Matilde Serao: Raccolta di opere
Matilde Serao
All'erta, sentinella!
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TERNO SECCO

II.

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II.

 

Quando suonarono le cinque, dalla parrocchia di Santa Maria dell'Aiuto cominciò uno scampanìo, per il vespro che vi si diceva ogni mercoledì e ogni sabato, in onore della Vergine. Ma gli abitanti della piazzetta, dei Banchi Nuovi, di Donnalbina, di Santa Barbara, vicoli e vicoletti, piazzette e piazzettine, non se ne dettero neppure per intesi. Sapevano bene che il vespro suona tre volte, alla distanza di un'ora, per chiamare fedeli alla chiesa: e il vespro del sabato era sempre meno affollato, per qualche misteriosa ragione che dava molto da pensare al parroco. Invece del movimento solito, una gran pace regnava nella piazza da cui il sole si ritirava: ogni tanto essa era attraversata da una carrozzella lenta, vuota, col cocchiere sonnecchiante già nel pomeriggio estivo. Dopo che la campana del vespro tacque, un venditore ambulante attraversò la piazza, si fermò nel centro, espose la sua mercanzia e ne gridò il nome. Vendeva rose: rose di maggio. E non era un grido, era un canto, un lunghissimo canto malinconico e voluttuoso, come sazio di profumi. Diceva soltanto che le rose erano belle, che erano belle le rose: niente altro, ma con tanta voluttà, che pareva uno struggimento di mestizia e di passione soddisfatta. Ma nessuno apparve alle finestre, le cui gelosie erano ancora sbarrate contro il sole, o di cui erano solamente chiusi gli scuretti: nessuno apparve sulle porte dello botteghe socchiuse contro il caldo estivo. Al portone dei Jaquinangelo mancava Rosa, la portinaia, e sulla sedia ove era solita sedere pacificamente, accanto a una calzetta di cotone azzurro, incominciata da poco, dormiva un piccolo gatto bigio. Anche il portone dei Ricciardi era deserto: e mancava finanche la sedia dove Gelsomina, la creatura bella dagli occhioni bigi e dai capelli biondi, faceva la guardia, lavorando alacremente alle sue stelle di cotone bianco, per le coperte delle giovani spose. Un sol minuto, Federico, il giovane del parrucchiere Rigillo, era comparso sulla soglia della bottega: e aveva spruzzato lungamente l'acqua di una catinella, innanzi alla soglia, per innaffiare l'arido selciato. Alle quattro e mezzo, Domenico lo sciancato aveva rassettate le sue spazzole e il suo lustro dentro la cassetta da lustrare, l'aveva alzata penosamente, mettendosela a tracolla, e lentamente, come glielo permettevano le sue gambe ricurve di sciancato, si era avviato su, per Banchi Nuovi e per San Giovanni Maggiore. Così la piazza era restata completamente deserta, nel pomeriggio di maggio. Per tre volte, in quel silenzio, in quella solitudine, il venditore di rose cantò la sua malinconica canzone, levando il capo alle finestre, tenendo le rose in due ceste, ai suoi piedi, dicendo quanto erano belle le rose; ma nessuno avendo risposto all'invito, quietamente egli aveva rialzato il suo carico, e se ne era andato pel vicolo di Donnalbina, dondolandosi un poco.

Nel palazzo Jaquinangelo, alle cinque, vi era un gran silenzio. Il viavai di Mariangela, la cameriera della marchesa di Casamarte, ora stato fittissimo, nella mattinata: ella richiudeva pian piano la porta, come se non avesse voluto farsi sentire e scappava per le scale, come una freccia, scantonando ora da una parte ora da un'altra, col cappello messo di traverso sulla testa, con una ciera di mistero e di affaccendamento. Poi, verso le due, dalla porta socchiusa sulle scale, era venuto un gran rumore di voci femminili e maschili, che litigavano: e improvvisamente, da una mano irata la porta era stata chiusa con violenza, forse per non far sentire più le voci: e difatti era susseguito un silenzio sepolcrale, mai più turbato, al primo piano del palazzo Jaquinangelo. Al secondo, dove abitava il giudice Scognamiglio, affittando la metà del suo appartamento a un'agenzia di commissioni, che non faceva mai nessun affare, non si era udito, come non si udiva mai, nessun rumore.

Le ragazze Scognamiglio erano così vergognose della inutile vita di lavoro che facevano, della profonda e decente miseria che subivano, senza mormorare, che vivevano come talpe, piene di sospetti, piene di diffidenza, domandando tre volte chi era, prima di aprire la porta, schiudendola appena, quando si decidevano ad aprirla, come se stessero alla custodia di un tesoro. Nessuno entrava in casa loro, mai: ed esse non uscivano mai, facendo la spesa di casa sul pianerottolo, alle sei del mattino, quando tutti dormivano. E malgrado fossero le cinque e si avvicinasse l'ora in cui il piccolo giudice gobbo Scognamiglio ritornava dal tribunale, non il più piccolo odore di pranzo usciva dall'appartamento, chiuso ermeticamente. Al terzo piano, dove abitavano donna Luisa Jaquinangelo e la signora chiamata francese, vi era stato movimento fino alle tre, poichè donna Luisa, con una quantità di buone intenzioni o di ragioni affettuose, non aveva cessato un minuto di seccare suo marito, i suoi figli, Pietro il servitore e Concettella la cuoca: ma alle tre, infine, dopo pranzo, si era messa a letto per dormire, non mancando di avvertire che la svegliassero alle quattro, perchè aveva molto da fare. Non aveva nulla da fare, o, come tutti i giorni alle quattro, dopo aver detto va bene, si sarebbe riaddormentata subito: tanto, era per dar fastidio alle sue persone di casa, che alle quattro dovevano chiamarla inutilmente, Dalla parte della signora francese, grande tranquillità, poichè vi era in casa soltanto Tommasina, la serva: salvo che questa era uscita e rientrata due o tre volte, trascinandosi, sempre più stanca, mormorando contro stessa, poichè perdeva la memoria, e per un soldo di prezzemolo le toccava ridiscendere. E mentre sopra un fornellino bolliva il sugo di pomodoro pei maccheroni, sopra un altro, insieme a della pasta di ogni qualità, misura e forma, chiamata monnezzaglia, poichè è il rimasuglio dei grandi cassoni di pasta della Costa, insieme a questa pasta bollivano dei grossi fagiuoli, conditi con acqua, lardo, pepe e prezzemolo: e un mezzo popone giaceva aperto sul tavolino scuro della cucinetta. Quella minestra e quel popone erano il pranzo di Tommasina e di suo marito Francesco, che era guardia di pubblica sicurezza. Difatti, verso l'una, fu bussato alla porta con la mano ed ella andò ad aprire. Francesco era in divisa, inappuntabile col berretto un po' abbassato sugli occhi.

Entradisse lei, vedendolo esitante.

Egli aveva quel fare d'importanza grave, pieno di precauzione, delle guardie: e camminava piano, senza far rumore. Era un giovanotto atticciato, assai rosso di viso, con un naso sottile e adunco che gli guastava la fisionomia: un contadino di Terra di Lavoro che non aveva più voluto ritornare alla zappa, dopo aver fatto il soldato, innamorato della divisa, qualunque ella fosse, abituato a portare il berretto di traverso, abituato alle lunghe mormorazioni contro il rancio, contro la caserma, contro i superiori. E nella cucina si cavò il berretto, cercando un posto pulito dove riporlo: e mentre Tommasina riversava la minestra dal tegame, in un largo piatto dove attingevano in due, avendovi anche unito delle grosse fette di pane, egli si passò una mano fra i capelli e cominciò a narrarle quello che era accaduto nella mattinata, a casa loro. Egli era rientrato alle sei e mezzo, stanco morto, volendo dormire sino a mezzogiorno. Ma che! era venuta Fortunata, quella che prestava denari e vendeva vestiti e biancheria, a respiro, pagandosi ogni sabato, con una usura terribile che avvinghiava il debitore e non gli lasciava più pace: aveva fatto una scena, e la domenica ne sarebbe venuta a fare un'altra, in casa della signora, poichè da tre settimane non aveva nulla.

Perchè non hai lasciato niente, sul cassettone, per Fortunata? — domandò Francesco, mangiando avidamente quelle fette di pane bagnate nella minestra.

Perchè non ne avevo — fece la moglie, stringendosi nelle spalle, seccamente.

Il marito crollò il capo, come se volesse dire che non era quella una buona ragione. Fingeva sempre, da persona rispettabile, autorevole, da funzionario dello Stato, come egli diceva, di non occuparsi della miseria famigliare: e mentre egli aveva sempre la mezza lira in saccoccia per offrire un sigaro e un bicchiere a un amico, come vuole il decoro, e i bottoni della sua giubba erano sempre a tempo rinnovati, lasciava che sua moglie crepasse di fatica, incinta, mal vestita, malaticcia. Infine, mentre beveva il vino di Marano, dal fiaschetto di vetro, le narrò che più tardi era venuto il fratello di lei, Tommasina, il giovane muratore: era stato colto dal tifo, il muratore, ed era rimasto venti giorni all'ospedale della Conocchia: ora se ne tornava al paese poichè il mestiere del muratore non era più per lui con quella debolezza nella testa con quei capogiri di cui soffriva. E se ne andava al paese, a Giffoni Valle Piana: era venuto a salutare la sorella.

Beato lui — disse Tommasina — potessi andarmene anche io!

Libertà su tutta la lineapronunziò gravemente Francesco.

Ella lo guardò di traverso. Non gli poteva perdonare l'inganno: l'aveva sposata solo alla chiesa, poichè le guardie semplici non possono aver moglie, promettendole di dar le dimissioni, e di mettere su qualche piccola industriola, con le sei, settecento lire di economia, che aveva fatto Tommasina da zitella. Insieme avevano mangiato le lire di economia, poi anche l'oro e poi la biancheria a dodici, a dodici: egli era rimasto guardia di pubblica sicurezza, sempre borbottando contro il servizio, sempre protestando che cercava qualche cosa di meglio, ma attaccato alla tunica, al bottone, al berretto, alle passeggiate in due, col passo cadenzato, pronunziando una parola ogni mezz'ora. E qualcuno, ogni tanto glielo diceva, a Tommasina; che essendosi sposata solo alla chiesa, come tante altre innocenti un giorno o l'altro Francesco l'avrebbe piantata.

— Ci hai una liradisse Francesco, levandosi su, e stringendosi il cinturino.

— No — fece la moglie dando una spallata.

— E che ne fai dei quattrini?

Quella lo guardò con tanta ira e con tanto dolore, chiedendosi quasi come osasse parlare di quattrini, egli che non portava niente a casa e voleva esser nutrito: miracolo se, ogni tanto, le elargiva un paio di lire. Lo guardò soltanto: ma Francesco, con molta dignità, fece il saluto militare, girò sui tacchi e se ne andò, mormorando che vi era scirocco, in quel giorno. Andava a montar la guardia, lui, alle tre: sarebbe tornato a casa alle undici. Se voleva qualche cosa, era di servizio innanzi San Carlo.

Quando ella rimase sola, ebbe un minuto di accasciamento: ma, umile com'era, ricominciò il suo lavoro, perchè fosse pronto il pranzo alle padrone. Alle quattro tutto era pronto: ed ella, abbattuta dalle scale, dai pesi che aveva portato, dalla fatica, si mise in un angolo del salotto, sopra una sedia con le mani sotto il grembiule, dicendo il rosario: e sonnecchiava, col capo sul petto presa da un gran torpore. Ma alle cinque e un quarto, Carminiello, un monelluccio di otto anni, che facea da mozzo di stalla al cocchiere della marchesa Casamarte, si partì, correndo, dal palazzo Ricciardi, in piazza Madonna dell'Aiuto: e i suoi zoccoli di legno, che portava per lavare la scuderia e le carrozze, risuonavano sul selciato. Dopo dieci minuti che era scomparso dalla strada di San Giovanni Maggiore, era di ritorno; piantato sull'angolo della piazza, col capo eretto, fra il gran silenzio pomeridiano, strillò:

— È uscito dodici! — tre! — novanta! — quarantadue! — ottantaquattro!

E allora un fermento, immediatamente, parve nascesse nelle case, nei portoni, nelle botteghe, nei bassi. Donna Sofia, la moglie del parrucchiere Rigillo, fu la prima a spalancare la finestra e a gridare:

Carminiè, che è uscito?

E il monello, ritto sugli zoccoli, un po' rovesciato il torace, a gola gonfia, gridò:

Dodici — tre — novantaquarantadueottantaquattro.

Ora tutte le case si animavano, tutte le finestre si spalancavano, tutte le bottegaie comparivano sulle soglie delle botteghe, tutte le portinaie, in sottana e giacchetta di mussola bianca, in pianelle, ricomparivano ai portoni, curiose, coi pugni sui fianchi, con la faccia in aria. E da un abbaino sopra il portone, Gelsomina Santoro, tutt'arruffata ancora dal sonno, come un uccellino biondo che si desta gridò:

Carminiè, di' un'altra volta che è uscito all'estrazione?

Alla curiosità di tutti, all'emozione di quella voce, Carminiello, che andava ogni sabato a prendere i numeri, dove si estraevano, alla Rotonda, presso San Giovanni Maggiore, intese che quello era un sabato eccezionale. E con pause sapienti, per la terza volta, disse l'estrazione, gettandone le sillabe come altrettanti squilli di tromba.

Dodici — tre — novantaquarantadueottantaquattro.

Vi fu come un silenzio universale: solo una voce fioca, quella di Totonno il ciabattino, dalla sua botteguccia, domandò al ragazzo:

Carminiè, come è uscito, novanta?

Terzo elettorispose quello, e, fatto il suo dovere di pubblico banditore, se ne scappò nel palazzo Ricciardi, per dare l'ultimo pugno di spugna alla carrozza aperta della marchesa di Casamarte. In mezzo a quel silenzio la signora francese comparve all'angolo della via Donnalbina, portandosi la figliola Caterina sotto il braccio. Erano stanche, ambedue: la signora delle troppo lezioni date, in cui le si sciupava quel po' il fiato che le restava, la figliuola stanca di star chiusa, per tanto ore, nella stanza di una scuola, dove il suo troppo robusto temperamento si deprimeva. Talchè la madre trascinava un po' il suo ombrellino assai mediocre, di percallo: e la figliuola teneva libri, i quaderni, la scatoletta dei compassi, disordinatamente, come se fossero per cadere, portava il colletto bianco alla moschettiera, di traverso, e il cappello un po' indietro. Assorte come erano, nella stanchezza e nel desiderio di tornare a casa, per prender cibo, esse attraversarono la piazza in quel momento di universale raccoglimento, dopo l'annunzio dell'estrazione, senza accorgersi di nulla: e salirono faticosamente le scale, pronunziando qualche breve parola, bussando più volte, col manico dell'ombrellino, alla porta di casa, poichè Tommasina, immersa in un profondo torpore, non sentiva. Ella veniva ad aprire un po' confusa, avendo lasciato di dire il rosario, quasi non riconoscendo le padrone, pel sonno che annebbiava ancora la sua vista. Ma in due minuti, tutto fu pronto: e silenziosamente, le due donne si misero a mangiare, sulla tavola rotonda del così detto salotto. Parlavano pochissimo: poichè la fanciulla aveva sempre un solidissimo appetito e mangiava presto presto e assai: la madre, ogni tanto, si fermava, guardandola mangiare, intenerita. Tutta piena ancora di sonno, Tommasina serviva in tavola, facendo presto a sciacquare le forchette in cucina, perchè fossero sempre pulite, avendo messo in tavola due bicchieri pel vino e uno solo per l'acqua. Ma la signora, tenendo con la mano esile e bianca il bicchiere, guardava il vino e non beveva: quel Marano un po' aspro le stizziva la tosse. Si udiva, è vero, nel palazzo Jaquinangelo un gran rumore di porte che si aprivano e si chiudevano: si udiva, nella piazza, un gran vocio, ma le due donne erano abituate al grande chiasso napoletano, e non vi ponevano mente. Avevano finito di pranzare e parlavano fra loro, adesso; la madre raccontando alla figliuola gli episodii scolastici dello lezioni che dava, le bizze delle scolare, i capricci delle madri, le insolenze dei servitori: la figliuola raccontando alla madre l'umor burbero del professore di aritmetica, l'umor mellifluo, ma cattivo, del professore di letteratura. E una nota costante di allegrezza dominava nella parola della fanciulla, l'idea del luglio che si approssimava e delle vacanze che avrebbe avute: poter levarsi tardi, ogni mattina, non leggere che romanzi, poter andare ogni sera alla Villa. E mentre si facea promettere che la madre l'avrebbe condotta alla Villa ogni sera non vedeva che la signora impallidiva, ogni volta che si nominava il luglio: poichè le vacanze estive le portavano via cinque o sei delle dieci o dodici lezioni che formavano tutta la sua piccola rendita, poichè l'estate, con la sua gran miseria dei poveri, era realmente il suo tormento maggiore. L'inverno, è vero, era dannoso per il suo petto ammalato: ma si guadagnavan denari. Ah l'estate, l'estate solo era crudele, con la sua povertà. Chissà come avrebbero scampato quest'altro? La signora chinava il capo, pensando.

Signora avete tre soldi? — domandò Tommasina.

Debbo andar a prendere il caffè, mi manca...

— Eccoli — disse la signora, cavandoli penosamente di tasca.

Tommasina si tirò la porta dietro. Ma dopo tre o quattro minuti si bussò.

— Chi è? — domandò la fanciulla.

— Sono io, Concettella.

E la serva di Donna Luisa Jaquinangelo entrò, chiudendosi la porta dietro.

— La signora mia vi manda a fare tanti saluti e vi ringrazia del regalo che le avete fatto stamattina, per mezzo di Tommasina.

— Io? — fece la signora trasognata. Vorrebbe sapere, poi, se è lecito, quanto avete vinto e se la somma è forte, vuol sapere se rimanete ad abitare in questa casa. Se ve ne andate, lei deve mettere subito il si loca, perchè ora è ancora tempo buono di affitto.

La madre o la figlia si guardavano meravigliate.

Concettina, spiegati meglio, perchè mamma non ti capisce.

— Si tratta del terno di stamattina, quello che Tommasina ha trovato sotto il vostro cuscino, e che ha dato anche a noi.

— Ed è uscito? — domandò la signora fattasi bianca come un cencio di bucato.

Fate vedere che non lo sapete! — disse ridendo Concettella.

Veramente.. non lo sapevo… è uscito?

— Uno dopo l'altro, signora mia, una bellezza, tutti e tre, sopra la tabella. Ora, se è lecito, vorrei sapere la risposta, per la mia padrona, a proposito dell'appartamento.

Dirai a Donna Luisa Jaquinangelo che io non ho giuocato il biglietto e non ho vinto niente — disse la signora, con molta dolcezza.

Gesùstrillò Concettella. — Buona sorte gettata a mare! E come, non l'avete giuocato?

— L'ho dimenticato, — continuò dolcemente la signora.

— Come uno può scordare i numeri? — chiese ingenuamente Concettella.

— Tutto accademormorò a bassa voce la signora.

— E Tommasina non ci è? Neanche lei ha giocato?

— È andata a comperare il caffè: ma speriamo, povera diavola, che abbia giuocato e vinto qualche cosa di grossosoggiunse dolcemente la signora.

Sicchè debbo dire che restate qua? Gli è che Donna Luisa, ora che ha vinto il terno, vorrà disporre di tutto l'appartamento...

— Quanto ha vinto? chiese con uno sforzo la signora.

Centomila lire.

— E tu?

Duemila: non avevo altri soldi, da giuocare.

Benedisse sempre più penosamente la signoradille che se le serve tutto l'appartamento, me lo faccia sapere, ce ne andremo.

Sissignore; Gesù dimenticarsi i numeri! Io morirei, se mi accadesse una cosa di queste.

E si tirò la porta dietro. In quel momento la figlia, che non aveva pronunziata neppure una parola, ma era pallida e tremante, guardò la madre e la vide così scomposta di volto, così livida, che diede in un grido, buttandole le braccia al collo

— Oh mamma, mamma...

Con la bocca sui capelli della figlia, tenendone il capo stretto sul petto, la madre singhiozzava profondamente, senza rumore, con un sussulto cupo, senza lagrime, scossa da tale un'emozione che parea il cuore le si spezzasse. La fanciulla tentò un paio di volte di levare il capo, soffocata da quell'abbraccio, ma ogni volta che lo tentava, le braccia della madre la stringevano più forte, più forte, come se quella testa di figlia sul suo petto di madre desolata le impedisse di esalare l'ultimo respiro.

Due volte bussarono alla porta. Le braccia della madre s'indebolirono, si schiusero.

Va ad apriredisse alla figliuola, e si voltò con la faccia verso l'ombra, per non farsi scorgere da chi entrava.

Scusate, vi è Tommasina? — disse Mariangela,

entrando.

— No: è andata a prendere il caffèdisse a ragazza macchinalmente.

— Ah volevo salutarla... e darle una cosa. Noi stasera partiamo, la marchesa, il marchese e il contino, per Parigi. Chi lo avrebbe creduto un'ora fa? Mah! signore mie, tutto quel che succede, non si può immaginare. Stamattina al Monte di Pietà: stasera partiamo col vagone-letto.

— Anche voi, avete vinto? — domandò la signora, dal suo angolo, con una voce tramutata.

— Già, si può proprio dire che ho vinto io e non la marchesa. Portavo al Monte di Pietà quello spillone, quando Tommasina mi ha dato i numeri: e mi frullavano per la testa, non potevo pensare ad altro. Al Monte di Pietà, quanto ho dovuto aspettare! Di sabato tutti impegnano per poter giuocare al lotto. E mi hanno dato assai poco, poichè come vedono la folla di quelli che impegnano al Monte, diminuiscono la somma o ce ne restano pochi per tutti. Come fare? Tornavo a casa con la metà di quello che serviva alla marchesa: allora ho pensato d'impegnare anche la cartella del pegno o ho avuto altre settanta lire: così ho levato venti lire per la signora e due per me e le ho giocate. Quando la signora ha visto quei pochi quattrini, si è messa a piangere: è venuto il marito e hanno fatto una lite terribile. Che cani questi signori! Basta, quando è uscita l'estrazione, la signora stava col contino e non si è potuta trattenere; è tanto buona, ha detto tutto, hanno subito pensato di fare un viaggetto — e si è dovuto dire anche la cosa al marchese, disgraziatamente, perchè lui è il padrone, e senza di lui non si parte. Basta, scusate, se vi trattengo con chiacchiere ma ero venuta a portare queste cento lire di regalo a Tommasina, settantacinque della mia padrona e venticinque mie. Siamo gusti, se le merita. Glielo volete dare, quando viene?

— Quando viene col caffè gliele daròdisse la fanciulla, come trasognata.

— Io vorrei saperecontinuò Mariangela, andandosene — vorrei sapere come farà la marchesa a disimpegnare i suoi brillanti. Ora che ha detto la vincita al marito e che quel briccone si prenderà tutto, salvo a pagare la spesa del viaggio, come gli dirà che ha impegnato tutto? Basta, non vorrei prendere di nuovo la strada del Monte, fra poco buona sera, signore mie.

Buonasera.

La figliuola andò a sedersi presso la madre, stettero tacite per qualche tempo.

— Quanto ritarda Tommasina. — mormorò Caterina,

— Tu vorresti il caffè, piccola? — chiese la madre.

— No, non per il caffè: ma perchè ritarda?

— L'avranno trattenuta in istrada a parlare del terno.

— È vero.

Bussarono.

— Sarà lei — disse Caterina.

— No, ha la chiave.

E allora a fanciulla si decise ad aprire, per la terza volta. Fuori la porta vi era Gelsomina Santoro, la portinaia del palazzo Ricciardi, con un grosso involto sotto il braccio. Vedendo la fanciulla indietreggiò, un po' intimidita.

Scusate, cercavo di Tommasinadisse arrossendo.

— Non l'avete vista? — chiese Caterina. — È uscita da un'ora e mezza, per comprare certo caffè o non è più ritornata.

— Non l'ho vista, signorina mia, se no non venivo a cercarla qui. Sarà passata, mentre io ero dentro la bottega del mio innamorato, Federico. Ora lo spososoggiunse con una esplosione di gioia, sempre restando fuori la porta.

— Per il terno, non vero? — disse dal suo angolo la signora, dolcemente.

— Già per il terno. E pensare che z'i Domenico lo sciancato, quello che lustra le scarpe, non voleva che lo giocassimo, Federico e io! Domenico ha il cervello stravolto, signore mie, per i numeri. Ma già saranno stati quei cinque soldi che mi ha prestato Peppino Ascione mio cugino: Peppino fa i santi, ed è un po' santarello anche lui. Ora lui va a Pugliano, a curarsi la salute, e noi ci sposiamo. Sapete che non hanno voluto darci i denari, al banco dei lotto, quando ci siamo andati, Federico e io. Hanno detto che avevano pagato troppe vincite, che non avevano più denari, che tornassimo lunedì. Che importa! Andremo lunedì, il Governo non se ne fugge. Ma dove sarà Tommasina?

Dove sarà? — ripetette la fanciulla.

Depose l'involto sopra una sedia presso la porta.

— Di che si tratta? — domandò Caterina.

— È la coperta di stelle all'uncinetto, che facevo per Nannina, l'ortolana, che si deve sposare. Ora, se la faccia da , se la vuole: io ho da fare la mia. Ma a Tommasina che deve avere il bambino, fra poco, le farà piacere. E poi, non avevo altro, oggi, poichè il Governo non ci i denari che lunedì. Ditele che non aveva altro e che veda la buona volontà, niente altro. Buona sera, signorie.

Buona sera.

Ma nelle scale si udiva un parlottare: e Caterina impaziente di veder tornare la serva, si affacciò alla ringhiera. Era il giudice gobbo Scognamiglio, con tutta la sua figliuolanza, che andava a passeggio: e avevano incontrato per le scale Domenico lo sciancato che veniva su.

— Ebbene, avete vinto? — gli chiese il giudice Scognamiglio, scherzando, egli che non scherzava mai in vita sua. — Quanto avete vinto?

— Niente Eccellenza, niente: io sono fedele alle mie idee, alle cose che dicono gli uomini di scienza, di matematica, che sono illuminati da Dio.

— Eppure quel terno è uscitodisse ridendo, il giudice Scognamiglio, che non rideva mai.

Combinazioni, Eccellenza, combinazionirispose filosoficamente lo sciancato, lasciando passare la bruttissima famiglia e salendo al terzo piano.

— Volevo Tommasinadisse Domenico a Caterina.

— L'aspettiamo da tanto tempodisse quella con accento desolato. — Sarà andata ad esigere il suo terno.

— Io non credo che l'abbia giocatodisse misteriosamente lo sciancato.

Perchè?

Perchè chi sa cosi bene i numeri che escono è un illuminato da Dio, e queste persone non giuocano.

— I numeri erano di mamma mia — mormorò ingenuamente la ragazza.

— La quale, certo, non li ha giuocatiribattè trionfalmente lo sciancato — Vostra madre è uno spirito buono, serve per far bene agli altri. Ditele che si ricordi di Domenico, sabato venturo. Anche io sono cristiano e poveretto.

La fanciulla, un po' sgomenta, rientrò in casa, chiuse la porta, mentre lo sciancato se ne andava vacillando.

— Quanta gente avrà vinto! — mormorò la signora macchinalmente.

— Hanno vinto tutti, tutti — rispose la fanciulla desolatamente.

Tacquero; annotava. Per le scale del palazzo Jaquinangelo continuava l'aprire e il chiudere delle porte e il vocio e il tramestio continuava nella piazza dell'Aiuto, in quella lieta serata di maggio, che cominciava. Solo nel quartierino, al terzo piano, vi era un gran silenzio. Macchinalmente, con le sue mani esili e bianche, la signora carezzava i capelli folti di Caterina.

Mamma, è scuro accendiamo il lume.

Andarono ambedue in cucina, presero il piccolo lume a petrolio e lo portarono nel salotto: la tavola restava mezzo sparecchiata; la signora, placidamente, raccolse i piatti sporchi, raccolse la piccola tovaglia e portò tutto in cucina. Il lume acceso brillò in mezzo alla tavola rotonda.

— Non devi imparare le lezioni? — chiese la madre alla figlia, sedendosi sul divano di Genova.

— È domenica, domani.

— Ah, è domenica! — ripetette la signora macchinalmente.

Di nuovo, silenzio grande. Ma un piccolo mormorio, dalla cucina, cominciava a venire, indistinto, prima, come un fruscio. Non vi posero mente, assorte ognuna in pensieri. Una chiave girò nella toppa.

— Ah, ecco Tommasina! — gridò la fanciulla. Non era Tommasina, era Francesco, guardia di pubblica sicurezza, in tenuta, corretto, portando in mano un cartoccetto bianco. Si piantò, si cavò il berretto, tirò la giubba, strinse il cinturino e disse dignitosamente:

Buona sera a questi signori.

Buona sera, Francesco. Che n'è di Tommasina? — domandò quietamente la signora, mentre la fanciulla restava estatica a guardarlo.

— Eccomi a servirvi. Io stava di guardia, innanzi San Carlo, dopo aver mangiato un boccone, qui, poichè quello che ci il Governo è una vera porcheria. Quando ho visto fermarsi certa gente all'angolo dei Cavalli di bronzo e ho inteso qualche grido. Come è di dovere, poichè appena vediamo quattro persone riunite, dobbiamo correre, sono accorso col compagno, Garaguso. Che vedo, signora mia. Mia moglie per terra, coi dolori del parto. Sono cose che innanzi a una signorina si possono dire, perchè sono cose naturali. Tommasina strillava come un'anima dannata. Aveva saputo la notizia del terno che aveva vinto, per la strada, dopo aver comprato tre soldi di caffè come era suo dovere, e tutta sconquassata, era corsa verso San Carlo, per darmi la gran notizia. Un poco per l'impressione, un poco per la corsa, un poco perchè doveva venire il giorno, è stata afferrata dai dolori. Bene; strillando, mi ha raccontato tutto. Ho dovuto metterla in una carrozzella che ho requisita e portarla sulle braccia, per le scale: per fortuna, che data questa combinazione di una donna partoriente per la via, ho potuto abbandonare il posto.

 — L'avete portata a casa?

Domando perdono, a casa chi poteva assisterla? Io ho da fare il dover mio e sa il cielo che responsabilità abbiamo sullo spalle L'ho portata all'ospedale.

— O povera Tommasina! — gridò Caterina.

….a pagamento! trova medici, chirurghi, medicine, levatrici, brodo, anche i pannolini, per il ragazzo, quando nasce. Quella dell'ospedale è un'idea, signori miei, che è falsa. Essa non ci è andata scontenta. Strillava soltanto. Ma, già, tutte le femmine strillano. Non le mancherà niente; non abbiamo esatto ancora i denari del terno, ma ciò si farà lunedì.

— Quanto ha vinto? — chiese premurosamente la signora.

— Poco — fece l'altro, con un moto sprezzante delle labbra. — Ha giocato sei soldi millecinquecento lire. Signori miei, la donna sempre donna è. Se essa, quando aveva trovato i numeri veniva da me e mi raccontava il tutto, allora si poteva combinare insieme una giocata da uomini e non da donne. Con millecinquecento lire, che si fa? Sempre nel corpo, io ho da rimanere, perchè questa somma non serve a niente. E che se ne faceva dei quattrini, Tommasina? Che ci volete fare la donna sempre donna è.

— E come sta, adesso? — soggiunse la signora pietosamente.

— Per stare bene, non sta bene. È gracile. È primo figlio. Bene non sta. Ma sta in buone mani. Pure, in mezzo agli strilli, essa ha avuto testa di darmi questi tre soldi di caffè, che ho portati qui e la chiave, obbediente alla consegna. Mi ha anche detto, che era tanto contenta, tanto contenta, poichè la sua signora ha cambiato stato, che anche sapendo di non essere più degna di servirla, per l'avvenire, pure le si raccomandava, che le volessero bene, massime che stanotte le facessero qualche preghiera, perchè si sentiva assai male. Che volete, signori miei, quando la donna sta in quello stato, le pare sempre di morire. Anche sapendo di non dover più tornare al servizio, poichè la signora, certo, tiene altri progetti, essa si raccomanda di esser voluta bene.

Caterina era per gridare, per dire che non avevano cambiato stato, che le volevano sempre bene a Tommasina; ma la madre la fece tacere con un gesto immediato.

— Sta bene, Francesco, ditele che non si commuova, noi le vogliamo sempre bene, qualunque sia lo stato. Voi quando la vedete?

Stasera, non è vero? — disse Caterina.

— Il regolamento non lo permette; bisogna rispettare il regolamento. Domani. Speriamo.

Speriamo, poveretta portatele queste cento lire che le manda la marchesa di Casamarte o questa coperta a uncinetto che lo manda Gelsomina Santoro: le faranno piacere. Io... non posso ancora far nulla.. — soggiunse, esitando, voltando la faccia dall'altra parte.

— Non importa — fece Francesco, con atto di dignitoso disinteresse, — si vedrà poi.

Andrò a trovarla, all'ospedale.

— Ed ecco il caffèterminò Francesco spingendo il cartoccetto. Buona sera a questi signori.

S'impettì, mise delicatamente il berretto sulla zazzera, prese la carta da cento e la coperta e uscì.

Cosi, le donne rimasero solissime, nel quartierino. In piedi, immobile, la ragazza pensava alla casa senza un soldo, senza una serva, alla casa donde avrebbero dovuto andar via, forse fra poco. Confusamente pensava a tutto questo, mentre la madre aveva incrociato le mani candide sulle ginocchia e socchiudeva gli occhi come volesse dormire.

Madre, madredisse la fanciulla, sedendosele accanto

— Che c'è, piccola?

Dimmi una cosa.

— Che cosa?

— Hai proprio dimenticato, proprio dimenticato di giocar quel biglietto?

— ... dimenticatorispose fiocamente.

Mamma, tu non dici mai la bugia, mai. Hai dimenticato o non avevi denaro? La verità, mamma.

— ... non avevo denaro.

— Come, non avevi denaro? Non ti ho chiesto una lira per i miei cartoncini di disegno e me l'hai data?

La madre non rispose.

— Non avevi che quella, mamma, di' la verità, non avevi che quella e me l'hai data?

Nulla disse la mamma, non proferì parola, non fece atto. Ma come uno straccio le cadde ai piedi, la figliola con le braccia aperte, battendo la testa sulle ginocchia materne, gridando:

Perdono, mamma, perdono, mamma!

E fiocamente la madre diceva:

Piccola, piccola figlia



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