Matilde Serao: Raccolta di opere
Matilde Serao
All'erta, sentinella!
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TRENTA PER CENTO

IV.

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IV.

 

La cameriera entrò verso le otto nella stanza di Eleonora Triggiano. Alla poca luce che entrava, dalle imposte socchiuse, la signora in quell'ora mattinale leggeva, con una faccia smorta e gli occhi sbattuti come se non avesse mai lasciato di leggere dalla sera prima. E distrattamente, con la sua bella voce indifferente, dove pareva spento ogni senso di gioia e di dolore, ella chiese a Raffaella:

— È tornato il signore?

— No — disse quella, con un sospiro — neppure stamane è tornato.

Il marito mancava dalla casa da quattro giorni, senza mandare una sola notizia di : non aveva mai fatto così. Ogni mattina quando vedeva entrare Raffaella nella sua stanza, ogni pomeriggio quando rientrava in casa dalla passeggiata, la signora Eleonora chiedeva monotonamente:

— È tornato il signore?

— No, non è tornatomormorava la cameriera, voltando il capo in , mortificata di dover dare una risposta dispiacevole. E la grande abitudine della vita solitaria si faceva intorno a quella melanconica esistenza di donna. Ella non chiedeva più niente a Dio, a suo marito, al mondo; e viveva così, alla giornata, all'ora, non fermandosi a considerare il suo stato. Aveva bisogno di non riflettere, di non pensare, di non chiedere a stessa la ragione della sua vita; temeva che una improvvisa disperazione la conducesse a qualche stravaganza.

Giovane, bella, con una ricchezza di sentimento nel cuore, con l'anima piena di nobili ideali, ella era abbandonata nel vasto mondo, così, senza appoggio, senza soccorso, senza una sola persona che le camminasse accanto. Non voleva pensarci.

Viveva cosi, leggendo assai, passeggiando assai, passando ore intiere assopita in una preghiera, nella chiesa, senza scosse, senza sussulti, dandosi allo conversazioni esteriori, interessandosi a una quantità di piccoli fatti esteriori, per sfuggire al grande fatto che le si svolgeva nell'anima:

Chissà dove sarà, il signore? — chiedeva ogni tanto Raffaella, che non potea resistere a quella idea di un tale abbandono.

— È attorno pei suoi affaririspondeva vagamente Eleonora.

Ma come le domande della premurosa cameriera si facevano più fitte, un giorno, seccamente, le disse:

— Vi prego, Raffaella, di non occuparvi di queste cose.

Così, nessuno più le parlava di suo marito; e niente più poteva trarla dal grande letargo spirituale dove il suo dolore non aveva più acutezza, Domandava di lui, così, per una curiosità vaga, senza spavento, senza gioia.

— Forse verrà oggi, — soggiunse quella mattina a cameriera, aiutando la signora a vestirsi.

— Forse... mormorò Eleonora Triggiano. Ma un improvviso scroscio di pioggia interruppe i loro discorsi. La primavera precoce napoletana si annunziava con quelle grandi dolcissime pioggie che cadevano con gran rumore, dissipando il freddo dissipando la tramontana, lasciando l'adito ai molli soffi che turbarno i nervi, perchè sono come carezze lievi di mani innamorate.

Piove, peccato! — disse Eleonora.

E intravvide tutta una lunga giornata nel suo grande appartamento deserto; e non sapea più che fare, che leggere, di che occuparsi, un po' sgomenta, temendo sempre l'improvviso risveglio del suo cuore. E tante giornate, tante giornate, una dopo l'altra, come questa, sarebbero venute, monotone, solitarie, senza speranze e senza desiderii, che il conto lungo, immenso, le faceva paura e la vita le pareva insopportabilmente lunga, insopportabilmente vuota. Scrosciava la pioggia di primavera sopra i cristalli delle finestre e un gran velo bigio si era disteso sulla città; dietro quel temporale si intuivano le mollezze primaverili e i fiori rinascenti, e tutta la bellezza rifiorita del gran paese meridionale; era una pioggia confortante e per la via, lasciandosi bagnare il capo scoperto, i monelli correvano, scalzi, ridendo, strillando.

Piove, piove!

Ma nulla poteva a lei importare che con quella pioggia finissero i rigori invernali: la tiepida stagione, che si annunziava imminente, aveva lusinghe per lei. Oramai passavano indifferenti, sul suo capo indifferente, le stagioni; nessuna di esse poteva arrecarle nulla di nuovo, la sua esistenza era una lunga stagione solitaria, senza fiori, senza frutti.

— Ecco una lettera, — disse la cameriera rientrando nella stanza dove la signora passava distrattamente il pettine ne' suoi biondi capelli.

— Una lettera? — fece quella, sempre distratta.

— L'hanno portata a mano e il servitore attende la risposta.

Ella aprì. Le scriveva Paolo Collemagno.

La breve lettera diceva:

«Signora Eleonora. L'incarico che mi deste è compiuto. La persona che amate è in grave pericolo. Voi sola potete salvarla. Ditemi dove posso vedervi oggi, subito. Non oso chiedervi di ricevermi in casa vostra. Dite voi: io obbedirò. Credete alla mia profonda devozione. Paolo Collemagno

Ella guardava la lettera e pensava. La persona che amate! Quale persona? Ella sentiva di non amare più nessuno stessa, gli altri. Nessuno, nessuno. Ma se si chiedeva a lei un ultimo sacrificio, in nome del suo passato, lo avrebbe fatto. Portava il nome di quell'uomo, lo avrebbe salvato: avrebbe cercato di salvarlo, poichè si sentiva scoraggiata, un po' indifferente, infastidita di esser tratta dal suo torpore. E lentamente, scrisse, per la prima volta, queste parole a Paolo Collemagno:

«Se più tardi uscirà il sole, aspettatemi nel parco di Capodimonte, nel primo viale. Vi sarò. GrazieEleonora Triggiano

E mandò questo vago, indeciso appuntamento all'uomo che l'adorava. Forse, tutto il giorno vi sarebbe stata la tempesta, ed ella avrebbe evitato quel colloquio in cui tutti i suoi dolori avrebbero ripreso le loro acuzie, in cui tutti i pericoli della sua vita le sarebbero sorti innanzi, implacabili, spaventosi e attraenti, per la pietà. Temeva quel colloquio. Vi avrebbe inteso cose terribili, certo: e avrebbe dovuto rivivere, avere una volontà, andare contro la sventura. E anzi tutto avrebbe dovuto rivedere Paolo Collemagno, il bel volto onesto e fedele: avrebbe dovuto sentire quella voce che le andava al cuore, commossa, e che la facea fremere di pietà, di tenerezza. Aveva chiesto tanto al Signore di seppellirla sempre più in quell'oblio di ogni cosa, in quell'atonia, aveva domandato di non pensare, di non sapere, di non vivere che in continua dormiveglia: ed ecco una voce la traeva dal suo sepolcro, una forte voce le ingiungeva di alzarsi e di camminare. Oh avesse piovuto tutto il giorno, si fosse inabissato il mondo sotto la pioggia, per evitare la sua dolorosa risurrezione! Che volevano da lei, gli egoisti? Perchè la risvegliavano Perchè la volevano buttare un'altra volta nella lotta, essa poveretta, senza forza, senza coraggio? Che cosa chiedevano al suo cuore martoriato? E mentre il rumore della pioggia decresceva, decresceva sulle vetriate e nella via, il suo cuore rinasceva ai dubbii, ai contrasti, ai tormenti di una esistenza combattuta. Ella andava e veniva, nella sua stanza, già soffocando nella sua monacale vestaglia di lana marrone, poichè dietro la pioggia vi era il calore primaverile, poichè nelle sue vene gelide ricominciava ad ardere il sangue: andava e veniva, agitata, commossa, pensando che cosa fosse questo imminente, gravissimo pericolo, immaginando le più orribili cose, combinando l'assenza prolungata del marito con quel biglietto di Paolo Collemagno. Decresceva, decresceva la pioggia, nella mattinata di febbraio ma ella perduta nelle sue tristi visioni, non si avvedea di nulla. Ah, era fuggito per sempre il sonno di pace, di tranquillità, di dimenticanza, ella era nuovamente immersa negli sconforti e nelle angoscie di una vita infelicissima. Dove poteva essere suo marito, in quell'ora? Quale pericolo correva? Come si poteva ancora salvarlo? E ne avrebbe avuta la forza, lei? Ahi, che il suo cuore era vivo, adesso vivo al sospetto, alla paura, all'improvvisa debolezza, alle improvvise esaltazioni! E le ore passate in agitazione, girando nel suo appartamento deserto, concentrate nei suoi foschi pensieri, non avevano il senso del tempo per lei: ella era rinata alle angoscie dei disperati, che non sanno più che cosa è il tempo. Era l'una, quando un sottil raggio di sole battè sulle sue finestre. Ella guardò macchinalmente fuori. Bisognava andare. Ella doveva sapere: ella doveva salvare suo marito, il suo nome, e forse, chissà, la vita dell'uomo che aveva amato. L'uomo che amate, aveva scritto umilmente e dolorosamente Paolo Collemagno. No, no, ella non amava, non voleva amare, ma era risuscitata ai dolorosi doveri della sua esistenza, di nuovo le responsabilità della vita le pesavano, gravi, imponenti.

Andiamodisse.

Quando salì in carrozza, fuori, tutto il cielo di febbraio aveva una delicata tinta azzurrina, quella che si diffonde dopo i lunghi temporali. Un umidore regnava ancora nella via e nell'aria, un umidore dolce, dagli odori sottili. Pure, per nascondere la sua agitazione, ella aveva fatto prendere una carrozza chiusa, un coupé e malgrado la lieve umidità dei cristalli, molti, dalla strada, si voltavano a guardare questo pallido, esangue volto di donna bionda che nel vestito nero scintillante e dietro la sottilissima veletta nera aveva un aspetto strano. Ella avrebbe voluto che la carrozza corresse, tanta era adesso la sua esaltazione: ma non era possibile: la strada era sdrucciolevole per il fango che si era formato e tutta in salita. Il coupé, ascendeva lentamente per Toledo, la strada tutta tappezzata di cartelloni rossi, gialli, verdi, tutti cartelloni di nuove e vecchie banche, dove si offriva il ventiquattro, il venticinque, financo il ventotto per cento, al mese; ma Eleonora Triggiano guardava tutto questo, senza vedere, fissandovi sopra gli occhi imbambolati. Ella, ogni tanto, affacciava la smorta faccia dietro i cristalli, come mossa da un impulso interiore, come se non potesse resistere in fondo alla sua scura vettura; e spiava attentamente come se la faccia delle persone che passavano, come se tutte le cose, intorno, dovessero dirle il segreto della sua angoscia. Non arrivava mai.

La salita di Santa Teresa era fatta al passo, tanto era malagevole pel fango: invano due o tre volte, tirando il cordone, Eleonora Triggiario aveva detto al cocchiere di affrettare. E allora ella si ributtava indietro, nel fondo del coupé, appoggiando la testa alla spalliera imbottita, chinando gli occhi, come se volesse non sentire, non vedere, come se volesse dimenticare anche di esser viva. Finalmente, dopo uno di quei lunghi minuti di accasciamento, riaprendo gli occhi, riaffacciandosi dietro i cristalli per interrogare la via, vide che erano già in campagna, che cominciavano a girare intorno al tondo di Capodimonte, alla bizzarra strada dove la fatal villa del prete, la villa tetra dove il prete dagli occhiali fu assassinato, metteva una maggior nota di malinconia nel gran paesaggio verde, che si sprofondava nella valle.

Era un'ora tranquilla e un paesaggio perfettamente deserto: la via di Capodimonte che mena al Real Castello, è molto frequentata, solo di estate, per le molte ville, e nell'inverno non vi è nessuno, è un ritrovo troppo lontano, anche per gli amanti che ricercano la solitudine. Ella guardava i grandi alberi sfrondati della via, mentre la carrozza rasentava, a sinistra, la gran meraviglia del parco reale, donde una vegetazione sempre verde sempre fresca si elevava; e un po' di serenità le veniva da quel deserto, da quella campagna ancora stillante di pioggia, da quelle ville che avevano sbarrato le porte e le finestre, da quell'immenso silenzio campestre invernale. Il coupé si fermò innanzi alla porta grande del Real Parco e il portinaio, che la conosceva, guardò appena appena il permesso che Eleonora Triggiano esibì. Ella andava spesso lassù, in quei grandi viali ombrosi profumati, taciturni e solitari, ella si compiaceva di quella grande estensione di via, lontana, lontana, sotto gli alberi. Andava lentamente, lentamente appoggiandosi sul manico alto di avorio del suo ombrellino, quando vide venire a , fedele, immancabile, Paolo Collemagno. Era un'illusione o le parve più scarno, dagli occhi più profondi e più ardenti? Si salutarono solamente con gli occhi, senza stendersi la mano, senza dirsi una parola e si misero a camminare lentamente, uno accanto all'altra, con gli occhi abbassati, come se fossero oppressi dai loro pensieri.

Lasciarono a sinistra il grande edificio del palazzo, circondato dalle aiuole verdi del giardino inglese e piegando a destra, passando sotto un arco di pietra, dove il custode forestale dalla soglia della sua casetta li salutò, cavando il berretto dall'arma reale, entrarono nel parco profondo. La sottile ghiaia del viale coperta ancora di foglie gialle dell'inverno, ancora tutta umida di pioggia, non strideva neppure; e già i larghi prati in discesa, già gli alberi nudi si coprivano di una verdura tenue, chiara, già un sottile odore di violette si mescolava a quello fresco, umidiccio dei rosei anemoni, i fiorellini glaciali dei boschi oscuri dove non penetra sole. Andavano. Ella accanto a lui, man mano sentiva placarsi quelle sensazioni forti e fugaci di disperazione che dalla mattina avevano schiantato a intervalli il suo cuore risuscitato e una rinascente speranza di bene sorgeva, fresca, ingenua come la prima verdura dei boschi, come quella piccola flora della foresta, innocente e gelida. Egli, che non la vedeva da vicino da molto tempo, si lasciava andare al puro diletto di contemplarla, nei suoi abiti neri scintillanti di giaietto, bianca e bionda, con un'aria giovanile, come una giovanetta che allora si affaccia alla esistenza. Andavano. Ora ella sentiva staccata da la sua pena: ma sentiva freddamente, serenamente, che aveva da compiere un dovere, uno stretto dovere verso suo marito che era in pericolo. L'ultimo doverepensava e questa parola ultimo, bizzarra, fatidica, a lei ancora inesplicabile, le ritornava continuamente alle labbra, come se fosse la parola della sua esistenza.

Dite, Paolo, — mormorò a bassa voce, arrivando a un rustico banco di legno e lasciandovisi cadere.

Ma non avendogli ella detto di sederlesi accanto, egli, obbediente, rimase in piedi davanti a lei, staccando con la punta della mazzettina dei ciottolini di ghiaia e buttandoli in qua, in , macchinalmente.

— L'incarico che mi avevate dato, era assai difficile, signora Eleonora, — egli cominciò, pronunciando il nome di lei, con grande dolcezza, — ma io avevo promesso! Tutta la città, lo sapete e ora tutta la provincia sono in preda a questa crescente follia e in un paese meridionale, caldo, ardente nella fantasia come il nostro, è così difficile guardarsi dall'esaltazione e dalla follia!

— Ma voi avete trovata la verità, nevvero? — chiese ansiosamente ella, guardandolo come se egli solo potesse saperla, come se egli stesso fosse la verità.

— L'ho trovata, con molti stenti, — riprese lui, chinando di nuovo gli occhi, — facendo come una inchiesta per mio conto personale, facendo per mio conto da giudice istruttore; ora potrei fornire tutti gli elementi a quello che dovrà istruire questo grande processo.

Processo? — esclamò lei, impallidendo, — che processo?

Signora Eleonora, — egli soggiunse, con una certa grave solennità, — queste banche sono un immenso furto; banchieri, amministratori, impiegati e... collettori sono altrettanti ladri.

Ella si morse le labbra e un velo di lacrime — le ultime lacrime — le offuscarono la vista; il bosco le comparve intorno.

— Nessuna delle leggende inventate è vera, — riprese lui, come se desse a stesso delle spiegazioni, — Rothschild, la banca d'Inghilterra, il papa, Francesco secondo, il Brasi!e hanno mai dato un soldo a questi banchieri. Mai il denaro ha potuto dare il dieci, il dodici, il quindici, il venti per cento al mese, nella più fortunata, nella più audace delle pubbliche speculazioni. Ma costoro, Ruffo-Scilla, Costa, Ferrero e tutta la innumerevole caterva dei minori, non erano, banchieri giuocatori di borsa, speculatori: non sono che dei ladri del pubblico denaro. Ladri, niente altro. Davano l'interesse, prelevandolo dal capitale, o mangiando il resto, una gran parte essi e una minor parte i loro impiegati e i loro collettori. Davano questo interesse, levandolo dal capitale, vivendo giorno per giorno allegramente, sapendo che fra tre mesi, fra un mese, fra dieci giorni sarebbe capitato loro un disastro; ma non pensandoci, non volendoci pensare, calcolando sulla gran folla meridionale, su questo rinascente sogno dell'isola di cuccagna; e dimenticando il pericolo imminente, sicuro, immancabile, implacabile, fra tutti i piaceri di un lusso sfrenato, donne, cavalli, carrozze, viaggi, scampagnate, gioielli, tutte le pazzie umane per godere del minuto che fugge...

— Tutti erano ladri? — chiese macchinalmente la signora Eleonora.

— Tutti, non uno escluso. Chi per una donna, chi per una pariglia di cavalli, chi per un palco a San Carlo, chi per pranzare lautamente e per cenare delicatamente, tutti sono stati complici nel furto. Il denaro entrato alle due pomeridiane in una banca ne usciva dopo due o tre ore, per sparpagliarsi nelle tasche dei banchieri, degli impiegati, dei collettori, finanche degli uscieri, dei servitori, per sparpagliarsi, nella sera stessa, dovunque si mangia, si beve, si giuoca, si spende in un minuto il denaro. È certo.., l'avidità spingeva i depositanti a mettere il loro denaro a un frutto così usuraio, certo è la grande ingordigia del guadagno illecito che ha corrotto le più rette coscienze; ma pure, nella gran catastrofe, quante piccole e intanto terribili catastrofi di piccole somme strappate alla piccola economia, quanti tesoretti preziosi che sono naufragati e che porteranno con un avvenire di miseria.

— La catastrofe? — chiese ella, levandogli timidamente gli occhi in volto.

— Sarà fra tre o quattro giorni. Tutte le fila dell'immensa truffa sono già nelle mani del procuratore del re. Banchieri, collettori, impiegati, tutti saranno arrestati sotto l'accusa di associazione di malfattori. Ma forse verrà ammessa solamente la bancarotta fraudolenta e la truffa. Non possono avere meno di cinque anni di carcere. A ogni modo sono perduti.

Credete che mio marito sia seriamente compromesso? — domandò lei, come se già fosse la moglie di un colpevole.

Egli esitò un momento:

— ... lo credo, — disse poi, dopo uno sforzo.

— Ne siete certo? — insistè lei con una certa durezza.

— Ne ho le prove, — mormorò egli, nella rettitudine della sua coscienza.

— Queste prove, dinanzi alla giustizia, possono farlo apparire colpevole, complice, possono farlo condannare? — ribattè lei, ostinata, volendo andare sino al fondo di quella rovina.

— Sì, — disse lui, — esistono ricevute, carte, registri dove il suo nome appare. Bisogna distruggerle. Certo vi saranno molte testimonianze di chi gli ha consegnato il denaro, per metterlo sulla banca: ma distrutte le carte, le deposizioni verbali non varranno.

— Oh — fece lei, come offesa da queste transazioni.

— Non si può fare diversamente. La colpa è commessa, bisogna cercare di cancellarne le prove. E... bisognerebbe partire...

— Egli dovrebbe fuggire? — chiese lei, meditando.

— Sì il codice dei malfattori prescrive anzitutto di non lasciarsi mettere in prigione. Dopo... tutto può accomodarsi.

— L'onore è perduto, per sempre, — disse lei, freddamente.

— Quello sì, — rispose lui.

— E che posso fare, io? — domandò ella.

Convincere vostro marito del pericolo, persuaderlo a distruggere le prove, persuaderlo a fuggire. Avrà denaroandrà via...

— E io? — chiese lei.

— Voi siete forte e buona, — rispose lui, teneramente, — subirete il contraccolpo, in nome dell'uomo che amate.

— Io non lo amo, — disse ella, chiaramente.

Egli la guardò: e sul pallore del suo volto consumato dalla passione una fiamma salì. Ma anche la passione aveva purificato il suo nobile cuore: e non disse altro che questo:

— Non importa dovete salvarlo.

Tenterò, — disse lei, chinando il capo.

Tentatelo subito, — fece lui. — Intendete il pensiero che mi muove? Capite che insistendo per la sua salvezza, cerco salvare voi, il nome vostro, il vostro avvenire?

— Io non ho più avvenire, Paolo, — diss'ella, tristamente, con la sua bella voce infranta.

— Non ditelo, Eleonora. Possono ritornare i giorni belli per voi..

— No, no. Tutto è perduto, lo sapete.

Promettetemi che farete di tutto, per scongiurare una parte della catastrofe.

— Come farò? — diss'ella, volgendo attorno lo sguardo smarrito. — Egli manca di casa da quattro giorni.

— Non sapete dove è?

— No: prima lo diceva: ora non lo dice più.

Tornerà, forse...

Chissà! — fece ella, sempre più turbata.

Sentite, — soggiunse, con uno sforzo Paolo Collemagno — io penso a voi, sempre, in questa catastrofe. Se egli non distrugge le prove, se non parte, oltre all'onta di saperlo in prigione, oltre all'orribile rimorso della disperazione altrui, avrete tutto il peso della sventura: i carabinieri che lo cercheranno in casa vostra, l'ispettore della questura che verrà a perquisire le vostre carte, il giudice istruttore che vi chiamerà a testimone, tutto, tutto un dettaglio pauroso, disonorevole. O Eleonora, angiolo santo, come potrete sopportare ciò?

— Oh Dio, oh Dio — faceva ella, torcendosi le mani la disperazione.

— E pensare che non avete neppure dove ricoverarvi! — disse lui, disperato.

— Nessuno, nessuno.

Povera cara, — fece lui, prendendole pietosamente una mano e trattenendola fra le sue.

Ella arrossì, come una fanciulla al suo primo colloquio d'amore. E trangosciata, trasalendo al pensiero dell'orribile avvenire che l'aspettava, sentendo la sua vita legata per sempre a quella di un furfante, sentendo il disonore che la colpiva in faccia, si levò, risoluta:

Vado, — disse a Paolo Collemagno, guardandolo francamente negli occhi. — Vado a quest'ultimo dovere. Ma prima, Paolo, lasciate che ve lo dica: il mio cuore è umiliato dinanzi alla vostra grandezza d'animo. Siete così forte, saggio, buono, misericordioso, che io di fronte a voi mi sento sciocca, misera, vile. Io vi ho tormentato, — soggiunse, con la voce tremante di emozione, — e non ero degna di darvi un sol pensiero di pena. Perdonatemi, ve ne prego. Ditemi che mi perdonate.

— Oh cara, cara, non dite questo... — mormorò lui, con voce semispenta.

— Sì, sì, non ero degna. Sono una creatura debole e meschina. Vi ho fatto soffrire. Perdonatemi. Non posso andarmene di qui, senza il vostro perdono.

Dio vi benedica, anima cara, — disse lui, solennemente toccandole la fronte, — per il bene che mi avete fatto.

E camminarono di nuovo insieme, accanto, senza darsi il braccio, senza toccarsi la mano, senza parlare. Se ne andavano al loro destino doloroso, anime oneste, castigate per le colpe altrui, curvando il capo sotto il peso del loro destino.

 Andavano piano, come per prolungare quei momenti di dolce compagnia, in tanta amarezza. Ma l'ora fuggiva, e presto furono in vista dell'arco di pietra, dove volevano separarsi. Egli comprese che ella voleva andare e si fermò, per le ultime parole:

Sentite Eleonora, — le disse, tenendo la mano di lei fra le sue, come per comunicarle forza e mansuetudine, — io non sono amico di casa vostra, non ho diritto di venire da voi. Ma da questa sera in poi, per qualunque cosa, per ogni soccorso, di persona, di consiglio, pensate che io sono a casa mia, aspettando una vostra parola, sempre pronto a tutto. Non vi considerate mai sola, mai abbandonata, qualunque dolore vi piombi sulla testa! Avete un amico, il più devoto fra gli amici. Scrivetemi, mandatemi a dire una parola: farò quello che volete, tutto quello che volete. Non lo dimenticate. Sono lassù, nella vostra stessa casa, come una sentinella fedele. Fatemi questa grazia. Non mi dimenticate, nelle vostre ore cattive.

— Non lo dimenticherò, — disse ella profondamente turbata. — Penserò a questo, sempre.

Si allontanò rapidamente, senza voltarsi indietro, come se avesse paura d'intenerirsi, come se la spingesse una fatalità di risoluzione. Ora, buttandosi nel coupé, si lasciò andare col capo sulla spalliera, con gli occhi chiusi, accasciata e pur viva nella sua angoscia, invocando da Dio la forza per muovere il cuore di suo marito. Ahi che non aveva speranza. Era un essere frivolo e frivolmente vizioso, un meridionale chiacchierone o bugiardo, allegro e grossolano, che quando l'aveva amata, aveva finto tutte le delicatezze del sentimento: breve finzione amorosa dopo la quale era venuta prestissimo una delusione profonda. Come lo avrebbe colpito, commosso, poichè egli non conosceva più la dolce influenza della virtù e della onestà, poichè avendo denaro, ne aveva voluto ancora, ancora, molto, troppo, strabocchevolmente, rubandolo, truffandolo, essendo complice necessario della truffa, del furto? Quale parola altamente onesta avrebbe risvegliata la coscienza del giocondo malfattore? Ahi che ella non aveva speranza e tutto le pareva irremissibilmente perduto! Cercava, in quel lento viaggio discesa verso Napoli, di fare un piano, un piano pratico ma tutto le pareva svanisse innanzi alla lieta sfrontatezza di suo marito. E non era povero, no: il delitto era anche più grave, così. Che dire a un uomo simile?

Era assai tardi, quando arrivò a casa: e senza discendere dalla carrozza, chiamò a il portinaio, e gli chiese se per caso fosse ritornato suo marito. No, non era tornato. Era venuto nessun dispaccio, nessuna lettera? Niente. Ella crollò il capo, sentendo sempre più quella gravezza del destino piegarle il coraggio. Non potette resistere a salire in casa, così, ad aspettare: la mordeva un bisogno di muoversi, di agitarsi, di cercare suo marito anche inutilmente. Diede l'ordine al cocchiere di portarla alla banca Costa, ma arrivò che chiudevano i cancelli: quel giorno per raccogliere il molto denaro che veniva portato in deposito avevano tenuta aperta la banca un'ora più tardi. Non osò domandare nulla a quegli impiegati che discendevano chiacchierando, ridendo e fumando, felici di quella liberazione, con la parola alta e il riso sonoro che le ricordò quello di suo marito: e li guardò soltanto, sgomenta, pensando che fra tre o quattro giorni, non avrebbero riso più.

Discendendo di , a caso, per sfogare la sua angoscia andò girando da un posto all'altro, dove probabilmente o chimericamente poteva trovare suo marito: al circolo che soleva frequentare, al caffè, in un paio di case d'amici, così, come presa da una follia di ricerca. Non usciva dalla carrozza, perchè temeva che tutti le leggessero in volto la disperazione; ma mandava su, dentro, il cocchiere, con un'ambasciata precisa, ma frettolosa; e aspettava nelle penombre della sera già discese, stringendo le dita incrociate, come una trangosciata preghiera le unisse. Il cocchiere lentamente faceva l'ambasciata e lentamente ritornava, perchè era vecchio e flemmatico metteva il capo dallo sportello nella carrozza, e diceva alla signora che al circolo, al caffè, in casa degli amici non avevano visto il signor Triggiano da quattro o cinque giorni. Ella dava un nuovo indirizzo, a caso; e la via crucis ricominciava. Alla fine, quando non poteva cercarlo in nessun posto, a meno che non lo volesse cercare nella via, pensò:

— Egli deve essere da Livia Gioia.

E nel suo furore di salvezza lo avrebbe cercato anche da quella svergognata; ma non conosceva dove abitasse.

Allora, perduta ogni speranza, nella sera che si avanzava, disse al cocchiere di tornare a casa. Mentre lo pagava, il portiere le disse:

— Il signorino è tornato un'ora fa.

— Ah! — fece ella con un profondo sospiro.

E salì rapidissimamente. Raffaella venne ad aprirle la porta.

— Il signorino è tornato, aveva pranzato e ora dorme. Ha detto di non svegliano che alle nove.

Aspetteròmormorò ella a stessa.

Si tolse il mantello scintillante di perline nere, si levò cappello, si sfilò lentamente i guanti, consegnando tutto alla cameriera Raffaella che la guardava in silenzio. Poi sedette in una poltrona, abbassando la fronte sulla mano, in atto di paziente aspettativa.

— Il pranzo è prontodisse Raffaella senza andarsene.

— Sta bene, più tardi, — mormorò ella.

— Vostra Eccellenza si rovinerà la salute, in questo modo.

— Non importa, andate, Raffaella. Avvertitemi solamente quando il padrone è svegliato.

Ma dovette aspettare qualche tempo, almeno due ore, seduta nella sua poltrona, immobile, col viso immerso nel largo cerchio di penombra che diffondeva il grande paralume di seta sulla lampada. Suo marito aveva il sonno pesante, come tutti quelli che riposano da profonde fatiche intellettuali o materiali, da profonde agitazioni dello spirito. Si capiva che era tornato a casa estenuato, niente che a udire lontano due stanze, il suo respiro forte o duro. Pure ella attese pazientemente, senza muoversi, ora che il Signore le aveva fatto la grazia di ricondurlo a casa, anche per un giorno soltanto. Si avanzava sempre più la sera, quando un lungo squillo di campanello elettrico risuonò, e nella sua stanza Carlo Triggiano cominciò il suo solito allegro chiasso del risveglio parlando con Raffaella, parlando con stesso, canticchiando aprendo e chiudendo rumorosamente i cassetti, rumoreggiando con le sue scarpe di elegante, nuove e scricchiolanti. La signora Eleonora non si alzò, non andò nella stanza di lui, come soleva fare, aspettandolo nel salotto. Egli uscì dopo un pezzo in marsina, con la pelliccia aperta, che lasciava vedere il petto candido della marsina e il gibus sul capo. Fischiettava un'arietta. Ma innanzi alla moglie, con cui serbava qualche forma ancora, tacque e si tolse il cappello.

Scusa, sai, — credette di dire, — se non ti ho dato mie notizie. Gli affari non mi hanno dato un minuto di pace...

— Non importa non importa, — disse ella guardandolo con una bontà fatta di pietà.

— Anche questa sera debbo andar via, subito, — diss'egli. — Abbiamo una riunione di banchieri, la nostra posizione diventa sempre più importante.

— Io debbo parlarti, — diss'ella fermamente.

Bene, avremo il tempo, domani, a colazione. Tanto, per ora, non parto.., e stasera, non potrei..

— Non domattina, stasera, — ribattè lei con lo stesso tono.

— Allora, stanotte, quando rientro, — cercò di accomodare lui, mettendo una più breve dilazione.

— Non questa notte, stasera, — ripetette lei, ostinata.

— Ma io debbo andare... — fece lui cominciando a impazientirsi, — Ho affari urgenti.

— La cosa che ti debbo dire è urgentissima.

Dite sempre così, voi donne, — borbottò lui — e poi si tratta di frivolezze. Se ti pregassi, mi faresti il favore di rimettere a domani questo colloquio?

— No, — ripetette ostinatamente, — debbo parlarti questa sera, adesso. Ti ho aspettato cinque giorni, senz'aver tue notizie: ti ho cercato tutto il giorno, ieri, dovunque. Ora ti prego io a restar qui, ad ascoltarmi.

E la sua attitudine era così tranquilla la sua voce così ferma, che al marito produsse una impressione forte. Era stato sempre abituato a trovarla graziosa, umile, dolce e sentiva i suoi torti, sentiva che ella aveva ragione di esser mutata, aveva ragione di parlare così.

— Ti ascolto, — disse sedendosi dirimpetto a lei, ma senza lasciare il cappello e il bastone, come se fosse in visita.

Carlo, — ella cominciò, dopo un minuto di pausa, — — la tua buona fede è stata sorpresa; tu sei stato ingannato; la tua amicizia per il banchiere Costa ti ha messo in un cattivo affare. Da quattro mesi tu lavori per gente che tutte le persone oneste dichiarano dei ladri; e tu vivi fra queste persone che domani possono comparire in corte di assisie.

Egli si era fatto mortalmente pallido, alle prime parole ma come lei continuava, tranquillamente, egli si era rimesso dalla sua emozione Solo arricciava i suoi mustacchi, nervosamente come se il discorso lo annoiasse un poco. Ella lo guardava negli occhi, e proseguì:

— Ti hanno mentito, Carlo. Tu sei un galantuomo, sei dunque stato folle; non conosci, dunque, per la tua bonarietà, per la tua onestà, in quale abisso ti hanno trascinato. Tu, l'onesto, tu il galantuomo, tu, nella cui mano ho messa la mia, con orgoglio, puoi domani se non pensi a salvarti, esser travolto in una rovina di disonore. Credo..., spero, — soggiunse con uno sforzo — che tu possa ancor salvarti. Puoi ancora distruggere quanto esiste di prova contro te: lacerare, bruciare le carte, le lettere, le ricevute, tutto; puoi staccarti da Costa, subito; e partire, fare un viaggio...

Egli la guardò ancora e scoppiò in una larga risata.

— Non ridere, non ridere, — diss'ella, come se le si squarciasse la voce per l'angoscia.

Rido per queste frottole che ti hanno raccontato. Costa è uno dei più forti speculatori di Europa: è una testa finanziaria potentissima. Ti assicuro che ti sei fatta corbellare.. — soggiunse lui, con un tono di sprezzante pietà.

Costa e tutti gli altri saranno deferiti fra tre giorni al potere giudiziario. Tutte le carte sono nelle mani del procuratore del re, — disse ella, frenando a stento la sua indignazione.

Egli rise ancora, mentre ella diventava smorta come se svenisse.

— Ti hanno burlata, mia cara. Questa è una notizia che gira da quattro mesi. Sono i nemici di Costa che mettono in giro la voce.

— Io ne sono sicura, come se fosse la stessa verità, — esclamò lei, levando la mano, quasi, per giurare. — Saranno tutti arrestati, come associazione di malfattori.

Follie, — disse lui levandosi, — Follie, io non ci penso neppure.

— Oh Carlo, Carlo, tu non vuoi dunque satvarti?

— Ma da che? Ma che vai avvolgendo nella tua mente fantastica? Io non ho bisogno di consigli di preghiere. Sono socio di Costa dal principio, continuerò ad esserlo, diventeremo ricchi quanto lui.

— È denaro rubato, — disse lei, duramente.

Eleonora, tu perdi la testa! — gridò lui in collera.

— Ti dico che è denaro rubato, e che tu sarai preso come ladro, e che io sarò considerata come la moglie di un ladro!

Taci, — disse lui digrignando i denti, — taci, pazza che sei!

Ella aveva chiuso gli occhi, con le labbra bianche, con una grande contrazione sui volto; parea che morisse.

— Del resto, — riprese lui sogghignando, non vi è paura. Giudici, presidenti, procuratori del re sono tutti amici nostri. Il denaro può molto. Che cosa non si compra col denaro?

Carlo, Carlo! — fece lei rabbrividendo.

— Non farmi l'innocentina, e non credere che noi altri siamo sciocchi. Abbiamo combinato le cose ammodo; gl'interessi che si legano a noi sono tanti, che non possiamo crollare; crollerebbero con noi troppe persone. Rassicurati: siamo abbastanza furbi.

E a questo discorso così cinico, spietato, in cui egli non profittava neppure della pietosa bugia di sua moglie, che fingeva di crederlo in buona fede, in cui egli confessava la sua complicità e se ne vantava, ella sentì in stessa come una immensa rovina e come un grande silenzio di morte.

— Tu dunque sai che queste banche sono una truffa, un furto? — chiese ella glacialmente.

Piano, piano; un'audace speculazione, un vantaggiarsi della ingordigia e della bestialità. Noi diamo l'interesse..

Levandolo dal capitaleesclamò lei, sempre glaciale.

Eleonora, questi affari non ti riguardano, — fece lui, con egual freddezza, reprimendo la sua collera. — Le donne non debbono entrare negli affari.

— Tu dunque non mi credi? — chiese ella angosciosamente.

— No, non ti credo.

— Non cercherai di salvarti, di bruciare le carte, di partire?...

— Neppur per sogno.

Resterai qui?

— Si. Non sono così sciocco da andar via ora che vi è da guadagnare tanto denaro.

— Oh Dio! — fece ella torcendosi le mani per la disperazione.

— Non far rettorica, — disse lui, sprezzantemente.

— Neanche se ti prego, se ti scongiuro, poi nostro nome, pel nostro onore, pel... nostro amore passato?

Rettorica, rettorica, — ripetette lui.

Carlo, Carlo, lasciati commuovere, non ti perdere, vedi come ti prego, vedi che dolore mi agita, te ne scongiuro, brucia tutto e parti.

— No, — fece lui, sempre più duramente.

Ella abbassò il capo sul petto, come se pensasse. Quando lo rialzò, ogni traccia di emozione era scomparsa.

— Ho inteso, — ella disse. — Voi non valete meglio tutti gli altri: voi, come loro, avete bisogno del denaro altrui, per la vostra vita disordinata, viziosa. Ho creduto di sposare un galantuomo, sono la moglie di un furfante....

Eleonora, — gridò lui furente.

— Mi salgono alla faccia le fiamme della vergogna quando penso che porto il vostro nome... quando penso che voi mettete le mani nel denaro altrui, nel denaro dei poveretti, che non hanno altre risorse... Almeno foste povero, affamato, voi! Almeno aveste la miseria per iscusa! Ma è l'avidità, è il desiderio di maggior denaro, di molto denaro per darne a quella... voi lo sapete bene... a Lidia Gioia

— Ebbene, sì, che vuoi? — esclamò lui, in preda a un infrenabile accesso di collera.

— Oh santa Vergine, soccorretemi voi! — diss'ella levando lo mani al cielo.

Credevi che sarei stato tutta la vita a contemplare tuoi occhi morti? — gridò lui, arrivato al colmo della brutalità. — Credevi che sarei stato venti anni a dire il rosario insieme con te? Ho un capriccio; me lo pago. È denaro tuo, forse?

— Oh Madonna, Madonna, illuminatemi! — esclamò di nuovo ella, come se pregasse mentalmente.

— Non hai tutto quello che vuoi, forse? Ti lascio mancare niente? Non sei libera? Lasciami libero, non seccarmi.

— Oh Maria Vergine, Maria Vergine, illuminatemi! — fece ella per la terza volta.

— Non annoiare con queste scene, con questi gridi, con queste rettoricate. Non ti accorgi che esse servono a staccare sempre più l'uomo dalla casa? Vuoi che me ne vada addirittura?

Andrai a stare con lei, nevvero?

— Con lei, con un'altra, con nessuno, salvo che con una donna piagnucolosa, perfida e che si permette d'ingiuriare la gente onesta, a cominciare da suo marito! Con tutti, salvo che con te — urlò lui ripetendo tre o quattro volte questa frase, non potendosi più padroneggiare.

— Posso andar via, io — diss'ella, lentamente, pallidissima.

Liberissima, — esclamò lui. Non so bene dove potrai andare, ma io non te lo domanderò neppure.

— Tutte le creature umane trovano ricovero, buono o cattivo, — mormorò ella, levando gli occhi al cielo.

— Fa quel che ti pare, — disse lui che oramai era stanco e voleva andarsene.

Debbo partire? — chies'ella, ansiosamente, come se conservasse ancora un filo di speranza.

Vattene pure, — disse lui duramente, cercando di riaccendere il suo sigaro.

Carlo rammentalo. Sei tu che mi mandi via, sei tu che mi obblighi a partire. Rammentalo.

— Non farmi tragedie. Non siamo destinati a stare insieme. Vattene via.

Addio, Carlo.

Gli voltò lo spalle, senza dare segno di emozione.

Erano sopra una poltrona il suo mantello ricamato di giaietto, il cappello, i guanti che vi aveva posati, rientrando da quell'affannosa ricerca di suo marito: ma ella non pensò neppure a prenderli. Se ne andò così, senza cappello, vestita di nero, con la testa abbassata sul petto come se la piegasse sotto il poso della fatalità.

Meccanicamente per un semplice atto di curiosità macchinale, il marito la segui, mordendo il suo sigaro; ma ella non si rivolse più indietro; camminò per la casa, attraversandola tutta come una sonnambula. Egli la vide schiudere la porta di entrata spalancarla e uscire sul pianerottolo; ma dalla soglia, ove egli si era fermato, la vide che non discendeva al primo piano, per andarsene, ma che lentamente saliva su al terzo piano.

E innanzi agli occhi dello stupefatto marito che guardava, non intendendo, la moglie bussò alla porta del terzo piano, appoggiandosi un momento alla ringhiera, come se vacillasse. Subito la porta si schiuse ed ella, senza dire neppure una parola, scomparve. Sempre fumando il suo sigaro, il marito rientrò in casa e chiamò Raffaella.

Questa, che aveva udito e visto tutto, arrivò subito, pallida, tremante:

— Chi abita lassù, al terzo piano? — chiese lui, fingendo indifferenza.

— Il signor Paolo Collemagno, — balbettò ella, abbassando gli occhi.

— È l'amante della signora, non è vero? — disse lui, con una voce che gli fischiava fra i denti, mentre faceva fischiare la sua mazzettina.

E la cameriera, malgrado la sua ignoranza delle parole, disse subito:

Nossignore, nossignore. Era uno che le voleva bene.

— Ah — fece egli, torcendosi nervosamente il mustacchio.

Ma se ne andò, col passo un po' incerto, e un po' di pallore sulle guancie.

Lassù, quando ella aveva bussato, come se Paolo Collemagno avesse aspettato, venne ad aprire egli stesso. Quando fu entrata nella penombra dell'anticamera, un soffio le usci dalle labbra:

— Eccomi.

Egli s'inginocchiò e piangente le baciò l'orlo della veste, piamente, santamente.

 


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