilmente acconsentito? Non aveva ella accettato quella
infelice, disgraziata combinazione dove tutto di lei soffriva, l'amore, la delicatezza,
l'amor proprio, la dignità?
Capiva di
essere una creatura pretensiosa ed ingiusta, capiva di aver preso una mala
strada, anche questa volta, e questa volta irreparabilmente; aveva torto,
sempre incoerente e folle dal principio della sua vita sino alla fine. E capiva
anche di appartenere a una categoria di donne che gli uomini moderni, nel loro
sottile prepotente egoismo, che non vuole aver fastidi, chiamano esaltate, o,
semplicemente, seccatrici; capiva bene che ella non giungeva ad ispirare a Cesare
l'odio, il disprezzo, ma che l'annoiava, cosa più grottesca e più grave, nello
stesso tempo. Non la sua collera, dunque, nè il suo disdegno, perchè collera e
disdegno sono grandi sentimenti: era la sua noia che la feriva e la umiliava:
la noia, un sentimento mediocre, latente, continuo, invincibile. Ah, non vi
sono catastrofi nella vita: – così diceva Cesare, ed aveva ragione, sempre,
poichè ella stessa, col suo gran dramma nel cuore, non aveva avuto catastrofe,
e la risoluzione quotidiana del suo dolore era meschina e gretta. Mentre
pensava tutto questo, in preda a un'amarezza senza confine, si era rigettata
indietro alla ringhiera, perchè non voleva vedere più niente: ma udiva,
confusamente, che laggiù si gridava allegramente, in quella caduta di bella giornata
primaverile, che nel prato si chiacchierava e si rideva, e che intorno a lei,
essendosi ritrovati, quasi per caso, gli uomini e le donne che si cercavano,
tutti chiacchieravano a bassa voce, ad alta, tutti ridevano un poco, molto, e
alcune di quelle coppie, forse, si amavano profondamente e forse il loro amore
era costato loro molte lacrime; altre di quelle coppie s'incamminavano sulla
via che porta alla sventura e alla morte; altre si davano alla frivolezza dei
capricci di un giorno – ma tutti quanti in quella cara, soave giornata di
aprile, in quell'ambiente luminoso e dolce, all'aria aperta, fra il lusso degli
equipaggi e l'eleganza delle donne, nella campagna, innanzi alla nobile festa
dei cavalli, si inebbriavano di gioia, ridevano, ridevano, poichè infine la
vita ha poche belle ore, e il nostro cuore non deve avvelenarle.
Le signore
ridevano, eccitate, con una fiammolina sulle guance già pallide, mostrando i
candidi denti, ed esaltandosi lietamente delle proprie risate: le fanciulle
sorridevano appena, con gli occhi umidi e lucenti, anch'esse già vinte
dall'ora, piena l'anima di luce e di giovinezza: e gli uomini intorno,
sentivano tutta la molteplice seduzione delle cose, il fascino irresistibile
del femminile. Certamente anche laggiù, dove la bianca figura di Laura si era
allontanata con Cesare Dias, la saggia e bellissima Minerva doveva sorridere e
dovea certo sorridere anche lui, Cesare, lontano. Solo Anna, fra tutta quella
gioia, un po' intima, un po' esteriore, un po' sensuale, un po' sentimentale,
rappresentava l'anima chiusa nelle sue dolorose contemplazioni, che nulla
arrivava a schiudere al sorriso; essa si sentiva sola, perduta, avendo smarrito
per sempre la via della felicità. E certo, poichè è impossibile che mille
persone subiscano lo stesso inganno, poichè tutta una folla non può errare,
nella effusione di un sentimento, tutti coloro che godevano quell'ora, che
ridevano in quell'ampia campagna verde, per la beltà delle donne e per
l'effluvio della giovinezza, avean ragione di fare così, rubando la felicità
all'attimo fuggente, mordendo delicatamente nel frutto della vita,
assaporandone tutta la limpida dolcezza: ella sola, tormentatrice tormentata,
profondava sino alle amarezze dormienti nel fondo, ed era attossicata per
sempre. Che era dunque venuta a far lì, fra tutta quella gente felice o che
credeva di esser felice, il che vale lo stesso, mentre la sua infelicità era
inguaribile, poichè veniva dalla medesima essenza dell'anima sua? Perchè non
restava nella sua casa, nella sua stanza a pregare il Signore che le cangiasse
il cuore, perchè col suo cuore non avrebbe che sofferto, sempre, o fatto
soffrire, sempre?
– Eccovi sola
– disse, accanto a lei, la voce di Luigi Caracciolo.
Era ritornato,
con quella sua arte squisita d'amore, che dava |