L'IMPERFETTO
AMANTE
(Nino Stresa).
Donna Grazia scrive così, di questo
suo amante:
La prima volta in cui Nino Stresa
mi mancò di rispetto, fu in un ballo. Ero vestita di broccato bianco, quella
sera: e il busto del vestito era sostenuto, sulle spalle, da due fascie di
brillanti che formavano manica. Egli, Nino Stresa, mi cominciò a guardare, di
lontano, poco dopo la mia apparizione nel ballo: e non potei più fare un
movimento per passeggiare o per ballare, senza sentire il suo sguardo fermo
sovra me. Ora, Nino Stresa ha uno sguardo singolare. I suoi occhi sono
semplicemente neri, senz'altro pregio. Ma lo sguardo ha una dolcezza languida e
persistente che, talvolta, dopo qualche minuto di contemplazione, pare che si
veli di lacrime per una profonda emozione saliente agli occhi dall'imo cuore.
Sembra, quando guarda così, Nino Stresa, che tutta la sua anima si dissolva in
una intima e malinconica tenerezza, assolutamente contraria alla sua apparenza
di bellissimo giovane e di giovane elegantissimo. Vi sono, o pare che vi sieno,
in quello sguardo tesori segreti e inesauribili di un sentimento nascosto con
gelosa cura e trapelante, solo, in quella dolcezza ostinata e adombrata di
lacrime. Tanto che la donna guardata così, da Nino Stresa, dimentica la
soverchia, inquietante bellezza dell'uomo, e nella creatura troppo fine e
sicuramente corrotta, nella creatura che porta la peggiore delle reputazioni,
cioè quella della fatuità, le par di scoprire, dallo sguardo così strano, un
orizzonte spirituale che giammai altra donna vide. Io ebbi questa impressione,
vivacemente: e, non so perchè, impallidii dopo averla avuta. Subito, una
curiosità ardente mi accese l'immaginazione: e, probabilmente, i miei occhi,
rispondendo a quelli di Nino Stresa, dovettero contenere una interrogazione.
Non subito egli si avvicinò a me; io fui costretta a ballare una mazurka
e gli passai a poca distanza tre volte. Dio, Dio! che struggimento di dolcezza
in quello sguardo, quanto languore malinconico, quanta celata tristezza che si
rivelava, quasi inconsciamente! Forse, la interrogazione dei miei occhi dovette
diventare più acuta. Discorrendo, fermandosi ogni tanto, voltandosi sempre a
ricercarmi, egli si avvicinò a me, facendomi un grande inchino.
- Buona sera, signora, - disse con
la sua voce sorda, un po' stanca.
- Buona sera, Stresa.
Aspettai, un po' ansiosa, come se
egli si fosse avvicinato per rivelarmi un grande mistero, per dirmi,
finalmente, la unica verità della sua anima. Egli mi disse:
- Avete delle spalle stupende.
A quest'atroce brutalità, io
dovetti arrossire sino alla radice dei capelli: mi sentii soffocare dall'ira e
non risposi. Nino Stresa si accorse di tutto, certamente, giacchè mi guardò,
stupefatto, con una meraviglia dolorosa negli occhi: mi salutò, di nuovo, e si
allontanò lentamente. Lo sdegno mio non ebbe sfogo quella notte: e, man mano,
si venne trasformando in un eccitamento di gioia, quasi convulso, che mi fece
molto ridere, molto ballare e che mi fece anche cenare, io che non ceno mai,
giacchè odio le donne che mangiano in pubblico. Vi erano delle piccole tavole,
per quattro. Io era con Clara Lieti, e due cavalieri, briosi e insignificanti.
Non avevo più riveduto Nino Stresa, nella notte, e avevo supposto che se ne
fosse andato, e questo mi aveva fatto molto piacere, mentre mi arrovellavo di
non avergli potuto dire una fredda impertinenza, in cambio della sua brutalità.
A un tratto, lo vidi fermo presso la nostra piccola tavola:
- Non si fa l'elemosina
all'affamato? - chiese.
Clara Lieti e i due nostri
cavalieri gli dettero subito un po' della loro cena, ridendo, mettendo tutto
nello stesso piatto. Egli cenò quietamente, in piedi, senza rivolgermi la
parola. Io chinavo gli occhi, abitata. Egli si curvò, a dirmi sottovoce:
- Datemi la vostra coppa di champagne.
Io non seppi fare altro che
porgergliela. La mia mano tremava lievemente.
- Bevete, prima, un sorso, - disse,
con quella voce un po' rôca.
Bevetti un sorso di quello champagne-cup,
odoroso e inebriante: gli detti la coppa. Egli mise audacemente le labbra dove
io le avevo messe e bevve, guardandomi. In quel momento Nino Stresa mi piacque
immensamente: ma subito dopo, ne ebbi un disgusto immenso.
Non credete, però, che io sia
divenuta l'amante di Nino Stresa dopo poco tempo e per qualche bizzarra
suggestione. No. Egli durò dei mesi e dei mesi a farmi una corte assidua,
irrispettosa, circuendo la mia persona di un amore che mi offendeva, tanto era
terra terra, e tanto pareva fatto solamente di desiderio. Niuno aveva mai osato
guardarmi come egli mi guardava, niuno mi aveva mai detto quello che egli mi
diceva! Invano, io mi armavo di freddezza e di alterigia; egli persisteva,
ostinatamente, umiliandosi e allontanandosi, talvolta, ma ritornando sempre,
più innamorato, più audace, più desideroso. Vi erano dei minuti in cui io lo
odiava, assolutamente, per questa sua insistenza amorosa e per la monotonia di
quello che egli provava. Pure, egli aveva, insieme all'audacia, tale una
tenerezza fluente, tale una morbidezza di parole, di voce, di gesti, egli
aveva, finanche, e di nuovo, e sempre, insieme all'audacia, tale una
malinconia, che io, sbalzata nel mondo delle sorprese dello spirito, mi
chinavo, ahimè, senza odio e con crescente interesse su quell'anima, a
scoprirvi un fantastico mistero, a cercare le sorgenti ascose di quella
espressione singolare. Nulla io giungeva a vedere, e come la curiosità mi
sospingeva, gli domandavo:
- Perchè siete così triste?
- Perchè non mi amate. Ed io vi
adoro.... - diceva lui, cercando di prendere la mia mano e di baciarne le dita.
Lo respingevo, sempre. Egli ne
provava un sincero dolore, non privo di qualche ingenuità infantile. Era come
un bimbo a cui negassero una cosa promessa e dovuta: era come se gli si
commettesse contro una crudele ingiustizia.
- Perchè non mi amate, perchè?
- Perchè quello che voi sentite,
per me, non è amore.
- Che cosa è, dunque?
- È desiderio.
- È la medesima cosa, - replicava
lui, con un'aria di perfetto candore.
Ah, quando io lo udiva negare così
la parte sentimentale e nobile dell'amore, quando egli calpestava, così, tutto
quello che vi è di puro e di elevato, anche in una passione colpevole, Nino
Stresa mi faceva ribrezzo! Egli leggeva nel mio viso tutta la ripulsione del
mio spirito e dei miei nervi e taceva. Soffriva, forse, in silenzio. Talvolta,
si allontanava, per qualche giorno. Ma io, immancabilmente, lo vedeva
riapparire, riavvicinarsi a me, cercar di stringere la mia mano, trattenendola
sempre un minuto secondo fra le sue, cercando di toccare qualche oggetto ch'io
aveva toccato. Per questo, era un superstizioso dell'amore. Se io lasciava un
ventaglio, sovra una mensola, Nino Stresa lo prendeva, lo schiudeva, lo
avvicinava al viso, continuava a tenerlo fra le mani, incapace di lasciarlo; se
io perdevo un fiore dalla cintura, se mi toglievo un guanto, egli raccoglieva
subito il fiore e rubava senz'altro il guanto. Una sera, d'inverno, la mia
pelliccia era restata nel salone e io ero andata in camera mia, a cambiar
d'abito: lo ritrovai col volto immerso nella pelliccia e con una letizia
indicibile negli occhi. Egli conosceva perfettamente tutti i miei vestiti e
tutti i miei mantelli, e ne prediligeva alcuni, specialmente, e dava loro degli
aggettivi carezzevoli, quasi fossero cosa animata, e quando io mettea uno di
questi vestiti, egli trasaliva di gioia, e la parola sua, la sua gran parola,
gli usciva dalle labbra:
- Quanto mi piacete, quanto mi
piacete!
Volgare e laida parola! La
pronunciava un gentiluomo, un giovane intelligente e colto, un bellissimo
giovane, con una voce sorda, velata e pure armoniosa: ma essa rivoltava tutto
il mio sangue.
- Non sapete dirmi altro? -
chiedevo io, fremendo di collera.
- Che debbo dirvi? Mi piacete
assai, immensamente.
- Niente altro, niente?
- Ma non vi è altro, signora, -
egli soggiungeva, meravigliato e dolente.
Così io mi sono innamorata di Nino
Stresa. Vi pare una contraddizione? Non so. Cercherò di spiegarmi meglio, e voi
noterete se vi è contraddizione. Egli m'indignava, ma mi attraeva, anche,
perchè era giovane, perchè era bello, perchè, infine, a suo modo, mi amava.
Ogni volta che il suo desiderio si esprimeva negli sguardi e nelle parole, io
ne riceveva un sussulto di dolore e di sdegno: ma, nel medesimo tempo, quasi
senza che io me ne accorgessi, una delle difese del mio cuore crollava. Gli
imponevo silenzio, ma egli aveva già parlato. Lo fuggivo, ma egli mi ritrovava.
Mi chiedeva perdono, ma, nel chiederlo, egli ricordava la colpa che aveva
commessa e che, per me, sarebbe stato più utile dimenticare. Lentamente, mi
abituavo a una temperatura alta di passione, dove scompariva la forma della
manifestazione, trionfando solo la potenza dell'amore, qualunque sia il grido
del suo trionfo. Certo, Nino Stresa era innamoratissimo; così assorbito, così
concentrato in me che, quando veniva a casa mia, mi aspettava anche delle ore,
solo, pur di vivere dove io viveva, mentre io era lontana. Innamoratissimo, impallidendo
quando io appariva, tremando nel toccare la mia mano, non potendo sedersi
troppo lontano, fissandosi bizzarramente a guardare le mie labbra, o la curva
del mento, o perdendosi ad ascoltare la mia voce, senza intendere le parole.
Allora, vedendolo così preso, così vinto, così soggiogato, io mi formai, come
tutti quelli che stanno per commettere un errore, una grande illusione: sperai,
non solo sperai, ma fui certa che, se avessi amato Nino Stresa, avrei,
senz'altro, estratto dal fondo del suo cuore tutta la sentimentalità che vi
era, sicuramente, come vi è, in ogni uomo, il più misero moralmente, in ogni
più arido cuore. Io mi incamminavo a uno strano viaggio, come colui che, per
una via oscura e malfida, discende sotterra, cercando nelle profondità la
miniera che lo deve arricchire: e non ha per sè che la speranza del prezioso
tesoro che va a ricercare, non ha per sè che la fiducia in una illusione.
L'uomo che mi amava, per carattere e per temperamento mi spiaceva, violando
tutte le idealità invincibili del mio cuore, calpestando tutti gli istinti di
elevatezza a cui si era educata e legata per sempre la mia anima: ma io mi
lusingava, fortemente, di non conoscere l'ultima verità dell'essere di Nino
Stresa. L'ultima verità, la suprema di un uomo, si conosce nell'amore
corrisposto, nelle ore estreme della passione: tutto il resto è, o può essere,
bugia. Questa fu l'illusione che io mi feci e a cui mi afferrai, dandomi
all'amore di Nino Stresa. O, forse, volli ingannarmi da me stessa, non
resistendo più al mio amore per lui, amore nato dai contrasti, dalla curiosità,
dalla debolezza, dall'abbandono di tutte le mie forze morali. Decidete voi.
Forse, non speravo veramente nulla e non ero, forse, che semplicemente
innamorata, e vergognandomi di tale caduta, trovavo fisime e creavo illusioni.
Voi capirete meglio.
Vi dirò tutto. Il primo giorno
della nostra felicità, noi fummo infelicissimi. L'esaltamento della sua
passione fu così grande, che mi stupì: ed io gli dovetti parere freddissima.
Nino Stresa cadde in una tristezza immensa, da cui nulla lo potè trarre. Io gli
giurai che lo amavo, che lo adoravo: piansi innanzi a lui. Egli si vinse un
poco e fu molto tenero, di una tenerezza mesta che mi andò all'anima. Gli vidi
delle lacrime negli occhi.
- Che hai, che hai? Tu soffri, è
vero?
- Sì, - egli mi disse, piano.
- Ma perchè? Non ti amo, io?
- Sì, mi ami, diletta.
- Non mi ami, tu?
- Sì, moltissimo.
- Ebbene? Perchè soffri?
- Così: non lo so.
Ma il dissidio che era fra noi,
anteriore all'amore, sorgente dalla nostra medesima essenza, non sparve per
l'amore. Noi avemmo delle ore violente di passione, in cui sembrò che il raro,
l'altissimo miracolo della fusione delle anime fosse accaduto: ma come l'ora
declinava, le anime si staccavano, gelide, e gli amanti si guardavano in viso,
quasi estranei, imminenti nemici. Come colui che ha una febbre di quaranta
gradi che cade, a un tratto, gittando l'infermo in una debolezza mortale,
appena l'entusiasmo della passione finiva, mi sentivo misera e disfatta: ero
così avvilita, così deturpata da quell'amore fatto solamente di fiamma, che
facevo nausea a me stessa. Comprendeva egli ciò? Chi sa! Egli era felice, lo
vedevo: e ciò che lo faceva soffrire, era la mia freddezza, la mia diffidenza,
la mia ripulsione. L'eterna questione sorgeva, fra noi:
- Il tuo amore non mi piace, Nino.
- Hai torto: esso è sincero.
- Ma non mi piace.
- E perchè?
- Perchè è troppo ardente.
- Ti lagni di essere troppo amata?
- Vorrei esser amata meglio.
- Come, meglio?
- Con l'anima, col cuore, Nino.
- Così ti amo.
- Non è vero.
Egli taceva. Il suo silenzio
m'irritava: pareva che confermasse questo criterio dispregevole che mi ero
fatto dell'amor suo.
- Non sai amarmi meglio? - gli
chiedevo, - non sai?
- Proverò, - diceva lui umilmente.
Ahi, che non gli riusciva! Tutto
ciò che è squisita sentimentalità, raffinatezza spirituale, stima, rispetto,
poesia, pietà, sì, anche pietà, nell'amore, gli era ignoto. Mancava di quella
delicatezza del cuore, per cui, nell'amore, il più piccolo episodio è
gravissimo. Non gli importava nè dei miei pensieri, nè dei miei sogni, nè dei
miei ideali, nè di nulla che riguardasse il mio spirito: e non arrivava a
nascondere tale indifferenza. Gli premeva delle mie ore, perchè le voleva per
sè; gli premeva della mia casa, perchè era il nido dell'amore; gli premeva del
mio umore, perchè da esso dipendeva un convegno di più o di meno; gli premeva
il tono della mia voce, perchè in esso vibrava la negazione o la dedizione:
solo tutta la mia vita materiale gli premeva, perchè era legata strettamente
alle gioie dell'amore. Invano, a un segno suo d'interesse, a un suo turbamento,
io lo interrogava affannosamente, per poter sapere se, infine, qualche cosa
della sua anima si muovesse, vivesse, oltre l'ardore della sua fiamma: invano!
Tutto il ciclo delle sue azioni si chiudeva in questa fiamma. Quando una
delusione novella mi abbatteva, io giungeva ad ingiuriarlo.
- Ma sei incapace, dunque, di voler
bene come tutte le altre oscure e semplici creature della terra? Hai dei nervi
e non un cuore? Hai del sangue e non un'anima? Sei un mostro?
- Grazie, quanto mi piaci in
collera!
- Oh che creatura arida e odiosa tu
sei, odiosa, odiosa!
- Proprio, tanto? - chiedeva lui,
con la sua voce rôca e carezzevole.
Alla mia sete di sentimento, a
questo bisogno intimo e invincibile di tutti gli esseri umani, a questa
nostalgia che ci accompagna tutta la vita, egli non sapeva rispondere, che con
la seduzione della passione. Monotono, monocorde, impotente a vibrare per
qualunque espansione dell'anima, egli si rigettava in quella sola forma che gli
permettevano il suo carattere e il suo temperamento. Il mio amore era diventato
per lui una necessità, come l'aria che respirava, come il pane che mangiava: me
lo diceva, così, credendo di darmi una prova del suo completo soggiogamento, e
invece mi faceva bollire d'ira, con questi paragoni tutti tolti alla vita
materiale. Per contrasto, in me, tutta l'adorazione delle belle e buone e
nobili cose dello spirito diventava come un'ossessione, e solitariamente, nella
mia stanza, quando egli mi aveva lasciata, io scoppiava in lunghe e cocenti
lacrime sul mio abbassamento, sovra la mia irreparabile decadenza. E se,
all'indomani, io ritornava a lui, era perchè questo Nino Stresa, come era,
esercitava un fascino sulla mia ragione: era perchè talvolta, nella sua natura
limitata e misera, mi faceva pietà. Sì, io piangevo spesso su me e su lui, a
cui era negato, per fatalità, tutto un mondo dell'amore, piangevo sull'aridità
del suo cuore e sulla impotenza della sua anima. Glielo dicevo, talvolta, così
esplicitamente e così duramente, che egli restava trasognato:
- Sono una creatura inferiore, io,
come tu dici? - mi chiedeva fra l'ironia e la tristezza.
- Forse.
- E perchè mi ami allora?
- Per un'aberrazione della mia
fantasia, - gli dicevo, in faccia, impetuosamente.
Lo vedevo decomporsi, per la
collera, per il dolore. Che m'importava? Mi aveva avvinta a una catena
insopportabile. Tentai spezzarla. Impossibile! Egli sopportava qualunque
insulto, ora tranquillo, ora umile, ora amorosissimo, e questo, non per amore,
no, io lo intendeva bene, ma per la consuetudine della passione, per il legame
oscuro ma saldo con cui la passione serra le persone, per la passione della mia
persona, delle mie labbra, delle mie braccia! Furiosamente geloso: di una
gelosia così folle che, varie volte, mi dette la illusione di un amore completo
e verace. Se io parlava a un altr'uomo, egli tendeva l'orecchio alle mie parole
e alla mia voce; se io dava la mano, egli misurava la stretta di mano data a un
altr'uomo; se io sorrideva, egli fremeva e quasi si avanzava a provocare l'uomo
cui io sorrideva. Credetti all'amore, io, per la gelosia! Ma era una gelosia
così cieca e così bassa, così ingiusta e così brutale, che mi rivoltò. Non osai
mai provocarla, tanto le scene che ne seguivano mi accasciavano, dandomi una
novella prova che Nino Stresa viveva e amava e soffriva solo per i nervi e per
i sensi: non osavo provocarla, giacchè, dopo, io era costretta a essere più
amorosa che mai, con lui; e, probabilmente, egli esagerava l'ardore di questa
gelosia, per ottenerne dei compensi di passione. Detestabile amore! Quante
volte, vedendolo fra amici e amiche, così bello e così corretto, con quei suoi
occhi dove nuotava uno sguardo di languore tenero, di mestizia indefinita, io,
rôsa dalla collera di tutte le delusioni, non avrei voluto insultarlo, in
pubblico, dicendo che quella soave maschera di bellezza e di malinconia,
nascondeva solo la vittoria più plateale dell'istinto, che egli era ancora e
sempre e non altro che l'uomo fatto di argilla, senza il divino soffio! Non
meritava egli l'insulto, con quella sua apparenza di tristezza, dove chi sa
quante altre donne sarebbero cadute ingannate, con quella sua ipocrisia di
tenerezza e di languore, dove ogni cuor semplice si sarebbe lasciato prendere?
- Perchè sei ipocrita, anche? - gli
domandavo per provocarlo.
- Io? Io?
- Sì, tu. Non fingi di esser
triste, tu?
- Non fingo, sono triste.
- Tu sei un gaudente, niente altro.
- Gaudente e triste, insieme, -
egli soggiungeva, sordamente.
- Ipocrita, niente altro che
ipocrita! - gli gridavo, furiosa che egli proseguisse nell'inganno.
Egli mi guardava, crollando il
capo.
Oramai, purchè non mancassi ai
convegni, purchè mi lasciassi amare, purchè, sotto la sua seduzione - ah egli
la esercitava su me, la esercitava! - avvampassi anche io di passione, egli
tollerava qualunque mio affronto.
- Non posso fare a meno di te, -
soggiungeva, come vinto da una fatalità!
Come la invocavo, la mia
liberazione! Ogni giorno di quell'amore che trascorreva, ribadendo i miei
ferri, mi recava un oltraggio di più. Mi disprezzavo, per aver ceduto a un uomo
così volgarmente predominato dai bassi istinti della vita: e anche mi
disprezzavo, per non averlo saputo elevare sino a me, lasciandomi invece
trascinare giù. Mi sentivo indelebilmente macchiata. Avevo offeso l'amore e
tutta la sua santità e tutta la sua purezza. Chi ama forte e ama bene, non
pecca mai, nell'amore. Nella imperfezione dell'amore sta il peccato. La colpa
esiste solo dove è la debolezza, la miseria, la grettezza, la bassezza. Eravamo
due colpevoli, Nino Stresa e io: e mai, mai, nessun'assoluzione, nella vita, ci
avrebbe potuto redimere dalla nostra macchia. Oh lui non ne soffriva, non
capiva neppure la volgarità in cui viveva, gli pareva di essere un perfetto
amante, e si lagnava della mia crudeltà! Io, io, sentivo tutto il disdegno di
una relazione simile, indegna di una donna, di una signora: io aveva l'anima
scoperta e ferita, e frizzava a ogni soffio d'aria. Egli, intravvedeva il
dramma del mio spirito, senza intenderlo. La sua sola paura, era che lo
lasciassi:
- Per carità, non mi abbandonare!
Ed esigeva sempre nuovi convegni, e
ne prolungava le ore, e mi seguiva, e mi cercava, temendo che gli sfuggisse il possesso
di questa donna che aveva orrore di lui. Lo lasciai, due volte: mi riprese due
volte. Allora, disperata, nel colmo dell'avvilimento e della esasperazione, io
tradii questo imperfetto amante, questo Nino Stresa. Ah il vile, il vile,
sempre il medesimo! Lo dovetti tradire molto, per molto tempo, con una feroce
ostinazione, con uno scandalo pubblico, perchè egli mi lasciasse stare. Nulla
vi è più, fra noi, da tre anni. Eppure, quando mi incontra, egli mi guarda con
quei suoi occhi così dolci, così facilmente velati di lacrime e così
infinitamente tristi, che mi hanno mistificata, e la cui singolare espressione,
lo confesso, non so donde venga. Egli fu un imperfetto amante e io l'ho
tradito, ecco tutta la storia dei fatti.
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