L'ambiente romagnolo
e la condanna di Cipriani a 25 anni di lavori forzati
Il federalismo mi è venuto in mente tutte le volte che mi è
capitato di ambientare un uomo. La popolazione di una regione differisce così
tanto da quella di un altra che non si riesce a capire come possano vivere in
una stessa unità nazionale. Sembrano razze disgiunte dalla conformazione
fisica, dai dialetti che parlano, dalle abitudini, dai costumi, dalla politica,
dalle tendenze. L'ambiente sovraneggia e plasma. È il massimo fattore degli
individui. Mette nelle carni l'aria natale. Dà loro l'anima, un modo di
pensare, di cucinare, di vestire, di acconciarsi. Non c'è pitocca napoletana
che non circoli con una superba capigliatura gonfiata e adattata dalla pettinatrice.
Il siciliano di città è sempre attillato come un signore. Gli abiti sgargianti
dell'abruzzese per la gente settentrionale sono carnevaleschi. In poche parti
d'Italia si mangia come in Romagna. Hanno tutti uno stomaco divoratore. Il
piemontese è devoto alla monarchia. Si fa ammazzare per le strade per
trattenerla in Torino. Il romagnolo di Cipriani adolescente era rivoluzionario
in culla. Odiava papa e re. Cospirava. Nelle vie e nei ritrovi era armato di
coltello o di pistola. Guai a ingiuriarlo! Era una condanna a morte. Tutte le
autorità erano maledette, stramaledette. Non poteva soffrirle. La polizia che
pedinava, che faceva delle visite domiciliari, che agguantava i patriotti, che
vituperava le riputazioni aveva tutti i suoi risentimenti, tutti i suoi odii.
Non era che della sbirraglia. Perseguitato, ammazzava. Cadeva un agente, di
grado alto o basso, in mezzo alla strada, di giorno o di notte, senza che
alcuno fiatasse. C'era solidarietà. Il torto fatto a uno era fatto a tutti.
Tutti sentivano lo stesso oltraggio: tutti smaniavano per la stessa punizione.
Nelle disgrazie giudiziarie, nelle sventure personali, nelle bufere politiche
il romagnolo era con i romagnoli. Si accomunavano nelle sventure come nelle
gioie. Piangevano assieme, deliravano assieme, si accendevano dello stesso
sdegno o della stessa disperazione e cooperavano tutti assieme per difendere le
vittime dalle infamie legali. I servitori del governo erano odiose creature
guardate di sbieco, rincorse sovente dalle furie cerebrali. La spia era cercata
dal randello o dalla pistola romagnola. La si bastonava in tutti i luoghi, nel
sole o nella tenebra. Ella era un metrocubo di abiezione. Rettile per i loro
calcagni. La parola vigliacco! scuoteva tutti i loro muscoli, tutte le loro persone.
Li faceva allibire. È un vocabolo che nel loro vocabolario equivaleva a una
vendetta. Era senza perdono. Chi la scaraventava alla testa di un altro doveva
mettersi in guardia. Poteva essere aspettato ad ogni svolta. Nei miei giri
giornalistici, mi è capitato di trovarmi a tavola o in conversazione dove era
qualche romagnolo. Bastava una allusione.
— Eh, ragazzi, badate, sono romagnolo per cristo!
Non c'era bisogno di spiegazioni. Il romagnolo non aveva
orecchi per l'insulto e per la denigrazione del suo paese. Il giorno in cui un
imprudente aveva osato dire che la
Romagna era un paese di accoltellatori, ho veduto il padrone
dell'osteria che mangiava con noi gli spaghetti alla bolognese, alzarsi —
bianco come la calcina — con i denti che stridevano e gli occhi stravolti. Ci
sono volute tutte le mani per ammansarlo. Sbollita la collera non c'era più
niente.
La sensibilità romagnola può essere eccessiva per altre
ragioni. Non per la
Romagna. In Romagna l'onore, è una parola piena di
significato. Guai a chi lo gualcisse. Ai tempi di Cipriani sollevava tutta una
tavolata, faceva nascere dei parapiglia, metteva in tutti la convulsione,
diventava più di una volta una rissa sanguinosa.
Buoni, generosi. È in Romagna che Andrea Costa è stato
adorato, protetto, salvato con l’amicizia e le elezioni. Considerato
«malfattore» per il domicilio coatto dai delinquenti ministeriali dell'epoca,
il nome del futuro presidente della Camera è stato posto nel cuore di tutti i
romagnoli. C'era in loro un patriarcalismo che sviluppava tutte le grandezze,
tutti i sacrifici, tutti gli eroismi. Le Romagne sono state la pepinière
di Garibaldi e di Mazzini. Sono desse che hanno dato i contingenti più rossi,
più devoti, più preparati a morire per la rivoluzione e per la causa italiana.
La gioventù ha dato loro tutti i suoi palpiti. Per loro si organizzavano, si
associavano segretamente, si preparavano al maneggio delle armi e accorrevano
non appena uno di loro fiatava. La Giovine Italia è stata il loro vangelo. Letta, di
nascosto, spiegata e commentata da coloro che erano più penetrati dei pensieri
del maestro. Un moto mazziniano o garibaldino malriuscito ammantava le Romagne
di un’aria funebre. Erano tutti angosciati, uomini e donne. Nelle loro
abitazioni alzavano le braccia come se si fosse trattato di una disperazione
personale. L'invettiva di Garibaldi diventava la loro invettiva.
Amilcare Cipriani è stato fucinato nell'officina romagnola..
Ne è uscito incandescente. Con il sangue bollente la sua temperatura cerebrale
non si è mai raffreddata. È rimasto un uomo gagliardo, senza genuflessioni,
senza perdoni, senza deviazioni, con una collera. immortale per la malvagità
umana. Egli è stato, ha lavorato, ha combattuto con i due uomini che hanno vita
nei secoli. Ha congiurato, ha propagandato, ha vissuto nella atmosfera
insurrezionale con Mazzini, l'uomo multanime che ha raggiunte tutte le altezze
umane. Si è strappata la giubba regia ch'egli aveva indossato a quindici anni
per essere fra i combattenti di Palestro e di Solferino per mettersi nella
camicia rossa a sedici e partecipare ai miracoli garibaldini del sessanta.
Giuseppe Mazzini, perseguitato da tutte le monarchie e
Giuseppe Garibaldi, la cui presenza sui campi delle camicie rosse equivaleva un
esercito, hanno fanatizzato le Romagne, hanno dato loro gli impeti, le
veemenze, le impazienze. Ma Cipriani nel 1882 le ha fatte piangere
dirottamente. Nessuno potrà mai descrivere lo schianto del cuore romagnolo
quando nella sera di marzo è giunta la notizia che gli infami giurati delle
Assise di Ancona avevano condannato uno dei loro figli a 25 anni di lavori
forzati. L'attività romagnola è rimasta interrotta. Pareva che le sue
popolazioni fossero state paralizzate nei loro movimenti. È stato un dolore che
si è tramutato più tardi in un turbine di turbolenza, di rabbia, di
risentimenti, di esasperazioni. La gente si aggruppava per le strade, parlava
concitatamente, si irritava e scoppiava con imprecazioni e lagrime.
L'effervescenza romagnola si è propalata in tutta la penisola, dove formicolava
la democrazia rossa o sbiadita. Un po' dappertutto ci sono stati tumulti,
comizi, articoli di giornali, dimostrazioni, pubblicazioni,
— Viva Cipriani! viva il colonnello della Comune! abbasso i
giurati, morte a Depretis!
Erano momenti in cui i partiti non si confondevano. I
consorti rimanevano consorti intrattabili, inflessibili, incapaci di subire
contraddizioni. I repubblicani e gli internazionalisti e i socialisti
rimanevano fieri, fedeli alla loro causa, alle loro amicizie, ai loro odii,
alle loro ripugnanze. Per i primi Cipriani era un volgare assassino che voleva
nascondere le proprie macchie di sangue nel mazzinianismo e nel garibaldinismo.
Per gli altri egli era vittima di un partito insolente, violento, che sfidava
la collera pubblica con gli squilli di tromba, con le dagate, con gli arresti
in massa. Tutta la democrazia che inchiudeva liberali, repubblicani,
internazionalisti, socialisti e anarchici, era sulla piattaforma a scuotere
l'opinione pubblica, a incendiare i cervelli, a domandare giustizia, a esigerne
la scarcerazione, a rovesciare sui ministri, sui magistrati e sui giurati tutta
l'oratoria arroventata. Pareva un finimondo. In Ancona, al momento del verdetto
e della sentenza si erano uditi i cupi brontolii di un uditorio esterrefatto.
Il sangue correva agitato per le vene e la sommossa era in tutte le teste.
Senza la sbirraglia vestita in borghese, l'uragano avrebbe dato i primi rombi
nell'aula. Il pubblico è uscito passando lentamente per i cordoni dei
carabinieri e delle guardie con la bocca affollata di bestemmie. Fremeva. In
istrada si è tolto dallo stomaco il peso. È stata una rivoluzione di gridi. La
folla è andata via imprecando. A ogni svolto, in ogni piazza, lungo i corsi,
per le vie, i gridi divenivano frenetici. Il nome di Cipriani si sprigionava
dalla furia popolare per disseminarsi come un martire della borghesia
truculenta. Nessuno poteva trangugiare la sentenza che riduceva un eroe a un
numero vituperevole di galera italiana.
— Viva Cipriani! morte a Depretis! Viva la Repubblica. Abbasso
la monarchia! Viva il colonnello della Comune di Parigi.
I magistrati e i giurati non hanno potuto rincasare che in
mezzo a tutta la forza pubblica radunata intorno all'edificio della Corte
d'Assise.
Le moltitudini si sonno avviate alla carcere, dove era
rinchiuso Cipriani. È stato un momento tempestoso. Carabinieri e soldati erano
con le armi al grilletto. Si urlava, si vedevano i pugni in aria, si
minacciava, se ne esigeva la scarcerazione. Tutti i movimenti erano per rompere
le siepi militari e irrompere nella carcere a liberarlo.
— Viva Cipriani! Morte ai vigliacchi!
I vigliacchi erano i giurati, i magistrati, i ministri, i
consorti. La dimostrazione veniva disordinata dai poliziotti che cercavano di
precipitarsi a acciuffare i più scalmanati. Le moltitudini sfollavano e si
ricomponevano per degli altri urti, degli altri tentativi di invasione, delle
altre grida, dell'altra veemenza. Cipriani — me lo ha raccontato lui stesso —
di dentro udiva il pandemonio esterno e aspettava di minuto in minuto il
fracassamento tumultuoso dei suoi liberatori.
Non c'è stata città senza emozione. La condanna che
seppelliva un uomo vivo, dichiarato da milioni di persone innocente aveva
scatenato anche i timidi — anche quelli che erano di solito governativi. La si
discuteva. Il processo fatto con delle sole deposizioni scritte aveva lasciato
molti dubbi in tutti gli animi. Il collaboratore principale di tutto quel
guazzabuglio legale ora stato l'odio. Gli attori principali vi avevano deposto
i loro livori, versati i loro rancori, ammucchiate le loro passioni. Dove era
avvenuto il fattaccio? In Alessandria d'Egitto. In quei giorni la città
egiziana contava più di cento mila abitanti. Gli abitanti erano egiziani,
turchi, albanesi, siriani, greci, copti, armeni, italiani, francesi, russi. La
polizia era esercitata da parecchie nazioni, come la giustizia per gli
stranieri era amministrata dai rispettivi consoli. Ambiente di conflitti. Con
una truppa mercenaria, brutale e riottosa bastava un nonnulla per provocare una
sedizione. I risentimenti fra una popolazione e l'altra erano furiosi e
implacabili. Gli alessandrini erano intrattabili. Vedevano nelle altre
nazionalità tanti intrusi. Si servivano della matracca. Uccidevano il rumi,
quando potevano a matraccate. Erano terribili. Attaccati bisognava difendersi o
perire.
Amilcare Cipriani vi si trovava come magazziniere del Banco
Dervieux. Era la seconda volta che vi entrava e che stava per rioccupare lo
stesso posto. L'epoca del fattaccio è il 12 settembre 1867. Se non è Cipriani
che parla è Cipriani che mi ha raccontato l'avvenimento più crudele della sua
vita. Egli si era trovato a una cena con dei soci e dei compagni di una Società
di Mutuo soccorso che poteva avere anche degli scopi politici. Fra i commensali
che lo avevano invitato per udirlo parlare della campagna in Tirolo c'erano
persone astiose, litigiose, che con l'imprudenza del bicchiere diventavano
pericolose. I loro nomi, come tutti i nomi dei mascalzoni sono inutili tanto
più che sono morti. Essi insistevano perchè Cipriani rimanesse un po’ con loro.
Egli era stracco, aveva bisogno di riposo per riprendere il lavoro interrotto
dalla sua corsa fra le camicie rosse nel trentino. Uscito dalla trattoria
italiana venne rincorso. L’insistenza dei commensali fece nascere una lite. Si
credevano offesi. Si urtarono, si colluttarono. Dalla lotta a corpo a corpo
Amilcare Cipriani si è sentito percosso, grondante di sangue. Perdeva sangue
dalla fronte, e dal ventre. Il penultimo dito della mano destra perdeva
anch'esso sangue. Le mani erano ai coltelli. Il tafferuglio avveniva in una via
angusta. Nel momento in cui i corpi erano aggrovigliati si erano precipitati su
loro due agenti di polizia. Bisognava sottrarsi o morire. Cipriani si è fatto
largo. Uno degli aggressori è caduto morto.
Per un uomo di piattaforma, lo spargimento di sangue in una
rissa volgare è sempre una disgrazia. Amilcare Cipriani alla mattina si è
svegliato come da un sogno. Ignorava i cadaveri. Non c’era tempo da perdere. O
lasciarsi appendere alla forca del boia, o prendere il piroscafo. Cipriani,
uomo d’azione, non è stato in forse. Si è salvato. È giunto a Londra. Si è
trovata un’occupazione in uno stabilimento fotografico.
È stata una pagina che ha solcata l'anima del povero
profugo. Molti anni dopo mi raccontava l'avvenimento tutto rabbuiato, abbattuto
come nella mattina che aveva udito che nella bagarre della notte c'erano
dei cadaveri. Il suo rincrescimento era intenso. Rincrescimento che lo ha
accompagnato e lo accompagnerà nella tomba.
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