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II.
Quando suonarono le cinque, dalla
parrocchia di Santa Maria dell'Aiuto cominciò uno scampanìo, per il vespro che
vi si diceva ogni mercoledì e ogni sabato, in onore della Vergine. Ma gli
abitanti della piazzetta, dei Banchi Nuovi, di Donnalbina, di Santa Barbara,
vicoli e vicoletti, piazzette e piazzettine, non se ne dettero neppure per
intesi. Sapevano bene che il vespro suona tre volte, alla distanza di un'ora,
per chiamare fedeli alla chiesa: e il vespro del sabato era sempre meno
affollato, per qualche misteriosa ragione che dava molto da pensare al parroco.
Invece del movimento solito, una gran pace regnava nella piazza da cui il sole
si ritirava: ogni tanto essa era attraversata da una carrozzella lenta,
vuota, col cocchiere sonnecchiante già nel pomeriggio estivo. Dopo che la
campana del vespro tacque, un venditore ambulante attraversò la piazza, si
fermò nel centro, espose la sua mercanzia e ne gridò il nome. Vendeva rose:
rose di maggio. E non era un grido, era un canto, un lunghissimo canto
malinconico e voluttuoso, come sazio di profumi. Diceva soltanto che le rose
erano belle, che erano belle le rose: niente altro, ma con tanta voluttà,
che pareva uno struggimento di mestizia e di passione soddisfatta. Ma nessuno
apparve alle finestre, le cui gelosie erano ancora sbarrate contro il sole, o
di cui erano solamente chiusi gli scuretti: nessuno apparve sulle porte dello
botteghe socchiuse contro il caldo estivo. Al portone dei Jaquinangelo mancava
Rosa, la portinaia, e sulla sedia ove era solita sedere pacificamente, accanto
a una calzetta di cotone azzurro, incominciata da poco, dormiva un piccolo
gatto bigio. Anche il portone dei Ricciardi era deserto: e mancava finanche la
sedia dove Gelsomina, la creatura bella dagli occhioni bigi e dai capelli
biondi, faceva la guardia, lavorando alacremente alle sue stelle di
cotone bianco, per le coperte delle giovani spose. Un sol minuto, Federico, il
giovane del parrucchiere Rigillo, era comparso sulla soglia della bottega: e
aveva spruzzato lungamente l'acqua di una catinella, innanzi alla soglia, per
innaffiare l'arido selciato. Alle quattro e mezzo, zì Domenico lo sciancato
aveva rassettate le sue spazzole e il suo lustro dentro la cassetta da
lustrare, l'aveva alzata penosamente, mettendosela a tracolla, e lentamente,
come glielo permettevano le sue gambe ricurve di sciancato, si era avviato su,
per Banchi Nuovi e per San Giovanni Maggiore. Così la piazza era restata
completamente deserta, nel pomeriggio di maggio. Per tre volte, in quel
silenzio, in quella solitudine, il venditore di rose cantò la sua malinconica
canzone, levando il capo alle finestre, tenendo le rose in due ceste, ai suoi
piedi, dicendo quanto erano belle le rose; ma nessuno avendo risposto
all'invito, quietamente egli aveva rialzato il suo carico, e se ne era andato
pel vicolo di Donnalbina, dondolandosi un poco.
Nel palazzo Jaquinangelo, alle cinque, vi
era un gran silenzio. Il viavai di Mariangela, la cameriera della marchesa di
Casamarte, ora stato fittissimo, nella mattinata: ella richiudeva pian piano la
porta, come se non avesse voluto farsi sentire e scappava per le scale, come
una freccia, scantonando ora da una parte ora da un'altra, col cappello messo
di traverso sulla testa, con una ciera di mistero e di affaccendamento. Poi,
verso le due, dalla porta socchiusa sulle scale, era venuto un gran rumore di
voci femminili e maschili, che litigavano: e improvvisamente, da una mano irata
la porta era stata chiusa con violenza, forse per non far sentire più le voci:
e difatti era susseguito un silenzio sepolcrale, mai più turbato, al primo
piano del palazzo Jaquinangelo. Al secondo, dove abitava il giudice
Scognamiglio, affittando la metà del suo appartamento a un'agenzia di
commissioni, che non faceva mai nessun affare, non si era udito, come non si
udiva mai, nessun rumore.
Le ragazze Scognamiglio erano così
vergognose della inutile vita di lavoro che facevano, della profonda e decente
miseria che subivano, senza mormorare, che vivevano come talpe, piene di
sospetti, piene di diffidenza, domandando tre volte chi era, prima di aprire la
porta, schiudendola appena, quando si decidevano ad aprirla, come se stessero
alla custodia di un tesoro. Nessuno entrava in casa loro, mai: ed esse non
uscivano mai, facendo la spesa di casa sul pianerottolo, alle sei del mattino,
quando tutti dormivano. E malgrado fossero le cinque e si avvicinasse l'ora in
cui il piccolo giudice gobbo Scognamiglio ritornava dal tribunale, non il più
piccolo odore di pranzo usciva dall'appartamento, chiuso ermeticamente. Al
terzo piano, dove abitavano donna Luisa Jaquinangelo e la signora chiamata
francese, vi era stato movimento fino alle tre, poichè donna Luisa, con una
quantità di buone intenzioni o di ragioni affettuose, non aveva cessato un
minuto di seccare suo marito, i suoi figli, Pietro il servitore e Concettella
la cuoca: ma alle tre, infine, dopo pranzo, si era messa a letto per dormire,
non mancando di avvertire che la svegliassero alle quattro, perchè aveva molto
da fare. Non aveva nulla da fare, o, come tutti i giorni alle quattro, dopo
aver detto va bene, si sarebbe riaddormentata subito: tanto, era per dar
fastidio alle sue persone di casa, che alle quattro dovevano chiamarla
inutilmente, Dalla parte della signora francese, grande tranquillità, poichè vi
era in casa soltanto Tommasina, la serva: salvo che questa era uscita e
rientrata due o tre volte, trascinandosi, sempre più stanca, mormorando contro
sè stessa, poichè perdeva la memoria, e per un soldo di prezzemolo le toccava
ridiscendere. E mentre sopra un fornellino bolliva il sugo di pomodoro pei
maccheroni, sopra un altro, insieme a della pasta di ogni qualità, misura e
forma, chiamata monnezzaglia, poichè è il rimasuglio dei grandi cassoni
di pasta della Costa, insieme a questa pasta bollivano dei grossi fagiuoli,
conditi con acqua, lardo, pepe e prezzemolo: e un mezzo popone giaceva aperto
sul tavolino scuro della cucinetta. Quella minestra e quel popone erano il
pranzo di Tommasina e di suo marito Francesco, che era guardia di pubblica
sicurezza. Difatti, verso l'una, fu bussato alla porta con la mano ed ella andò
ad aprire. Francesco era in divisa, inappuntabile col berretto un po' abbassato
sugli occhi.
— Entra — disse lei, vedendolo esitante.
Egli aveva quel fare d'importanza grave,
pieno di precauzione, delle guardie: e camminava piano, senza far rumore. Era
un giovanotto atticciato, assai rosso di viso, con un naso sottile e adunco che
gli guastava la fisionomia: un contadino di Terra di Lavoro che non aveva più
voluto ritornare alla zappa, dopo aver fatto il soldato, innamorato della
divisa, qualunque ella fosse, abituato a portare il berretto di traverso,
abituato alle lunghe mormorazioni contro il rancio, contro la caserma, contro i
superiori. E nella cucina si cavò il berretto, cercando un posto pulito dove
riporlo: e mentre Tommasina riversava la minestra dal tegame, in un largo
piatto dove attingevano in due, avendovi anche unito delle grosse fette di
pane, egli si passò una mano fra i capelli e cominciò a narrarle quello che era
accaduto nella mattinata, a casa loro. Egli era rientrato alle sei e mezzo,
stanco morto, volendo dormire sino a mezzogiorno. Ma che! era venuta zì
Fortunata, quella che prestava denari e vendeva vestiti e biancheria, a
respiro, pagandosi ogni sabato, con una usura terribile che avvinghiava il
debitore e non gli lasciava più pace: aveva fatto una scena, e la domenica ne
sarebbe venuta a fare un'altra, in casa della signora, poichè da tre settimane
non aveva nulla.
— Perchè non hai lasciato niente, sul
cassettone, per zì Fortunata? — domandò Francesco, mangiando avidamente quelle
fette di pane bagnate nella minestra.
— Perchè non ne avevo — fece la moglie,
stringendosi nelle spalle, seccamente.
Il marito crollò il capo, come se volesse
dire che non era quella una buona ragione. Fingeva sempre, da persona
rispettabile, autorevole, da funzionario dello Stato, come egli diceva, di non
occuparsi della miseria famigliare: e mentre egli aveva sempre la mezza lira in
saccoccia per offrire un sigaro e un bicchiere a un amico, come vuole il
decoro, e i bottoni della sua giubba erano sempre a tempo rinnovati, lasciava
che sua moglie crepasse di fatica, incinta, mal vestita, malaticcia. Infine,
mentre beveva il vino di Marano, dal fiaschetto di vetro, le narrò che più
tardi era venuto il fratello di lei, Tommasina, il giovane muratore: era stato
colto dal tifo, il muratore, ed era rimasto venti giorni all'ospedale della
Conocchia: ora se ne tornava al paese poichè il mestiere del muratore non era
più per lui con quella debolezza nella testa con quei capogiri di cui soffriva.
E se ne andava al paese, a Giffoni Valle Piana: era venuto a salutare la
sorella.
— Beato lui — disse Tommasina — potessi
andarmene anche io!
— Libertà su tutta la linea — pronunziò
gravemente Francesco.
Ella lo guardò di traverso. Non gli
poteva perdonare l'inganno: l'aveva sposata solo alla chiesa, poichè le guardie
semplici non possono aver moglie, promettendole di dar le dimissioni, e di
mettere su qualche piccola industriola, con le sei, settecento lire di
economia, che aveva fatto Tommasina da zitella. Insieme avevano mangiato le
lire di economia, poi anche l'oro e poi la biancheria a dodici, a
dodici: egli era rimasto guardia di pubblica sicurezza, sempre borbottando
contro il servizio, sempre protestando che cercava qualche cosa di meglio, ma
attaccato alla tunica, al bottone, al berretto, alle passeggiate in due, col
passo cadenzato, pronunziando una parola ogni mezz'ora. E qualcuno, ogni tanto
glielo diceva, a Tommasina; che essendosi sposata solo alla chiesa, come tante
altre innocenti un giorno o l'altro Francesco l'avrebbe piantata.
— Ci hai una lira — disse Francesco,
levandosi su, e stringendosi il cinturino.
— No — fece la moglie dando una spallata.
— E che ne fai dei quattrini?
Quella lo guardò con tanta ira e con
tanto dolore, chiedendosi quasi come osasse parlare di quattrini, egli che non
portava niente a casa e voleva esser nutrito: miracolo se, ogni tanto, le
elargiva un paio di lire. Lo guardò soltanto: ma Francesco, con molta dignità,
fece il saluto militare, girò sui tacchi e se ne andò, mormorando che vi era
scirocco, in quel giorno. Andava a montar la guardia, lui, alle tre: sarebbe
tornato a casa alle undici. Se voleva qualche cosa, era di servizio innanzi San
Carlo.
Quando ella rimase sola, ebbe un minuto
di accasciamento: ma, umile com'era, ricominciò il suo lavoro, perchè fosse
pronto il pranzo alle padrone. Alle quattro tutto era pronto: ed ella,
abbattuta dalle scale, dai pesi che aveva portato, dalla fatica, si mise in un
angolo del salotto, sopra una sedia con le mani sotto il grembiule, dicendo il
rosario: e sonnecchiava, col capo sul petto presa da un gran torpore. Ma alle
cinque e un quarto, Carminiello, un monelluccio di otto anni, che facea da
mozzo di stalla al cocchiere della marchesa Casamarte, si partì, correndo, dal
palazzo Ricciardi, in piazza Madonna dell'Aiuto: e i suoi zoccoli di legno, che
portava per lavare la scuderia e le carrozze, risuonavano sul selciato. Dopo
dieci minuti che era scomparso dalla strada di San Giovanni Maggiore, era di
ritorno; piantato sull'angolo della piazza, col capo eretto, fra il gran
silenzio pomeridiano, strillò:
— È uscito dodici! — tre! — novanta! —
quarantadue! — ottantaquattro!
E allora un fermento, immediatamente,
parve nascesse nelle case, nei portoni, nelle botteghe, nei bassi. Donna
Sofia, la moglie del parrucchiere Rigillo, fu la prima a spalancare la finestra
e a gridare:
— Carminiè, che è uscito?
E il monello, ritto sugli zoccoli, un po'
rovesciato il torace, a gola gonfia, gridò:
— Dodici — tre — novanta — quarantadue —
ottantaquattro.
Ora tutte le case si animavano, tutte le
finestre si spalancavano, tutte le bottegaie comparivano sulle soglie delle
botteghe, tutte le portinaie, in sottana e giacchetta di mussola bianca, in
pianelle, ricomparivano ai portoni, curiose, coi pugni sui fianchi, con la
faccia in aria. E da un abbaino sopra il portone, Gelsomina Santoro,
tutt'arruffata ancora dal sonno, come un uccellino biondo che si desta gridò:
— Carminiè, di' un'altra volta che è
uscito all'estrazione?
Alla curiosità di tutti, all'emozione di
quella voce, Carminiello, che andava ogni sabato a prendere i numeri, dove si
estraevano, alla Rotonda, presso San Giovanni Maggiore, intese che quello era
un sabato eccezionale. E con pause sapienti, per la terza volta, disse
l'estrazione, gettandone le sillabe come altrettanti squilli di tromba.
— Dodici — tre — novanta — quarantadue —
ottantaquattro.
Vi fu come un silenzio universale: solo
una voce fioca, quella di Totonno il ciabattino, dalla sua botteguccia, domandò
al ragazzo:
— Carminiè, come è uscito, novanta?
— Terzo eletto — rispose quello, e, fatto
il suo dovere di pubblico banditore, se ne scappò nel palazzo Ricciardi, per
dare l'ultimo pugno di spugna alla carrozza aperta della marchesa di Casamarte.
In mezzo a quel silenzio la signora francese comparve all'angolo della via
Donnalbina, portandosi la figliola Caterina sotto il braccio. Erano stanche,
ambedue: la signora delle troppo lezioni date, in cui le si sciupava quel po'
il fiato che le restava, la figliuola stanca di star chiusa, per tanto ore,
nella stanza di una scuola, dove il suo troppo robusto temperamento si
deprimeva. Talchè la madre trascinava un po' il suo ombrellino assai mediocre,
di percallo: e la figliuola teneva libri, i quaderni, la scatoletta dei
compassi, disordinatamente, come se fossero lì lì per cadere, portava il
colletto bianco alla moschettiera, di traverso, e il cappello un po' indietro.
Assorte come erano, nella stanchezza e nel desiderio di tornare a casa, per
prender cibo, esse attraversarono la piazza in quel momento di universale
raccoglimento, dopo l'annunzio dell'estrazione, senza accorgersi di nulla: e
salirono faticosamente le scale, pronunziando qualche breve parola, bussando
più volte, col manico dell'ombrellino, alla porta di casa, poichè Tommasina,
immersa in un profondo torpore, non sentiva. Ella veniva ad aprire un po'
confusa, avendo lasciato di dire il rosario, quasi non riconoscendo le padrone,
pel sonno che annebbiava ancora la sua vista. Ma in due minuti, tutto fu
pronto: e silenziosamente, le due donne si misero a mangiare, sulla tavola
rotonda del così detto salotto. Parlavano pochissimo: poichè la fanciulla aveva
sempre un solidissimo appetito e mangiava presto presto e assai: la madre, ogni
tanto, si fermava, guardandola mangiare, intenerita. Tutta piena ancora di
sonno, Tommasina serviva in tavola, facendo presto a sciacquare le forchette in
cucina, perchè fossero sempre pulite, avendo messo in tavola due bicchieri pel
vino e uno solo per l'acqua. Ma la signora, tenendo con la mano esile e bianca
il bicchiere, guardava il vino e non beveva: quel Marano un po' aspro le
stizziva la tosse. Si udiva, è vero, nel palazzo Jaquinangelo un gran rumore di
porte che si aprivano e si chiudevano: si udiva, nella piazza, un gran vocio,
ma le due donne erano abituate al grande chiasso napoletano, e non vi ponevano
mente. Avevano finito di pranzare e parlavano fra loro, adesso; la madre
raccontando alla figliuola gli episodii scolastici dello lezioni che dava, le
bizze delle scolare, i capricci delle madri, le insolenze dei servitori: la
figliuola raccontando alla madre l'umor burbero del professore di aritmetica,
l'umor mellifluo, ma cattivo, del professore di letteratura. E una nota
costante di allegrezza dominava nella parola della fanciulla, l'idea del luglio
che si approssimava e delle vacanze che avrebbe avute: poter levarsi tardi,
ogni mattina, non leggere che romanzi, poter andare ogni sera alla Villa. E mentre
si facea promettere che la madre l'avrebbe condotta alla Villa ogni sera non
vedeva che la signora impallidiva, ogni volta che si nominava il luglio: poichè
le vacanze estive le portavano via cinque o sei delle dieci o dodici lezioni
che formavano tutta la sua piccola rendita, poichè l'estate, con la sua gran
miseria dei poveri, era realmente il suo tormento maggiore. L'inverno, è vero,
era dannoso per il suo petto ammalato: ma si guadagnavan denari. Ah l'estate,
l'estate solo era crudele, con la sua povertà. Chissà come avrebbero scampato
quest'altro? La signora chinava il capo, pensando.
— Signora avete tre soldi? — domandò
Tommasina.
— Debbo andar a prendere il caffè, mi
manca...
— Eccoli — disse la signora, cavandoli
penosamente di tasca.
Tommasina si tirò la porta dietro. Ma
dopo tre o quattro minuti si bussò.
— Chi è? — domandò la fanciulla.
— Sono io, Concettella.
E la serva di Donna Luisa Jaquinangelo
entrò, chiudendosi la porta dietro.
— La signora mia vi manda a fare tanti
saluti e vi ringrazia del regalo che le avete fatto stamattina, per mezzo di
Tommasina.
— Io? — fece la signora trasognata.
Vorrebbe sapere, poi, se è lecito, quanto avete vinto e se la somma è forte,
vuol sapere se rimanete ad abitare in questa casa. Se ve ne andate, lei deve
mettere subito il si loca, perchè ora è ancora tempo buono di affitto.
La madre o la figlia si guardavano
meravigliate.
— Concettina, spiegati meglio, perchè
mamma non ti capisce.
— Si tratta del terno di stamattina,
quello che Tommasina ha trovato sotto il vostro cuscino, e che ha dato anche a
noi.
— Ed è uscito? — domandò la signora
fattasi bianca come un cencio di bucato.
— Fate vedere che non lo sapete! — disse
ridendo Concettella.
— Veramente.. non lo sapevo… è uscito?
— Uno dopo l'altro, signora mia, una
bellezza, tutti e tre, sopra la tabella. Ora, se è lecito, vorrei sapere la
risposta, per la mia padrona, a proposito dell'appartamento.
— Dirai a Donna Luisa Jaquinangelo che io
non ho giuocato il biglietto e non ho vinto niente — disse la signora, con
molta dolcezza.
— Gesù — strillò Concettella. — Buona
sorte gettata a mare! E come, non l'avete giuocato?
— L'ho dimenticato, — continuò dolcemente
la signora.
— Come uno può scordare i numeri? —
chiese ingenuamente Concettella.
— Tutto accade — mormorò a bassa voce la
signora.
— E Tommasina non ci è? Neanche lei ha
giocato?
— È andata a comperare il caffè: ma
speriamo, povera diavola, che abbia giuocato e vinto qualche cosa di grosso —
soggiunse dolcemente la signora.
— Sicchè debbo dire che restate qua? Gli
è che Donna Luisa, ora che ha vinto il terno, vorrà disporre di tutto
l'appartamento...
— Quanto ha vinto? chiese con uno sforzo
la signora.
— Centomila lire.
— E tu?
— Duemila: non avevo altri soldi, da
giuocare.
— Bene — disse sempre più penosamente la
signora — dille che se le serve tutto l'appartamento, me lo faccia sapere, ce
ne andremo.
— Sissignore; Gesù dimenticarsi i numeri!
Io morirei, se mi accadesse una cosa di queste.
E si tirò la porta dietro. In quel
momento la figlia, che non aveva pronunziata neppure una parola, ma era pallida
e tremante, guardò la madre e la vide così scomposta di volto, così livida, che
diede in un grido, buttandole le braccia al collo
— Oh mamma, mamma...
Con la bocca sui capelli della figlia,
tenendone il capo stretto sul petto, la madre singhiozzava profondamente, senza
rumore, con un sussulto cupo, senza lagrime, scossa da tale un'emozione che
parea il cuore le si spezzasse. La fanciulla tentò un paio di volte di levare
il capo, soffocata da quell'abbraccio, ma ogni volta che lo tentava, le braccia
della madre la stringevano più forte, più forte, come se quella testa di figlia
sul suo petto di madre desolata le impedisse di esalare l'ultimo respiro.
Due volte bussarono alla porta. Le
braccia della madre s'indebolirono, si schiusero.
— Va ad aprire — disse alla figliuola, e
si voltò con la faccia verso l'ombra, per non farsi scorgere da chi entrava.
— Scusate, vi è Tommasina? — disse
Mariangela,
entrando.
— No: è andata a prendere il caffè — disse
a ragazza macchinalmente.
— Ah volevo salutarla... e darle una
cosa. Noi stasera partiamo, la marchesa, il marchese e il contino, per Parigi.
Chi lo avrebbe creduto un'ora fa? Mah! signore mie, tutto quel che succede, non
si può immaginare. Stamattina al Monte di Pietà: stasera partiamo col
vagone-letto.
— Anche voi, avete vinto? — domandò la
signora, dal suo angolo, con una voce tramutata.
— Già, si può proprio dire che ho vinto
io e non la marchesa. Portavo al Monte di Pietà quello spillone, quando Tommasina
mi ha dato i numeri: e mi frullavano per la testa, non potevo pensare ad altro.
Al Monte di Pietà, quanto ho dovuto aspettare! Di sabato tutti impegnano per
poter giuocare al lotto. E mi hanno dato assai poco, poichè come vedono la
folla di quelli che impegnano al Monte, diminuiscono la somma o ce ne restano
pochi per tutti. Come fare? Tornavo a casa con la metà di quello che serviva
alla marchesa: allora ho pensato d'impegnare anche la cartella del pegno o ho
avuto altre settanta lire: così ho levato venti lire per la signora e due per
me e le ho giocate. Quando la signora ha visto quei pochi quattrini, si è messa
a piangere: è venuto il marito e hanno fatto una lite terribile. Che cani
questi signori! Basta, quando è uscita l'estrazione, la signora stava col
contino e non si è potuta trattenere; è tanto buona, ha detto tutto, hanno
subito pensato di fare un viaggetto — e si è dovuto dire anche la cosa al
marchese, disgraziatamente, perchè lui è il padrone, e senza di lui non si
parte. Basta, scusate, se vi trattengo con chiacchiere ma ero venuta a portare
queste cento lire di regalo a Tommasina, settantacinque della mia padrona e
venticinque mie. Siamo gusti, se le merita. Glielo volete dare, quando viene?
— Quando viene col caffè gliele darò —
disse la fanciulla, come trasognata.
— Io vorrei sapere — continuò Mariangela,
andandosene — vorrei sapere come farà la marchesa a disimpegnare i suoi
brillanti. Ora che ha detto la vincita al marito e che quel briccone si
prenderà tutto, salvo a pagare la spesa del viaggio, come gli dirà che ha
impegnato tutto? Basta, non vorrei prendere di nuovo la strada del Monte, fra
poco buona sera, signore mie.
— Buonasera.
La figliuola andò a sedersi presso la
madre, stettero tacite per qualche tempo.
— Quanto ritarda Tommasina. — mormorò
Caterina,
— Tu vorresti il caffè, piccola? — chiese
la madre.
— No, non per il caffè: ma perchè
ritarda?
— L'avranno trattenuta in istrada a
parlare del terno.
— È vero.
Bussarono.
— Sarà lei — disse Caterina.
— No, ha la chiave.
E allora a fanciulla si decise ad aprire,
per la terza volta. Fuori la porta vi era Gelsomina Santoro, la portinaia del
palazzo Ricciardi, con un grosso involto sotto il braccio. Vedendo la fanciulla
indietreggiò, un po' intimidita.
— Scusate, cercavo di Tommasina — disse
arrossendo.
— Non l'avete vista? — chiese Caterina. —
È uscita da un'ora e mezza, per comprare certo caffè o non è più ritornata.
— Non l'ho vista, signorina mia, se no
non venivo a cercarla qui. Sarà passata, mentre io ero dentro la bottega del
mio innamorato, Federico. Ora lo sposo — soggiunse con una esplosione di gioia,
sempre restando fuori la porta.
— Per il terno, non vero? — disse dal suo
angolo la signora, dolcemente.
— Già per il terno. E pensare che z'i
Domenico lo sciancato, quello che lustra le scarpe, non voleva che lo
giocassimo, Federico e io! Zì Domenico ha il cervello stravolto, signore mie,
per i numeri. Ma già saranno stati quei cinque soldi che mi ha prestato Peppino
Ascione mio cugino: Peppino fa i santi, ed è un po' santarello anche lui. Ora
lui va a Pugliano, a curarsi la salute, e noi ci sposiamo. Sapete che non hanno
voluto darci i denari, al banco dei lotto, quando ci siamo andati, Federico e
io. Hanno detto che avevano pagato troppe vincite, che non avevano più denari,
che tornassimo lunedì. Che importa! Andremo lunedì, il Governo non se ne fugge.
Ma dove sarà Tommasina?
— Dove sarà? — ripetette la fanciulla.
Depose l'involto sopra una sedia presso
la porta.
— Di che si tratta? — domandò Caterina.
— È la coperta di stelle all'uncinetto,
che facevo per Nannina, l'ortolana, che si deve sposare. Ora, se la faccia da
sè, se la vuole: io ho da fare la mia. Ma a Tommasina che deve avere il
bambino, fra poco, le farà piacere. E poi, non avevo altro, oggi, poichè il
Governo non ci dà i denari che lunedì. Ditele che non aveva altro e che veda la
buona volontà, niente altro. Buona sera, signorie.
— Buona sera.
Ma nelle scale si udiva un parlottare: e
Caterina impaziente di veder tornare la serva, si affacciò alla ringhiera. Era
il giudice gobbo Scognamiglio, con tutta la sua figliuolanza, che andava a
passeggio: e avevano incontrato per le scale zì Domenico lo sciancato che
veniva su.
— Ebbene, avete vinto? — gli chiese il
giudice Scognamiglio, scherzando, egli che non scherzava mai in vita sua. —
Quanto avete vinto?
— Niente Eccellenza, niente: io sono
fedele alle mie idee, alle cose che dicono gli uomini di scienza, di
matematica, che sono illuminati da Dio.
— Eppure quel terno è uscito — disse
ridendo, il giudice Scognamiglio, che non rideva mai.
— Combinazioni, Eccellenza, combinazioni
— rispose filosoficamente lo sciancato, lasciando passare la bruttissima
famiglia e salendo al terzo piano.
— Volevo Tommasina — disse zì Domenico a
Caterina.
— L'aspettiamo da tanto tempo — disse
quella con accento desolato. — Sarà andata ad esigere il suo terno.
— Io non credo che l'abbia giocato —
disse misteriosamente lo sciancato.
— Perchè?
— Perchè chi sa cosi bene i numeri che
escono è un illuminato da Dio, e queste persone non giuocano.
— I numeri erano di mamma mia — mormorò
ingenuamente la ragazza.
— La quale, certo, non li ha giuocati —
ribattè trionfalmente lo sciancato — Vostra madre è uno spirito buono, serve
per far bene agli altri. Ditele che si ricordi di zì Domenico, sabato venturo.
Anche io sono cristiano e poveretto.
La fanciulla, un po' sgomenta, rientrò in
casa, chiuse la porta, mentre lo sciancato se ne andava vacillando.
— Quanta gente avrà vinto! — mormorò la
signora macchinalmente.
— Hanno vinto tutti, tutti — rispose la
fanciulla desolatamente.
Tacquero; annotava. Per le scale del
palazzo Jaquinangelo continuava l'aprire e il chiudere delle porte e il vocio e
il tramestio continuava nella piazza dell'Aiuto, in quella lieta serata di maggio,
che cominciava. Solo nel quartierino, al terzo piano, vi era un gran silenzio.
Macchinalmente, con le sue mani esili e bianche, la signora carezzava i capelli
folti di Caterina.
— Mamma, è scuro accendiamo il lume.
Andarono ambedue in cucina, presero il
piccolo lume a petrolio e lo portarono nel salotto: la tavola restava mezzo
sparecchiata; la signora, placidamente, raccolse i piatti sporchi, raccolse la
piccola tovaglia e portò tutto in cucina. Il lume acceso brillò in mezzo alla
tavola rotonda.
— Non devi imparare le lezioni? — chiese
la madre alla figlia, sedendosi sul divano di Genova.
— È domenica, domani.
— Ah, è domenica! — ripetette la signora
macchinalmente.
Di nuovo, silenzio grande. Ma un piccolo
mormorio, dalla cucina, cominciava a venire, indistinto, prima, come un
fruscio. Non vi posero mente, assorte ognuna in pensieri. Una chiave girò nella
toppa.
— Ah, ecco Tommasina! — gridò la
fanciulla. Non era Tommasina, era Francesco, guardia di pubblica sicurezza, in
tenuta, corretto, portando in mano un cartoccetto bianco. Si piantò, si cavò il
berretto, tirò la giubba, strinse il cinturino e disse dignitosamente:
— Buona sera a questi signori.
— Buona sera, Francesco. Che n'è di
Tommasina? — domandò quietamente la signora, mentre la fanciulla restava
estatica a guardarlo.
— Eccomi a servirvi. Io stava di guardia,
innanzi San Carlo, dopo aver mangiato un boccone, qui, poichè quello che ci dà
il Governo è una vera porcheria. Quando ho visto fermarsi certa gente
all'angolo dei Cavalli di bronzo e ho inteso qualche grido. Come è di dovere,
poichè appena vediamo quattro persone riunite, dobbiamo correre, sono accorso
col compagno, Garaguso. Che vedo, signora mia. Mia moglie per terra, coi dolori
del parto. Sono cose che innanzi a una signorina si possono dire, perchè sono
cose naturali. Tommasina strillava come un'anima dannata. Aveva saputo la
notizia del terno che aveva vinto, per la strada, dopo aver comprato tre soldi
di caffè come era suo dovere, e tutta sconquassata, era corsa verso San Carlo,
per darmi la gran notizia. Un poco per l'impressione, un poco per la corsa, un
poco perchè doveva venire il giorno, è stata afferrata dai dolori. Bene;
strillando, mi ha raccontato tutto. Ho dovuto metterla in una carrozzella che
ho requisita e portarla sulle braccia, per le scale: per fortuna, che data
questa combinazione di una donna partoriente per la via, ho potuto abbandonare
il posto.
—
L'avete portata a casa?
— Domando perdono, a casa chi poteva
assisterla? Io ho da fare il dover mio e sa il cielo che responsabilità abbiamo
sullo spalle L'ho portata all'ospedale.
— O povera Tommasina! — gridò Caterina.
….a pagamento! Là trova medici,
chirurghi, medicine, levatrici, brodo, anche i pannolini, per il ragazzo,
quando nasce. Quella dell'ospedale è un'idea, signori miei, che è falsa. Essa
non ci è andata scontenta. Strillava soltanto. Ma, già, tutte le femmine
strillano. Non le mancherà niente; non abbiamo esatto ancora i denari del
terno, ma ciò si farà lunedì.
— Quanto ha vinto? — chiese
premurosamente la signora.
— Poco — fece l'altro, con un moto
sprezzante delle labbra. — Ha giocato sei soldi millecinquecento lire. Signori
miei, la donna sempre donna è. Se essa, quando aveva trovato i numeri veniva da
me e mi raccontava il tutto, allora si poteva combinare insieme una giocata da
uomini e non da donne. Con millecinquecento lire, che si fa? Sempre nel corpo,
io ho da rimanere, perchè questa somma non serve a niente. E che se ne faceva
dei quattrini, Tommasina? Che ci volete fare la donna sempre donna è.
— E come sta, adesso? — soggiunse la
signora pietosamente.
— Per stare bene, non sta bene. È
gracile. È primo figlio. Bene non sta. Ma sta in buone mani. Pure, in mezzo
agli strilli, essa ha avuto testa di darmi questi tre soldi di caffè, che ho
portati qui e la chiave, obbediente alla consegna. Mi ha anche detto, che era
tanto contenta, tanto contenta, poichè la sua signora ha cambiato stato, che
anche sapendo di non essere più degna di servirla, per l'avvenire, pure le si
raccomandava, che le volessero bene, massime che stanotte le facessero qualche
preghiera, perchè si sentiva assai male. Che volete, signori miei, quando la
donna sta in quello stato, le pare sempre di morire. Anche sapendo di non dover
più tornare al servizio, poichè la signora, certo, tiene altri progetti, essa
si raccomanda di esser voluta bene.
Caterina era lì lì per gridare, per dire
che non avevano cambiato stato, che le volevano sempre bene a Tommasina; ma la
madre la fece tacere con un gesto immediato.
— Sta bene, Francesco, ditele che non si
commuova, noi le vogliamo sempre bene, qualunque sia lo stato. Voi quando la
vedete?
— Stasera, non è vero? — disse Caterina.
— Il regolamento non lo permette; bisogna
rispettare il regolamento. Domani. Speriamo.
— Speriamo, poveretta portatele queste
cento lire che le manda la marchesa di Casamarte o questa coperta a uncinetto
che lo manda Gelsomina Santoro: le faranno piacere. Io... non posso ancora far
nulla.. — soggiunse, esitando, voltando la faccia dall'altra parte.
— Non importa — fece Francesco, con atto
di dignitoso disinteresse, — si vedrà poi.
Andrò a trovarla, all'ospedale.
— Ed ecco il caffè — terminò Francesco
spingendo il cartoccetto. Buona sera a questi signori.
S'impettì, mise delicatamente il berretto
sulla zazzera, prese la carta da cento e la coperta e uscì.
Cosi, le donne rimasero solissime, nel
quartierino. In piedi, immobile, la ragazza pensava alla casa senza un soldo,
senza una serva, alla casa donde avrebbero dovuto andar via, forse fra poco. Confusamente
pensava a tutto questo, mentre la madre aveva incrociato le mani candide sulle
ginocchia e socchiudeva gli occhi come volesse dormire.
— Madre, madre — disse la fanciulla,
sedendosele accanto
— Che c'è, piccola?
— Dimmi una cosa.
— Che cosa?
— Hai proprio dimenticato, proprio
dimenticato di giocar quel biglietto?
— ... dimenticato — rispose fiocamente.
— Mamma, tu non dici mai la bugia, mai.
Hai dimenticato o non avevi denaro? La verità, mamma.
— ... non avevo denaro.
— Come, non avevi denaro? Non ti ho
chiesto una lira per i miei cartoncini di disegno e me l'hai data?
La madre non rispose.
— Non avevi che quella, mamma, di' la
verità, non avevi che quella e me l'hai data?
Nulla disse la mamma, non proferì parola,
non fece atto. Ma come uno straccio le cadde ai piedi, la figliola con le
braccia aperte, battendo la testa sulle ginocchia materne, gridando:
— Perdono, mamma, perdono, mamma!
E fiocamente la madre diceva:
— Piccola, piccola figlia…
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