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Paolo Valera
L'uomo più rosso d'Italia

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  • L'ambiente romagnolo e la condanna di Cipriani a 25 anni di lavori forzati
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L'ambiente romagnolo

e la condanna di Cipriani a 25 anni di lavori forzati

Il federalismo mi è venuto in mente tutte le volte che mi è capitato di ambientare un uomo. La popolazione di una regione differisce così tanto da quella di un altra che non si riesce a capire come possano vivere in una stessa unità nazionale. Sembrano razze disgiunte dalla conformazione fisica, dai dialetti che parlano, dalle abitudini, dai costumi, dalla politica, dalle tendenze. L'ambiente sovraneggia e plasma. È il massimo fattore degli individui. Mette nelle carni l'aria natale. loro l'anima, un modo di pensare, di cucinare, di vestire, di acconciarsi. Non c'è pitocca napoletana che non circoli con una superba capigliatura gonfiata e adattata dalla pettinatrice. Il siciliano di città è sempre attillato come un signore. Gli abiti sgargianti dell'abruzzese per la gente settentrionale sono carnevaleschi. In poche parti d'Italia si mangia come in Romagna. Hanno tutti uno stomaco divoratore. Il piemontese è devoto alla monarchia. Si fa ammazzare per le strade per trattenerla in Torino. Il romagnolo di Cipriani adolescente era rivoluzionario in culla. Odiava papa e re. Cospirava. Nelle vie e nei ritrovi era armato di coltello o di pistola. Guai a ingiuriarlo! Era una condanna a morte. Tutte le autorità erano maledette, stramaledette. Non poteva soffrirle. La polizia che pedinava, che faceva delle visite domiciliari, che agguantava i patriotti, che vituperava le riputazioni aveva tutti i suoi risentimenti, tutti i suoi odii. Non era che della sbirraglia. Perseguitato, ammazzava. Cadeva un agente, di grado alto o basso, in mezzo alla strada, di giorno o di notte, senza che alcuno fiatasse. C'era solidarietà. Il torto fatto a uno era fatto a tutti. Tutti sentivano lo stesso oltraggio: tutti smaniavano per la stessa punizione. Nelle disgrazie giudiziarie, nelle sventure personali, nelle bufere politiche il romagnolo era con i romagnoli. Si accomunavano nelle sventure come nelle gioie. Piangevano assieme, deliravano assieme, si accendevano dello stesso sdegno o della stessa disperazione e cooperavano tutti assieme per difendere le vittime dalle infamie legali. I servitori del governo erano odiose creature guardate di sbieco, rincorse sovente dalle furie cerebrali. La spia era cercata dal randello o dalla pistola romagnola. La si bastonava in tutti i luoghi, nel sole o nella tenebra. Ella era un metrocubo di abiezione. Rettile per i loro calcagni. La parola vigliacco! scuoteva tutti i loro muscoli, tutte le loro persone. Li faceva allibire. È un vocabolo che nel loro vocabolario equivaleva a una vendetta. Era senza perdono. Chi la scaraventava alla testa di un altro doveva mettersi in guardia. Poteva essere aspettato ad ogni svolta. Nei miei giri giornalistici, mi è capitato di trovarmi a tavola o in conversazione dove era qualche romagnolo. Bastava una allusione.

— Eh, ragazzi, badate, sono romagnolo per cristo!

Non c'era bisogno di spiegazioni. Il romagnolo non aveva orecchi per l'insulto e per la denigrazione del suo paese. Il giorno in cui un imprudente aveva osato dire che la Romagna era un paese di accoltellatori, ho veduto il padrone dell'osteria che mangiava con noi gli spaghetti alla bolognese, alzarsibianco come la calcina — con i denti che stridevano e gli occhi stravolti. Ci sono volute tutte le mani per ammansarlo. Sbollita la collera non c'era più niente.

La sensibilità romagnola può essere eccessiva per altre ragioni. Non per la Romagna. In Romagna l'onore, è una parola piena di significato. Guai a chi lo gualcisse. Ai tempi di Cipriani sollevava tutta una tavolata, faceva nascere dei parapiglia, metteva in tutti la convulsione, diventava più di una volta una rissa sanguinosa.

Buoni, generosi. È in Romagna che Andrea Costa è stato adorato, protetto, salvato con l’amicizia e le elezioni. Considerato «malfattore» per il domicilio coatto dai delinquenti ministeriali dell'epoca, il nome del futuro presidente della Camera è stato posto nel cuore di tutti i romagnoli. C'era in loro un patriarcalismo che sviluppava tutte le grandezze, tutti i sacrifici, tutti gli eroismi. Le Romagne sono state la pepinière di Garibaldi e di Mazzini. Sono desse che hanno dato i contingenti più rossi, più devoti, più preparati a morire per la rivoluzione e per la causa italiana. La gioventù ha dato loro tutti i suoi palpiti. Per loro si organizzavano, si associavano segretamente, si preparavano al maneggio delle armi e accorrevano non appena uno di loro fiatava. La Giovine Italia è stata il loro vangelo. Letta, di nascosto, spiegata e commentata da coloro che erano più penetrati dei pensieri del maestro. Un moto mazziniano o garibaldino malriuscito ammantava le Romagne di un’aria funebre. Erano tutti angosciati, uomini e donne. Nelle loro abitazioni alzavano le braccia come se si fosse trattato di una disperazione personale. L'invettiva di Garibaldi diventava la loro invettiva.

Amilcare Cipriani è stato fucinato nell'officina romagnola.. Ne è uscito incandescente. Con il sangue bollente la sua temperatura cerebrale non si è mai raffreddata. È rimasto un uomo gagliardo, senza genuflessioni, senza perdoni, senza deviazioni, con una collera. immortale per la malvagità umana. Egli è stato, ha lavorato, ha combattuto con i due uomini che hanno vita nei secoli. Ha congiurato, ha propagandato, ha vissuto nella atmosfera insurrezionale con Mazzini, l'uomo multanime che ha raggiunte tutte le altezze umane. Si è strappata la giubba regia ch'egli aveva indossato a quindici anni per essere fra i combattenti di Palestro e di Solferino per mettersi nella camicia rossa a sedici e partecipare ai miracoli garibaldini del sessanta.

Giuseppe Mazzini, perseguitato da tutte le monarchie e Giuseppe Garibaldi, la cui presenza sui campi delle camicie rosse equivaleva un esercito, hanno fanatizzato le Romagne, hanno dato loro gli impeti, le veemenze, le impazienze. Ma Cipriani nel 1882 le ha fatte piangere dirottamente. Nessuno potrà mai descrivere lo schianto del cuore romagnolo quando nella sera di marzo è giunta la notizia che gli infami giurati delle Assise di Ancona avevano condannato uno dei loro figli a 25 anni di lavori forzati. L'attività romagnola è rimasta interrotta. Pareva che le sue popolazioni fossero state paralizzate nei loro movimenti. È stato un dolore che si è tramutato più tardi in un turbine di turbolenza, di rabbia, di risentimenti, di esasperazioni. La gente si aggruppava per le strade, parlava concitatamente, si irritava e scoppiava con imprecazioni e lagrime. L'effervescenza romagnola si è propalata in tutta la penisola, dove formicolava la democrazia rossa o sbiadita. Un po' dappertutto ci sono stati tumulti, comizi, articoli di giornali, dimostrazioni, pubblicazioni,

Viva Cipriani! viva il colonnello della Comune! abbasso i giurati, morte a Depretis!

Erano momenti in cui i partiti non si confondevano. I consorti rimanevano consorti intrattabili, inflessibili, incapaci di subire contraddizioni. I repubblicani e gli internazionalisti e i socialisti rimanevano fieri, fedeli alla loro causa, alle loro amicizie, ai loro odii, alle loro ripugnanze. Per i primi Cipriani era un volgare assassino che voleva nascondere le proprie macchie di sangue nel mazzinianismo e nel garibaldinismo. Per gli altri egli era vittima di un partito insolente, violento, che sfidava la collera pubblica con gli squilli di tromba, con le dagate, con gli arresti in massa. Tutta la democrazia che inchiudeva liberali, repubblicani, internazionalisti, socialisti e anarchici, era sulla piattaforma a scuotere l'opinione pubblica, a incendiare i cervelli, a domandare giustizia, a esigerne la scarcerazione, a rovesciare sui ministri, sui magistrati e sui giurati tutta l'oratoria arroventata. Pareva un finimondo. In Ancona, al momento del verdetto e della sentenza si erano uditi i cupi brontolii di un uditorio esterrefatto. Il sangue correva agitato per le vene e la sommossa era in tutte le teste. Senza la sbirraglia vestita in borghese, l'uragano avrebbe dato i primi rombi nell'aula. Il pubblico è uscito passando lentamente per i cordoni dei carabinieri e delle guardie con la bocca affollata di bestemmie. Fremeva. In istrada si è tolto dallo stomaco il peso. È stata una rivoluzione di gridi. La folla è andata via imprecando. A ogni svolto, in ogni piazza, lungo i corsi, per le vie, i gridi divenivano frenetici. Il nome di Cipriani si sprigionava dalla furia popolare per disseminarsi come un martire della borghesia truculenta. Nessuno poteva trangugiare la sentenza che riduceva un eroe a un numero vituperevole di galera italiana.

Viva Cipriani! morte a Depretis! Viva la Repubblica. Abbasso la monarchia! Viva il colonnello della Comune di Parigi.

I magistrati e i giurati non hanno potuto rincasare che in mezzo a tutta la forza pubblica radunata intorno all'edificio della Corte d'Assise.

Le moltitudini si sonno avviate alla carcere, dove era rinchiuso Cipriani. È stato un momento tempestoso. Carabinieri e soldati erano con le armi al grilletto. Si urlava, si vedevano i pugni in aria, si minacciava, se ne esigeva la scarcerazione. Tutti i movimenti erano per rompere le siepi militari e irrompere nella carcere a liberarlo.

Viva Cipriani! Morte ai vigliacchi!

I vigliacchi erano i giurati, i magistrati, i ministri, i consorti. La dimostrazione veniva disordinata dai poliziotti che cercavano di precipitarsi a acciuffare i più scalmanati. Le moltitudini sfollavano e si ricomponevano per degli altri urti, degli altri tentativi di invasione, delle altre grida, dell'altra veemenza. Cipriani — me lo ha raccontato lui stesso — di dentro udiva il pandemonio esterno e aspettava di minuto in minuto il fracassamento tumultuoso dei suoi liberatori.

Non c'è stata città senza emozione. La condanna che seppelliva un uomo vivo, dichiarato da milioni di persone innocente aveva scatenato anche i timidi — anche quelli che erano di solito governativi. La si discuteva. Il processo fatto con delle sole deposizioni scritte aveva lasciato molti dubbi in tutti gli animi. Il collaboratore principale di tutto quel guazzabuglio legale ora stato l'odio. Gli attori principali vi avevano deposto i loro livori, versati i loro rancori, ammucchiate le loro passioni. Dove era avvenuto il fattaccio? In Alessandria d'Egitto. In quei giorni la città egiziana contava più di cento mila abitanti. Gli abitanti erano egiziani, turchi, albanesi, siriani, greci, copti, armeni, italiani, francesi, russi. La polizia era esercitata da parecchie nazioni, come la giustizia per gli stranieri era amministrata dai rispettivi consoli. Ambiente di conflitti. Con una truppa mercenaria, brutale e riottosa bastava un nonnulla per provocare una sedizione. I risentimenti fra una popolazione e l'altra erano furiosi e implacabili. Gli alessandrini erano intrattabili. Vedevano nelle altre nazionalità tanti intrusi. Si servivano della matracca. Uccidevano il rumi, quando potevano a matraccate. Erano terribili. Attaccati bisognava difendersi o perire.

Amilcare Cipriani vi si trovava come magazziniere del Banco Dervieux. Era la seconda volta che vi entrava e che stava per rioccupare lo stesso posto. L'epoca del fattaccio è il 12 settembre 1867. Se non è Cipriani che parla è Cipriani che mi ha raccontato l'avvenimento più crudele della sua vita. Egli si era trovato a una cena con dei soci e dei compagni di una Società di Mutuo soccorso che poteva avere anche degli scopi politici. Fra i commensali che lo avevano invitato per udirlo parlare della campagna in Tirolo c'erano persone astiose, litigiose, che con l'imprudenza del bicchiere diventavano pericolose. I loro nomi, come tutti i nomi dei mascalzoni sono inutili tanto più che sono morti. Essi insistevano perchè Cipriani rimanesse un po’ con loro. Egli era stracco, aveva bisogno di riposo per riprendere il lavoro interrotto dalla sua corsa fra le camicie rosse nel trentino. Uscito dalla trattoria italiana venne rincorso. L’insistenza dei commensali fece nascere una lite. Si credevano offesi. Si urtarono, si colluttarono. Dalla lotta a corpo a corpo Amilcare Cipriani si è sentito percosso, grondante di sangue. Perdeva sangue dalla fronte, e dal ventre. Il penultimo dito della mano destra perdeva anch'esso sangue. Le mani erano ai coltelli. Il tafferuglio avveniva in una via angusta. Nel momento in cui i corpi erano aggrovigliati si erano precipitati su loro due agenti di polizia. Bisognava sottrarsi o morire. Cipriani si è fatto largo. Uno degli aggressori è caduto morto.

Per un uomo di piattaforma, lo spargimento di sangue in una rissa volgare è sempre una disgrazia. Amilcare Cipriani alla mattina si è svegliato come da un sogno. Ignorava i cadaveri. Non c’era tempo da perdere. O lasciarsi appendere alla forca del boia, o prendere il piroscafo. Cipriani, uomo d’azione, non è stato in forse. Si è salvato. È giunto a Londra. Si è trovata un’occupazione in uno stabilimento fotografico.

È stata una pagina che ha solcata l'anima del povero profugo. Molti anni dopo mi raccontava l'avvenimento tutto rabbuiato, abbattuto come nella mattina che aveva udito che nella bagarre della notte c'erano dei cadaveri. Il suo rincrescimento era intenso. Rincrescimento che lo ha accompagnato e lo accompagnerà nella tomba.

 




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