DIETRO
IL PARAVENTO
Cominciamo da quanto esiste, dietro il
paravento a sinistra del Rettifilo, venendo dal centro della città, andando
verso la ferrovia: e osserviamo se si è risanato, come era la idea semplice e
alta di tutti quelli che vollero salvare il popolo napoletano dalla sporcizia,
dal vizio, dalla epidemia e dalla morte. Questo lato è il meno orribile, quando
lo si percorre, passo passo, dalle spalle di via Guglielmo Sanfelice, dalle
spalle dello splendido e deserto palazzo della Borsa sino laggiù, laggiù,
all'Annunziata. Eppure! Camminando dietro il paravento, salendo, scendendo,
salvo due o tre traverse di cui una sola è completata, due compiute a metà, le
altre sono semplicemente aperte, e alcune di esse non sono neppure accennate,
restandovi ancora, massime verso l'Università i vicoli antichi, umidi, alti,
tetri e sporchi. È il lato meno spaventoso agli occhi, meno nauseante
all'odorato, quello a sinistra; eppure! Sono restate intatte le oscure e
malfide gradelle di Santa Maria la Nova, le antiche gradelle che
conducevano al Cerriglio e che ora conducono alla piazza della Borsa; intatte
le strette, nere, soffocate, soffocanti gradelle di Santa
Barbara, col loro angiporto che avrà duecento anni e che venti anni di
risanamento edilizio, a due passi di lì non hanno distrutto, le famose gradelle
di santa Barbara, celebri per il loro tarallaro, il biscottaio
popolare, ma celebri anche per il vizio diurno e notturno, che vi ha i suoi
antri più bassi e più tristi: nè, a quanto pare, tutto questo è mutato. I miei
occhi hanno visto, in questa lunga indagine, le donne appoggiate agli angoli di
questi angiporti, con le gonne attaccate sullo stomaco, le pianelle coi tacchi
alti, le calzette rosse e le guancie cariche di belletto, mentre, nei loro
occhi, vi è quella mortale fierezza e quella mortale tristezza che è il segno
caratteristico del peccato, del vizio, nelle donne del popolo napoletano.
Questo è il lato migliore di dietro il paravento, le vie che salgono, vanno
verso quartieri più borghesi che popolari, vanno verso quartieri di
commercianti, di professionisti, e lo spettacolo non desta un ribrezzo tanto
profondo; eppure! Forse che è stato toccato, neppure in una sua pietra, quel
budello nero, storto, ripido, sdrucciolevole, che è il vico di Mezzocannone?
Ah, esso non è stato toccato, e tutta la gente d'immaginazione, ma senza cuore,
tutti quelli che amano il colore a scapito della civiltà e della
decenza, tutti quelli che amano il carattere e non hanno compassione di
chi muore, si consoli, perchè il vico di Mezzocannone è stato rispettato e,
probabilmente, non sarà mai toccato! Eccolo, oscuro, fetido, pericoloso alle
gambe, pericoloso alle gonne pulite, ai calzoni puliti, eccolo con le sue case
senz'aria e senza sole, con le sue botteghe che sembrano dei sotterranei, ove
sono dei tintori, dei venditori di vino e persino, lavorando nella via, delle ricamatrici
di oggetti di chiesa, ricamatrici in seta e in oro: eccolo, col suo goffo re di
Mezzocannone, sovra una vecchia fontana, con quell'altro precipizio, di
traverso, che sono le gradelle di san Giovanni Maggiore: eccolo, il vero
nostro vicolo di Mezzocannone, ce lo hanno lasciato e noi possiamo ancora,
turandoci il naso, attraversarlo in fretta: il Risanamento non ha osato
arrivarvi: non vi arriverà mai!
Sul fronte del Rettifilo si sta costruendo la
facciata della nuova Università, nè appare molto bella, mentre l'antica
Università, via, aveva la sua grandezza e il suo fascino: si sta costruendo e
gli studenti e i professori e la scienza finiranno per esser allogati
magnificamente quando tutto ciò sarà finito. E via san Marcellino? E gli altri
intestini di viottole che discendono, in quella regione, intestini ove si agita
e vive della gente, vi sono degli uomini, dei cristiani, accumulati, così, e
tutte le altre straducce, adiacenti al Rettifilo? Tutto ciò che era il vero
risanamento, perchè, perchè non è stato risanato, mentre quasi tutti i denari,
sono stati spesi, mentre quei pochi che restano, salvati a stento,
basteranno scarsamente a completare le due ali del paravento, a destra e a
sinistra, e non si potrà nulla fare per tutto ciò che è dietro? Nulla ci
sta più a cuore del decoro esterno della nostra carissima città e noi amiamo
che ci sia un palazzo della Borsa maestoso, anche se non vi si facciano
affari, dentro; noi amiamo vedere la grande gabbia aerea dei telefoni,
sull'alto palazzo, in piazza, sebbene siano così pochi gli abbonati in una
città di seicentomila anime; noi amiamo pensare una novissima Università, con
le sue cliniche e i suoi gabinetti scientifici, affollata dalla parte più
geniale e più simpatica della nostra popolazione, cioè gli studenti: sì! Ma
che, accanto, a dieci passi, viva nella lordura, nella miseria, nelle
stamberghe, nelle caverne, tutta una parte di popolo, per cui si volle il
risanamento edilizio e igienico, che questa parte di popolo a cui si
destinarono cento milioni, muoia di tutte le infezioni, dopo averne vissuto,
alle spalle di tutti i nuovi palazzi: questo è che fa sollevare di dolore e di
rimpianto il nostro cuore e ci fa sembrare una beffarda ironia la maestà
esteriore dei nuovi edificii, dietro i quali vi sono il putridume e la
cancrena!
Ma la vera via crucis per l'osservatore
che abbia un'anima pietosa, è il percorrere, a piedi, dove può e come può,
tutto ciò che è dietro il paravento, alla diritta del Rettifilo, venendo dal
centro della città, andando verso la ferrovia, principiando da quanto è alle
spalle della via Niccola Amore, continuando sino a piazza Mercato, sino a porta
Nolana. Alle spalle? Via Niccola Amore, a diritta, non ha che un lungo e basso
muretto e tutte le vecchissime case, in cui s'imboccava via Porto, sono in
piedi, alte, prepotenti, incombenti, sfidanti da anni il piccone, che non le
tocca, che non le toccherà, forse, giammai! Ivi, non vi è neppure il
paravento: ivi, signoreggiano, quasi spettri della miseria e dell'onta, tutte
le case di Basso Porto ricetti di povertà inaudite, ricetti di delitti e di
delittuosi, ricetti di tutte le cose e le persone infami e dolenti. Guardate!
Non avete che a guardare alla vostra diritta, passando, e il Basso Porto vi
dirà che è stato di vano, di inane, di inutile quanto si è voluto fare e quanto
non si è fatto, quanto non si è voluto fare! Ma, abbiate una
lugubre curiosità e discendete, laggiù. Dico bene: discendete tutto il lato
destro del Rettifilo: le colmate sono restate un progetto fantasioso, mai eseguito
onde, laggiù si penetra per tutti i modi più rudimentali, più incerti, più
infidi e più pericolosi. Scalette di legno improvvisate e diventate, ahimè,
definitive; scalette di pietra, a scalini mal connessi e tremanti sotto il
piede; scalette tagliate nella terra, sì, nella terra, come in qualche
villaggio africano; rampe a scaglioni; rampe di terra, discese ripide e
sdrucciolevoli: tutte le forme, infine, del precipizio, a due passi dai grandi
palazzi. Qua e là, qualche rozza ringhiera; appoggiandovisi, guardando giù, par
di mettere l'occhio in una cantina, in un pozzo.
Lo slivello fa paura. Le colmate dovrebbero
arrivare ai primi piani di queste catapecchie: e a pianterreno, ai primi piani
di queste catapecchie, abita gente, ha bottega, vive, muore; e così sarà, per
moltissimi anni ancora, così sarà, forse, per sempre! Lo slivello pauroso si
prosegue da Porto, a Vicaria, a Mercato, sino alla fine, e in fondo a questi
pozzi, in fondo a queste cantine, in fondo a questi sotterranei esiste tutto
quello che esisteva prima, purtroppo, peggiorato! Le antiche arti, gli Orefici,
gli Armieri, i Lanzieri, i Taffettanari, son là, coi loro piccoli opificii
malsani, oscuri, miserabili; sono ancora lì le straduccie affogate, fra le
case, gli antichi portoncini larghi settantacinque centimetri, le antiche
finestre dai vetri sporchi, gli antichi cavalcavia sui quali pare si abbattano
le vecchie case crollanti, gli antichi vicoli ciechi, ricovero di ogni
sporcizia: tutto, tutto è restato com'era, talmente sporco da fare schifo,
senza mai uno spazzino che vi appaia, senza mai una guardia che vi faccia
capolino.
Tutto si fa, nelle piazzette, nei vicoletti:
tutti vendono il vendibile, erbe, frutta, carne, pesci, nel fango eterno della
strada; e vi sono le antiche osterie, ancora, ove si vendono le zuppe di pasta
e fagioli, le fritture, di cento cose fritte, dai panzarotti ai
peperoni, le insalate di scapece, il zoffritto a porzione di tre
soldi, di due soldi, persino di un soldo! Come un tempo! Peggio di un tempo! A
dieci passi dal Rettifilo, caldaie di patate, caldaie di polipi, caldaie di
spighe bollite, caldaie di castagne, e il più acre odore, intorno, da queste
cucine, dalle piccole fucine degli Orefici,e degli armaioli, dalle marmitte dei
tintori! Pieno di colore? Già: ma orribile! Io rammento tre punti, fra gli
altri. Una piccola regione chiamata Tentella: cioè un intrico quasi
verminoso di vicoletti e vicolucci, nerastri, ove la luce meridiana mai
discende, ove mai il sole penetra, ove per terra la mota è accumulata da anni,
ove le immondizie sono a grandi mucchi, in ogni angolo, ove tutto è oscuro e
tutto è lubrico, ove, a un crocicchio, vi è un'ostessa dai folti capelli neri,
a un crocicchio, donde, in penombra si vede ancora il fondaco Tentella,
una ostessa che vende ogni sorta di mangiare in grandi piatti di rame lucido,
dalla fragaglia fritta alla spiritosa di pastinache. E
m'incoraggia ad andare verso il fondaco Tentella, l'ostessa, con la
bonomia napoletana, m'incoraggia, poichè vede che io esito, innanzi a tutte quelle
sporcizie, lungo quelle mura trasudanti umidità, con quegli odori nauseanti: mi
incoraggia, mentre io esito, fissando gli occhi in quella oscurità - e siamo
nel paese dell'azzurro, del sole! - mentre sul suo viso giallastro, sulle sue
labbra violette, nei suoi denti neri, io leggo tutte le traccie di quella vita
sprofondata nel lezzo e nei contatti costantemente malsani, tre o quattro
persone, in una stanza, e che stanza, e le ore del giorno, in una cucina
affumicata, a preparare le vivande male olenti, da vendere! Da quanti anni non
viene, qui, un sindaco, un assessore? Da quanti anni non si lavano, queste vie?
Da quanti mesi non si spazzano? Tutto il letame delle bestie e delle persone e
delle case, tutto è qui e nessuno ce lo toglie, qui, sull'orlo della civiltà
novella, dietro ai palazzi sontuosi - andate laggiù, cercate del vicolo Barre:
esso dovrebbe corrispondere a una colmata che non si è fatta, a una traversa
che non si è mai aperta. È un vicolo strettissimo, lunghissimo, con case
altissime, disseminate di balconi, di finestrelle: i due lati sono legati fra
loro da cavalcavia, da ponti di pietre, da ponticelli di legno, il che ne
aumenta l'oscurità: i due lati, anche, sono legati da corde, da funicelle a cui
pendono panni, di tutti i colori, rappezzati, stinti: e questo lunghissimo
vicolo Barre, i cui portoncini sembrano caverne, non ha un lampione: è una vera
sentina di ogni cosa più ignobile: ed è pericoloso a esser attraversato anche
di giorno, tutto abitato da donne di mala vita, da camorristi, da ladri,
e l'orrore che ne proverete non sarà solamente fisico, voi proverete uno di
quegli avvilimenti morali che provocano delle profonde tristezze. E se voi
volete scrivere un capitolo di un romanzo popolare, più innanzi, molto più
innanzi di questo tremendo vicolo Barre, attraversate il vico dei Cangiani, col
suo relativo supportico. Esso è costeggiato, a manca e a dritta, tutto da
piccole locande, dove si pagano quattro o cinque soldi per dormire, ove si
dorme in quattro o cinque in una sola stanza: queste locande hanno una
clientela speciale, quella dei carrettieri di Calabria, di Basilicata, del
Cilento, di Terra di Lavoro, coloro che si chiamano nel popolo, vaticali,
da viatico, certo: e questi contadini stanno, di giorno, sui portoncini di queste
locande da quattro soldi, stanno, vestiti dei loro panni pesanti e di taglio
contadinesco, coi loro cappelli di strana foggia, coi loro mantelli, seduti per
terra, seduti sovra una pietra, aspettando di rimettersi in cammino. Io ho
attraversato questo vicolo, fermandomi a guardare quei volti adusti, immobili
di espressione, pazienti sotto le fatiche e sotto i disagi, quelle labbra mute:
ho vissuto dei lunghi minuti in questo vicolo nerastro, tutto disselciato,
pieno di acque luride, pieno di una melma attaccaticcia, in questo vicolo
talmente tetro che sembra una tomba, e, a un certo punto, sono stata presa dal
delirio di fuggire, di fuggire, per non vedere più, per non udire più, per non
avere più lo spettacolo della più amara delusione, nel mio cuore di napoletana,
per non soffrire delle sconosciute sofferenze altrui, da niuno consolate,
poichè quella gente vive e muore, laggiù, alle spalle dei superbi palazzi,
ignota, obliata, disdegnata, disprezzata!
E, in ultimo, sapete che è accaduto? Che il
popolo, non potendo abitare il Rettifilo, di cui le pigioni sono molto care,
non avendo le traverse a sua disposizione, non avendo delle vere case del
popolo, è stato respinto, respinto, dietro il paravento! Così si è
accalcato molto più di prima; così il Censimento potrebbe dirvi che tutta la
facciata del Rettifilo, è poco abitata, e tutto ciò che è dietro,
disgraziatamente, è abitato più di prima; che dove erano otto persone, ora sono
dodici; che lo spazio è diminuito e le persone sono cresciute; che il Rettifilo,
infine, ha fatto al popolo napoletano più male che bene! In quell'intrico che
va da Porto a Mercato, a Vicaria, si aggroviglia una folla spaventosa; non vi
sono che poche fontanelle di acqua e le case, che debbono essere, demolite (?),
ne mancano; non vi sono fognature regolari, non vi sono lampioni, poichè il
piano stradale, è assolutamente dissestato: tutto ciò che serve alla vita, vi
manca. Se una epidemia, lontana sia, dovesse capitarci, impossibile
circoscriverla, impossibile dominarla: in quei quartieri farebbe novellamente
strage, come venti anni or sono; e i nostri edili nulla ne sanno; e nessuno
vuol saperne niente. E quel popolo che è stato tradito, poichè non ha avuto
quanto la nazione gli aveva donato, per redimerlo igienicamente e moralmente, quel
popolo che è abbandonato, che lo sa, che un po' ne ride, un po' ne sospira, un
po' ne digrigna i denti, questo grande popolo che noi dobbiamo amare, che noi
amiamo, perchè ci sentiamo affratellati con esso, perchè anche noi siamo
popolo, perchè noi siamo come esso e figliuoli del medesimo Iddio di giustizia
e di clemenza, questo popolo non resiste agli antichi istinti, al bisogno di
vivere come che sia, al bisogno di vendicarsi di questa società ingrata e
traditrice: non resiste alla suggestione del vizio, del male: e giuoca: e ruba:
e si vende: e ferisce: e uccide: e colà, di giorno, di notte, appena dietro il
paravento, o nel Rettifilo istesso, il crimine, il delitto, si espandono,
fioriscono, eterna rampogna, eterno rimorso a coloro che, fedifraghi al Re, ad
Agostino Depretis, a Niccola Amore, a Guglielmo Sanfelice, alla Nazione,
commossa di orrore e di pietà, mancarono ai patti giurati e ruppero ogni
promessa, lasciando il popolo napoletano a languire, a struggersi, a patire, ad
agonizzare, nella più profonda ignavia del corpo e dell'anima.
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