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In Camicia Rossa
Siamo nell’epoca più fantastica della penisola smembrata.
Epoca romanzesca, con attori spettacolosi, con antitesi commoventi e terribili
che andavano dagli stringimenti affettuosi alle detonazioni che mettevano
l'Italia sottosopra. Gli uomini sembravano usciti dalla fornace delle
insurrezioni. Avevano tutti il tocsin nella testa. Volevano insorgere, erano
insorti, soffrivano nelle catene delle monarchie morenti. I sudditi volevano
divenire cittadini. I disuniti volevano unirsi. L'unità doveva compiersi.
Garibaldi era l'incendio, la campana a stormo che chiamava tutti alle armi. Le
sue mosse erano commozioni pubbliche. Il giorno che lo si è saputo alla Villa
Spinola di Augusto Vecchi è stato un giorno di baci, di lagrime, di addii. Tutti
erano in moto. Tutti si affrettavano ad accorrere dal generale che li aveva
chiamati con una sola frase:
— Venite a morire con me.
Il grande generale non prometteva che disagi. Non era il
capo di un esercito regolare che non si muoveva che con le ambulanze, le
vettovaglie, i carri di munizioni, le batterie, uno stato maggiore circondato
da squadroni di cavalleria. Egli era un altro. Era una camicia rossa. Il suo
nome bastava per raccogliere uomini, fucili, danaro. In un fiat, egli si
trovava intorno veterani, studenti, avvocati, scrittori, deputati parlamentari,
giornalisti, patriotti, pittori, esuli, operai, ricchi e poveri. Le madri, come
la Cairoli
gli conducevano i figli. I padri, come il padre siciliano che gliene condusse
quattro, gli dicevano:
— Generale, eccoti i nostri maschi.
Tutti concorrevano o volevano concorrere alle sue
spedizioni. Nessuno dubitava di lui. Con lui si sognava. I suoi metodi erano
conosciuti. Varese e San Fermo lo avevano propalato anche in Italia per un duce
che non conosceva che vittorie. Si metteva in guerra con le camicie rosse
digiune, stracche, con le scarpe slabbrate e scalcagnate e le lanciava sul
nemico con cariche alla baionetta. Nessun altro che lui si sarebbe imbarcato
sul «Piemonte» e sul «Lombardo» con mille e duecento fra giovani e uomini
maturi, armati di revolver, di pistole, di fucili di tutte le epoche e senza
munizioni, o con munizioni che non sono giunte a bordo. È in mare che se ne è
accorto.
— Bandi, non abbiamo munizioni con noi.
Il Bandi era un ufficiale regio che indossava la camicia
leggendaria tutte le volte che Garibaldi gli telegrafava «va bene». Egli
credeva nel metodo sollecito che sgominava in poche ore le truppe di tutti gli
eserciti.
— Bandi, non c'è più carbone.
Hanno dovuto fermarsi a Talamone. Il nome del generale è
bastato. Con molto tatto egli ha indotto le autorità regie a fornirgli armi,
munizioni, viveri. È a Talamone che Garibaldi ha fatto spiegare la bandiera con
la quale intraprendeva la spedizione. È nato un subbuglio. I mazziniani
chiamati dal Bandi «screpanti» dicevano le camicie rosse vendute alla
monarchia. La bandiera regia non faceva per loro. Il duce ha pronunciato parole
dure per i quattro puritani che lo abbandonarono. Fra loro erano Maurizio
Quadro e Brusco Onnis, del quale ricorderò sempre il cane bassotto e ringhioso.
La prova che Garibaldi aveva per sistema di fare la guerra
con qualunque arma, con i fucili, con le falci, con le scuri, con i chiodi alla
punta dei bastoni, è che egli aveva già compiuto lo sbarco di Marsala e i miracoli di Calatafimi e di
Palermo e sul continente, gli organizzatori dei bisogni della spedizione erano
ancora alla sottoscrizione per un milione di fucili.
La partenza del «Piemonte» e del «Lombardo» dalla rada
genovese aveva trasmesso in tutti un'ansia indicibile. Tutti i pensieri erano
dietro i piroscafi della Rubattino. È stata un'emozione divenuta storica. Tutti
avevano palpitato in quella notte stellata del 5 maggio. Si sperava e si
temeva. L'angoscia è durata più di due giorni e due notti. La notizia dello
sbarco è stato un sollievo dalla Sicilia alle Alpi.
Amilcare Cipriani non poteva rimanere negli indumenti del
soldato regio. Se ne è sbarazzato ed ha raggiunto il generale con la spedizione
Medici. È alla battaglia di Milazzo ch'egli è comparso in camicia rossa.
L'eroismo garibaldino di quella giornata è in tutte le pagine dei giornalisti
che prendevano la penna fumante dei combattimenti. Fra i giornalisti erano
Edoardo Arbib, furiere, Pietro Coccoluto Ferrigni, detto Jorick e il corrispondente
dell'Unità italiana che incominciava la lettera così: «Mio fratello è
morto, la mia gamba (con due ferite) è tormentata da atroci dolori. Nino Bixio
era corrispondente.
A Garibaldi che faceva inseguire il nemico dicendo:
— Alla baionetta: avanti, figliuoli: è stato portato via con
la suola dello stivale la staffa del cavallo. È stato un momento in cui tutti
hanno trepidato per il generale. Egli si era trovato assalito dalla cavalleria
nemica che aveva ricacciato i garibaldini indietro e lo aveva obbligato a
gettarsi in un fosso laterale alla strada e a difendersi con la sciabola alla
mano. Il colonnello Missori fu subito al suo fianco. Con il revolver ne stese
due al suolo. Lo Statella ha fatto cadere il terzo dalle proporzioni
gigantesche e lo stesso generale con un poderoso fendente divise il cranio al
quarto.
— Grazie Missori, m'avete salvata la vita.
È inutile dimostrare il coraggio parziale e collettivo delle
camicie rosse. La storia è stata scritta. Tutti possono leggerla. A me basta
ricordare che il generale Bosco coi suoi baveresi, coi suoi svizzeri, coi suoi
rinnegati milazzesi, coi suoi cannoni, coi suoi cacciatori, coi suoi soldati
«eccellenti», con le sue cognizioni militari, con le sue posizioni fatte a
feritoie o dietro i canneti o i fichi d'India, o le muraglie non ha potuto
resistere. Le camicie rosse, armate di tutti i ferrovecchi dei magazzeni
militari, spronate alla baionetta da un duce idolatrato dai suoi volontarii
hanno finito per rinchiudere la truppa borbonica nel maschio per la capitolazione.
Alla battaglia di Maddaloni hanno preso parte tutti i
gros-bonnets garibaldini. Nino Bixio, Medici, Nicola Fabrizi, Dezza, Sirtori,
Milbitz, con a capo di tutti il Dittatore. La carica alla baionetta è stata
vittoriosa come sempre. Le camicie rosse alla corsa, con il fucile a baionetta
in canna metteva in fuga disperata tutti i regi. I rapporti di tutti loro
esaltavano i prodi e consegnavano alla punizione del Dittatore i vili. Amilcare
Cipriani è stato promosso ufficiale. «Combattere e vincere è il motto dei
garibaldini, ha detto il generale. Il duce quando vedeva le schiere sul punto
di piegare soggiungeva:
— Venite con me, alla baionetta!
Più tardi Cipriani si è trovato ad Aspromonte. Il delitto
regio è conosciuto. Il fattaccio del Pallavicini è noto. La palla nel piede del
capo delle camicie rosse è celebre. L'arresto e la prigionia al Varignano del
più alto condottiero nella ammirazione degli uomini di quel tempo sono passati
alla storia, Amilcare Cipriani ha sofferto lo spasimo dell'imperativo di
Garibaldi che aveva ingiunto a tutti di non far fuoco.
Alcuni che hanno conosciuto il Cipriani dopo la Caledonia e
Portolongone, hanno trovato in lui le brutalità di Nino Bixio. Non credo. Dopo
il fuoco Amilcare Cipriani sarebbe stato capace anche lui di punire i vili che
si fossero sottratti al combattimento, degradandoli in faccia ai vittoriosi e
incitandoli a supplicare il duce a concedere loro uno schioppo per morire in
battaglia. Bixio era tempestoso e violento fino alla crudeltà e al sangue. Cipriani
era ed è più uomo.
A Parigi Amilcare Cipriani è in mezzo alla Comune. Il suo
dio era Gustavo Flourens. Il coraggio dell'uno era il coraggio dell'altro. In
un comizio tumultuoso Flourens ha avuto l'audacia di agguantare il commissario
di polizia per il pettorale e di ingiungergli di seguirlo con il revolver in
mano.
— Una parola e siete morto!
— Ho moglie e figli.
— Voi li rivedrete. Siate calmo. I repubblicani non
assassinano come i vostri padroni. E ora compagni diss'egli rivolgendosi alla
folla, avanti! Cantate la Marsigliese e viva la battaglia. Viva la Repubblica universale e
la liberazione dell'umanità!
Passarono in mezzo a duecento e più guardie di polizia.
Stavano per rovesciarsi sui seguaci di Flourens. Il commissario sbottonandosi
l'abito per lasciar vedere la sciarpa del funzionario, fece loro segno di
rimanere tranquilli. Flourens una volta a Belleville credeva di poter
resistere, elevando delle barricate e prendendo le armi con gli assalti alle
caserme imperiali. Si è fatto aiutare a rovesciare degli omnibus. Verso le due
del mattino mentre egli era ancora al lavoro di costruzione si è lasciato
sorprendere da un gran distaccamento di agenti. I pochi giovani che lavoravano
con lui, si salvarono lasciandone due sul terreno. Flourens non si mosse.
Appoggiato al dorso di una porta, respinse con la mano la spada di un agente
che stava per fargliela penetrare nel ventre e se ne andò via bestemmiando,
rifugiandosi in casa di un amico.
Mi dilungo su Gustavo Flourens, perchè nelle sue audacie,
c'è un po' di Cipriani. Il professore credeva nei complotti e nei regicidii.
Una volta gli è toccato rifugiarsi a Londra perchè uno dei cospiratori aveva
rivelato il suo progetto alla polizia. Egli aveva ideato di impadronirsi di
notte delle Tuileries, atterrando i bonapartisti se avessero resistito con i
mezzi formidabili messi a sua disposizione dalla scienza, facendo crollare
tutto sopra di loro. Gli bastavano sessanta uomini determinati.
Anche all'estero non cessava di tramare contro colui ch'egli
chiamava il Faraone o il Cesare di paccotiglia. Egli voleva farlo pugnalare o
bombardare a una rivista militare solenne in mezzo ai complici del Due Dicembre
e per riuscirvi aveva coltivato la caserma, dove secondo lui, aveva trovato
aderenti che andavano dal soldato semplice, al capitano. Ma il complotto, come
di solito, è stato rivelato alla polizia, e due dei complottisti hanno scontato
il fio di aver creduto alla fantasmagoria dei pugnali, delle spade, e delle
bombe. In un'altra congiura di Flourens i suoi aderenti vennero condannati da 25 a 50 anni di deportazione.
Gustavo Flourens ebbe la sua parte. Egli aveva già sei anni da scontare per
delitto di stampa. Gli si aggiunse la deportazione perpetua. Ollivier, colui
che sta pregando sua Maestà la
Morte di permettergli di finire le sue memorie, mise una
taglia sulla sua testa. Caduto l'impero che egli aveva tanto esecrato, è
divenuto un aggiunto al sindaco della diciannovesima divisione parigina. Il
sindaco era Ranvier, un pittore di porcellana e di ventagli che ha avuto tanta
parte nella Comune e il figlio preso a schiaffi dalla polizia thierista che
voleva sapere da lui dove si era rifugiato il padre. Ranvier era il match di
Flourens, il futuro comandante dei vengeurs. Tutti e due hanno iniziato
la loro storia con un manifesto agli elettori della loro circoscrizione. Dopo
aver dichiarato che Parigi non voleva altro esercito che la guardia nazionale,
dicevano.
Cittadini!
Gli uomini che avete incaricato provvisoriamente di
difendere i vostri interessi, e che seggono in questo momento
all'Hôtel-de-Ville, vivono dei trenta soldi delle guardie nazionali con le loro
famiglie. È la prima volta che un simile avvenimento avviene nella storia.
Flourens, odiava di un odio sentito i poliziotti del basso
impero. Non vedeva in loro che vili e mouchards. Per sfuggire alle loro
ricerche passava sotto il loro muso truccato in tutte le guise. Una volta si
era messo a circolare per Parigi nell'uniforme dell'ufficiale cretese che egli
aveva portato con sè dal luogo dove aveva combattuto con Cipriani contro i
turchi. Prima di essere della commissione militare con Duval, Eudes, Chardon,
Pindy, e Ranvier, egli ha fatto le fucilate nel tafferuglio all'Hôtel-de-Ville
e in un'altra occasione contro i nemici del popolo. Con lui era Amilcare Cipriani.
È lui che sovente gridava:
— Aux Armes!
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