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III.
La settimana che precedette il Natale,
quell'anno, fu improvvisamente dolce. La fiera tramontana che aveva fischiato
per tutte le vie di Napoli nella prima metà di dicembre, sgomentando e
infelicitando singolarmente i napoletani che non sopportano il freddo, la cruda
tramontana, che fa impallidire le labbra e arrossa gli occhi, cadde: e un
dolcissimo scirocco avvolse la città adoratrice dello scirocco. Erano state
forse le preghiere della povera gente, massime dei venditori di ogni genere,
dal più caro al più meschino, che, in quella settimana di baldoria, temono
egualmente la pioggia come il soverchio freddo, e mettono ad ardere dei ceri,
poveretti, perchè faccia buon tempo, perchè la gente esca di casa, tutta la
gente, e compri quello che vende l'immenso mercato.
Nella settimana che precede la Pasqua, come in quella che
precede il Natale, è un volgere gli occhi al cielo, è un sospirare, un pregare
perchè esca il sole anche disinteressati, perchè sanno che sono settimane
benedette, per i poveri, per gli umili, poichè tutti aiutano, tutti soccorrono,
tutti comprano e, meraviglioso a dirsi, la gente meno agiata ha sempre una
sommetta da spendere. E quell'anno, proprio, era stato il Bambino Gesù, u
bammeniello, che aveva fatto la grazia di cangiare la tramontana in
scirocco e di permettere che tutta Napoli diventasse un immane mercato. Il
tumulto era cominciato presto e saliva su, su, sui quartieri popolari sino a
Toledo, dove diventava immenso, visto che a Toledo vi erano le bancarelle, centinaia
di piccole botteghe ambulanti, e da Toledo saliva ai quartieri popolari
dell'alto, sino al corso Vittorio Emanuele, sino alle colline verdi,
mettendo tutta Napoli in un rombo assordante, intenso, continuo, che parea la
gran voce del Vesuvio.
Eleonora Triggiano, fino a che il gran
freddo gelava le vie della città, restò in casa, solitariamente, avendo fatto
accendere il fuoco nel caminetto, assopita dal gran calore della vampa, in
quello stato di atonia malinconica che sempre più l'avvinceva. Il marito era
tornato da Salerno, sempre più allegro, sempre più verboso, fumando, ciarlando,
come se fosse in preda a una continua esaltazione, ma il pallido volto pensoso
della moglie lo scovava. Le aveva donato un paio di orecchini di brillanti,
molto belli, molto costosi, ma ella li aveva accolti con uno smorto sorriso e
a stento li aveva portati per mezza giornata; le aveva proposto due
volte una scampagnata, a Sorrento, adesso che era di moda andarci
anche d'inverno, ma ella aveva distrattamente rifiutato mettendo a protesto che
si sentiva poco disposta, che aveva freddo.
Il marito si staccava da lei volentieri,
le usava estreme cortesie, quasi per obbedire ad alcuni vaghi scrupoli di
coscienza, e quando la vedeva annoiata, restia, crollava le spalle e se ne
usciva di casa, allegramente, la sigaretta ai denti, canticchiando un'arietta.
Due volte il marito non rientrò la notte: e alla terza volta non ebbe neanche
il pensiero di spiegarle la sua assenza, come aveva sempre fatto. Ella scuoteva
il capo, ricadeva in quelle sue lunghe ore di meditazione, accanto al fuoco.
Non usciva. Non aveva più parlato con Paolo Collemagno non voleva parlargli;
quei dialoghi, anche nella via, la indebolivano singolarmente. Solo, di dietro
ai cristalli, seduta in una poltroncina, fingendo di leggere, ma non leggendo
affatto, teneva gli occhi su quel pallido volto che appariva alla finestra del
terzo piano, ansioso, desolato; e nelle ore della sera, mentre il marito cenava
al Giardino d'inverno o conduceva Lidia Gioia in un palco di seconda
fila, a San Carlo, ella leggeva delle lunghe lettere che le arrivavano
quotidianamente, fedelmente; non si potea difendere da quella contemplazione e
da quella lettura.
Il pallido volto si facea cereo e gli
occhi, sottolineati di nero, avevano le traccie delle insonnie, delle veglie.
Ma il giorno in cui il molle scirocco abbracciò Napoli, Raffaella spense il
fuoco nel caminetto e aperse i balconi. Levandosi, Eleonora Triggiano battè le
palpebre, a quella dolce luce di sole. Non potea più a quel chiarore, a quel
calore che entrava dalle finestre, a quel lieto tumulto, mettersi in un cantuccio
scuro della casa, leggicchiando, pensando, sonnecchiando; il torpore che
l'aveva vinta, svaniva a quella giocondità esteriore che fluisce per diradare
tutti i dolori dei napolitani.
— La signora non va a fare spese? chiese
la cameriera Raffaella, che le girava intorno.
— Non ho nulla da comperare — fece la
padrona indecisa.
— Ed anche se doveste farlo, per carità,
comperate qualche cosa, signora mia — disse la cameriera, andando a prenderle un
vestito nuovo che la sarta aveva portato, da quindici giorni, ma che per
pigrizia la signora non aveva mai indossato.
Era assai gentile la signora in quel
vestito di panno azzurro cupo, orlato di sottili galloncini d'argento,
scintillanti, con una giacchetta snella a grandi bottoni artistici che le dava
un'aria più giovanile del solito. Sul gran cappello di feltro azzurro cupo
fremevano le piume lunghe e molte, e arieggianti quegli antichi cappelli del
sedicesimo secolo francese: e la falda gettava un'ombra sul volto candido e
sotto le piume cadenti la grossa treccia bionda si ammassava, luminosa.
Raffaella le porse il manicotto, il portafoglio, il portabiglietti e il candido
fazzolettino.
— Ora, se la signora avesse un peccerillo,
andrebbe a comperare i giocattoli e il bambinello di cera... — mormorò
Raffaella, con quella confidenza servile napoletana che parrebbe sfacciataggine
se non fosse bonarietà.
— Non parlate di queste cose, Raffaella —
disse sottovoce la padrona, abbottonandosi i guanti di camoscio.
— Vuol dire che non ci fu la volontà di
Dio... — soggiunse Raffaella, che voleva dire tutto.
E lentamente, verso le due, dopo quindici
giorni di reclusione, Eleonora Triggiano uscì di casa. Non aveva direzione: non
aveva nulla da fare e macchinalmente risalì sul corso Vittorio Emanuele, per
andare nella chiesetta dove era solita pregare, accanto al monastero di San
Pasquale. Anche sul Corso vi era una cert'animazione, e i salumai riboccavano,
dalle botteghe, di salami, di prosciutti, di caciocavalli, di pezze rotonde di
cacio sardagnolo, e di immense pezze di cacio di Cotrone, mentre gli
erbivendoli e i fruttivendoli avevano messo sulla strada per tutto il
marciapiede, le ceste delle mele o delle pere, le piramidette delle arance e i
trionfini dei mandarini: i cavoli bianchi, i broccoli di rapa, la cicoria, le
rape, si ergevano a mucchi, a montagne, fresche, grosse, di un verde
richiamante la gioia. Già si comperava, lassù, e per camminare un po'
liberamente, la signora Eleonora dovette scendere dal marciapiede o andarsene
in mezzo alla via, alla sua chiesa sperando di trovar là quella solitudine e
quella malinconia che era d'accordo con la tranquilla desolazione del cuor suo.
Ma nella piccola chiesa, per la novena di Natale, avevano fatto una gran ripulitura
degli argenti, messo il messale nuovo dalla fodera di un rosso vivo, cambiato
il bianco lino all'altare con uno finissimo da cui pendeva un ricco merletto
antico: vi erano finanche dei fiori freschi, rose chiare delle quattro
stagioni, nei vecchi vasi che il sagrestano aveva detersi dalla polvere. Varie
persone pregavano a quell'ora: e umilmente la signora Eleonora aveva piegato le
ginocchia innanzi a un banco di legno scuro, il banco dei poveretti che non
hanno un soldo per pagare la sedia di paglia.
Cercò di raccogliersi, cercò di
pregare: ma più di ogni altro momento, sentì allora nell'anima il crudele
scetticismo che l'aveva condotta all'apatia. Mai più, mai più il marito sarebbe
ritornato a lei, lo sapeva: nessuna preghiera lo avrebbe cangiato. E anche se
tale miracolo fosse avvenuto, egli avrebbe trovato il cuore della moglie gelido
per sempre. E l'altro... ah non volea pensarci, in chiesa, era un peccato, un
orribile peccato. Pure non trovò in sè la scusa di detestare quel pensiero, non
trovò quelle belle ribellioni della purezza, quelle di una volta: e si alzò dal
freddo marmo, insoddisfatta, malcontenta, non avendo saputo nè piangere, nè
pentirsi, nè pregare.
Ma uscendo dalla chiesa, con quel volto
stanco delle persone che, malgrado lo sforzo della volontà, non giunsero a
raccogliere i tormentosi pensieri erranti, ella ebbe un brivido di terrore. Se
camminava ancora un poco per il Corso, avrebbe sicuramente incontrato Paolo
Collemagno: l'aspettava sempre là Paolo, ed ella temeva da un minuto all'altro
di vederselo sorgere accanto. Fece pochi passi incerta cercando uno sbocco per
scendere giù, a Toledo: e trovò la via un po' angusta, un po' disselciata che
ha cento gradini, tutti sbocconcellati e che si chiama delle Cento gradette.
Le popolane sedute sul gradino della loro porta, si voltavano a guardare
questa signora elegante, i cui galloni di argento luccicavano: ma ella
affrettava il passo, sempre scendendo, per la via dei Sette Dolori, come se
fuggisse proprio un pericolo. E come scendeva alla Pignasecca, il gran
quartiere popolare alto, il vocìo di Natale si faceva più grande, più grande,
ed ella si trovò, a poco a poco, travolta nella folla. Già erano cominciate lo
contrattazioni del pesce, sulle pietre di marmo, e sulla ricchezza del mare
napoletano; sui canestri pieni di alighe e di pesci semivivi, spruzzati di
acqua, si elevava l'urlìo allegro.
— Sette lire, sette lire, questa spinola!
— Sei lire — gridava un cuoco.
— Niente, sette — gridava il venditore,
allegramente.
— Sei e cinquanta
— Niente, sette.
— Dammela: hai ragione che ci sta
Ruffo-Scilla — strillava il cuoco passando le sette lire.
— Evviva evviva Scilla — esclamava il
venditore.
— Evviva Scilla — esclamava la folla.
Eleonora Triggiano fra quegli odori così
morbidi di acqua marina, di ariguste e di anguille guizzanti, di triglie rosse
tutte contorte in quello scirocco pomeridiano, così tepido, si sentiva
soffocare. Ma la gente che comperava, massime la gente minuta, massime la
povera gente era tanta e le contrattazioni così lunghe, cosi
tumultuarie, che ella avanzava lentissimamente, spinta, urtata, stretta da
tutte le parti.
— A ventiquattro soldi, a ventiquattro —
strillava il venditore delle alici.
— Tre lire, tre chili, — strillava più di
lui, un compratore. E il dibattito ferveva, acuto, sopra un soldo, sopra due, e
alla fine il compratore o il venditore facevano atto di generosità, buttando
via sei soldi.
— Te le voglio dare per queste sante
giornate — esclamava il pescivendolo, incartando le alici.
— A tre lire, a tre lire — strepitava il
venditore di anguille, buttando grandi spruzzi di acqua sulle pance bianche e
opache delle anguille.
E tutta l'animazione, tutta la febbre
napoletana era in quel flusso e riflusso di persone intorno alle tavole di
marmo, intorno agli enormi canestri, sotto i grandi ombrelloni di tela nera
intorno alle grandi panche coperte di cestellini, intorno ai catini
donde i polipi vivi, nel fondo biancheggiavano. Un fanciullo traversava a
stento la folla, levando in alto un grosso gambero scuriccio, dalle zampette
minacciose accanto alla mamma carica di altre provvigioni, una fanciullina
camminava, portando quattro anguille sospese per un vimine alla sua piccola
mano. Sul suolo era una melma che odorava di fango marino, e l'aria
sciroccale era piena di sentori tra fetidi e acuti, e una umidità glauca
parea fosse intorno a tutte le persone e a tutte le cose.
Eleonora Traggiano portava ogni tanto il
fazzoletto alla bocca per respirare un po' d'ireos che profumava la battista:
ma in quella gran baraonda, dalle parole udite qua e là, da lembi di frase, da
grida di gioia, da dialoghetti scambiati fra marito e moglie, e dalla stessa
espressione generale di tutti i visi ella aveva la percezione ben chiara
ben precisa che per Napoli gran denaro era corso, che tutte lo tasche
più umili ne possedevano, che quel Natale sarebbe stato lieto per tutti che
quella festa così poetica risolventesi in un immenso banchetto di Gargantua,
avrebbe assunto in quell'anno proporzioni colossali.
Pare l'urdemo juorno che se magna, diceva il poeta, parlando della festa
di Natale; ma realmente la lieta prospettiva del cibo, del gran cibo, del cibo
delicato, dell'interminabile cibo, dava ai napoletani un febbre fantastica di
allegrezza, tutto un sogno d'isola di cuccagna, con montagne di maccheroni,
montagne di broccoli strascinati, enormi piatti di anguille in
fricassea, marinate, fritte, arrostite, con l'aceto, con l'uovo, con la foglia
di lauro, insalate di cavoli, coperti di acciughe, mescolate con le uova
dure, con il tonno sott'olio, polli arrosto, polli in guazzetto, polli alla
conserva di pomidoro, polli al forno. Isola di cuccagna quell'anno, poichè il
denaro delle banche, il grasso interesse correva dappertutto, dalle tasche dei
principi a quelle dei maggiordomi, da quelle dei borghesi ricchi a quelle delle
serve, dalle tasche delle persone pietose e generose alle tasche dei poverelli:
correva dappertutto il denaro, un denaro venuto da tutte le parti, ma
specialmente dalla provincia, denaro che arrivava da dovunque e dovunque si
spargeva largamente, largamente per la gran cuccagna napoletana di Natale. I
sensi di Eleonora Triggiano si erano come acutizzati, dopo quei quindici giorni
di solitudine e di meditazione e attraverso le voci, attraverso i colori,
attraverso gli odori, ella sentiva una verità più acuta, più morale, più
profonda, questo grande sfrenamento di una città meridionale, abitualmente
sobria, abitualmente povera, che improvvisamente si trova ad aver denaro, si
trova a poter mangiare quello che vuole in un paese dove si vendono il miglior
pesce, i migliori erbaggi, le migliori frutta. E una gran mollezza la vinceva,
fra tanto denaro sgorgante da tutto le tasche, fra tanta roba da
mangiare, fra tanta felicità di quelli che avevano da comperare il mangiare,
che sognavano di già, portandosi via il pollo, l'erba, il pesce fresco, un gran
pranzo, due pranzi, senza fermarsi che per dormire e per passeggiare. Ella
andava, spinta dalla folla, avviandosi verso Toledo; solo si dovette fermare
verso il venditore di pasta e di frutta secca, all'entrata della Pignasecca.
Costui, con i suoi banchi, con le sue casse aperte, coi suoi canestri aveva
invaso, non solamente il marciapiede, ma anche la strada. Castagne secche
bianche e castagne secche dentro il guscio, noci bianche, nocciuole, mandorle
cotte, fichi secchi di Calabria, uva passa di Sicilia, prugne secche coperte da
uno strato di zucchero biancastro, piccole ciliegie secche tutte rughe: e pasta
fina, pasta grossa, maccheroni di tutto le dimensioni e tutto ciò coperto di
fiori artificiali di carta colorata, di festoni dorati, ad archi, a cascate, un
vero immenso baldacchino quadrato, sotto cui, fra le casse, le panche, lo
canestre, la gente si affollava.
E sotto l'arco della bottega, un gran
cartello scendeva, oscillante, urtato dai cappelli di coloro che entravano ed
uscivano: sopra, a vividi colori, gialli, azzurri e rossi, vi era dipinto un
grosso Pulcinella, che mangiava con le mani un piatto di maccheroni al pomodoro
di un rosso scarlatto, accecante, e accanto al Pulcinella la scritta:
A chiunque viene a comprare
Un
chilo di pasta voglio regalare,
Vera
pasta della Costa.
Viva
viva la banca Costa!
Volea dire che da tre giorni, il
venditore di pasta, di frutta secche, di sciosciole, a chiunque entrasse
in quel magazzino per comperare dei fichi secchi o delle noci, dell'uva passa o
della pasta, donava un chilo di grossi maccheroni detti di zita. Un
chilo di quei maccheroni un po' nerastri costava mezza lira: ed erano
preparati, in fondo alla bottega, questi cartocci di pasta. Era pasta della
Costa Vesuviana, come lo annunziava il venditore, ma di qualità inferiore: pure
quel regalo, quella munificenza, quella generosità natalizia sembrano una cosa
deliziosa alla popolazione napoletana e da tre giorni circolando la voce, la
bottega non si vuotava mai, tutti ci venivano a comperare e i versetti sul
cartello erano ripetuti allegramente: viva viva la banca Costa. E a
leggenda del pastaiuolo della Pignasecca, varia, curiosa, fantastica, girava
per tutta Napoli: chi diceva che il pastaiuolo aveva guadagnato trentamila lire
di interessi con la banca Costa: chi diceva che Costa gli aveva regalato
diecimila lire di contanti e cinquantamila di pasta per elargirla al popolo
napoletano, gli altri banchieri e i loro amici e i collettori mordendosi le
labbra per quella réclame, che pareva ingenua ed era potentissima,
cercavano di denigrarla. Ma la bottega non si vuotava mai di compratori e se
quelli che compravano sei soldi di pastina, ci guadagnavano un chilo di
maccheroni di mezza lira, quelli che spendevano oltre una lira, scontavano un
guadagno al venditore. Che importa! La bottega era sempre piena e coloro che
spendevano tre, cinque, dieci, venti lire, portavano via trionfalmente il loro
chilo di maccheroni come se avessero preso un terno. Ferma, Eleonora Triggiano
guardava quell'affollamento vagamente sorridendo, ancora un po' affogata dagli
odori di pesce, di salami, di formaggi, di conserve acetose, di erbe odorose.
Ed ella respirò, uscendo a Toledo, al lago de]la Carità.
Era da quel punto che cominciava la
vendita dello cosidette bancarelle per finire a Santa Brigida. In piazza
della Carità, per terra, da una parte stava un venditore di canestri di vimini,
di tutte le forme, dai panierini che i piccoletti portano alla scuola con la
merenda dentro, ai cestoni per la biancheria: e altro segmento lo occupava,
sempre per terra, uno stagnino con le sue caffettiere, le sue padelle, lo sue
marmitte e i suoi secchi.
— Na caffettera quindici soldi, scialate
scialate! — declamava lo
stagnino.
— A nu soldo, u panariello p'a
criatura — strillava il canestraio.
Ma la signor Eleonora non si fermò: un
distributore, di manifestini a mano, manifestini gialli, rossi e verdi, gliene
aveva posato uno sul manicotto. Ella lo leggeva macchinalmente: era un
manifestino della banca Ferrero e compagni, sita in via San Giacomo —
dirimpetto al Banco di Napoli, la quale avvertiva chiunque avesse denari
disponibili che essa offriva il venti per cento al mese in oro, su deposito di
carta, il che faceva salire l'interesse anche più su del venti per cento: la
banca era aperta dalle dieci alle cinque e prometteva la massima
sollecitudine e puntualità nelle operazioni. Niente altro: era come il
manifestino di un dentista, di un calzolaio, di un vinaio: non portava un nome;
faceva solo una promessa di denaro e dava un indirizzo: e parea che questo
bastasse, poichè tutti leggevano attentamente il manifestino, lo piegavano in
quattro o lo conservavano. Infatti, intorno al distributore non vi erano
manifestini per terra, come succede sempre per qualunque altra offerta: la
gente, dopo aver letto sul pezzo di carta, si affretta a buttar via questo
pezzo di carta, sdegnosamente, facendone una pallottola. E anche Eleonora
Triggiano lo conservò, il suo biglietto giallo, cacciandolo dentro il
manicotto. Si mise per Toledo: dove lungo i due marciapiedi la fiera ferveva
acuta schiamazzante. Avrebbe dovuto comperare qualche cosa, tanto perchè era
una carità comperare, ma vagamente s'infastidiva di caricarsi di quella
meschina robetta: bicchieri di cristallo grossolano, spazzole da cucina,
cravatte da settantacinque centesimi, portafogli di una lira e venticinque,
macinini da caffè arrugginiti e tubi per lumi a petrolio.
E poi, tanta gente comperava quest'anno,
e tanta gente era felice di vendere: e contrattazioni sulla strada, fra gli
urti delle persone frettolose, erano così forti che la sua piccola carità le
pareva assai inutile. Accanto a ogni bancarella vi era un ragazzetto che dava
la voce, instancabile col capo arrovesciato, con la bocca spalancata, pieno
del piacere di poter urlare a piena voce:
— Tre fazzoletti una lira!
— Na scopetta quindici soldi!
— Lacci per lenti e orologi, a un soldo,
a un soldo!
— Sei bicchieri una lira, una lira sei
bicchieri!
— Sparate, sparate! — urlava, sopra
tutti, il venditore di bombe-carta, di trictrac, di fuochi di bengala,
di fruvoli pazzi.
Quelli che più comperavano erano i
provinciali. Quando mai, di Natale, i provinciali erano venuti a Napoli? Per lo
più tengono a celebrare la festa del Bambino al loro paese, a Santamaria a
Venafro, a Potenza, a Nocera, a Cassino, a Teano a Cotrone; eppure quest'anno
nell'inverno erano venuti, certamente per andarsene la vigilia di Natale, ma
rendendo Napoli più piena, più ingombra. Erano venuti, a frotte, con
l'arciprete alla testa, con le donne vestite interamente da contadine o metà da
signorinelle: erano venuti i grossi proprietarii con le figlie da marito, col
ragazzo uscito di collegio; i notai panciuti e i medici tabaccosi: i piccoli
avvocati magri e rabbiosi coi maestri elementari scarni e sparuti; coloni in
grossi stivaloni in giacchetta di velluto marrone e cappello, alla brigantesca:
i venditori di cereali e i loro furbi compari. Tutti erano sbarcati coi treni
di Foggia di Benevento, di Reggio, di Eboli, avevano inondato i provinciali
alberghi dei Fiori ai Fiorentini, del Cappello rosso a San
Tommaso d'Aquino, dell'Allegria in piazza Carità, di Villa Borghese
ai Guantai Nuovi: i più danarosi si erano spinti sino all'Hôtel Centrale
in via Fontana Medina e all'Hôtel de Saint-Petersbourg in piazza
Municipio: e tutto il giorno lo passavano andando, in su e in giù, stanchi,
rifiniti, le donne coi cappelli di tre anni prima buttati indietro, gli uomini
trascinando le grosse scarpe paesane fermandosi a ogni bottega, anzi, a ogni bancarella,
contrattando a lungo, a lungo, tutti insieme, donne, fanciulli, arciprete e
coloni, disprezzando la roba, offrendo il terzo, il quarto della domanda,
ostinandosi, tollerando le ingiurie dei venditori che li chiamavano cafoni
e che talvolta, anzi quasi sempre, finivano per mettersi di accordo. E si
capiva alle loro grosse scarpe, ai pesanti vestiti di panno, ai fioccagli
d'oro, alle cannacche a tre fili di palline d'oro, ai laccetti d'oro,
alle loro labbra sottili, agli sguardi obliqui e furbi, al bizzarro colore
della loro carnagione; a tutto si capiva che erano venuti a Napoli per le
banche, per quel grosso interesse, per portare le loro piastre, i loro ducati,
i loro napoleoni, perfino i colonnati di Spagna, una moneta
antichissima, conservata nei vecchi cofani ferrati di provincia. Quando mai, a
Napoli, si era visto tanto argento, tant'oro, una moneta luccicante e sonante?
Erano loro, i provinciali che attratti dal terribile interesse venivano a
portare in Napoli il loro tesoro, gelosamente nascosto, per anni, non avendo
fiducia nella rendita italiana, non credendo alla Banca Nazionale, non
contentandosi di quello che dava la cassa di risparmio: venivano con la
certezza di triplicare, in pochi mesi, il loro denaro, con la sordida avidità
del guadagno rapido, fantastico, illecito.
Lo vedeva bene, Eleonora Triggiano,
poichè camminando per Toledo, ogni tanto, bisognava si arrestasse: la
circolazione era impedita innanzi ai portoni delle banche: una folla di persone
composta specialmente di cafoni, di provinciali e in qualche parte di cittadini
napoletani, si assiepava procedendo lentamente. I provinciali ci si avviavano
per gruppi, l'arciprete con le donne e i nipoti, il proprietario coi figliuoli
e le figliuole, il grasso colono col suo compare, tutti insieme, come se
andassero a compiere qualche cosa di solenne. Ma l'occhio acuto di Eleonora
Triggiano che scrutava curiosamente quella folla, vedeva che quasi ogni gruppo
aveva una guida, un giovanotto elegante con la spilla di perla alla cravatta,
con le dita piene di grossi anelli di brillanti, magari con una magnifica
pelliccia: e i provinciali seguivano la loro guida, docilmente l'ascoltavano in
silenzio, e l'elegantissimo continuava a perorare, vivamente con la parlantina
propria dei napoletani, con quella festevolezza che allarga il cuore. Erano i collettori.
Erano coloro che portavano alla banca i
restii, che eccitavano i timidi, che levavano le difficoltà alle persone
imbarazzate, che abbreviavano le operazioni per gli impazienti. Erano i
collettori. Giovanotti senza professione, figli di famiglia scapati che non
avevano voluto imparare niente e che erano prima la desolazione delle loro
case; studenti che non avevano potuto continuare i loro studii; commessi di
negozio che avevano lasciato i loro modesti magazzini; agenti di cambio che non
poteano comparire nella Borsa, non avendo pagato le loro differenze;
giocatori che orano stati radiati dai circoli, dove non avevano pagato i
loro debiti di giuoco; impiegati mal retribuiti che non andavano in ufficio o
vi andavano solo per trovare qualche depositante. Chi non era collettore?
Tutti potevano esser tali. A parte quelli che esercitavano apertamente tale
curiosa professione, dalla mattina alla sera, nei caffè e nei teatri, nello
birrerie e nelle passeggiate, nelle visite, finanche nei balli, dovunque,
perorando, declamando i vantaggi della banca Scilla, o della banca Costa, o
della banca Ferrero, o della banca de Cunctis, o di quella Lopez Bianchini,
chiunque fosse presentato agli sportelli, dicendo: — Un mio amico vuoi deporre
diecimila, ventimila lire, per mio mezzo, voglio il tanto per cento, come collettore
— subito aveva il suo tanto per cento e diventava collettore. Tutti potevano
essere tali, purchè accettassero, in buona fede o in mala fede, la complicità
col banchiere, purchè entrassero come parte principale: il seduttore, in
un tale bizzarro dramma. E pensando che suo marito portava, come quei
giovanotti, la perla nera alla cravatta e i brillanti alle dita, pensando ai
brillanti di cui aveva coperta, come tutti dicevano, Lidia Gioia, pensando ai
brillanti che le aveva offerti, a lei, producendo una ferita mortale alla sua
delicatezza, pensando alla loquela nervosa, quasi da uomo inebbriato, di suo
marito, ella abbassava gli occhi sotto l'ampia falda del suo cappello, poichè
il rossore le saliva alle guancie.
Ma che importava tutto questo? tanto
denaro circolava, per Napoli, tanta gente scialava, come dice il
pittoresco verbo, il magnifico verbo napoletano! Metà dei napoletani vendeva;
l'altra metà comperava, e a volta a volta, si scambiavano le parti. Il
cristallaro ambulante, vicino alla Madonna delle Grazie, faceva furore, con
certi bicchieri e certe bottiglie di un cristallo azzurrino, mentre da
Barberio, da Miccio, i grossi negozianti di lanerie, di seterie, non si poteva
entrare; la piccola bancarella di tipografia dove si stampavano cento
biglietti da visita, per due lire, era circondata da intiere famiglie che
volevano il loro biglietto da visita: vi era gente finanche presso i grandi
gioiellieri, dove la solitudine è sempre cosi profonda! E su tutte le parole,
su tutte le voci, su tutti i cantoni di strada, Chianche della Carità e Corsea,
vico Nunzio e Chiostro San Tommaso d'Aquino, vico Teatro Nuovo e strada
Fiorentini, Taverna Penta e San Giacomo, da tutti i cantoni, dai casotti dove
si vendevano le bombe-carta, i tricche tracche, i fruvoli pazzi,
i fuochi di bengala, partiva la gran voce meridionale, la gran voce di gioia
che incita alla gioia, il fracasso che eccita al fracasso, l'urlo della gente
inebbriata di rumore e di urli:
— Sparate, sparate!
A San Giacomo consegnarono a Eleonora
Triggiano un altro manifestino, rosso, questa volta. Vi era dipinta su, assai
grossolanamente, una Fortuna bendata, che sfiorando appena la sua ruota, lascia
cadere sugli umani una pioggia di napoleoni d'oro da una cornucopia. E accanto
una grossa cifra, ripetuta due o tre volte così:
22 per 100
Ventidue per cento
22 0/0 — proprio, ventidue per cento.
E seguitava: «… da la banca Palmieri, via
Santa Brigida, numero 114, primo piano, dalle 10 alle cinque.» Niente altro.
Dopo cento passi in Toledo, l'interesse della banca era salito già del due per
cento, dal venti al ventidue. Intorno al distributore dei manifesti vi era una
piccola folla che glieli strappava di mano, mentre appena appena egli riesciva
a staccarli l'uno dall'altro perchè erano umidi. Eleonora Triggiano serbò anche
quello, macchinalmente nel suo manicotto. Dopo Santa Brigida il movimento popolare
si calmava un poco, la fiera delle bancarelle cessava lì: ma i grandi
magazzini, i bei magazzini avevano esposto le più belle cose, dai diamanti alle
sete, dai pasticci di fegato grasso ai dolci finissimi. La folla diventava più
lenta, più elegante, più aristocratica. Ancora un gruppo si fermava innanzi a
un gran manifesto attaccato al muro, da poco, dove la banca Costa dichiarava
che per la riuscita di alcune sue operazioni all'estero, si trovava nel caso di
favorire i suoi depositanti del ventitrè per cento in oro e del venticinque per
cento in carta. Il cartellone era ampio, i caratteri grossi e era firmato: Banca
Costa e Compagnia. Aveva un'aria più decorosa e quel venticinque per cento,
in carta, faceva certo un effetto mirabile su quanti leggevano poichè restavano
fermi, attoniti, leggendo una seconda volta. Dove la folla ricominciava era
innanzi ai nuovi magazzini del dolciere Caflisch, tre magazzini smaglianti di
cristalli, di marmi di bomboniere variopinte, di dolci d'ogni specie: una folla
che entrava ed usciva dalle due botteghe e risaliva nelle carrozze, nelle
carrozzelle, carica di cartocci, di bottiglie incartate, di canestrini, di
cassette di legno greggio. Un andirivieni, come al palazzo Faucitano, alla
banca Ruffo-Scilla.
Eleonora Triggiano era entrata per
comperare dei dolci: voleva regalarne alla sua gente di servizio, alla
portinaia, a certi poveri bimbi del vicinato, come faceva ogni anno, rendendo
felice tutta questa piccola gente. Ma le convenne aspettare, tanta era la folla
nei tre magazzini: prese uno sgabello di ferro e sedette pazientemente, come
varie altre signore erano sedute. La maggior golosità napoletana, la maggior
ricerca era per i dolci natalizi il sosiamello fatto di una pasta lucida
giallo-bruna, assai dura, dove entravano il miele e le mandorle, in quantità;
il mostacciuolo fatto di fior di farina, di cioccolatte, di conserva di
frutta, duro all'apparenza, morbido in sostanza e liquefacentesi in bocca; per
l'aristocratica, la pasta reale, rosea, verde, bianca, fatta di mandorle
e di amarena, di mandorle e pistacchio, di mandorle e zucchero fitto bianco:
questi dolci assumevano tutte le forme geometriche, rotonde, a rombo, a
quadrilatero, a forma di panini, a cuore, a rettangolo, di tutti i colori,
promettenti tutte le dolcezze: se ne faceva un consumo enorme, gli ordini per
mandarne delle cassette in provincia erano presi da due commessi, che non
cessavano di scrivere nei loro registri. Ma anche i pasticcini, i pasticcini
francesi, di tutte le forme, tutti i colori, con tutte la creme, chiare, brune,
gialle, bianche, rosee, anche questi pasticcini, che formano la delizia dei
napoletani, erano messi a piramidi, a castelli, nei grandi doppi fogli di
carta; e anche le chicche francesi, dai nomi francesi, dalle pralines ai
fondants, dalle dragées alle langues de chat, scomparivano
nelle scatole da confetti di raso, di trina, di paglia, di maiolica, di metallo
cesellato; ma anche i biscotti, la cosidetta pasticceria secca, ma anche
la più comune schiacciata, la pizza dolce, avevano le loro grandi
richieste.
Faceano il servizio tutti i commessi di
casa Caflisch, tutti svizzeri, giovanotti dalla pelle bianca e rosea, dagli
occhi azzurri, dai capelli biondi, dai grandi grembiali candidi. Servivano
rapidamente, in silenzio, nati a quel mestiere pulito, elegante, tranquillo.
Cartocci enormi uscivano dalla bottega, portati dai facchini nelle carrozzelle.
La gran celebrazione del Natale era proprio là, in quella bottega, il Natale di
tutti i napoletani, di quelli che hanno pochi soldi e che non sanno privarsi
dei dolci, come quelli che ne hanno molti e comperano i dolci anche per i
poveri, anche per i miserabili. Anche dentro Caflisch i collettori entravano
trascinando colà lo persone non convinte, offrendo loro generosamente delle paste,
del Malaga, dei vini dolci e forti che stordivano i loro invitati, pagando
tutto loro, continuando a chiacchierare della mirabile banca Ferrero, della
meravigliosa banca de Cunctis. Con lo sguardo Eleonora Triggiano cercò di
affrettare uno dei commessi, e mentre costui, gentile, premuroso, come tutti
gli svizzeri, prendeva la sua annotazione nel libro di registro, ella disse:
— Che folla!
— Sono giornate di quarantamila lire —
mormorò il commesso che la conosceva.
— Tutti comprano dolci... — ripetette essa,
rispondendo più a sè stessa.
— Sono le banche che ci fanno vendere i
dolci — conchiuse argutamente lo svizzero.
Uscendo di là, si trovò di nuovo
scontenta, annoiata. Perchè era uscita, perchè camminava? Che gliene importava
di tutta quella gente, di tutta quella roba da mangiare? Che le faceva il
Natale? Per lei non vi era nè Natale, nè Pasqua, nè nessuna festa, di nessun
genere. La giornata declinava e lo scirocco si tramutava sempre più in umidità.
Verso San Ferdinando non vi era più quell'urlìo, ma sempre da tutti gli angoli
dei vicoli, Berio, Campane, Sergente Maggiore, Carminiello, Vico Rotto,
Nardones, la voce formidabile scoppiava, in coro, a distesa, incitando a
comperare le bombe-carta, le rotelle, i fruvoli pazzi, i tricche-tracche,
i fuochi di bengala, tutto lo spariatorio, una voce instancabile,
invincibile, che superava, che vinceva tutte le altre
— Sparate, sparate!
E lo spariatorio di Natale, invano
proibito dalle ordinanze della questura — che però ne aveva permessa la vendita
— invano perseguitato dalle contravvenzioni delle guardie, lo spariatorio
cominciò verso il tardi, alla fine del pomeriggio, dopo il gran pranzo di magro
della vigilia di Natale, che dura dalle due alle cinque. Dopo i vermicelli con
l'olio, l'aglio e le acciughe, i napoletani avevano mangiato le anguille e il
capitone cucinati in fritto, in arrosto, in fricassea; dopo di che avevano
mangiato due o tre insalate, una di broccoli, una di cavoli fiori, una
cosidetta di rinforzo, composta di sottaceti; dopo di che avevano mangiato
molti dolci, molte frutta, fresche e secche, e bevuto una quantità di rosolio,
dopo aver bevuto una quantità di vino; dopo di che, alle cinque, nella strada,
nelle piazze, nei vicoli, nei chiassuoli, nei cortili comuni, nei cortili
interni cominciò lo spariatorio. Il napoletano adora il fuoco
d'artificio, ma più di ogni altro le botte, il gran rumore di bomba che
scoppia; la terziola, che saltando scoppia rumorosamente tre volte; il tricche-tracche
che scoppietta meno rumorosamente, ma dieci o quindici volte; il fruvolo
pazzo, che, lanciato, percorre una curva di fuoco facendo fuggire i
viandanti, scompigliando i gruppi di donne; la rotella, che gira, gira,
come una rotonda fontanina di fuoco; il fuoco di bengala, che dà la luce rossa,
o verde, o azzurra, o violacea, piangendo lagrime di fuoco.
Alle sette pomeridiane Napoli pareva in
preda a un fuoco di moschetteria, sulle colline e sul mare, nelle strade
aristocratiche e in quelle popolari. Mentre dalle strade si faceva la domanda
con le bombe, dai balconi cadevano le terziole e i tricche-tracche, per
risposta; ogni finestra aveva il suo fuoco di bengala. Gruppi di monelli, dopo
avere dato fuoco a una botta, fuggivano in un angolo, gridando. Sulle
terrazze degli ultimi piani uscivano i buoni borghesi e sparavano in aria il
loro fucile carico a polvere: e queste salve erano regolari, il tempo di
ricaricare il fucile e di uscire sulla terrazza. Le donne, un po' sgomentate,
un po' allegre si rifugiavano nei portoni; i cavalli delle carrozze si
rifiutavano di circolare; i cocchieri si ritiravano filosoficamente alla
stalla. Rumori sordi e rumori gravi, scoppi aspettati o scoppi improvvisati,
vicini e lontani, sulla propria testa o alle spalle, e un puzzo acuto di carta
bruciata, di polvere bruciata, un fumo che faceva tossire i pochi e coraggiosi
viandanti.
— Sparate, sparate! — gridavano i
venditori dello spariatorio, avendo rifornito le loro vuote bottegucce.
Allo dieci di sera, certe piazze al
Mercato, agli Orefici, a Santa Maria la Nuova, a Montecalvario, alle Baracche, parevano
campi di battaglia: ventiquattro tra giovanotti e monelli erano andati
all'ospedale dei feriti, ai Pellegrini, con le mani arse, le faccie squarciate,
le dita asportate. Ma non finiva il fuoco di moschetteria, tutta Napoli era illuminata
da quei lumi colorati, da quei razzi volanti, da quelle fontanine di fuoco. Era
impossibile dormire, impossibile riposare, impossibile udire. Lo spariatorio
era formidabile. Eleonora |