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Nella freschissima mattinata di aprile, avanzando l'ora, il vivido sole
primaverile si dilatava, luminosamente, nella grande piazza di santa Maria la
Nova, chiariva il grigio travertino sulla facciata dell'antico convento,
bagnava di luce calda i meschini alberelli del brevissimo giardinetto, sui cui
rami già erano spuntate le povere piccole foglie, di un verdino smorto; toccava
il sole, già, i primi gradini, a sinistra, della pomposa doppia scalea innanzi
la vecchia chiesa; saliva, saliva, tanto da invadere tutto l'esterno del tempio
maestoso, il grande finestrone centrale, i cui vetri scintillavano, il grande
arco della porta nerastra, otturata dal pesante drappo oscuro, il vasto
pianerottolo esterno a cui ascendevano i due rami della scalea, la balaustra di
pietra, curiosamente lavorata; e giungeva, il sole, crescendo la mattinata,
sino ai magazzini di mobili di Vincenzo Troise, sino a via Monteoliveto, sino
alla stretta imboccatura dei Guantai Nuovi. E l'ampio spazio, sin dalla
viottola, in fondo, che andava alla Madonna dell'Aiuto, la piazza sin sotto i
grandi palazzi laterali Schisa e Gargiulo, il giardinetto, i tre gradini del
portone del convento, la via lungo la chiesa, le due scalee, rigurgitavano di
gente del popolo, mentre, dal fondo, sempre ne arrivava, mentre sui balconi,
sui balconcini, dalle finestre, donne e bimbi si spenzolavano. La folla era
fatta di donne in capelli, già con la baschina di mussolina dell'estate
e la gonna di cretonne, pettinate accuratamente, con torrioni neri di
capelli, e sciatte nel resto della persona, talune in pianelle, talune con gli
zoccoli; altre già incivilite, con la camicetta delle borghesi, la camicetta a
piegoline, la gonna sgheronata e la cintura con la fibbia; a gruppi di tre, di
quattro, insieme, chiacchierando, ridendo, esclamando, urtandosi e, insieme a
loro, bimbe e bimbi, alcuni poppanti, avvolti nello scialletto tradizionale di
lana rosa o di lana celeste, altri attaccati alle gonne materne, strillanti per
esser presi sulle braccia. Fra costoro, molti mendichi, venuti dalle porte
delle altre chiese, poco lontane, l'Ospedaletto, san Giorgio dei Genovesi, la
Pietà dei Turchini: mendicanti pinzocchere, vestite di nero, col fazzoletto
bianco al collo; un cieco, con la borsetta delle Anime del Purgatorio; un altro
cieco, condotto da un ragazzo; la pazza del quartiere, che si diceva una
principessa, e che apostrofava col tu i passanti, dando loro dei titoli
nobiliari, una piccola donna dai capelli biondo-verdastri,
dal volto giallo, dal cappelletto di paglia nera sfondato; una mendica con
cinque ragazzi, attorno, vestita di nero, truccata perfettamente da vedova, e i
ragazzi da orfanelli, o, forse, veramente vedova, con cinque orfanelli; e un
epilettico, noto in tutto il rione, smorto, dalla faccia contratta, coi capelli
rossi e ispidi. Tutti questi mendichi si erano arrampicati per i gradini delle
scalee, guardati di traverso, vituperati dai mendicanti consueti di santa Maria
la Nova. E famiglie borghesi, tornanti dalla messa di Pasqua, si eran fermate,
fra il popolo: ragazze che si tenevano a braccetto, già libere dai mantelli
invernali, mostranti il vitino sottile, alcune; altre grosse e goffe, accanto a
madri scarne e scialbe o enormi come botti, accanto a padri vestiti dei panni
domenicali, silenziosi, pazienti, un poco stanchi, ma pazienti.
E le campane di Pasqua suonavano, a distesa, più vibranti in quel quartiere
che unisce Napoli aristocratica a quella borghese e popolare, in quel quartiere
pieno di chiese, quasi tutte molto antiche: e l'orecchio, abituato, avrebbe
potuto, nell'aria lieve primaverile, distinguere la voce sonora di san Giovanni
Maggiore, dalla musicale campana di santa Chiara, mentre le altre, minori,
mandavano i loro squilli, dalla parrocchia della Rotonda, da san Bartolomeo, da
santa Barbara, dall'Ecce Homo; e tutto era intonato gaiamente, più
fievole, più forte, lontanissimo, lontano, vicino. Un'aria di festa, invero,
era, non solo nella giornata d'aprile col suo sole già tiepido, col suo
scampanìo giocondo, una era, anche, nella folla ondeggiante, nei panni chiari
onde donne e uomini erano vestiti, nelle risa delle giovani e dei bimbi, nel
grido dei venditori ambulanti che offrivano le viole di Pasqua bianche e rosse,
che offrivano le prime fragole ne' panierini, che vendevano mille cose piccole
e semplici, lacci per le scarpe, anelli per le chiavi, spilli e forcinelle; un
venditore di caramelle e di franfellicchi, offriva la sua merce; era in
circolazione, persino, un acquaiuolo ambulante, con le sue bombole di acqua
ferrata, quasi che già si fosse in luglio. Sempre le campane risuonavano, le
campane che, sino al giorno prima, erano state silenziose, nel lutto dei giorni
di Passione; ora vibravano da tutte le parti, e dominavano i fremiti della
gente, la quale, con gli occhi fissi sulla porta della chiesa, sentiva crescere
la sua curiosità e la sua impazienza.
Vi furono due o tre falsi allarmi; e la folla fluttuò, avanti indietro, come
le onde del mare vanno e vengono, e due o tre volte, le stesse parole furono
ripetute, da quelle bocche. in tono più alto, più basso, comunicandosi, di fila
in fila.
- Eccoli, eccoli! Gli sposi, gli sposi!
Batteva mezzogiorno quando, veramente, il greve panno imbottito che copriva
il vano della porta, nell'arco nero di legno, fu sollevato tutto, per dare
passaggio agli sposi: ambedue comparvero, a braccetto, sulla soglia della
chiesa, in auto, in fondo alla doppia scalea, isolati innanzi alla gente che
era lì, per loro, che li aspettava da un'ora, visibili da tutti quanti, dalla
platea gremita che era la piazza, dalle gradinate che erano le scale della
chiesa, dai palchi che erano i balconi e le finestre. Interdetti, stupiti,
ambedue si eran fermati, e il sole batteva loro sul viso, sulle persone. La
sposa, Anna Maresca Dentale, appariva nitidamente, in tutta la sua snella, e
pur formosa persona, più alta di tutta la testa, dello sposo: il suo vestito di
seta bianca, attillatissimo, ne additava tutte le perfette e armoniose linee: e
il velo bianco pudicamente abbassato sul volto, era così lieve che spariva,
nella luce già radiosa del sole. E si scorgeva una massa profonda di capelli
neri rialzati, sopra una fronte bianca, breve, disegnata finemente: un volto di
schietta bellezza bruna, su cui si aprivano i grandi occhi neri, larghi,
pacati, fieri; su cui si delineava una bocca d'indicibile fascino muliebre, una
bocca rossa, florida, tumida, chiusa, senza sorriso, e, intanto, indicibilmente
affascinante: un volto ove la delicatezza gentile della carnagione, la purezza
di ogni dettaglio, dalle sottili sovracciglie nere alle orecchie rosee, dal
nobile profilo alle nari palpitanti, si univa a questa seduzione degli occhi
profondi e superbi, a questa seduzione della giovanile bocca freschissima e
voluttuosa, pur essendo chiusa ermeticamente. E un grande grido di ammirazione
sorse, discese per i gradini delle scalee, si diffuse nella piazza, sali per le
finestre e per i balconi.
- Quanto è bella, quanto è bella. quanto è bella!
Lo sposo, Domenico Maresca, il pittore dei santi, si scorgeva quale era,
nell'insieme poco regolare della sua persona: molto più basso della sposa, con
un torace enorme, con un ventre già prominente, con le gambe magre e corte, col
collo breve, su cui pareva si piegasse un testone troppo grosso e troppo
pesante. Egli era, quel giorno, pallidissimo, certo, per l'emozione, per la
fatica: su quel pallore intenso appena appena si distinguevano i mustacchi
radi, di un biondo così. smorto, che covrivano malamente il suo grosso labbro,
di un roseo violaceo. Egli era vestito di nuovo, e aveva l'aspetto
imbarazzatissimo, degli abiti che non si portano ogni giorno: un thait
nero male squadrava le sue spalle rotonde, un poco curve; il suo panciotto
bianco rendeva più largo e più evidente lo sformamento del suo busto; i suoi
pantaloni neri, facevano mille pieghe disformi, sulle sue gambe scarne. Egli
aveva una cravatta bianca che aumentava il suo pallore e portava dei guanti
bianchi, che gli dovevan dare molto fastidio. E, subito, fra il popolo, fra
quelli che lo conoscevano poco o molto, fra quelli che non lo avevan mai visto,
fra tutti quanti, intorno, nella piazza, sui balconi, fu ripetuta cento volte,
mille volte, la novella impressione:
- Essa è bella, essa, essa è bella, solo essa, solo essa!
Udirono, entrambi. L'orgoglio soddisfatto di Anna Maresca Dentale non diede
un lampo ai suoi larghi occhi, bruni e altieri, non diede un sorriso alla
tumida bocca, rossa come un melograno: ella procedette verso le scale, come se
non avesse udito. Lo sposo, Domenico Maresca, pareva, forse, più pallido che mai,
mentre le palpebre gli battevano sugli occhi, contro la meridiana luce del
sole: pure, cammino accanto a lei, tenendone la piccola mano guantata, sul
braccio. Così piccola la mano bianca, sul nero: e così lieve, come lieve e
svelto era il passo di questa sposa che penetrava, quietamente, fra la folla,
la quale le si serrava addosso, folla curiosissima, ardente, dando in isvariati
commenti:
- Possa tu riempire di ricchezza la casa!
- Buona salute!
- Figli maschi!
- Bella di faccia, bella di core!
- Beato te, che te la porti!
Lo sposo, adesso, stringeva più forte, al suo braccio, quello della sposa:
essi andavano avanti, a grande stento, divisi dal resto del corteo; spesso,
dovevano fermarsi. Alle loro spalle, un uomo grande e forte, con aria di
autorità, distribuiva dei soldi ai mendicanti, e il tumulto della ricerca,
l'accapigliarsi dei poveri, i clamori dei malcontenti, induceva gli sposi a non
voltarsi. Un turbamento grande si diffondeva sul viso dello sposo, che, ogni
tanto, soffocato fra la gente, si arrestava, indeciso. Ella, invece, serena,
dalla fisonomia immobile, sentiva addosso quegli sguardi. sentiva, quasi,
addosso, quegli uomini che la spingevano, che sorridevano, che pronunciavano
delle parole di ammirazione vivaci e, insieme, qualche parola salace: e non
dava segno di vedere, di udire. Due volte, anzi, fu ella che tirò il braccio
dello sposo, per incitarlo a camminare.
- Andiamo, andiamo - disse, quasi senza muovere le labbra.
Sì, quasi ella lo conduceva, tanto egli pareva, adesso confuso e smarrito.
Erano entrati nel vicolo della Madonna dell'Aiuto, e la folla si faceva più
fitta, in quello strettoio, ogni minuto essi si fermavano, non potendo
procedere avanti. Domenico Maresca soffriva, ora. intensamente e malgrado la
inespressione del suo scialbo e floscio viso, questa sofferenza si notava,
perfettamente. Sottovoce, quasi con un gemito, disse:
- Mi par mille anni di arrivare.
- Se avessi preso la carrozza. questo non accadeva - mormorò ella, con una
intonazione di freddo disdegno.
- È vero - disse lui, umilmente.
Ora, le esclamazioni, le osservazioni della gente, fra cui non mancavano i
pettegoli, i maligni del quartiere, tutti coloro che conoscevano la storia di
Domenico Maresca, il pittore dei santi, e Anna Dentale, la bella figliuola del
farmacista fallito, diventano più stringenti, più aspre. Alle orecchie
zufolanti di Domenico giungevano, precise, nette e offensive:
- Essa è bella, essa sola!
- Non aveva neppure la camicia, essa.
- Le ha fatto tutto lui.
- E si capisce! Se no, perché lo avrebbe accettato?
- Quanto è bella!
- Troppo bella, io non l'avrei presa!
- La moglie bella si sposa per gli altri.
- Solo per denaro, essa se lo poteva sposare.
- A rivederci fra un paio d'anni.
- Un anno, compare!
- Una signora, era.
- E perché ha detto sì?
- Per la miseria.
- Poveretta, la compatisco.
- E io lo invidio, lui!
- Già, già; poi vediamo.
Imperturbabile, la sposa. Anche ella udiva tutto. eppure non si vedevano
impallidire o arrossire per la collera, per il dolore, per il piacere, le sue
guancie egualmente colorite dal bel sangue ricco di gioventù. L'orgoglio
immenso del suo animo si traduceva, perfettamente, sul suo viso bellissimo, in
una espressione di anima lontana, impassibile, lontana, diversa da quanto la
circondava, diversa, assai diversa, lontana, sovra tutto da colui che le dava
il braccio, e che ella aveva sposato, innanzi a Dio, un quarto d'ora prima, in
quella mattinata d'aprile, mentre il sole avvolgeva il mondo di luce, e le
campane di Pasqua rallegravano le anime. Fremente di dolore, a occhi bassi,
quasi vacillante sulle sue gambe malferme, era lo sposo, Mimì Maresca, il
pittore dei santi. che, parola per parola, beveva tutto il veleno di quei
discorsi, dagli elogi clamorosi fatti alla sposa, sino ai vituperi di cui
nessuno gli faceva risparmio, e passando innanzi alla sua bottega chiusa, egli
vi levò gli occhi, con tale desiderio ardente, con tanto rimpianto disperato,
vi tenne gli occhi così disperatamente, come se volesse penetrarne le oscure porte
sbarrate e invocarne le figure della Madonna e dei Santi che vi eran celate,
che, la sposa, lo dovette quasi trascinare, in quel momento. Essi, erano,
oramai, sotto l'arco del portone del palazzo Angiulli: il tragitto, non lungo,
che era stato un cammino trionfale per Anna Maresca, e un calvario per Domenico
Maresca, era compiuto. Ma la folla, tutta di conoscenze, gridava una sola cosa:
- I confetti, i confetti, i confetti!
E l'uomo grande e grosso, tanto autorevole, quello che aveva dato i soldi ai
mendicanti, si postò, insieme ad altri del corteo, sulla soglia del portone, e
da certi grevi cartocci che portavano Gaetano Ursomando, lo stuccatore, e
Nicolino, lo sciancato, cominciò a lanciare, intorno, manciate di confetti
sulla folla. Una rivoluzione di grida, di risa, di proteste, travolse la
piazzetta della Madonna dell'Aiuto: la gente saltava, urlava, si accapigliava,
si gittava per terra, si graffiava, per portare via i confetti. E solenne,
compiendo il rito popolare, don Biagio Scafa, compare di anello di Domenico
Maresca, seguitava a lanciare manciate enormi di confetti sulla folla, sul viso
della gente, sul petto, dovunque, in aria, sui balconcini di ammezzato, nelle
botteghe, fra un clamore che saliva al cielo.
Il quartino in cui, da due o tre anni, si erano ridotti Carlo Dentale, il
popolare don Carluccio del rione Ecce Homo, e la sua figliuola Anna, era
stato trasformato in quel giorno di nozze, verso l'una pomeridiana, in un
seguito di mense, persino nelle stanze da letto; appena appena se la sposa
aveva potuto deporre il velo sopra la spalliera di una sedia, tanto mancava lo
spazio. E mentre tutte le sue parenti Dentale, in abiti sfarzosi, in cappelli
piumati, con grandi orecchini di brillanti, e pesanti collane d'oro pendenti
sui petti poderosi, l'abbracciavano con esagerazione, felici, in fondo, di
essersi liberate di una parente povera, mentre tutta la parentela Dentale si
aggruppava, da una parte, con schifiltosità, per non accomunarsi coi pochi e
lontani parenti, coi pochi amici di Domenico Maresca, mentre questa selezione
si formava, il farmacista fallito, don Carluccio, che aveva visto altri tempi,
che era stato ricco, generoso, anzi prodigo, raggiante di gioia per quelle
nozze che gli ridavano una giornata di sua ricchezza, si dava un gran da fare,
occupatissimo, distribuendo le grazie dei suoi sorrisi, delle sue strette di
mano. Insieme con lui, si affannava, dignitosamente, il ricco e possente
compare di Domenico Maresca, don Biagio Scafa, colui che era, nel rione di san
Biagio dei Librai, il re della immagine sacra, poiché non una immagine santa di
un centesimo, di un soldo, di una lira, di venti lire, si vende in Napoli, si
distribuisce in una parrocchia, in una chiesetta, in una congregazione, senza
che sia escita dalle botteghe di don Biagio; oscure, recondite, quasi ignote, e
formidabili botteghe, come commercio. L'antica amicizia del padre di Domenico
Maresca, un giro costante di affari, l'affinità della singolare speculazione,
lo aveva additato come compare, al pittore dei santi. Ed era il solo individuo,
dal lato dello sposo, a cui tutti i Dentale si degnassero por mente; il solo
individuo a cui, ogni tanto, la superba e fredda sposa rivolgesse uno sguardo
amabile e il principio di un sorriso; il solo individuo a cui don Carluccio Dentale
facesse la corte. Tutti gli altri, dal lato Maresca, cugini, cognati cugini,
affini, compagni di arte, compagni di lavoro, gente ignota, che lavorava
ignotamente, nelle botteghe proprie o in quelle altrui, alcuni padroni, e altri
operai, tutti quanti formavano un gruppo meno folto, isolato, a cui, ogni
tanto, Domenico Maresca, rivolgeva un fiacco sorriso incoraggiante. Costoro
avevano condotto le loro mogli, le loro sorelle, vestite delle loro più belle
vesti: ma non tutte portavano il cappello, queste donne: e sebbene anch'esse
avessero esposti i loro gioielli di oro e di perle, questi ornamenti non
avevano a che fare, con i solitarii di brillanti e le collane di casa Dentale.
Due o tre volte, innanzi a quelle parenti del suo sposo, salutandole, Anna Maresca
aveva leggermente aggrottate le sopracciglie: e invece di baciarle, si era
lasciata baciare, come un idolo.
- Annina, ecco mia zia Gaetanella Improta - diceva Mimì Maresca, presentando
una donna anziana, in capelli, ma in veste di broccato azzurro e nero.
- Piacere... - mormorava la sposa, offrendo la guancia. e voltandosi subito
in là.
- Annina, ti presento Raffaele Amoroso, pittore, anche lui, amico carissimo
- seguitava a dire lo sposo, superando la sua timidità, e fissando in lei i
suoi occhi chiari, dallo sguardo ove la puerilità persisteva.
L'altro pittore dei santi, un vero operaio, quello, con una giacca nera e
una cravatta bianca, s'inchinava, molto impacciato.
- Piacere... - ripeteva la sposa, fermando solo un istante il suo sguardo
glaciale sull'operaio, senza neppure tendergli la piccola mano, ancora guantata
di bianco.
E la selezione, continuava, nel salotto, ove, fra le mense imbandite, un po'
di spazio rimaneva, per queste presentazioni, per questi complimenti: i
Dentale, a poco a poco, si formavano in battaglione quadrato, le donne in
mezzo, gli uomini ai lati, o chiacchierando quietamente fra loro, o
dignitosamente tacite, non guardando neppure dal lato dei Maresca. ove, in
verità, malgrado il disdegno di cui tutti eran fatti segno, dalla sposa, dalla
sua famiglia, regnava un certo brio grossolano, di tutte le feste di nozze, si
scambiavano barzellette, e partivan risate. Ogni tanto, i Maresca, anche quelli
che non portavano tale cognome, prendevano in mezzo lo sposo, lo abbracciavano,
gli battevano sulla spalla, sulla pancia; le donne, crollavano il capo,
sorridendo, a quegli atti di famigliarità, mentre di lontano, la sposa,
lentamente, si toglieva i guanti, con atto elegante, assicurava i suoi anelli
di brillanti.
- Tutti regali del nipote mio - diceva pomposamente donna Gaetanella
Improta, zia dello sposo, sventolandosi con un ventaglio sospeso a un laccio
d'oro, dominando il gruppo dei Maresca.
- Pure la broscia? Pure il braccialetto? - si domandava, dai meno
informati.
- Tutto, tutto, - replicava la zia - la veste bianca, tutti i vestiti, tutto
il corredo, tutta la casa. Ha speso un banco - soggiungeva, concludendo,
ringalluzzendosi.
Già le mense s'imbandivano: e con la sua disinvoltura di gran signore
decaduto, ma sempre gran signore, don Carluccio Dentale venne collocando
gl'invitati, tutti i Dentale alla mensa d'onore e alle migliori mense, tutti i
Maresca e gli affini alle più lontane, alle meno comode. Fu fatta eccezione pel
compare, don Biagio Scafa, seduto a sinistra della sposa, e per sua moglie,
donna Gabriella Scafa, adorna di un vestito di velluto
rosso-granato, carico di merletti bianchi, in cui
soffocava, tanto era stretto, e che portava un vezzo di perle, famoso in tutto
san Biagio dei Librai, messo solo nelle grandissime occasioni; eccezione, anche
per donna Gaetanella Improta, malgrado che non avesse il cappello, ma, come si
diceva, da cui sarebbe venuta una eredità, agli sposi. Don Carluccio se la mise
accanto, a tavola. I due sposi sedevano in mezzo: la sposa aveva posato,
accanto a lei, i suoi guanti bianchi, il suo bouquet di fiori di arancio
freschi: e ascoltava, senza batter palpebra, alcune parole che le diceva Mimì
Maresca, sottovoce. A un tratto, costui, obliando tante impressioni sgradevoli,
obliando la croce di quella strada, fatta a piedi, fra la folla e i suoi tristi
commenti, obliando tutto, sentiva solo la profonda contentezza di essere
accanto a lei che egli adorava, nella loro prima festa, nel loro primo
banchetto.
- Annina, sei contenta? - le chiedeva, pianissimo.
- Si - rispondeva lei, a fior di labbro, senza guardarlo.
- Sei felice?
- Sì - replicava lei, a occhi bassi, distratta.
Poi, levando gli occhi, ella li fissò, lungamente, dirimpetto, come se non
volesse esser più interrogata.
- Chi è quel giovane, dirimpetto a te, che ci guarda? chiese Domenico
Maresca, sempre sottovoce.
- Mariano Dentale - rispose lei, brevemente, seccamente.
- Parente stretto?
- No; parente lontano.
- Oh! - disse lui e tacque.
Il grande fornitore di questi pranzi di nozze, Esposito, di via Museo,
dirigeva il servizio: e il brodo, nelle tazze, il consommé en tasse,
della minuta, era davanti a tutti. Il ramo Dentale, sebbene non lo amasse, il
brodo, lo sorbiva, in silenzio, specialmente le donne, con aspetto austero di
signore abituate: il ramo Maresca, non sapendo fingere, dava in esclamazioni,
in tratti di spirito, protestando, invocando un piatto di maccheroni, una minestra
maritata, qualche cosa di solido.
- Ci siamo risciacquati lo stomaco.
- Io preferisco il brodo di castagne allesse.
- O una zuppa alla marescialla.
- Compare, andiamo da Pasquale, a'galitta, dopo, insieme?.
A questi dialoghetti, a questi frizzi, la sposa, don Carluccio Dentale, i
Dentale facevano delle smorfie leggiere, di disprezzo: o fingevano di non
udire. Annina Maresca mangiava distrattamente, sempre impassibile, di rade
parole; Mimì Maresca non mangiava affatto, bevendo, poiché aveva molta sete,
dei bicchieri di acqua e vino, più acqua che vino. Ogni tanto, suo suocero si
levava di tavola, gli veniva vicino e gli parlava all'orecchio: Domenico
ascoltava, a occhi bassi, e rispondeva, pianissimo. Sempre si trattava di
denaro: poiché Anna aveva voluto di accordo con suo padre, celebrare con grande
pompa le nozze, per celare, almeno, con quel fasto insolito e inopportuno, che
ella sposava un pittore di santi. Domenico si era dovuto sobbarcare a tutte le
gravi spese di quel giorno, che si fanno, ordinariamente, dalla famiglia della
sposa. Padre e figlia non avevano una lira; eppure avevano disposto largamente
del portafogli di Domenico che, innamoratissimo, cieco e sordo di amore, non si
rifiutava mai. Ogni momento, in quel giorno di nozze, don Carluccio avvertiva
suo genero, suo figlio, come diceva solennemente, che ci volevano cinquanta
lire, per questo, venticinque, per quest'altro, otto a quell'altro, che vi
pensasse, non se lo dimenticasse. Alla mattina, Domenico gli aveva dato una
somma, per provvedere: verso la metà del pranzo, dopo tre o quattro ricordi,
all'orecchio, gli rispose:
- Ora vi do altre duecento lire, dopo pranzo. Basteranno?.
- Non credo, figlio mio, non credo! - rispose don Carluccio.
I pasticcetti di maccheroni erano stati accolti con gridi di gioia, dalla
piccola falange Maresca: ma li trovavano piccoli, piccoli, ce ne volevano otto,
dieci, per ciascuno, non è vero? Le donne del gruppo Dentale li rompevano con
la forchetta, questi pasticcetti, li sbriciolavano, ne lasciavano la metà, per
fingere di non aver fame, per fingere la eleganza, come nel gran mondo: e
mentre il forte piatto di carne, longe de veau, era accolto con
entusiasmo, questa volta anche dagli uomini Dentale, e la jardinièr, di
contorno era davastata da tutti, varie signore dei Dentale dichiararono che
odiavano la carne, e la respinsero. Il rumorìo era forte oramai. I camerieri di
Esposito, muti, bene educati, scivolavan fra le mense, tenendo un contegno
correttissimo: ma la società sovra tutto alle mense minori, era vivace.
impertinente, apostrofava i camerieri, chiedeva persino un rinforzo di cibo, e
i camerieri obbedivano, con qualche leggiera smorfia di disprezzo, subito
repressa. La sposa non mangiava più, assorbita, giuocando coi suoi anelli: lo
sposo la sogguardava, con quella espressione di tenerezza, di devozione, in cui
si risolveva il suo profondo amore per Anna Dentale. E poiché ella non gli
volgeva né un parola, né uno sguardo, vinto da un accesso di commozione
passionale, egli la chiamò:
- Annina!
Ella non lo udì, non rispose.
- Annina! Annina!
- Che è? - disse lei, come trasognata.-
- Che hai, Annina?
- Nulla.
- A che pensi?
- A niente.
Tacquero, mentre egli chinava il capo, mortificato. Annina aveva abbandonato
la sua piccola mano fine, sulla tavola. Lo sposo levò gli occhi, li girò
intorno, e mise la sua mano su quella della sposa: la piccola mano muliebre
restò immobile, si lasciò carezzare lievemente, non rese la carezza, si lasciò
stringere, non rese la stretta. In verità, solo a quel contatto di quella
piccola mano delicata e inerte, egli era talmente commosso, che il suo viso si
scompose. Lentamente la sposa ritirò la sua mano e fece l'atto naturale di
ravviarsi l'onda bruna e folta dei capelli, sulla fronte. Di nuovo, Domenico
Maresca vide Anna volgere i suoi occhi, verso il giovane che era dirimpetto a
loro: un bel giovane di un venticinque anni, dai capelli castani, dai morbidi
baffetti biondi, dalla pelle bianca, dagli occhi grigi, vividi, vestito con
eleganza, disinvolto, gaio. E lo sposo, superando una titubanza che lo tenne
taciturno, per qualche minuto, interrogò la sposa, novellamente:
- Annina, questo Mariano, è quello che...
- Che dici?. - interruppe lei, con un corrugamento di sovracciglie.
- Quello che... che tu dovevi sposare... - terminò di dire, con grave
sforzo, Domenico.
- Già - ella rispose, duramente.
-...era... era una cosa seria?
- No. Sciocchezze di ragazzi.
E il tono si manteneva duro, breve. Il discorso le doveva dispiacere
immensamente: ma Domenico Maresca obbediva a una forza irresistibile,
insistendo:
- È un bel giovane... - mormorò, con una tristezza mortale nella voce.
- Si. Ma è un buono a nulla - e fece un moto di disprezzo, con la bocca.
- I vostri parenti volean maritarvi? Cosi mi hanno detto.
- Volevano... essi.
- E chi non volle?
- Io.
- Tu, non lo volesti?
- Io.
- E perché?
- Perché non aveva un soldo - finì di dire, lei, così glacialmente, che
Domenico Maresca non osò soggiungere altro.
Si ballava. Il banchetto nuziale era durato due ore e mezzo: verso la fine,
vi erano stati tre o quattro brindisi, uno molto dignitoso, del compare, don
Biagio Scafa, a cui tutta la società, i Dentale e i Maresca. insieme, avevano
applaudito. furiosamente, poiché il vino già aveva vinto, in parte, le superbie
Dentalesche, e poiché lo Scafa era un personaggio importantissimo, anche per la
parentela dello sposa. Meno ascoltato, certo, quello di Raffaele Amoroso,
l'operaio pittore di santi. che mezzo in dialetto napoletano, mezzo in un
italiano storpiato, con una lentezza che mostrava, però, la sua commozione,
portò un brindisi alla bella sposa. Varii Dentale avevano voltato il viso in
là; alcuni. per disdegno, parlavano fra loro; e la sposa a cui l'Amoroso
dirigeva i complimenti più enfatici, teneva gli occhi bassi, la bocca chiusa
senza un sorriso e toccava, distrattamente, con la punta delle dita, le molliche
e di panne sparse sulla tovaglia. Alla fine, appena un lieve cenno della testa
indicò che ella lo ringraziava. Persino Gaetano Ursomando, lo stuccatore,
intenerito dalla festa, dal buon pranzo in cui aveva mangiato dei cibi a lui
finora sconosciuti, dal buon vino, persino il povero basilisco, selvaggio e
fedele, dall'ultimo posto, ove era stato confinato per la disposizione delle
tavole, levò il suo bicchiere e volle fare un brindisi al suo principale.
E non sapendo dire nulla, accomodò il brindisi solito popolare, quello che
consiste nel fare rimare un verso, il primo. col nome dell'anfitrione in coda
all'altro: brindisi antichissimo, bizzarro, con varianti singolari. - Disse,
Gaetano Ursomando: Questo vino assai mi rinfresca, - e brindisi faccio a
Domenico Maresca. Vi fu un uragano, di applausi, dalla parentela Maresca
che riconosceva il costume curioso e pur semplice di brindare: silenzio
glaciale da parte dei Dentale, che si stupivano di queste cose, degne di una
cantina. E nessuno rispose ai brindisi, perché lo sposo, imbarazzato e pensoso,
nulla si levò a dire: poiché don Carluccio Dentale, assai diplomatico, sebbene
caduto in miseria, avrebbe risposto a don Biagio Scafa, ma francamente, non
voleva ringraziare gli altri due, Amoroso e Ursomando. Il pranzo finiva
freddamente. Vi fu una ripresa di allegrezza, quando, man mano, prima la
parentela di Maresca, sfacciatamente, poi la parentela Dentale, con ipocrita
buona grazia, devastò i trionfi di paste, di pastarelle, di dolcetti, di
bonbons, di castagne giulebbate, che ornavano le mense: ognuno se ne
metteva nel fazzoletto, in una carta, anche in tasca, senz'altro, tra smorfie
di disprezzo dei camerieri di Esposito, che toglievano rapidamente le mense,
con la prestezza dell'abitudine.
In un quarto d'ora erano sparite stoviglie, cristalli, trionfi, tovaglie e
tovagliuoli, persino le tavole, e una sfilata di facchini, per le scale,
portava via tutto. In anticamera, chiamato dal suocero. Domenico Maresca dava
le mancie al maestro di casa, ai camerieri, ai facchini: don Carluccio lo
urtava col braccio, quando la somma gli sembrava meschina.
La musica era giunta e si ballava. Tre suonatori, un violino, una chitarra e
un mandolino, tre di quei tipi miseri e affaticati di suonatori, si erano messi
in un cantuccio, raccolti in triangolo, a capo basso, con certi visi consunti e
indifferenti di poveri rassegnati: e accordavano i loro strumenti. Don Biagio
Scafa che, venti anni prima, era stato grande ballerino, direttore di feste da
ballo, nella piccola borghesia, cui apparteneva, messo in allegria, fra il
frastuono generale di un dopo pranzo vivacissimo, assunse il carico di dirigere
le danze. E i due gruppi, sempre divisi fra loro, ridevano, strillavano, le
donne dei Dentale, che aveano tolti i guanti per il pranzo, assicuravano i loro
anelli, toccavano le loro collane sul petto per vedere se erano ferme, si
sventolavano leziosamente, in attesa degli inviti. E il marito di una Dentale
invitava la moglie dell'altro, un cognato la cognata, un cugino la moglie del
cugino, e persino un fratello la sorella sua, una brutta zitella che faceva il
viso malinconico, perché nessuno la invitava. Nel gruppo dei Maresca, si faceva
grande chiasso, ma le coppie non si formavano ancora, qualcuno sapeva ballare
sola la polka, qualcuno solo la quadriglia, e qualcuno niente! E il
ritornello di un waltzer, ordinato dal possente e giocondo don Biagio
Scafa, risuonò. Delle coppie. specialmente dal lato Dentale. tentarono di
slanciarsi.
- Prima gli sposi! prima gli sposi! - tuonò don Biagio.
In piedi presso Anna, impacciato, goffo, con le mani pendenti, il suo busto
troppo grosso sulle sue gambe magre, la sua pesante testa sul collo corto,
sulle spalle curve. Domenico Maresca non si decideva. Indifferente,
impassibile, Anna, nella sua veste bianca, attendeva.
- Tu sai ballare il waltzer? - egli mormorò, imbarazzatissimo.
- Sì, certo.
- Io... no.
- E allora! - esclamò lei, levando le spalle.
- Gli sposi in piazza, gli sposi in piazza! - comandò don Biagio,
accostandosi a loro.
- Io non so fare il waltzer... - confessò, con uno sforzo di voce,
come trangugiando male, Domenico.
- E che fa? Coraggio, slanciati, forza alla macchina - strillò don Biagio,
che era allegrissimo.
Ancora, Domenico esitava, pauroso, rosso in viso, con certe strie cremisi ai
pomelli. La sposa parve ne avesse pietà, o meglio, volle rompere l'indugio, gli
prese la mano per cingersene la vita, gli strinse l'altra mano, lo trascinò in
mezzo, lo fece girare, due o tre volte, guidandolo lei, fra gli applausi
dell'assemblea. Ma fu uno spettacolo miserando, poiché Domenico Maresca non
sapeva neppure dare un passo, incespicò tre volte, tre volte si arrestò,
malgrado la spinta datagli da Anna, ed ella, seccata, si fermò di botto,
lasciandolo in asso: subito il compare don Biagio Scafa, svelto, come ai suoi
bei tempi, si slanciò, afferrò la sposa e girò con lei, vertiginosamente, fra i
clamori della società. Il ballo era aperto: lo stupefatto e smarrito sposo fu
respinto in un angolo, nessuno si occupò più di lui. Egli guardava roteare le coppie
e un po' di vertigine che gli era venuta, in quelle tre o quattro precipitose
giravolte che gli avevano fatto fare, cresceva: si faceva sempre più da parte,
in un angolo, avendo caldo e bisogno di aria. Lo chiamarono; fuori era giunto,
dalla scaletta di cucina, il gelatiere di Benvenuti, con tutto il suo carico di
gelati, di spumoni, di formette, nelle ghiacciaie di legno e metallo,
con canestre piene di piattini e di cucchiaini, con due uomini, un facchino ed
un cameriere. Bisognava collocare questa roba, dare ordini, pagare. E in questo
suo ufficio di pagatore, che era stato, poi, il più importante della sua
giornata, Domenico Maresca si distrasse. Anzi restò qualche minuto, sulla
loggetta della cucina. Un piccolo verone alto che dava alle spalle del palazzo
Angiulli, da cui si vedevano le selve di case fitte, fitte. che discendevano
verso strada Porto, verso il mare, e da cui l'occhio guardava l'angolo di
paesaggio, ove il Vesuvio allunga lo sprone della sua montagna fiammeggiante.
Questa loggetta era molto alta, a picco sovra la straduccola dei Mercanti: vi
era. a diritta, un casottino di legno scurastro, con una porticella chiusa da
un lucchetto, il solito cesso fuori delle terrazze napoletane. Vi erano, anche,
una pianta di margherita, già coperta di quattro o cinque fiorellini, e una
pianta di basilico odoroso. Lì fuori, lo sposo, respirò profondamente, sentì
calmarsi la sua vertigine, placarsi il suo spirito inquieto. Un desiderio di
pace, lo teneva tutto: il desiderio che quella festa, che durava da tante ore,
finisse, che tutti andassero via, che egli restasse solo, con Anna, per
portarsela via, nella sua casa in via Donnalbina, ove, dalla mattina, la fedele
Mariangela, che tutto aveva preparato, aspettava, fra i mobili nuovi, nella
casa antica tutta rinnovata, come aveva voluto Anna. In questo desiderio
potente di quiete, di solitudine, di silenzio, con Anna solamente, non era
nulla di sensuale: solo la volontà della liberazione dalla folla, dal tumulto,
dalle faccie accaldate, dalle voci avvinazzate, lo stringeva. E pensava che il
ballo non sarebbe, poi, durato molto, e che tre quarti di quella festa erano
già trascorsi; avrebbe fatto fare, subito, le due distribuzioni rituali di
formette e di gelati, per sbrigare la società. E. rientrando, nel salotto da
ballo, tra il gran rumore, udì il comando di don Biagio Scafa:
- Quadriglia, en place!
Subito, il compare lo afferrò al passaggio, lo fermò, lo ammonì vivamente.
Vediamo, invitasse la sposa, per la quadriglia, era suo obbligo, tutti
ballavano la quadriglia, anche le vecchie, anche gl'invalidi, voleva far
restare seduta solamente la sposa?
- Ma io non so ballare la quadriglia! - protestò lo sposo, di nuovo gittato
a un cimento cruccioso, ove la sua timidità fisica e morale lo torturava.
- Non importa! Si balla! Ti guido io! Ti conduce la sposa. Chiamo io,
capisci? Ti sto vicino!
- E se imbroglio tutto?
- Non importa, gridiamo pasticciotti en place, e ci fermiamo! Va a
prendere Anna.
E la quadriglia d'onore, diciamo così, fu veramente solenne.
Pomposamente, don Carluccio Dentale era andato a invitare donna Gaetanella
Improta, col motto galante:
- Donna Gaetané, ricordiamoci le cose antiche!
Ella aveva accettato, subito. Don Biagio Scafa. aveva per dama la più bella
e più ricca dama del gruppo Dentale, Francesca Dentale Catalano, in abito di
broccato grigio perla. Gli sposi si collocarono al centro: e avendo don Biagio
domandato a Domenico Maresca se avesse il vis-à-vis,
non avendo costui compreso, il direttore di ballo gli mise una coppia
dirimpetto. Era il bel giovanotto venticinquenne, Mariano Dentale, che aveva
per dama Mariannina Catalano, la zitella mutriona, molto brutta, che nessuno
invitava mai. Varie intromissioni dei Maresca avvennero nella quadriglia: era
impossibile escluderli, la quadriglia ne aveva necessità, e d'altronde, non vi
era spazio per fare due quadriglie. Don Biagio usava tutta la diplomazia
possibile: in quell'ora di esaltazione, molte barriere sociali cadevano, un
senso di cordialità e d'indulgenza diventava generale, una familiarità si
faceva fra i due gruppi, provvisoria, fugace, dovuta al pranzo, ai vini, ai
nervi eccitati, alla musica, al ballo. - Tenendo Anna al braccio, in silenzio,
Domenico Maresca attendeva, in un segreto tormento, dove solo questo pensiero
lo racconsolava, il pensiero che conforta tutte le anime angosciate, tutti i
corpi martoriati:
- Deve finire... deve finire!
Interminabile quadriglia! Domenico Maresca che non aveva mai avuto una
lezione di ballo, in vita sua, che non era mai stato in un ballo, che ignorava
i passi, la misura, le figure, era preso, tirato, trascinato, sballottato di
qua e di là, avanti e indietro, da Anna, da don Biagio Scafa che, ogni momento
interveniva, lo voltava, come un sacco, gli gridava i comandi della quadriglia,
in un francese napoletano, enfaticamente, lo fermava a mezza strada, fra
l'andirivieni degli altri che, tutti, sapevano ballare, tutti! Sapeva ballare
elegantemente, più di ogni altro, il suo dirimpettaio. Mariano Dentale, dal
sorriso beffardo sulle belle labbra fresche, che i mustacchi biondi coprivano
mollemente: e, ogni momento, spesso, troppo spesso, Domenico Maresca lo vedeva
avanzarsi, con una grazia noncurante, verso la sua dama, portarsela via,
dall'altra parte, mentre Domenico restava solo, da qua: e gli sembrava che la
dimora di Anna, dirimpetto, si prolungasse troppo, mentre, accanto a lui, la
brutta e annoiata Mariannina Catalano non apriva bocca. Talvolta, era Anna che
partiva via, per andare dirimpetto: e gli pareva che il suo passo fosse più
rapido, più lieve, lo strascico bianco ondeggiava, dietro, come una nuvola,
ella girava, intorno, con Mariano Dentale, si salutavano, si sorridevano, si
lasciavano. Anna ritornava, seria a un tratto, senza sorridere più. Perché non
sorrideva più, quando tornava a lui? Don Biagio Scafa gridava allegramente il
comando, le coppie lo seguivano ridendo, scherzando, voltandosi un poco, tre o
quattro volte vi furono degli imbrogli di |