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V.
Al giorno 10 di febbraio il numero delle
banche era salito a centodieci, diffuse per tutte le strade di Napoli; e se le
prime venti, a imitazione della banca Ruffo-Scilla e della banca Costa, avevano
serbato molta decenza negli appartamenti e nel personale, affettando un certo
lusso che voleva parere grandioso, consecutivamente, tutte le altre che erano
sorte, erano sdrucciolate nella meschinità, nelle strade equivoche, nei portoni
oscuri, dove gente di brutto aspetto, mal vestita compiva goffamente le poche e
semplici operazioni di deposito e pagamento degli interessi. Bastavano due
stanzette e un primo piano scuro dei Guantai Vecchi, del vicolo Stufa San
Giorgio, del vico Campane, per crearne una banca, dopo averci messo dentro due
figure esose, mal vestite, due scrivanie zoppicanti, due registracci di cartone
grosso e quattro sedie di paglia.
Alcune di questo nuove banche erano sorte
in quei palazzi di via Tribunali, di Vico Nilo, di via Mercanti, di vicolo
Mezzo Cannone, dove ci è di tutto, famiglie borghesi, famiglie di operai,
fabbriche di fiori artificiali, ricamatori di oggetti sacri, levatrici, case di
povere donne prigioniere del disonore, bigliardi clandestini, alberghi a vil
prezzo e agenzie di pegni; anzi, dovunque ci era una agenzia, al piano
superiore o all'inferiore, come un rigoglio naturale, sorgeva una banca: e le
facce degli impiegati di banca parevano le stesse di quelle che strozzavano il
popolo; vi erano delle misteriose affinità nei mobili, nei registri, negli
stessi cancelletti di ferro o di legno. Era roba vecchia, unta, puzzolente,
quella delle nuove piccole banche, come quella dell'agenzia di pegni e spegni,
e gli impiegati avevano gli stessi soprabiti bisunti, le stesse camicie
sfilacciate, le stesse cravatte arrossite che lassù nella tetra agenzia. Però,
malgrado l'indecente miseria di tutte queste nuove banche, l'interesse era
venuto crescendo precipitosamente, come una pallottolina di neve che rotolando
dai ghiacciai eterni delle Alpi diventa una valanga. Già il colpo di dare
l'interesse anticipato era stato fatto a metà gennaio, tanto che dopo
aver consegnato i propri denari a uno sportello, si passava all'altro per aver
l'interesse qualche cosa di mai visto, come fantasmagoria, come fulmineità
commerciale. E anche questo interesse anticipato aumentò sino al trenta
per cento, nella prima diecina di febbraio, tanto che i depositi pioventi
da tutta Napoli, da tutte le provincie più vicine e più lontane, assunsero in
quei dieci giorni una forma favolosa.
Chi non aveva denaro, se ne faceva
prestare: le signore impegnavano i brillanti, l'argenteria, vendevano le ricche
vesti; i pensionati impegnavano la loro cartella di pensione; i postieri,
tenitori di banco di lotto, che dovevano consegnare il denaro a otto giorni a
quindici giorni, lo impiegavano alle banche, per otto giorni per quindici giorni;
tutti quelli che facevano delle esazioni per conto altrui, i più onesti, i più
scrupolosi, arrischiavano il denaro, solo per poco, naturalmente, come dicevano
alla propria coscienza; i proprietari di provincia vessavano i loro coloni, per
esigere, per mettere il loro denaro sulle banche: dovunque era un ritrovo di
persone, un circolo, una grande famiglia, un padiglione militare, un
convento di monache, un ritiro di oblate, un educandato di ragazze, un convitto
di ragazzi, dovunque, dovunque, nella prima decade di febbraio la passione del
denaro si sviluppò tanto da indurre i più restii, i più poveri, i più
economici, i più guardinghi a mettere il loro denaro a una di queste banche al trenta
per cento… al mese.
I depositi erano piccoli, ma moltissimi e
dal cameriere di caffè alla stiratrice che aveva centoventi lire di economie,
dalla pinzochera al capitano dell'esercito borbonico in ritiro, dalla educanda
alla sua maestra, dal portinaio al padron di casa, tutti misero del denaro in
queste banche. Non già che non vi fosse in molti un sospetto, una vaga paura,
come un brivido di diffidenza, non già che non vi fossero delle voci prudenti
che annunziavano il crollo di tutta la baracca; non già che non vi fossero,
dovunque, delle furiose discussioni fra gli scettici, gli indifferenti e gli
esaltati, ma questa paura vaga, questo sospetto, questa diffidenza eccitavano
la mente o davano come un pascolo alla fantasia dei depositanti, la gran
fantasia meridionale, che ha bisogno di entrare dovunque, anche negli affari di
commercio. Quelli che si dibattevano disperatamente, erano gli esaltati, i
difensori delle banche a ogni costo, e costoro, insieme agli interessati,
facevano una guerra violenta contro un giornale della sera, il Pungolo,
coraggioso, onesto, che sin dal principio aveva attaccato banche e non aveva
dato loro quartiere, mai. Però, come tutte le cose buone hanno il loro
rovescio, erano sorti, come funghi, giornali ligii a queste banche: e tutto ciò
portava un grande turbamento. Si era fatto un duello e un innocente era stato
ucciso le banche erano già macchiate di sangue. Il Pungolo continuava la
sua campagna, malgrado le minacce, lo lettere anonime, le lettere minatorie: e
la gran paura di tutti gli interessati non era per l'opinione pubblica, già
presa, già vinta, ma era per l'impressione che ne poteva avere il governo, la
magistratura la Camera
di Commercio.
Pure, freneticamente i depositi
crescevano come se un furore di rovina avesse oramai travolto i più umili
cervelli, e le più piccole borse si sguernirono di quanto avevano, nei giorni
otto, nove, dieci, undici febbraio. Nel pomeriggio del giorno undici febbraio
l'interesse, che era restato per dieci giorni fisso al trenta per cento
anticipato, fu portato da due nuove banche al quaranta per conto dalla prima o
al sessanta per cento dalla seconda.
Ma esse non arrivarono ad avere
depositanti, perchè sorte nel pomeriggio del giorno 11: il giorno 12 febbraio,
nella mattinata, crollarono le banche, tutte quante, come un castello di carta.
E fu così: il giorno prima dallo stesso Pungolo fu annunziato che il
procuratore del re, l'indomani, avrebbe spiccato mandato di cattura contro
banchieri, collettori impiegati che sarebbero state sequestrate le somme in
deposito e apposti i suggelli. Bisogna dire che nessuno ci credette. La notizia
era già stata data due o tre volte e poteva essere, anzi fu dichiarata, un pio
desiderio del giornale. Non ci credettero neppure gli interessati, che nella
notte prima del loro disastro, si mostrarono dappertutto, a San Carlo e al Giardino
d'inverno, nelle grandi trattorie e nelle grandi bische, nei balli e nei
caffè, con le loro donne, coi loro amici, coi loro parassiti.
Ma alle otto della mattina cominciò il
panico: si seppe sicuramente che nella notte Guglielmo Ruffo-Scilla, non
potendo più far fronte ai suoi pagamenti, schiudendo gli occhi nell'abisso dove
si era lasciato travolgere un po' involontariamente, un po' per fatalità e
molto per miraggi fantastici di guadagni, si seppe che Ruffo-Scilla aveva
promesso di costituirsi, nella mattinata, al questore e che difatti, si seppe
più tardi, immediatamente dopo avvenuto il fatto, Guglielmo Ruffo-Scilla si era
costituito nelle mani del questore di Napoli. Notizia fulminea che sgominò
tutta la città. Le operazioni di arresto, di sequestro, di apposizioni di
suggello cominciarono dopo le dieci, fra la folla piangente che assediava gli
uffici, i portoni, tutte le strade innanzi alle banche. Quali facce tutte erano
pallide come se le avesse toccate, passando, la mano della morte: ma alcuni
erano pallidi e taciturni, alcuni pallidi e convulsi. Quel fallimento per molti
era la rovina completa, la miseria implacabile, un disastro di cui non osavano,
in quel primo minuto, misurare tutta l'ampiezza, ma di cui già sentivano il
peso tremendo; ma per molti quel fallimento era il disonore: avevano preso il
denaro altrui, sperando di restituirlo, ed ecco il denaro era loro tolto, senza
speranza di restituzione e sarebbero stati accusati di ladrocinio. Costoro
erano gli esterrefatti. Si aggiravano fra la folla, smorti, con gli occhi
stralunati, non vedendo, non sentendo, non udendo più nulla, pensando solamente
che erano perduti. Tnnanzi al palazzo Faucitano un postiere, tenitore di
banco lotto, che aveva arrischiato tre giorni prima molte migliaia di lire,
appartenenti al Governo, non voleva credere al disastro, e dopo, quando ne fu
certo urlava, piangeva, rideva, farneticava dimenandosi come un folle,
sgomentando con la sua improvvisa forma di pazzia, quella folla già sgomenta,
atterrita! Le guardie lo dovettero condur via, a forza. Ma non fu una scena
soltanto, furono tante scene lugubri strazianti. Un vecchio che gridava: Figli
miei, figli miei, uccidetemi, sono un assassino; un giovane scialbo che
mormorava: non ci è che ammazzarsi, ammazzarsi, e ripeteva continuamente
la parola come se fosse impazzito anche lui; un altro vecchio, con gli occhi
rossi donde erano sgorgate le ultime rade lacrime della vecchiaia, andava
balbettando, come se un urto nervoso gli avesse tolto l'uso regolare della favella.
Lo straziante era di coloro che non sapevano ancora nulla e che entravano fra
la folla, vinti da un cattivo presentimento:e in quaranta, in cinquanta, tutti
si affrettavano a dar loro la cattiva notizia, gridando, strillando, piangendo,
imprecando; colui che non sapeva ancora nulla e che apprendeva in così malo
modo la dolorosa notizia, diventava a sua volta pallido come un morto, le
palpebre gli battevano come se gli occhi non reggessero più alla luce: taluno
vacillava, mancandogli il terreno sotto i piedi. Ma il più desolante spettacolo
lo presentavano le donne. Dappertutto dove vi era una banca, alla Trinità degli
Spagnoli e a Santa Brigida, al vico Tofà e ai Guantai Vecchi, a Toledo e a San
Ferdinando, nelle vie grandi, nei vicoletti, nei portoncini, per le scale
oscure, per le tetre anticamere, dovunque si vedevano accorrere da tutte le
parti le donne, di tutte le condizioni, popolane in baschina e
scapigliate, cameriere col grembiule bianco annodato di traverso, mezze
popolane con lo scialle pendente da un lato, impugnatrici, mezze
signore, e le signore stesse, che avevano preso il primo cappellino capitato e
che dietro la veletta mostravano lo stesso pallore, la stessa collera convulsa
delle popolane. Straziante spettacolo di mani tremanti, di occhi disperati di'
labbra violacee che invano tentavano di reprimere i singhiozzi. Alcune più
deboli, più infinitamente desolate, non sapevano frenarsi e piangevano, lì,
nella strada, in un cantuccio di strada, alcune a grosse lacrime silenziose che
si disfacevano sulle guance, altre a scoppi di calde lagrime fluenti,
nervosamente disperate, come sono i bambini, nei loro grandi dolori. E quel
pianto continuo, incessante, che finiva solo in un angolo per ricominciare in
un altro, quel pianto di donne desolate, piangenti tutte le loro lacrime sulla
rovina di ogni fortuna, di ogni economia, di ogni speranza, quel pianto
femminile, in pubblico, nella strada, per le scale, nei portoni, un pianto a
cui nessuno sa resistere, era la nota acuta della mattinata lugubre di gennaio.
Ma la scena cambiava di aspetto, quando,
finite le operazioni di perquisizione, di sequestro, di apposizione, di
suggelli, scendevano per le scale gli ispettori, i delegati, le guardie, in
uniforme o travestite, portandosi via i libri, i registri e portando in arresto
i banchieri, gli impiegati, i pochi collettori che avevano avuto l'imprudenza o
l'impudenza di presentarsi ancora. Allora, a quella specie di lento convoglio
funebre, a quel trasporto di cose e di uomini, la folla maschile e femminile
sentiva bene che tutto era finito, che tutto era perduto, che non avrebbe mai
più riavuto il suo denaro. Un gran clamore fatto d'imprecazioni di lamenti, di
urli, di truci bestemmie di pianti muliebri, un clamore, dove mettevano il loro
strillo disperato anche i ragazzi tenuti nelle braccia materne, accoglieva la
forza pubblica che si portava via i colpevoli; e i più furenti si gettavano
contro le guardie volendo toglier loro di mano gli arrestati per bastonarli,
per ucciderli, per massacrarli. In alcune banche, ai Tribunali, a Foria,
l'ispettore, il delegato dovettero cingere la sciarpa, parlare alla folla
furente, per salvare i colpevoli: in altre, ai Mercanti, a Santa Maria La Nova fu chiesto rinforzo ai
carabinieri, ai soldati, per impedire che la folla facesse giustizia sommaria
dei banchieri. Era impossibile sciogliere gli attruppamenti, impossibile
persuadere la gente che era inutile aspettare nella strada, aspettare,
aspettare niente. Che! Sotto l'urto di una disperazione invincibile, uomini,
donne, giovanotti, non avevano la forza di restare nelle loro case: ne
uscivano, correvano alla banca, con una speranza vaga, così, per istinto, per
vedere la strada, le mura, le pareti, dove il loro denaro era stato travolto.
Nei circoli, nei monasteri, negli educandati,
negli uffici, nelle scuole, nei padiglioni, la notizia del disastro
arrivò verso le due: si dovettero sospendere le lezioni, il lavoro; nessuno
pensò più nè a leggere, nè a scrivere, ma a uscire, ad andarsene, per correre
alla banca, per sapere: e chi non lo aveva questo permesso, se lo prendeva da
sè, così, nel gran disordine dello spirito, buttando via ogni riguardo, ogni
ritegno, non pensando che a correr via. Verso le tre la folla si venne
aumentando, dovunque, di tutti costoro che avevano saputo più tardi la notizia.
Monache di casa, maestre, professori, impiegati, operai, vedove di militari,
magistrati che allora uscivano dai tribunale: un nuovo elemento vivo di dolore
stupefatto.
Ma quelli che sopraggiungevano, alle tre,
alle quattro, ansiosi, frementi, trovavano una folla oramai taciturna,
nell'oppressione, stanca d'aver troppo parlato, gridato, pianto, bestemmiato,
accasciata dal peso di un'aspettativa inutile o che pure restava, attonita,
inebetita incapace di rientrare nelle case desolate. Le scene ricominciavano, e
tutti quelli che erano colà, dal mattino, e che non avevano neppure più la
forza di desolarsi, crollavano il capo, silenziosi, come se volessero dire che
la disgrazia propria era più grande di quella di tutti gli altri. Questo nuovo
contingente di dolore trovava una folla di anime che si chiudevano in una
stupefazione, come se una improvvisa stupidità le avesse tutte colpite. E
mentre le deserte officine, le scuole, gli uffici, tutti i luoghi di ritrovo,
di vita comune, di convivenza, deserti, si chiudevano, un nuovo tumulto
nasceva, un tumulto fatto dai nuovi arrivati fra un lugubre, taciturno coro di
coloro che da sette ore assaporavano tutta l'amarezza della loro sventura e ne
avevano inondate le vene. E già, coi treni successivi, da Salerno, da Caserta,
da Foggia, da Campobasso, cominciavano ad arrivare i provinciali, quelli che
erano stati più colpiti nella gran fallita, terribili facce sconvolte, alcune
magre e terree, alcune cosi rosse nella grassezza, con gli occhi così iniettati
di sangue, che parea dovessero morire di apoplessia in quel momento. Nota
curiosa, bizzarra, i provinciali tacevano, non dicevano neppure una parola,
guardandosi attorno con occhio diffidente, pauroso: avevano avuto sempre in
gran sospetto Napoli e i napoletani: e Napoli, come un bollente crogiuolo di
denaro dove tutto si squagliava, spariva, diventava cenere fredda. Ecco, ci
erano capitati alla perdizione e si erano perduti: avevano voluto lasciare il
loro paese, portar via dalle fide casse il denaro, nascosto da anni, a Napoli:
i napoletani si erano pappata tutta quella grazia di Dio, quella bella grazia
che essi non avrebbero visto mai più. I provinciali non ci credevano allo facce
disperate, alle grida, ai pianti dei napoletani non ci credevano che un solo
napoletano avesse perduto una sola lira; credevano così, vagamente
fantasticamente, a una grande commedia giuocata da tutti costoro, di Napoli,
che avevano mangiato il loro denaro che forse ne portavano ancora in tasca una
parte, mentre si disperavano piangendo e gridando. Cupi, tetri con le labbra
strette, con le spalle curve di chi ha avuto un forte colpo e si rannicchia in
sè stesso, con certe occhiate oblique di sospetto, i provinciali si aggiravano
tra la folla, salivano alle banche, trovavano le porte sbarrate e chiuse coi
suggelli, scendevano crollando il capo ironicamente: molti in carrozzella come
pazzi, andavano dal questore al procuratore del re, da costui al presidente del
tribunale di commercio, aspettavano ore intiere, nelle anticamere popolate di
facce simili alle loro, entravano infine, e malgrado la naturale freddezza del
ricevimento, si sfogavano in parole amare contro Napoli e i napoletani.
Pazientemente le autorità li ascoltavano, dicevano loro che non vi era nulla da
fare, per il momento, che bisognava aspettare il rapporto dei periti o quello
dei sindaci del fallimento. E i provinciali avevano l'aria di crederci, a
queste parole che erano la stessa verità, ma non ci credevano, non ci
credevano, uscivano ghignando, sentendo che vi era una trama per rimandarli al
paese, loro, provinciali, truffati e gabbati.
Infine le ombre della sera scesero sopra
Napoli e lentamente la folla si andò disperdendo: erano come dolorosi fantasmi
che sparivano a malincuore, portando seco tutto il peso della propria sciagura,
temendo più di tutti l'ora della rientrata a casa, l'ora del comune dolore,
l'ora del rimorso. Napoli parve morta, in quella prima notte, dopo il disastro.
Il teatro San Carlo e il Giardino d'inverno tennero chiuse le loro
porte: tanto, nessuno ci sarebbe andato. I caffè rimasero deserti. E intanto
una quantità di ombre solitarie si aggiravano nelle strade più remote, sino a
tarda notte: erano tutti quelli che colpiti da una mortale debolezza, non
potevano, non potevano rientrare nella loro famiglia. I piccoli alberghi oscuri
di Porto, di Pendino, accanto alla ferrovia, ricoverarono una quantità di
questi miserabili, tormentati dalla loro coscienza o dal loro dolore. E
dovunque il capo di famiglia, o il figlio, o il fratello, o la madre, era
rientrato, nelle ore della notte fu un lungo pianto, un lungo gemito; e i bimbi
che non sanno, i bimbi che dovrebbero sempre ridere, vedendo quel pianto,
udendo quel gemito si mettevano a piangere anche essi, disperatamente, senza
sapere, senza capire, non volendosi mai più chetare. Un gran pianto, per tutte
le case di Napoli, nei quartieri poveri, nei quartieri ricchi, nelle case più
lontano dal centro, dovunque, dovunque: nessuno poteva dormire, nessuno aveva
pensato a riposare: tutti ci erano cascati e un po' da per tutto mancava un
padre, un figliuolo, un fratello, arrestati, portati a quel duro carcere che è
San Francesco, il terrore dei napoletani, a San Francisco, la parola
tremenda. E dove non si piangeva, nel gran colpo della fallita, nella perdita
del denaro, fra padre e figlio, fra marito e moglie, fra fratello e sorella
sorgeva la lite dell'interesse offeso, nascevano, dai rimproveri crudeli, le
crudeli offese, e tutto il fango di tante esistenze veniva rimosso, risaliva a
galla: dovunque erano gridi, urli, bestemmie invano soffocate. In nome
dell'interesse, nel tumulto dell'ora trista, i più cattivi risentimenti, i più
cattivi istinti si palesavano, nudamente, crudamente: e i sacri vincoli del
sangue si allentavano, i nodi più indissolubili avevano il colpo fatale che li
doveva per sempre spezzare. In vari posti, chiamate dai gridi soffocati,
accorsero le guardie notturne, quando già brillavano le rivoltelle e i
coltelli: nè in qualcuno di questi posti fu impedito di sparger sangue. Notte d'inverno,
lunga, piena di pianto, piena di disperazione, o pure tetra nel silenzio di un
inconsolabile dolore. Alla mattina si seppe che erano accaduti quattro
suicidii; che erano avvenute molte risse e cinque o sei ferimenti; coi treni
della sera, con quelli dell'altra, una quantità di gente era partita fuggendo
innanzi alla rovina, fuggendo innanzi al disonore, espatriando, abbandonando
casa e famiglie. E già si mormoravano le cifre della fallita, qualcosa di
curioso, il modo come salivano queste cifre, ora in ora, con un crescendo
spaventoso. Dieci milioni, dodici, quindici; e infine la cifra precisa. Venti
milioni la banca Ruffo-Scilla, dieci milioni la banca Costa, quattro milioni e
mezzo le altre piccole banche, in tutto una fallita di trentaquattro milioni e
mezzo. Colui che non aveva avuto la forza nè di uccidersi nè di fuggire, era il
povero Alessandro de Peruta, il gramo e infermo professore. La mattina del 12
febbraio, alle otto, prima che uscisse di casa pel solito giro delle sue
lezioni, egli aveva ricevuta una lunga, confusa, straziante lettera di sua
sorella, da Giffoni Vallepiana. La madre e lei avevano commesso un grave
peccato. Stordite, imbambolate dalle chiacchiere che erano arrivate da Salerno,
ripetute mille volte dai varii depositanti di Giffoni, allettate dalle promesse
di un collettore che era giunto finanche nel loro paesello, con la speranza,
con l'ambizione di raddoppiare, di triplicare in poco tempo la loro
piccolissima fortuna, una casetta e un orto, avevano venduto questa casetta e
questo orto, per duemila lire, sperando, con l'interesse della banca Costa, di
comperare una casa più grande, una masseria: speravano, cosi, di essere meno a
carico del povero figlio, del povero fratello, del buon Alessandro che lavorava
come un cane, a Napoli, per farle vivere. Avevano venduto, ahimè — la casa a
Francesco Sorgente che la desiderava da gran tempo, ma che ne aveva dato un
prezzo vile, visto la premura che avevano del denaro la madre e la sorella di
Alessandro de Peruta.
Le duemila lire erano stato mandate a
Napoli, per mezzo di un collettore di nascosto — ahimè, — dal fratello, ma le
due donne avevano avuto la cartella di ricevuta. Poi, un po' inquiete del
peccato che avevano commesso, avevano scritto, fingendo di niente, al fratello
e figliuolo, per sapere qualche notizia sulle banche. Costui aveva risposto —
se ne rammentava — una lettera piena di brutalità ed esse erano restate
esterrefatte, non sapendo come fare per confessare il loro peccato, per
riparare il male fatto. Infine… dopo aver molto pianto, molto pregato, esse,
sapendo che fra due giorni avrebbero dovuto lasciare la casa e il giardino a
Francesco Sorgente, si erano decise a mandare a lui la cartella, esigesse il
denaro con l'interesse di un mese, che scadeva giusto in quei giorno, e
mandasse loro qualche soldo per venire a stare un paio di giorni a Napoli: con
duemila settecento lire avrebbero combinato qualche cosa. Pure, desolate del
peccato commesso, per averlo così ingannato, gli chiedevano perdono, in
ginocchio, a lui, il giusto, il buono che non conosceva nè inganno, nè bugia.
E così, anche Alessandro de Peruta, in
quel giorno fatale di febbraio, andò girando per Napoli, livido, morsicandosi
le labbra per reprimere i singulti, andando dalla banca Costa alla questura,
dalla questura al procuratore del re, e al tribunale di Commercio, e poi di
nuovo alla banca Costa, trascinandosi a piedi come inebetito dal dolore. Ahi,
che il destino era stato più forte di lui! Povero, infermo, senza mai una lira
disponibile, con una famiglia povera quanto lui, egli malgrado i suoi vaghi
presentimenti, si era creduto al sicuro dalla disgrazia delle banche; e aveva
tremato per altri, il poveretto!
Più forte, più forte il destino, che
accecava quelle le sante donne di sua madre e di sua sorella: e toglieva loro
il tetto, la vecchia casetta di famiglia il ricovero sicuro. Lo guardavano con
pietà, dovunque, questo spettro di uomo piccolo, malaticcio e miserabile,
ovunque si poteva ancora aver pietà; e appena appena osavano dirgli che i
depositanti della banca Costa erano i più malaugurati di tutti, che non vi era
niente, niente dei dieci milioni. Quel giorno egli non andò alle sue lezioni,
non andò a colazione, non andò a pranzo e tormentato soltanto da una sete
ardente, stanco, ma incapace di rientrare nella sua stanzetta di palazzo
Cariati, girava, girava, bevendo ogni tanto, macchinalmente, dall'acquaiolo, un
gran bicchiere d'acqua, senza sciroppo, che pagava due centesimi. Qual notte
egli passò, lassù, nella piccola stanza, fredda, solo, solo, solo! Aveva
cercato di Eleonora Triggiano; ma ella era lontana lontana, avendo portato
altrove, insieme a Paolo Collemagno, il suo amore e il rimorso quotidiano del
suo peccato; aveva cercato di Carlo Triggiano, il collettore della banca Costa,
ma costui, all'alba, aveva preso il diretto per Torino e Parigi, e non solo,
dicevano i maligni del palazzo Cariati, ma portandosi via una donna e il danaro
della povera gente; e il professore, a mezzanotte, era rientrato stanco
affranto, immergendosi nel freddo, nella solitudine, nel pianto, sentendo che
cosa avrebbero sofferto, le due povere donne, a Giffoni, quando avrebbero
saputo che avevano perduto tutto, la casa e il denaro, mentre l'indomani
Francesco Sorgente sarebbe venuto a scacciarle dalla loro casa. E nell'angelico
cuore del poveretto, invece della collera, invece dello sdegno, nasceva una
pietà, una pietà infinita per le due donne disgraziate; non poteva immaginare
la faccia benedetta di sua madre, il sereno volto di sua sorella, senza esser
preso da un gran tremore di compassione. Mentre l'ira pel denaro perduto e il
terrore della miseria, un po' dappertutto, disuniva i cuori e svincolava i nodi
più stretti, egli sentiva l'amore per la famiglia diventare più profondo nella
sventura, sentiva all'affetto mescolarsi un culto pietoso, un'adorazione fatta
di protezione, qualche cosa di più alto, di sublime. E nella notte egli pregò
il Signore di misurare la tempesta a quei deboli, ingenui cuori femminili pregò
il Signore di dargli forza, perchè egli potesse, in questa disgrazia, fare il
suo dovere di figlio amoroso; pregò il Signore, perchè dalla sua bocca e non da
altro, le sue donne sentissero la fiera novella. E con sforzi inauditi, il
giorno seguente, il professore Alessandro de Peruta potè mandare a sua madre e
a sua sorella il denaro per il viaggio, scrivendo loro che venissero
immediatamente, e ogni momento che passava, raccomandandosi a Dio, perchè non
sapessero la trista notizia a Giffoni o in viaggio. La madre era vecchia e
stanca, la sorella così semplice e buona; un tal colpo poteva annientarle. E
pieno di un novo coraggio, meraviglioso in quel piccolo infermo dalla testa
grossa e dalle guancie floscie e gialle, egli andò a prenderle alla stazione,
fremendo di ansietà, guardandole in volto con tale intensità, che pareva voler
loro legger nell'anima. Erano smorte e stanche, ma dal dispiacere di aver
lasciato la vecchia casa, dalla stanchezza di un viaggio insolito. Due o tre
volte, dopo averlo abbracciato, esse vollero parlare del denaro, della loro unica
risorsa, ma egli, con un cenno della mano, fece loro intendere che ne avrebbero
parlato più tardi. Quelle tacevano, pensose, mentre lui cercava di farsi un
cuore di leone, per dire tutto. E quando furono seduti nella piccola stanza
mobiliata, soli, egli, col volto coperto da un pallore mortale, baciò la mano
rugosa di sua madre che aveva tanto lavorato, e le disse:
— Mamma, mamma, voi non avete più che me.
Erano donne di provincia, povere donne
ingenue e semplici, ingannate, tradite, facilmente ingannate e tradite, ma
intesero subito la terribile verità. E mentre la sorella gridava di
disperazione, la vecchia voleva inginocchiarsi davanti al figliuolo per
chiedergli perdono di averlo rovinato.
— O mamma, — fece lui, tremando di dolore,
— voi avete me, avete me, non temete.
E piansero insieme, nella più profonda
familiare pietà.
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