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Matilde Serao
Addio, Amore!

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  • PARTE SECONDA
    • IV.
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IV.

 

Infatti, tornata a Napoli, Anna si rifugiò in una solitudine e in un silenzio grande, non ricevendo nessuno, non facendo alcuna visita, vivendo molto nella sua stanza; uscendo alla mattina per lunghe passeggiate a piedi, cercando di stancarsi, evitando di parlare, vivendo in una specie di sonnolenza morale, in cui i suoi dolori si facevano meno gravi. Sua sorella e suo marito, guardandola, ogni tanto, in atto di compassione, considerandola malata, continuavano a godere di quella libertà che avevano goduta a Sorrento: ella li lasciava, consumandosi nei sospetti, e nel rimorso dei sospetti. Anna aveva tentato invano di ricorrere alla religione, per calmare tutte le amarissime dubbiezze del suo spirito: ma il suo misticismo si dileguava subito, nuvola fantastica, al contatto di quella passione terrena che la vincolava con tutti i suoi legami. Aveva cercato del suo confessore, per dirgli tutto: ma quando fu inginocchiata innanzi alla grata di metallo, ella non osò accusare, a un estraneo, sua sorella e suo marito. Parlò confusamente, senza poter dire quale chiodo le si fosse conficcato nel cuore, soffocando le grida che le sgorgavano dall'anima: e il buon confessore non potette che darle delle consolazioni vaghe, parlando contro la gelosia che deturpa l'amore e avvilisce le anime innamorate: vaghe consolazioni, di cui svanì subito la traccia. Ella si abbandonava a un abbattimento morale così intenso, come se veramente tutta la fatalità del suo destino le si aggravasse adesso sul capo e la spingesse al naufragio. Anna usciva, camminando a guisa di sonnambula, per lunghe ore, fermandosi distrattamente a guardare le vetrine dei magazzini, salutando gli amici e le amiche che incontrava, rispondendo alle loro domande, se si fermava con loro, assai correttamente, ma con l'anima assente. Rientrava in casa molto stanca e passava varie ore della sua giornata, distesa sulla sedia di riposo, o buttata addirittura sul letto, leggicchiando, pensando, sonnecchiando e mancando spesso alla mensa familiare, con una scusa, con un pretesto qualunque.

– La signora è rientrata da mezz'ora e dormediceva il cameriere di Cesare al padrone.

– Sta bene, non la disturbatediceva subito Dias, liberato da una preoccupazione.

– La signora ha mal di capo, non viene a colazionediceva la cameriera di Anna a Laura.

Va bene: state attenta, se chiedesse nulla – rispondeva Laura, imperturbabile, serena.

E Cesare e Laura riprendevano lietamente la loro vita in comune, senza neppur pensare più a lei che acutamente soffriva, in tutta l'essenza dell'anima sua, in tutte le fibre del suo organismo. La gelosia imprime violenti spasimi fisici e contrazioni nervose che danno lunghi fremiti e stringimenti di cuore, per cui sembra che si muoia. Tutto questo, Anna soffriva. E sempre, in fondo a tutto il suo lungo dubbio crudele, ella si trovava indegna per tale dubbio, ella si biasimava per i suoi tormenti, ella si credeva, certamente si credeva, la più ingiusta fra le donne. Sua sorella che era stata sempre la purità istessa, suo marito che non aveva mai commessa una mala azione, erano creature superiori, degne di adorazione ed ella le vilipendeva, ogni giorno, le gittava moralmente nel fango. Quante volte avrebbe voluto buttarsi al collo di Laura e piangere su quel seno tutte le lacrime del suo, pentimento: ma temeva tanto di offendere il candore di sua sorella! Quante volte, nei rari minuti di espansione che adesso le concedeva il marito, ella sentiva il suo cuore struggersi nella pena e avrebbe voluto narrargliela in tutta la sua crudeltà, quella pena d'amore: ma ormai, suo marito la intimidiva, con le sue arie di compatimento, ed ella arrivava a domandarsi, se veramente quella gelosia non fosse una fissazione della sua mente inferma. E una illusione, infine, era stata quella precipitosa partenza da Sorrento, sperando di trovare a Napoli una pace, che Anna aveva perduta per sempre; poichè ella capiva ormai, che la sua tortura era tutta interiore, e che avrebbe dovuto strapparsi dall'anima quella passione, per guarire. D'altronde, mentre ella si accasciava nelle sue tormentose riflessioni, e fuggiva la presenza di suo marito e di sua sorella, non potendo sopportare più di vederli insieme, seduti accanto, sfiorandosi col braccio, stringendosi la mano, guardandosi, sorridendosi, mentre ella si allontanava dalla casa, come da un luogo d'inferno, o si rinchiudeva nella sua camera, chiedendo l'isolamento al suo dolore, ella si accorgeva bene dell'indifferenza di Cesare e di Laura, per la sua assenza. Capiva, anzi, che le sue malinconie erano un sollievo per loro, perchè evitavano loro l'aspetto di una pallida e triste donna, che non parlava, che era sempre in uno stato di sogno e per cui tutte le cose sembravano scolorate; capiva di esser loro di peso.

– Essi sono lieti: e io li seccopensava fra .

Due o tre volte, però, Cesare, un po' preoccupato di questo inguaribile stato di tristezza di sua moglie, aveva cercato di scuoterla; e ne erano seguite delle scene, in cui Anna, spaventata dai sarcasmi, dalla fredda collera di suo marito, non aveva voluto dire il suo segreto.

Un giorno, irritato, Cesare Dias le aveva dichiarato che egli non le dava il diritto di atteggiarsi a vittima, che ella non era una vittima, e che tutte queste fisime sentimentali lo seccavano immensamente.

– Io ti secco dunque? Ti secco? – aveva chiesto Anna, frenando a stento i singhiozzi.

– Sì, moltissimo. E spero che finirai di seccarmi un giorno o l'altro, è vero?

Dovrei morire, sarebbe megliomormorava Anna, smarrita.

– Ma come, non puoi vivere ed essere meno noiosa? È un compito, una missione, quella che ti sei assunta, di seccare?

–        Meglio morire, meglio moriresingultava lei.

Egli se ne era subito andato, maledicendo la propria sorte e il proprio errore, poichè aveva sposato quella folle creatura; ed ella, che avrebbe voluto chiedergli perdono, non lo trovò più. Ah che ella non poteva mai, mai, aver ragione con lui! E dopo, nella giornata, anche sua sorella Laura la trattò con un certo disprezzo, stringendosi nelle spalle, al vederne gli occhi rossi. Per reazione, Anna volle uscire da quello stato di desolazione in cui si venìa profondando, volle rivivere, cercare di essere, almeno nelle apparenze, come tutte le altre donne del suo ceto, tranquilla e felice. Cominciava la bella stagione invernale napoletana: ella andò dalla sua sarta, si fece fare otto o dieci vestiti, decisa a diventare una persona frivola e vuota. Adesso, quando usciva alla mattina, incontrava sempre Luigi Caracciolo, dovunque ella andasse, quasi ella gli avesse comunicato il proprio itinerario: invece egli lo indovinava, con quella felice intuizione degli innamorati che ritrovano sempre la persona che amano. Ma non si fermavano, scambiavano un saluto: niente altro. Ella gli sorrideva. Non era un cattivo amico e col suo amore non le aveva dato nessun fastidio. Ma nel modo come egli la guardava, ansiosamente, nel saluto che egli le faceva, ella leggeva, ancora una volta, l'appuntamento:

Ricordatevi: ogni giorno: sino alle quattro.

Anna sorrideva, benevolmente, con una benevolenza tutta esteriore, e continuava la sua strada, dimenticando subito l'incontro. E giammai, nella tortura della sua passione e della sua gelosia, esaltandosi e languendo per un uomo come Cesare Dias, ella aveva pensato, ella pensava, giammai, che le sarebbe stato assai meglio sposar quel biondo e bel giovanotto, che le aveva voluto bene, e gliene voleva, a suo modo, che gliene avrebbe voluto molto, anche nel matrimonio, almeno per un certo tempo, e che infine era giovane, e tutte le corde dell'entusiasmo d'amore vibravano ancora in lui. Giammai ella aveva pensato a paragonare Cesare Dias, cuore arido e sdegnoso, temperamento raffinato e quasi esaurito, uomo in cui nulla più vibrava che il piacere fantastico di un minuto, anima senza entusiasmo e senza emozione, creatura disperante, poichè era come il fuscello di legno secco e fragile che si spezza fra le mani e che non ricorda neppure lontanamente il fiore di primavera: giammai, dunque, ella aveva pensato a paragonarlo con Luigi Caracciolo, bello, sano, intelligente e in cui, un'anima sentimentale, poteva anche cancellare tutta la influenza corrompitrice della vita galante. Quando mai ella aveva fatto tal paragone? il suo cuore era preso, la sua anima era presa, i suoi sensi erano presi del vecchio, dell'uomo freddo e disprezzante, più disprezzante ancora perchè le ultime potenzialità andavano a sparire in lui, ella era presa di lui, inguaribilmente, sino alla morte. Ella chiedeva alle occupazioni dei vestiti, delle visite, dei teatri, quello stordimento superficiale, quella ebbrezza degli occhi e delle orecchie che svia l'anima, per successivi minuti, e talvolta la deprime fino all'abbattimento. Cesare Dias incoraggiava questo annegamento di Anna nelle cure frivole ed esterne della mondanità, lieto di avere una donna che si occupasse di cappelli, di ricevimenti, di teatri, di mode, che si facesse far la corte, ma non tanto, sino a certo punto, che avesse dei corteggiatori, ma un amante mai, e che infine, soddisfatta nel suo amor proprio, trionfante nella sua vanità, carezzata in tutti i suoi istinti femminili, ella conservasse il suo amore per suo marito, ma che non lo seccasse: ecco! Vedendo che Anna si metteva, almeno per un tentativo, per quella strada, egli era ridiventato galante con lei, osservava minutamente tutti i suoi vestiti, le dava dei consigli, sapienti consigli dell'uomo che conosce tutta la gamma dell'eleganza muliebre; e quando la vedeva bella, attraente, le dava un bacio sulle labbra, o sopra una spalla che usciva dal busto scollacciato, e la mandava con Dio, o col diavolo – egli diceva fra . – E in fondo dell'anima di Anna vi era una collera contro se stessa che si avviliva in tal modo, che diventava una bambola vestita ogni giorno di nuovi cenci, che trascinava per le feste e per i teatri un cuore trangosciato, curvando la bruna testa, sotto il diadema scintillante che Cesare le aveva donato il giorno del suo matrimonio, agitando nelle delicate mani il ventaglio di piume bianche e sentendosi struggere e soffocare. Ah, ella non avrebbe mai travato un rimedio al suo dolore; quello così volgare di diventare una donna alla moda, quel rimedio così facile a una donna bella, di trasformarsi in una stella del firmamento muliebre, non la confortava, e le faceva spesso orrore. Talvolta, assorta in malinconiche riflessioni, vedendo tante altre donne ornate come lei, cariche di gemme sorridenti, con gli occhi lucidi, ella si chiedeva, se non tutte quelle donne avessero una ferita sanguinante per cui non vi era balsamo, per cui perdevano la forza e avrebbero perduta la vita: se non tutte quelle creature risplendenti come idoli ieratici, non avessero come lei un cuore straziato chissà quanto, chissà! Coloro che incontravano Anna Dias, dovunque, dicevano che ormai ella era una gran mondana; ma i più fini vedevano bene, ogni tanto, sulle sue labbra, la morte del sorriso, quando ella non aveva più la forza di sorridere; i più fini vedevano bene i suoi improvvisi pallori, e le nebbie torbide che, a un tratto, coprivano gli occhi belli, i più fini vedevan bene che, in un momento, mentre pareva che si divertisse tanto, ella chiedeva il suo mantello, e se ne partiva senza volger la testa, sparendo, andandosi ad immergere nella solitudine della sua stanza. E coloro che erano osservatori, dicean bene che la signora Dias era una donna attraentissima, ma che un giorno o l'altro ella avrebbe fatto una corbelleria.

– Quale corbelleria?

Mah!... qualche cosa di molto stravagante...

Una sera, verso la fine di gennaio, Anna doveva andare al San Carlo; era una serata di prima rappresentazione. Durante il pranzo, ella aveva chiesto a Laura se volesse accompagnarla.

– No, non vengo – aveva risposto Laura, distrattamente.

– E perchè?

Debbo levarmi presto, domattina: ho da confessarmi.

– Ah! Sta bene. E tu mi accompagni, Cesare? – disse Anna, rivolgendosi al marito con uno sguardo interrogativo, scrutatore.

– ... Sì – disse questi distratto.

– Viene la zia Sibiliasoggiunse Anna.

– Allora, se mi permetti, verrò al secondo atto – e sorrise a sua moglie così gentilmente, che ella trasalì.

– Hai qualche cosa da fare?

– Sì: ma torneremo insieme – e pronunziò questa frase, con una intonazione di galanteria perfetta.

Ella arrossì e impallidì. Suo marito la trattava come un'amante a cui si è fatto, o si vuol fare qualche torto, e verso la quale si aumenta di amabilità.

E che importava? Purchè le volesse bene, in una forma o in un'altra, purchè fingesse di volerle bene, tutto era guadagnato di fronte al disprezzo e alla indifferenza; e quell'idea di ritornare insieme, dal teatro a casa, in carrozza chiusa, la inebbriava come un convegno di amor proibito. Suo marito l'adeguava, forse avvilendola, alle sue innamorate illegali; ma non gli aveva ella giurato, sulla terrazza di Sorrento, che voleva essere la sua serva, la sua schiava? Andò a vestirsi pel teatro. Mise per la prima volta un vestito di broccato azzurro, con un lungo strascico, vestito audace per il colore che è adattato alle donne bionde, ma la cui tinta era così indovinata, che la carnagione di avorio di Anna ne aveva un risalto magnifico. Il busto del vestito era screziato, qua e , di piccole e grandi stelle di brillanti, lembo di cielo in una notte stellata: e nei capelli bruni di Anna, rialzati sul capo, erano fissate tre stelle di brillanti, tremolanti sullo stelo, meravigliose. Ella non portava nessun braccialetto: aveva al collo un sol filo di perle. Quando ebbe finito di vestirsi, mandò a chiamare suo marito. Non dunque lei era una qualunque vilissima amante, che spera solo nel brutale trionfo della sua bellezza, per affascinare un minuto il suo volubile signore? Egli venne. Era ancora in abito da casa. E sua moglie gli piacque subito.

– Stai benissimodisse.

Le prese le mani, le baciò: poi le baciò il bel braccio nudo, che usciva dai veli azzurri; e infine, la baciò sulle labbra. Ella ebbe un lungo fremito e abbassò il capo.

– Ci vedremo – egli disse, in forma di promessa, per consolarla – e torneremo insiemesoggiunse confortandola come un'amante tradita a cui si riaccorda, per bontà d'animo il favore di un convegno.

Ella accettò, poichè doveva accettare tutto da lui. Uscì, senza aver salutato Laura, che si era ritirata nelle sue stanze, e andò a prender la zia Sibilia, che abitava adesso nella loro antica casa di via Gerolomini, dove ella aveva tanto amato e tanto sofferto. La zia era pronta. Andarono al teatro. Ma per Toledo, trovarono una quantità di carrozze che tornavano indietro; le due donne non ne intesero la ragione che sotto il portico del San Carlo, dove un cartellino rosso era attaccato sul cartellone bianco. Per una indisposizione improvvisa della prima donna, non vi era più spettacolo quella sera al San Carlo: per l'ora tarda, era stato impossibile apprestarne un altro. Così, piccoli coupé che racchiudevano un marito e una moglie che probabilmente non avevano scambiata una parola durante il tragitto, o grandi landaux di famiglia, dove due genitori si trascinavano dietro tre o quattro figliuoli, o carrozzelle da nolo, tutti gli equipaggi, dopo essere stati fermi un pochino, tornavano indietro, lentamente. E nelle carrozze, tutto, era un malumore subitaneo, manifestato col broncio taciturno delle ragazze, colla nervosità delle giovani spose, coi sospiri delle madri; ed erano mille cose guastate, mille progetti andati a male, un dispetto, un rancore, una collera di tutti coloro che avevano perduto un trionfo della vanità, dell'amore, per quella serata perduta. Anche Anna ebbe un vivacissimo moto di dispetto, piegandosi fuori del coupé, a leggere il cartellino rosso origine di tante delusioni; e quando si vide innanzi allo sportello, Luigi Caracciolo che aspettava , sicuro che ella sarebbe arrivata, si tirò indietro, quasi non volesse salutarlo.

Marchesa mia, avete una nipote veramente ferocediss'egli, scherzando, baciando la mano guantata della vecchia, appoggiata allo sportello. E salutò Anna, con tale sguardo che diceva, sempre, l'eterna idea:

Rammentatevi: vi aspetto: ogni giorno.

Ella crollò il capo, nell'ombra. Era tristissima per la sua serata perduta, mentre sarebbe stata sola in palco con Cesare, sola con lui, certamente, nel coupé, sola con lui, a casa, e tutto questo svaniva, e il suo bel vestito azzurro era perfettamente inutile! Malinconicamente, domandò a sua zia che cosa volesse fare: e costei la pregò di riaccompagnarla a casa; era una serata perduta, non voleva più andare in nessun posto.

– E tu che fai? – aveva chiesto, a sua volta, la zia Sibilia.

– Niente, vado a casa – aveva tristamente risposto Anna, stringendosi nel suo gran mantello di velluto azzurro zaffiro, foderato di una pelliccia bianca morbidissima.

Pure, aveva una certa speranza di trovare a casa Cesare, di passare almeno mezz'ora con lui prima che uscisse. Egli mettea molto tempo a vestirsi: e non aveva costume di affrettarsi, neppure quando gli urgeva un appuntamento. Forse, lo avrebbe trovato ancora in camera sua, dietro ad annodarsi la cravatta bianca, dietro a mettersi la gardenia all'occhiello, con molta attenzione. Bisognava far presto. Difatti, il coupé filò rapidamente dal San Carlo, un'altra volta al largo di Gerolomini: ella si licenziò in fretta da sua zia e disse al cocchiere di tornare immediatamente a casa. Ma per quanto filasse la lieve piccola carrozza, era passata quasi un'ora da che Anna era uscita di casa: e tornando ella chiese subito al portiere se il signore era già uscito. No, non era uscito. E vedendo che il portiere metteva la mano al cordone della campana, per suonare un colpo, ella, istintivamente, gli disse di non suonare. Voleva fare una sorpresa a suo marito. Difatti, ella si mise un dito sulle labbra, sorridendo, quando apparve innanzi alla cameriera stupefatta, e attraversò la casa senza far rumore, arrivando sino alla porta della stanza di Cesare, a quella porta dove egli sempre entrava, non a quella che era in comunicazione col corridoio della camera di Anna. Questa porta, innanzi alla quale ella si fermò, era chiusa con la maniglia, non con la chiave: ella la schiuse, pianissimamente, sempre con l'intenzione di fare una lieta sorpresa a suo marito. Ma dopo aver aperto il battente, si trovò ancora in penombra, poichè, Cesare, di dentro, aveva abbassato le due portiere di pesante velluto oliva. Una forza interiore, improvvisa, impedì ad Anna di sollevare la portiera e di farsi vedere: ed ella restò dentro, perfettamente nascosta, all'oscuro, ma vedendo benissimo, dalla linea di apertura delle portiere, tutta la stanza di Cesare illuminata, udendo tutto quello che vi diceva e non respirando più, per non farsi udire. Cesare era già vestito, in marsina, con l'inappuntabile panciotto bianco, la catenina dell'orologio che andava dalla taschina del panciotto alla tasca dei calzoni, con una bellissima gardenia di un bianco avorio all'occhiello, coi bei mustacchi neri arricciati e la sua aria profondamente soddisfatta. Egli era seduto in uno dei suoi grandi seggioloni di cuoio, appoggiando la bella testa alla spalliera bruna, e il pallore del suo volto consumato spiccava in un modo seducente. Egli non era solo.

Laura, tutta vestita di quella morbidissima lana bianca, che pareva appositamente tessuta pel suo corpo molle e flessuoso, con un fascetto di rose bianche d'inverno, passato nella larga cintura di amoerro che le girava due volte, senza costringerlo, intorno al bel busto, coi biondi capelli avvolti artisticamente intorno al pettine di tartaruga, e formanti quel nimbo d'oro alla fronte e alle tempie, che era la gloria della sua beltà muliebre, Laura, era nella stanza di Cesare. Ella non era seduta in una di quelle poltrone di velluto oliva, sparse qua e ; su qualche sgabello di legno scolpito, di cui la camera era provvista; sul seggiolone di cuoio, dirimpetto a Cesare; sull'altro seggiolone di cuoio, accanto a Cesare; ell'era seduta, alla meglio, sul bracciuolo del seggiolone, dove Cesare era sdraiato: seduta di fianco, alla birichina, e un piedino appariva, calzato da una scarpetta nera tutta ricamata di perline e da una calza di seta nera traforata, un piedino irrequieto, che dondolava.

Un suo braccio era allungato sulla spalliera del seggiolone di Cesare: ed ella, stando più in alto, s'inchinava a parlare sul volto di Cesare, sorridendo, con un sorriso profondo, folle, mai visto su quel purissimo e rosso arco delle labbra. Cesare col viso levato la guardava, e ogni tanto le prendeva la mano abbandonata lungo la persona, e la baciava, la baciava con una lentezza, con una lentezza, mentre la bellissima creatura impallidiva di emozione. Quando Cesare baciava la mano di Laura, ella taceva: e dopo, tacevano ambedue, non melanconici o pensosi, ma come se assaporassero intimamente quel silenzio, quella solitudine, quella libertà, quella amorosa compagnia, quel bacio che veniva dopo tanti altri, e che precedeva tanti altri. Giusto, Anna era capitata dietro alla tenda, in un momento in cui le labbra di Cesare si posavano delicatamente, lungamente sulla mano di Laura; mentre quei due si guardavano negli occhi, presi, vinti, nel gran mutismo delle ore sublimi. E Anna non sentiva, in quel silenzio, che il battito tumultuoso del suo cuore: un battito che saliva, tumultuoso, sino sotto la gola, tumultuoso, tumultuoso.

Ma la mano bianca e fine di Laura era restata in quella di Cesare, mollemente abbandonata: poi, quasi non bastasse il contatto delle palme, quasi a chiudersi in modo stretto, indissolubile, le dita di Cesare, ad una ad una, si erano intrecciate alle dita di Laura. La fanciulla, che non distoglieva gli occhi da quelli di Cesare, in quel momento sorrise con un sorriso tutto languore, come se tutta la sua anima fosse in quella mano, unita per sempre alla mano di Cesare: un sorriso lungo, fatto del languore di un'anima vinta e domata, ma fatto anche di trionfo, per la presa di possesso dell'altra anima. Non dicevano nulla: ma la loro istoria era in quelle persone amorosamente ravvicinate, era in quelle dita congiunte con la forza spirituale e nervosa che nulla potrà mai infrangere, era in quello sguardo lungo, che niente poteva distrarre, in cui la espressione si tramutava dall'uno all'altro polo dell'amore. Anna vedeva le persone ravvicinate, in quell'irresistibile necessità che ha l'amore di annullare lo spazio fra i due che si amano, vedeva le due mani vincolate, vedeva che, guardandosi, essi passavano dalla passione alla tenerezza, dalla voluttà spirituale all'affetto pietoso; lucidamente, in ogni suo particolare, ella aveva la riproduzione visiva ed implacabile di quella silenziosa scena d'amore. Ma era anche così forte il tumulto del suo sangue che batteva al cuore, alle tempia e ai polsi, era tale la vibrazione dei suoi nervi, che ella disse, fra :

Adesso sto sognando.

E immobilizzata, simile a coloro che fanno un orribile sogno, e la cui volontà non è abbastanza forte per destarsene, incapace di aprire la bocca per cacciare un suono, di levare una mano per ischiudere le tende, incapace di muovere un piede per avanzarsi, schiacciata e irrigidita sotto l'incubo, non le restava che l'acutissimo senso della visione, per cui ogni linea di quel gruppo, ogni sfumatura del volto di Cesare e di quello di Laura, le si ripercuotevano nel cervello, in una precisione tagliente, esagerata. Nel cuor suo spasimante, non discerneva che una preghiera muta, continua, infantile: non veder più quello che vedeva, liberarsi da quella scena, liberarsi da quel sogno. E tutti i suoi sforzi interiori di volontà, erano per poter chiudere i suoi occhi a quello spettacolo, per poter abbassare le palpebre schiuse e immobilizzate, per mettere un velo fitto fra e la sua visione. Preghiera inesaudita! Invincibilmente presi, i suoi occhi spalancati, ipnotizzati, dovevano vedere.

Adesso, Laura aveva preso dalla sua cintura di amoerro bianco, il fascetto di bianche rose invernali che vi era passato dentro, sempre guardando Cesare e sempre sorridendogli: due o tre volte, con uno scherzo d'amore, aveva battuto con le rose sulla spalla di Cesare. Poi aveva portato le rose alla faccia chinandosi sovra esse, volendo assorbire in una sola aspirazione tutto il loro sottile e delicato profumo, baciandole lungamente, volendo dar loro, in quel bacio, tutta la morbidezza e il profumo delle sue labbra di donna. E sorridendo, guardando Cesare con un'intensità amorosa profonda, gli aveva offerto le rose da baciare, ed egli aveva quasi ricercato con le labbra, il bacio lungo di Laura sulle rose. Dopo di che, Laura aveva ribaciate le rose, con un movimento convulso, arrovesciando la testa. Gli occhi di Cesare e di Laura avevano lampeggiato. Mentre per la seconda volta Cesare aveva baciato le bianche rose, la testolina bionda della fanciulla, affascinata, si era inchinata, inchinata, a baciare quei fiori, mentre Cesare li baciava. E lentamente, sulle rose invernali, bianche e fredde, ma dal profumo fine e inebriante, le labbra di Cesare e di Laura si erano congiunte insieme, in un bacio. Vicine erano le persone, congiunte e vincolate le due mani, vicine le teste, e le labbra unite, finalmente, in un bacio: e gli occhi che avevano lampeggiato di passione, erano adesso velati, morenti.

– Io, forse, sono pazzadisse fra Anna, udendo i colpi folli che le dava il sangue al cervello.

E nel dubbio della follia, credendo, volendo credere a una allucinazione della sua vista, inferma di pazze visioni, invocando la fine di quell'incubo mortale, ella desiderò che almeno una parola uscisse dalle bocche di Cesare e Laura, perchè fosse distratto il malefico incanto di quello spettacolo. Quelle due persone si guardavano, si muovevano, agivano, ma come in una fantasmagoria: non un suono usciva dalle loro labbra: forse erano degli spettri che si amavano e si baciavano, per farla morire. Poichè ella era colpita dalla grande stupefazione, poichè non poteva parlare, muoversi, per rompere il maleficio, poichè ella sentiva dilaniarsi le fibre, ad una ad una, poichè intendeva che, fra un minuto, non avrebbe resistito più a quello che vedeva, ella pregava, perchè parlassero, perchè quei fantasmi le dessero una prova della loro esistenza.

Signore, Signore, una parola! – ella diceva a Dio, nel suo cuore, mentre gli occhi stralunati non si toglievano da quel gruppo, mentre il senso dell'udito le si faceva più acuto, quasi per afferrare l'impercettibile rumore, che doveva darle l'ultima prova.

Ella udì, infatti, un profondo sospiro. Era uscito dal petto di Laura, dopo il bacio: e la fanciulla, bruscamente, era scivolata dal seggiolone, dove stava seduta, aveva sciolto la sua mano da quella di Cesare e aveva fatto qualche passo, allontanandosi, restando in piedi in mezzo alla stanza. Adesso era più vicina ad Anna: Anna la vedeva a dieci passi di distanza, perfettamente. Il volto di Laura era sconvolto. Una fiamma era salita ad abbruciarle le guance, i capelli erano arruffati, mentre nessuna mano era venuta a disordinarli ed ella, nervosamente, distrattamente, con un moto vago, inconscio della mano, li sollevava dietro le orecchie. Le labbra erano schiuse, stirate da un convulso sorriso che scovriva i denti candidissimi: e lo sguardo vagava, fiero e melanconico nello stesso tempo: l'altra mano stringeva il mazzolino delle rose bianche. Cesare vedendo allontanarsi Laura, non aveva fatto nessun gesto per trattenerla, non l'aveva seguita, non si era levato neppure. Ma veramente, anche lui, inchiodato nel suo seggiolone, era turbatissimo, nel suo pallore crescente, nello sguardo diventato un po' duro, nel nervoso modo con cui arricciava il suo mustacchio: due o tre volte, quasi volesse soffocare la sua collera, si morsicò le labbra. Egli fissava Laura, di lontano, richiamandola a imperiosamente. Ella fece ancora qualche passo, esitando, vacillando, incerta, affascinata. Nella sua allucinazione, Anna avrebbe voluto, se avesse potuto parlare, muoversi, dare a Laura la forza di togliersi da quel fascino della passione, liberarla, e liberar da quella magìa.

Dio, Dio, dàlle la forza, dammi la forza... – pregò ancora Anna, nel suo sogno, nella sua follìa.

Ma Laura non ebbe la forza di andar via. Una contrazione dolorosa le stirò le braccia, quasi ella facesse uno sforzo per vincere un inesorabile impulso: subito dopo, le linee del bellissimo e chiaro volto si distesero e si ammollirono: la passione trasformò nuovamente, con la sua fiamma, quel candore, quella purità. Ella tornò verso Cesare, guardandolo, sorridendogli: giunta proprio innanzi a lui ella gli scivolò ai piedi, levando la testa, tendendogli le mani, adorandolo. Ed allora Cesare, i cui occhi si erano velati di lacrime, vedendola ritornare, baciò quelle labbra, in una furia di baci. E Anna, che non aveva mai visto gli aridi e freddi occhi di quell'uomo bagnati dalle lacrime, sotto la tortura di una novella emozione, in quel vorticoso turbine che era diventato il suo cervello, disse fra :

Cesare non sa piangere; questi sono spettri: e io sono pazza.

Ma mentre un orribile calore le saliva dal cuore alla testa, e la faceva vacillare come nel massimo grado di temperatura febbrile, mentre ella diceva ancora che quella era follia, a un tratto, un freddo brivido le percorse il corpo, ne calmò il sangue e ne ricompose la mente. Ella aveva udito. Quegli spettri avevano parlato: parlavano. Erano un uomo e una donna, non due vane ombre. Erano suo marito Cesare e sua sorella Laura. Parlavano. Laura si era sciolta da quei baci furiosi di Cesare, si era rialzata e stava ritta innanzi a lui, mentre Cesare, sempre seduto, le teneva le due mani: si guardavano, si sorridevano:

– Mi vuoi bene? – aveva chiesto Cesare.

– Ti voglio bene – aveva risposto Laura.

– Quanto me ne vuoi?

– Tanto, tanto.

– Ma quanto?

– Tutto.

– E per quanto tempo me ne vorrai, Laura?

– Per sempre.

Adesso Anna tremava di freddo: tutte le sue facoltà, da quelle voci, da quelle parole, erano rientrate nel loro assetto: la realtà la faceva tremare: ella non si credeva più pazza, non pensava più che quella fosse una visione. Batteva i denti, nel suo abito scollacciato, nude le spalle, nude le braccia; batteva i denti malgrado il gran mantello di velluto azzurro zaffiro, foderato di una molle e calda pelliccia. Non aveva che un freddo atroce, quasi ogni sorgente di calore, di vitalità si fosse allontanata per sempre dal suo organismo: non osava fare un gesto, per rialzarsi sulle spalle la pelliccia cadente: e un terrore la prendeva di essere scoperta come se ella fosse in peccato. E il tempo le parve così interminabile, lungo, che era forse un secolo, da che ella spiava suo marito e sua sorella, che si baciavano. E nel suo tremore, in cui i denti le battevano, nel suo terrore della catastrofe in cui si aggirava, vacillando, agonizzando, da pochi minuti, ella ebbe il primo, il più alto, il più forte senso che colpisca gl'infinitamente sventurati: l'insopportabilità della sventura. Non poteva sopportare quel fatto, non poteva sopportarlo. Ma di nuovo, mentre ella si portava il grande ventaglio di piume azzurre alla bocca, per soffocare le sue grida di ribellione, le sue maledizioni a Dio, all'amore, al tradimento, ai traditori, ella udì parlare, di nuovo. Era Laura questa volta che, allontanandosi da Cesare, un poco, graziosamente, amorosamente, sempre guardandolo, sempre sorridendogli, gli domandava:

– Mi vuoi bene?

– Sì: ti voglio bene.

– Quanto me ne vuoi?

– Quanto è in me, Laura.

– Da quanto tempo?

– Da... sempre.

– E per quanto tempo?

– Per sempre.

Insopportabile, insopportabile. Una collera impetuosa, adesso, prendeva Anna, di entrare come una furia, in quella stanza, strappando la tenda, gridando, urlando per la insopportabilità di quel fatto. Ma Cesare, pian piano, aveva detto a Laura, con una voce velata di emozione:

Vattene via.

Perchè, amore?

Vattene, vattene; è tardi; debbo andare.

– Ah cattivo amore, cattivo.

– Non dirmi questo, non guardarmi così, vattene, Laura.

E amorosamente, con la forza dell'uomo che conosce la misura della propria forza, egli si era rialzato, e avendo passato un braccio attorno alla cintura di Laura, la conduceva verso la porta, per farla andar via. Ella si faceva portare un poco, riluttante, appoggiando la testa alla sua spalla, guardandolo di sotto in su, così teneramente, che la espressione fiera e dura, che era forse quella della passione repressa, riapparve sulla faccia di Cesare. Sulla porta essi si baciarono di nuovo, sulle labbra, e malgrado la distanza, Anna udì chiaramente le loro voci:

Addio, amoredisse Laura.

Addio, amoredisse Cesare.

La fanciulla, abbassando il capo, uscì. Anna vide ritornare Cesare verso la scrivania: egli era così disfatto che pareva morente. Pure, con la consueta presenza di spirito, egli prese una sigaretta e l'accese: si guardò intorno, stralunato, quasi non sapesse più dove si trovasse.

Allora Anna, rattenendo il respiro, senza lasciare il suo strascico che aveva tenuto rialzato tutto il tempo, indietreggiò, passò da quel vano di porta nel salotto attiguo, attraversò la stanza da fumare, si trovò nel salone, e di , sempre senza aver trovato nessuno, si precipitò in camera sua, richiudendone la porta alle sue spalle. Aveva fatto tutto questo con rapidità, senza un minuto d'incertezza, con l'istinto animalesco della povera bestia già ferita, che sente ancora il cacciatore dietro a , e che vuol morire in pace, nella sua tana. In camera sua avrebbe voluto gridare, tanto le stringeva il petto la soffocazione, tanto la insopportabile scena del tradimento la schiacciava e la esaltava. Ella aveva lasciato cadere ai suoi piedi il gran mantello azzurro, dalla forma regale, e si strappava dal collo il filo delle perle, buttava tutto intorno a , morendo di sdegno e di dolore, con un impeto cieco di distruzione. La cameriera venne a bussare alla porta, chiedendole se volesse essere aiutata. La rimandò, senz'aprire. Ma mentre ella strappava il cordoncino azzurro che stringeva il busto di broccato azzurro, ella udì bussare, di nuovo.

Anna, Annadisse la voce di Cesare, tranquilla.

– Che vuoi? – ella rispose, subito, appoggiandosi a una sedia, per non cadere: la voce era sorda.

– Non vi era spettacolo? O ti sei sentita male? – chiese lui senz'avvertire nulla.

– Non vi era spettacolo – ella soggiunse, chiudendo gli occhi, quasi svenendo.

– Quando sei tornata, adesso? – e invero, una lievissima esitanza si notava nella domanda.

– ... adessomentì ella, arrossendo anche di questa menzogna, ella che era innocente.

– E Vostra Altezza non è visibile? Io ossequierei volentieri l’Altezza vostra – disse lui con quella voce seduttrice, a cui ella non aveva mai resistito.

Ma tale un ribrezzo l'assalse, che ella strappò coi denti un nastro annodato del vestito, per non gridargli il suo tradimento, per non rinfacciargli l'atroce domanda che adesso le faceva.

– No – rispose con voce soffocata.

Addio, amore – gli disse graziosamente, attraverso la porta, per salutare.

– Ah infame, infame! – gridò ella, furente, slanciandosi verso la porta.

Ma egli si era già allontanato e non udì.

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Era tardi quando Anna si levò dal letto di dolore, nel cui bianco origliere ella aveva soffocato, mordendolo, i gridi della sua collera e i singhiozzi della sua disperazione. Tremava di freddo, malgrado la gran coperta di piume che si era tirata addosso, in una delle convulsioni, in cui la sua carne e il suo spirito si ribellavano furiosamente nell'insopportabile fatto, visto e udito: era quel tremore che l'aveva vinta, dietro la tenda, quando il sogno fatale le era apparso, diventato una realtà fatale: un tremore che aveva, ormai, nelle ossa e nei nervi, e che nessuna fiammata di caminetto, nessuna pelliccia calda e profumata, e neanche il meridiano sole di agosto sarebbe mai giunto a vincere: un tremore sottile e interiore che ogni tanto, crescendo, le faceva battere i denti. Scendendo dal letto, si guardò intorno: nella sua stanza regnava un gran disordine; il disordine delle ore tragiche in cui tutte le cose assumono, quasi per influsso di simpatia, l'aspetto dell'irrefrenabile sentimento che anima le persone. Il lieve ventaglio di piume azzurre, buttato sopra una poltrona, si era schiuso, pendeva sino a terra, col gran fiocco di nastro azzurro che trascinava sul tappeto; il mantello regale, quello che parea destinato a coprire le belle e orgogliose spalle di una donna felice, formava un mucchio di velluto e di pelliccia per terra; il corsetto del vestito di broccato azzurro, strappato, coi veli laceri, giaceva sul letto aperto con quella linea disperata di vestiti smessi, che pare rimpiangano la persona assente: per terra i lunghi guanti, vuoti, quasi fossero stati tolti alle braccia di una morta: e sul tavolino, sulle mensole, lanciate alla rinfusa, le stelle di brillanti che avevano adornato la testa e il petto di Anna Dias in quella serata: lanciato via il filo di perle, che si era strappato violentemente dal collo: sull'origliere un mucchietto bianco, il fazzoletto di batista e merletti, tutto molle di lacrime. Ella crollò il capo, vedendo quella gran miseria di cose che, malgrado la loro beltà e la loro