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Paolo Valera
L'uomo più rosso d'Italia

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  • In Camicia Rossa
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In Camicia Rossa

 

Siamo nell’epoca più fantastica della penisola smembrata. Epoca romanzesca, con attori spettacolosi, con antitesi commoventi e terribili che andavano dagli stringimenti affettuosi alle detonazioni che mettevano l'Italia sottosopra. Gli uomini sembravano usciti dalla fornace delle insurrezioni. Avevano tutti il tocsin nella testa. Volevano insorgere, erano insorti, soffrivano nelle catene delle monarchie morenti. I sudditi volevano divenire cittadini. I disuniti volevano unirsi. L'unità doveva compiersi. Garibaldi era l'incendio, la campana a stormo che chiamava tutti alle armi. Le sue mosse erano commozioni pubbliche. Il giorno che lo si è saputo alla Villa Spinola di Augusto Vecchi è stato un giorno di baci, di lagrime, di addii. Tutti erano in moto. Tutti si affrettavano ad accorrere dal generale che li aveva chiamati con una sola frase:

— Venite a morire con me.

Il grande generale non prometteva che disagi. Non era il capo di un esercito regolare che non si muoveva che con le ambulanze, le vettovaglie, i carri di munizioni, le batterie, uno stato maggiore circondato da squadroni di cavalleria. Egli era un altro. Era una camicia rossa. Il suo nome bastava per raccogliere uomini, fucili, danaro. In un fiat, egli si trovava intorno veterani, studenti, avvocati, scrittori, deputati parlamentari, giornalisti, patriotti, pittori, esuli, operai, ricchi e poveri. Le madri, come la Cairoli gli conducevano i figli. I padri, come il padre siciliano che gliene condusse quattro, gli dicevano:

Generale, eccoti i nostri maschi.

Tutti concorrevano o volevano concorrere alle sue spedizioni. Nessuno dubitava di lui. Con lui si sognava. I suoi metodi erano conosciuti. Varese e San Fermo lo avevano propalato anche in Italia per un duce che non conosceva che vittorie. Si metteva in guerra con le camicie rosse digiune, stracche, con le scarpe slabbrate e scalcagnate e le lanciava sul nemico con cariche alla baionetta. Nessun altro che lui si sarebbe imbarcato sul «Piemonte» e sul «Lombardo» con mille e duecento fra giovani e uomini maturi, armati di revolver, di pistole, di fucili di tutte le epoche e senza munizioni, o con munizioni che non sono giunte a bordo. È in mare che se ne è accorto.

Bandi, non abbiamo munizioni con noi.

Il Bandi era un ufficiale regio che indossava la camicia leggendaria tutte le volte che Garibaldi gli telegrafava «va bene». Egli credeva nel metodo sollecito che sgominava in poche ore le truppe di tutti gli eserciti.

Bandi, non c'è più carbone.

Hanno dovuto fermarsi a Talamone. Il nome del generale è bastato. Con molto tatto egli ha indotto le autorità regie a fornirgli armi, munizioni, viveri. È a Talamone che Garibaldi ha fatto spiegare la bandiera con la quale intraprendeva la spedizione. È nato un subbuglio. I mazziniani chiamati dal Bandi «screpanti» dicevano le camicie rosse vendute alla monarchia. La bandiera regia non faceva per loro. Il duce ha pronunciato parole dure per i quattro puritani che lo abbandonarono. Fra loro erano Maurizio Quadro e Brusco Onnis, del quale ricorderò sempre il cane bassotto e ringhioso.

La prova che Garibaldi aveva per sistema di fare la guerra con qualunque arma, con i fucili, con le falci, con le scuri, con i chiodi alla punta dei bastoni, è che egli aveva già compiuto lo sbarco  di Marsala e i miracoli di Calatafimi e di Palermo e sul continente, gli organizzatori dei bisogni della spedizione erano ancora alla sottoscrizione per un milione di fucili.

La partenza del «Piemonte» e del «Lombardo» dalla rada genovese aveva trasmesso in tutti un'ansia indicibile. Tutti i pensieri erano dietro i piroscafi della Rubattino. È stata un'emozione divenuta storica. Tutti avevano palpitato in quella notte stellata del 5 maggio. Si sperava e si temeva. L'angoscia è durata più di due giorni e due notti. La notizia dello sbarco è stato un sollievo dalla Sicilia alle Alpi.

Amilcare Cipriani non poteva rimanere negli indumenti del soldato regio. Se ne è sbarazzato ed ha raggiunto il generale con la spedizione Medici. È alla battaglia di Milazzo ch'egli è comparso in camicia rossa. L'eroismo garibaldino di quella giornata è in tutte le pagine dei giornalisti che prendevano la penna fumante dei combattimenti. Fra i giornalisti erano Edoardo Arbib, furiere, Pietro Coccoluto Ferrigni, detto Jorick e il corrispondente dell'Unità italiana che incominciava la lettera così: «Mio fratello è morto, la mia gamba (con due ferite) è tormentata da atroci dolori. Nino Bixio era corrispondente.

A Garibaldi che faceva inseguire il nemico dicendo:

— Alla baionetta: avanti, figliuoli: è stato portato via con la suola dello stivale la staffa del cavallo. È stato un momento in cui tutti hanno trepidato per il generale. Egli si era trovato assalito dalla cavalleria nemica che aveva ricacciato i garibaldini indietro e lo aveva obbligato a gettarsi in un fosso laterale alla strada e a difendersi con la sciabola alla mano. Il colonnello Missori fu subito al suo fianco. Con il revolver ne stese due al suolo. Lo Statella ha fatto cadere il terzo dalle proporzioni gigantesche e lo stesso generale con un poderoso fendente divise il cranio al quarto.

Grazie Missori, m'avete salvata la vita.

È inutile dimostrare il coraggio parziale e collettivo delle camicie rosse. La storia è stata scritta. Tutti possono leggerla. A me basta ricordare che il generale Bosco coi suoi baveresi, coi suoi svizzeri, coi suoi rinnegati milazzesi, coi suoi cannoni, coi suoi cacciatori, coi suoi soldati «eccellenti», con le sue cognizioni militari, con le sue posizioni fatte a feritoie o dietro i canneti o i fichi d'India, o le muraglie non ha potuto resistere. Le camicie rosse, armate di tutti i ferrovecchi dei magazzeni militari, spronate alla baionetta da un duce idolatrato dai suoi volontarii hanno finito per rinchiudere la truppa borbonica nel maschio per la capitolazione.

Alla battaglia di Maddaloni hanno preso parte tutti i gros-bonnets garibaldini. Nino Bixio, Medici, Nicola Fabrizi, Dezza, Sirtori, Milbitz, con a capo di tutti il Dittatore. La carica alla baionetta è stata vittoriosa come sempre. Le camicie rosse alla corsa, con il fucile a baionetta in canna metteva in fuga disperata tutti i regi. I rapporti di tutti loro esaltavano i prodi e consegnavano alla punizione del Dittatore i vili. Amilcare Cipriani è stato promosso ufficiale. «Combattere e vincere è il motto dei garibaldini, ha detto il generale. Il duce quando vedeva le schiere sul punto di piegare soggiungeva:

— Venite con me, alla baionetta!

Più tardi Cipriani si è trovato ad Aspromonte. Il delitto regio è conosciuto. Il fattaccio del Pallavicini è noto. La palla nel piede del capo delle camicie rosse è celebre. L'arresto e la prigionia al Varignano del più alto condottiero nella ammirazione degli uomini di quel tempo sono passati alla storia, Amilcare Cipriani ha sofferto lo spasimo dell'imperativo di Garibaldi che aveva ingiunto a tutti di non far fuoco.

Alcuni che hanno conosciuto il Cipriani dopo la Caledonia e Portolongone, hanno trovato in lui le brutalità di Nino Bixio. Non credo. Dopo il fuoco Amilcare Cipriani sarebbe stato capace anche lui di punire i vili che si fossero sottratti al combattimento, degradandoli in faccia ai vittoriosi e incitandoli a supplicare il duce a concedere loro uno schioppo per morire in battaglia. Bixio era tempestoso e violento fino alla crudeltà e al sangue. Cipriani era ed è più uomo.

A Parigi Amilcare Cipriani è in mezzo alla Comune. Il suo dio era Gustavo Flourens. Il coraggio dell'uno era il coraggio dell'altro. In un comizio tumultuoso Flourens ha avuto l'audacia di agguantare il commissario di polizia per il pettorale e di ingiungergli di seguirlo con il revolver in mano.

— Una parola e siete morto!

— Ho moglie e figli.

— Voi li rivedrete. Siate calmo. I repubblicani non assassinano come i vostri padroni. E ora compagni diss'egli rivolgendosi alla folla, avanti! Cantate la Marsigliese e viva la battaglia. Viva la Repubblica universale e la liberazione dell'umanità!

Passarono in mezzo a duecento e più guardie di polizia. Stavano per rovesciarsi sui seguaci di Flourens. Il commissario sbottonandosi l'abito per lasciar vedere la sciarpa del funzionario, fece loro segno di rimanere tranquilli. Flourens una volta a Belleville credeva di poter resistere, elevando delle barricate e prendendo le armi con gli assalti alle caserme imperiali. Si è fatto aiutare a rovesciare degli omnibus. Verso le due del mattino mentre egli era ancora al lavoro di costruzione si è lasciato sorprendere da un gran distaccamento di agenti. I pochi giovani che lavoravano con lui, si salvarono lasciandone due sul terreno. Flourens non si mosse. Appoggiato al dorso di una porta, respinse con la mano la spada di un agente che stava per fargliela penetrare nel ventre e se ne andò via bestemmiando, rifugiandosi in casa di un amico.

Mi dilungo su Gustavo Flourens, perchè nelle sue audacie, c'è un po' di Cipriani. Il professore credeva nei complotti e nei regicidii. Una volta gli è toccato rifugiarsi a Londra perchè uno dei cospiratori aveva rivelato il suo progetto alla polizia. Egli aveva ideato di impadronirsi di notte delle Tuileries, atterrando i bonapartisti se avessero resistito con i mezzi formidabili messi a sua disposizione dalla scienza, facendo crollare tutto sopra di loro. Gli bastavano sessanta uomini determinati.

Anche all'estero non cessava di tramare contro colui ch'egli chiamava il Faraone o il Cesare di paccotiglia. Egli voleva farlo pugnalare o bombardare a una rivista militare solenne in mezzo ai complici del Due Dicembre e per riuscirvi aveva coltivato la caserma, dove secondo lui, aveva trovato aderenti che andavano dal soldato semplice, al capitano. Ma il complotto, come di solito, è stato rivelato alla polizia, e due dei complottisti hanno scontato il fio di aver creduto alla fantasmagoria dei pugnali, delle spade, e delle bombe. In un'altra congiura di Flourens i suoi aderenti vennero condannati da 25 a 50 anni di deportazione. Gustavo Flourens ebbe la sua parte. Egli aveva già sei anni da scontare per delitto di stampa. Gli si aggiunse la deportazione perpetua. Ollivier, colui che sta pregando sua Maestà la Morte di permettergli di finire le sue memorie, mise una taglia sulla sua testa. Caduto l'impero che egli aveva tanto esecrato, è divenuto un aggiunto al sindaco della diciannovesima divisione parigina. Il sindaco era Ranvier, un pittore di porcellana e di ventagli che ha avuto tanta parte nella Comune e il figlio preso a schiaffi dalla polizia thierista che voleva sapere da lui dove si era rifugiato il padre. Ranvier era il match di Flourens, il futuro comandante dei vengeurs. Tutti e due hanno iniziato la loro storia con un manifesto agli elettori della loro circoscrizione. Dopo aver dichiarato che Parigi non voleva altro esercito che la guardia nazionale, dicevano.

Cittadini!

Gli uomini che avete incaricato provvisoriamente di difendere i vostri interessi, e che seggono in questo momento all'Hôtel-de-Ville, vivono dei trenta soldi delle guardie nazionali con le loro famiglie. È la prima volta che un simile avvenimento avviene nella storia.

 

Flourens, odiava di un odio sentito i poliziotti del basso impero. Non vedeva in loro che vili e mouchards. Per sfuggire alle loro ricerche passava sotto il loro muso truccato in tutte le guise. Una volta si era messo a circolare per Parigi nell'uniforme dell'ufficiale cretese che egli aveva portato con dal luogo dove aveva combattuto con Cipriani contro i turchi. Prima di essere della commissione militare con Duval, Eudes, Chardon, Pindy, e Ranvier, egli ha fatto le fucilate nel tafferuglio all'Hôtel-de-Ville e in un'altra occasione contro i nemici del popolo. Con lui era Amilcare Cipriani. È lui che sovente gridava:

Aux Armes!

 




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