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Il Diario di Amilcare Cipriani
Da Rimini a Portolongone
Incomincia con una letterina a Cesana, il direttore del Messaggero,
per dirgli che «sono pensieri gettati giù in fretta, nel tetro bugigattolo di
Portolongone», e che avrebbero bisogno di «una limata».
La sua «cittaduzza» come la chiama, gli metterebbe voglia di
liticare col dotto riminese Tonini. Ma non vuole accapigliarsi con lui. Gli
bastano i nemici politici. Tuttavia se non si acciuffa, si ribella alla
tirannia letteraria come da molti anni si è ribellato «a quella della famiglia,
della patria, dei preti, dei re, del militarismo, della borghesia dei paesi
repubblicani e fiacchi socialisti, come si è ribellato a quella della
proprietà, del capitale» di tutti i governi retti con civili ordinamenti.
«Le esigenze, gli usi, i costumi, gli obblighi, le
convenzioni sociali, le leggi burocratiche, autocratiche, aristocratiche,
oligarchiche, monarchiche, repubblicane, democratiche sono altrettante tirannie
contro le quali mi ribellai, mi ribello, mi ribello, e mi ribello».
Evviva la libertà la più ampia, la più illimitata, la più
estesa, la più sperticata, la più scapigliata, scartata sempre dal rispetto e
dalla giustizia, la vera giustizia eguale per tutti, a condizione che non
opprima nessuno. Se opprimesse, si ribellerebbe anche contro la tirannia della
libertà. Poi del resto, non ho la pretensione, dice, di saper scrivere nè di
scrivere per chicchessia. Per il momento scrivo per me, per ammazzare l'ozio,
la noia, lo spleen; cacciar la nostalgia, gli umori neri dell'immobilità e
della solitudine alla quale fui condannato ed ingiustamente condannato; scrivo
per non sentire i colpi incessanti della precoce vecchiaia accelerata
viemmaggiormente dai pessimi trattamenti che soffersi e che soffro; scrivo per
trionfare, se posso, sull'imbecillità che sta per piombarmi addosso,
conseguenza della solitudine sepolcrale in cui sono arbitrariamente tenuto onde
salvaguardare le altrui responsabilità e l'ordine pubblico, il quale, a
quanto pare, corre sempre grandissimi pericoli, benchè io sia incatenato, ed
incatenato coi fiocchi. Bisogna proprio essere bassamente feroci, per accampare
tali pretese, onde tormentare un uomo!
Basta. — Rimini è città antichissima e ciò tutti sanno anche
senza leggere il racconto storico di C. Clementini, e l'opera del Tonini.
L'importante per questo abbozzo, nato in galera, è che vi è una prigione che è
stata il terrore dei «poveri reietti». La Rocca d'oggi non è probabilmente che un pezzo del
palazzo dei Malatesta. È da quella torre che il signorotto riminese faceva
tremare la popolazione e sguinzagliava per le vie i bravacci che gli
procuravano fanciulli e fanciulle. Dal sozzo tiranno è passato nelle mani di un
vescovo. Dal brigante laico, al brigante clericale, dal canchero, alla peste.
Le turpitudini del secondo hanno fatto desiderare il primo.
La Rocca
edificata dal terrore pel terrore, le sue mura non cessano d'essere spettatrici
di angosce infinite. Popolata di tormentati e di tormentatori e divenuta
prigione d'infimissimo ordine. Non è un edificio imponente e pomposo come il
cellulare di Milano, o sinistro come gli ergastoli di Civitavecchia, di
Portoferraio e di Portolongone, di Volterra e di Tolone. È un carcere volgare.
Carcere umido, freddo, tetro, ammuffito, malsano, reso più malsano da coloro
che tolgono al prigioniero la luce, l'aria, il moto e proibiscono il sollievo
di poter confidare le proprie afflizioni una cantilena.
Il prigioniero è trattato peggio di una belva ingabbiata.
Gli chiudono le finestre, si impedisce che il rumore della vita giunga a lui.
Gli si proibisce di parlare, lo si istupidisce, negandogli i libri e lo si
caccia in un sepolcro per quindici o venti giorni a pane e acqua per non
disturbare il silenzio.
* * *
Il 31 gennaio 1881 giungevo da Roma a Rimini in treno alle 9
di sera, dopo un'assenza di 22 anni. Me ne ero andato quindicenne, pieno di
entusiasmo, di vita e di speranze, lasciandomi al dorso una famiglia numerosa.
Vi rientravo vecchio, disilluso, perseguitato. Credevo di giungere in tempo ad
abbracciare mio padre. Volevo abbracciare la mia buona Amalia e il caro
Alceste. Il fratello era in prigione e io venni agguantato subito dalla
polizia. Si dice che io sia stato denunciato da qualche spia. Può darsi. Non ne
so niente. Il maresciallo dei carabinieri mi ha veduto scendere dal vagone e mi
ha arrestato senza uno straccio di mandato. Circondato da un gruppo di gendarmi
e di birri, venni rinchiuso in una carrozzella e condotto al trotto alla
caserma della piazza della Rocca. Perquisito alla presenza di un delegato, dal
sottoprefetto de Conti e dal luogotenente dei carabinieri Moretti, domandai
loro di essere condotto al letto del padre morente. Non s'impietosirono. Il
pretesto era l'ora tarda. Fui consegnato alla Rocca. Subii un'altra visita. Lo
«sgherro» mi chiuse in un camerone alto, scuro, sporco, gelato come una
ghiacciaia, con un pagliericcio e due pezzi di coperta che non bastavano a
coprirmi. Rimasi al buio. Mezz'ora dopo rientrò a ispezionare accuratamente le
inferriate, i muri, il pavimento, percuotendo un po’ dappertutto. Nell'aria
umida, tutto assiderato, non potevo nè sedere, nè coricarmi, nè passeggiare.
C'erano molti topi neri. Mi passavano sulle scarpe. Per liberarmene feci dei
passi. Mi fu ingiunto di stare quieto. Chiesi una coperta: negata; uno
sgabello, rifiutato. Allora mi ribellai. Passeggiai tutta notte, a dispetto
dello sgherro imbestialito.
Alla mattina pagnotta nera e buona; un mastello d'acqua e un
piatto di jozza, mangiabile. Dieta insufficiente per un uomo.
La mia buona Amelia mi ha inviato un materazzo e delle
coperte e i vecchi e i giovani amici mi fecero portare le vivande quotidiane, veramente
squisite. Sono i soli giorni buoni che ho avuto della mia prigionia. Mi si era
arrestato per cospirazione contro la sicurezza dello Stato — motivo elastico
col quale si sopprime ogni anno la libertà a migliaia di cittadini. Come
detenuto politico mi aspettavo un trattamento migliore. I detenuti politici in
America, in Inghilterra e in Francia sono circondati di riguardi. Non sono
umiliati dalle perquisizioni personali, dalla lettura delle loro carte e dai
frugamenti nei loro oggetti, dalla confisca dei loro denari, della loro valigia
con vestiari, biancheria, libri, temperini e forbici. Altrove sono accomodati
diversamente. A Santa Pelagia (a Parigi) ci sono locali esclusivamente per
loro. Vi sono biblioteche di migliaia di volumi utili a loro disposizione.
Possono ricevere visite a tutte le ore del giorno, per un tempo illimitato e
senza testimonii. Libertà di corrispondenza. Scrivono quando piace loro e le
lettere sono imbucate non appena consegnate. Non sono condannati a ignorare
quello che avviene di fuori. I giornali che si pubblicano sono tutti a loro
disposizione in un gabinetto di lettura. In Francia il prigioniero politico
continua ad adempiere alle sue funzioni come se fosse libero. Col permesso può
uscire e rimanere assente dalla levata alla calata del sole. I giornalisti in
prigione rimangono sulla piattaforma. Condannati per reati di stampa è loro
permesso scontando la pena di diventare recidivi. Peggio per loro se ripetono
lo stesso crimine con prosa violenta. In Italia il detenuto politico è come il
detenuto comune. È sottoposto alle perquisizioni oscene, alle insolenze, ai
cattivi trattamenti, al vitto immangiabile, alle celle inabitabili, ai sacconi
sudici, alla mancanza d'aria e di moto. Da noi si è feroci: mi si è negato
perfino di vedere il mio vecchio genitore in fin di vita.
La sudiceria della Rocca era incredibile. Si leggevano sulle
pareti iscrizioni vecchie di dieci anni. Gli usci e le finestre eran fracide. I
vetri rotti e i rulli opachi lasciavano entrare pioggia, vento, neve, grandine.
Il freddo intirizziva. Per scaldarci bisognava pestare i piedi, sbattere le
braccia, fiatarci sulle dita. La notte invernale era di sedici ore lunghe,
noiose, terribili, in cui il prigioniero si voltolava fra le lenzuola ruvide e
gelate, in un silenzio di tomba. Io tossivo nel supplizio. Si andava in cella
di rigore a pane e acqua per i minimi rumori. Ci si gettava nella buca
sotterranea, nudi, condannandoci a sdraiarci sulla lastra di marmo bagnata e ci
si chiudeva dentro senza coperta, con la finestra spalancata sul capo.
Un giorno quando meno me l'aspettava, ho avuto la grata
sorpresa di abbracciare mia sorella. L'emozione è stata grande, era la gioia mi
è stata diminuita dalla presenza del sottoprefetto, dell'ufficiale dei
carabinieri, dei delegati, dei birri in civile e degli sgherri. Non la
trattenni molto anche per non prolungare il lavoro di coloro che ci teneva gli
occhi addosso. Gli uni seguivano i movimenti delle mani, gli altri adocchiavano
le gambe e tutti ascoltavano le parole che dovevano mandare a memoria e
riferire. Ritornai al mio isolamento con l'animo attossicato.
* * *
Alle 4 del mattino del 15 febbraio 1881 la guardia di ronda
mi avvertiva di tenermi pronto per la partenza delle 5. Dabbasso, nell'ufficio
del capo guardia trovai lo stesso maresciallo che mi aveva arrestato con cinque
gendarmi. Fui ammanettato. Un'altra illusione che se ne andava. Da noi si
ammanettavano e si incatenavano i detenuti politici come tante bestie. Segni di
barbarie. I ferri e le manette sono vergogne italiane. I cuori sanguinano.
Innocenti e colpevoli, malvagi e buoni, son legati assieme, condotti per le
vie, spettacolo ai curiosi, ai fannulloni.
Sovente fra tanti sventurati in catena sono il detenuto
politico e il giornalista che non hanno saputo orare o scrivere come farebbe un
questore. Nel paese del delitto di opinione è così. C'è la berlina per la
strada, il vagone cellulare, l'arresto preventivo, la corte d'assisi e qualche
volta la reclusione o la galera.
Dalla Rocca alla stazione mi sono accorto che agli angoli
delle vie erano delle pattuglie. Si aveva paura che i socialisti riminesi mi
togliessero dalle loro mani con un'aggressione. Giunti alla stazione mi si è
fatto salire in un vagone di seconda classe. A tutte le stazioni ho servito di
spettacolo a una processione di ufficiali, di delegati, di spie, e di
viaggiatori che protendevamo le teste per vedermi.
— Bologna!
Il viaggio era stato fastidioso. Discesi. Ho dovuto
sorridere. Ero aspettato come uno dei più feroci briganti. Sono stato preso d'assalto
da una moltitudine di gente armata. Il maresciallo di tanti carabinieri non era
mite come quello che mi aveva accompagnato. Per lui non ero ammanettato
abbastanza. Mi diede due altri giri e mi fece penetrare i ferri nelle carni.
Non gridai. Impallidii. Disprezzo troppo i vili tormentatori dei vinti per
lasciarmi scappare un'interiezione di dolore. Andai alla vettura cellulare in
mezzo a un nugolo di carabinieri.
— Stiamo attenti! disse il maresciallo ai subalterni. Il
maresciallo è entrato con me nell'omnibus circondato da una dozzina di
carabinieri. L'omnibus era un cesto d'insalata rotto, fracassato, con punte che
uscivano dai sedili mezzo sbottiti.
—Avanti! in guardia! disse il solito maresciallo al
cocchiere.
Il cocchiere filava per una direzione contraria. Il
maresciallo inviperito, urlava, strepitava, bussava ai vetri.
— Ferma! ferma!
Più cercava di arrestarlo e più il vetturale frustava i
cavalli. Egli aveva avuto la consegna di non fermarsi perchè c'era in vettura
un capo dell'internazionale o dei socialisti o degli anarchici che le bande
armate volevano liberare.
— Ferma! ferma!
C'è voluto i savii e i matti a farlo fermare.
— Boia, cane, assassino! gli diceva il maresciallo. È un'ora
che ti chiamo.
— Non mi ha detto di non dar retta a nessuno?
— Al diavolo!
Io non sono facile a ridere.
— Perchè ridete? mi domandò il maresciallo.
— La vostra è una burletta. Non posso che ridere.
In prigione mi portarono in una celletta un pagliericcio
gonfio di paglia, duro come un sasso. Non mi si diede da mangiare. Ero partito
digiuno, rifiutando i quaranta centesimi per la razione di viaggio. Mi coricai
a stomaco vuoto. I miei denari erano andati alla procura. Così dalla sera del
14 al 16, giorno in cui arrivai a Milano, sono rimasto senza mangiare.
Era un viaggio per traduzione. Mi si svegliò alle 4. Alle 5
ero ammanettato e un po' più tardi salivo in una carrozza di terza classe.
A Piacenza c'è stato uno scambio di carabinieri. Quello che
era vicino a me ha dimenticato il giornale. Vi si parlava di me. Si accorsero
di me anche i viaggiatori del vagone. Tutti m'inviavano saluti e mi facevano
segni di simpatia. Tre o quattro donne piangevano. Pregarono i carabinieri di
smanettarmi. Non ho mai veduto uomini più imbrogliati di loro. Ho dovuto io
stesso persuaderle che i carabinieri non potevano farlo senza compromettersi.
All'arrivo c'è stata gara per stringermi le mani.
— Milano!
Sono stato incassato nella celletta della vettura dei
prigionieri. Era un buco. Vi soffocavo. Non ho mai sentito il bisogno di giungere
al cellulare come allora. Dopo le solite registrazioni e perquisizioni venni
chiuso nella cella 75 di un raggio chiamato intermedio. Le celle grandi dette
di favore a dieci lire il mese sono occupate di solito dai ladri in guanti glacés.
La mia cella mi era stata data per deferenza, secondo il direttore Fassa; ma in
verità era per potermi tener d'occhio. All'indomani ho udito che c'erano in
diverse celle il Franzini di Milano e il giovine poeta Monticelli di Monselice,
coinvolti nel mio processo per cospirazione. Il direttore dopo le mie lagnanze,
li fece cellulizzare negli intermedii come me. Davanti alla mia cella era
quella del famoso padre Ceresa, di sozzissima memoria. Il miserabile era stato
condannato a dieci anni di reclusione per sodomia commessa su alcuni fanciulli
affidati alla sua casa educativa, perchè li allevasse nel santo timor di Dio.
In carcere era trattato bene. Era riverito; conservava l'abito ecclesiastico e
riceveva visite di condoglianze per l'ingiustizia sofferta dai nemici della
Santa Sede. La sua cella era un bazar. C'erano tappeti, mobilia, materassi,
bauli, quadri, macchinetta da caffè, tutto ciò che potesse desiderare. Sei anni
dopo è stato graziato e c'è voluto un fottio di tempo a far San Michele.
Io che ero detenuto politico ero trattato assai più male del
depravatore dell'infanzia. Dovevo comperare le medicine per purgarmi col mio
denaro. Sputavo sangue e mi fu negata un'ora d'aria di più della consueta. Non
ho mai potuto ottenere il secondo lenzuolo per farmi proteggere dalle punte di
paglia di grano che sbucavano dal tessuto del pagliericcio e mi penetravano
nelle carni. Avevo due valige con biancheria e vestiario sequestrate che
marcivano in magazzino. Per un anno sono rimasto con la stessa camicia e con
gli abiti tutti maculati e stracciati. I miei di casa mi avevano mandato un
pacco di calze, di camicie, di mutande e di fazzoletti, con un paio di calzoni.
Il procuratore generale De Oliva mi ha respinto una lettera alla famiglia con
la postilla sulla busta: Si rimette al detenuto la presente, ecc. Il sottocapo
alla mia custodia una volta letta voleva riprenderla. Io gli feci osservare che
il procuratore diceva, si rimetta e non si comunichi. È ritornato con un altro
sgherro. Mi si avventarono addosso, mi afferrarono per le braccia, torcendomele
indietro come se avessero votato spezzarmele. Mi sono trovato tutto graffiato.
Il capo si era servito perfino dei denti per farmi aprire la mano che teneva
chiusa la lettera. Avuta la lettera mi svillaneggiarono e mi copersero d'improperii.
Me ne dolsi in una lettera alla procura generale, ma la lettera venne
trattenuta, come vennero trattenute tutte quelle che accennavano alla vile
prepotenza. Ottenuto il permesso di scrivere si leggevano i foglietti quando io
ero all'aria. Me ne sono accorto e me ne sono lagnato inutilmente.
* * *
Miei carissimi fratelli,
Non ho ricevuto risposta alla mia che inviai a Crispi por
ottenere un po' d'aria e la libertà per le mie lettere. Quanto mi dite nella
ultima vostra sembra che l'inconscia negativa sia quella che mi ha inviato e mi
mantenga in prigione. Persuadetevi, mi avrebbero inviato ugualmente. Il vostro
ottimismo, anche dopo le tante flagranti violazioni di legge, mi sconforta. Non
che io sia pessimista à outrance e voglia che lo siate voi pure. Ma la
giustizia e le leggi mi hanno fatto tanto male che è lecito essere scettici.
Chi mi ha reso tale sono le spudorate ingiustizie.
Io, come sapete, ad Alessandria d'Egitto sono stato
aggredito da dieci e più persone armate; dopo aver riportato tre ferite di una
certa gravità difendendo la mia pelle di già bucata, uccisi, involontariamente,
alla cieca, uno di quei malandrini. Allora, lì per lì, subito dopo il fatto,
non mi furono tributati che encomii e felicitazioni per lo scampato pericolo.
Ero nientemeno che un eroe, un valoroso che s'era difeso
come un leone.
Dopo 15 anni, arrestato e trasformato in un omicida
volontario, colla mente sbalestrata dalla terribile accusa, negai per un
momento.
Tradotto dinanzi alle assise, sotto quei tali giurati idonei
(perchè uno era stato dichiarato dal p. m. non idoneo), molti idonei ad
esercitare il loro ufficio, mi trasformarono nel peggiore degli uomini
condannandomi a 25 anni di galera, ridotti dalla magnanime cassazione a venti.
Da quel che si vede, in Italia, sono molto più pericolosi ed
insidiosi i pugni che non le stoccate (Cipriani allude a un operaio rimasto
negativo per un anno di avere ucciso a pugni un aggressore per difesa personale
e di avere confessato il delitto alle assise dalle quali è uscito assolto).
Colui che uccide difendendosi dai primi è proclamato innocente. Colui che
contende la propria vita alla seconda è dichiarato colpevole e mandato in
galera. Fortuna che la mia testa non è da manicomio, altrimenti ci sarebbe
proprio da impazzire o suicidarsi, o uccidere volontariamente sul serio.
Basta, torniamo alla negativa.
Negai perchè ebbi vergogna, rossore dell'accusa; per un
complesso d'ira e di dolore; negai perchè sapevo che i giudici di questo
governo e sopratutto del governo di Depretis e Zanardelli, non ci badavano
tanto per il sottile trattandosi di noi socialisti; negai perchè mi vidi
perduto non avendo nessunissima fiducia in questi miei giudici, essendo ancora
fresca nella mia mente la lacrimevole fine dei poveri Rustacchini di Ravenna e
Gaspare Rivalla di Milano, morti entrambi di crepacuore, il primo nella galera
di Finalborgo, l'altro in un luogo di reclusione ove erano stati inviati
innocentissimi, perchè socialisti, da quei tali giudici in cui io avrei dovuto
avere fiducia.
La legge stessa — la pretesa infallibile — dovette poi
riabilitarne la memoria; ma dopo morti, si sa.
Ed è forse quello che avverrebbe di me, se io fossi uomo da
lasciarmi ammazzare dal dolore.
Ma vivete pure in pace; non c'è pericolo perchè io mi
ritempro e mi fortifico nella sventura e sotto i colpi de' miei nemici. Negai
per un momento la verità perchè, ripeto, sapevo ch'essa non mi sarebbe valsa a
nulla e l'esito del processo ne fa fede.
Entriamo in più ampi particolari e vediamo quando mai finirò
di rinnovare questo disperato dolore che in cuor mi preme.
Detenuto politico fin dal 31 gennaio 1881, la lunghissima e
noiosissima istruttoria era ultimata. Io, in attesa dei dibattimenti
m'accingevo a comparire alle assise a difendere sull'onorato banco d'accusa quelle
idee che sono l'avvenire certo inevitabile dei popoli, delle nazioni,
dell'umanità e che un'ingiustissima intolleranza, ci vietava e ci vieta di
esporre pubblicamente nel seno di quella società che ha il diritto di conoscere
tutto, per guidare e scegliere, accettare e combattere a seconda dei proprii
interessi, del suo avvenire.
Mi ero insomma preparato come il nostro amatissimo Costa,
per difendere quel partito che è la libertà, la giustizia, l'uguaglianza, la
fratellanza dei popoli e che è perseguitato e velenosamente qualificato
composto di malfattori.
Eppure gran parte dei governanti d'oggi furono precursori di
questi malfattori; i perseguitatori d'oggi sono i perseguitati di ieri. Per
questo non dovrebbero ignorare che le persecuzioni furono sono e saranno sempre
la vita dei partiti e delle idee nuove. Sono le persecuzioni che le fanno
grandeggiare, stimare, amare, difendere, adattare, perchè le vittime non
producono dei carnefici, ma dei vendicatori.
Le persecuzioni sono la vita, l'alimento, l'anima, la forza
delle rivoluzioni, anzi sono la stessa rivoluzione. Immerso in tali idea alla
vigilia del dibattimento mi è giunta una lettera di Enrico Bignami nella quale
era detto che per la festa dello Statuto sarebbe stato promulgato un decreto
d'amnistia per tutti i reati politici e che a giorni sarei stato libero.
Da Rimini, voi cari fratelli, confermavate la piacevole
notizia con tutte quelle parole che mi facevano sentire il desiderio della
libertà.
Preparai il sacco e attesi.
Eravamo ai primi di giugno. Le giornate eterne, tetre ed
infuocate, mi rendevano l'aspettativa più penosa e la cella insopportabile.
Ogni volta che la porta si schiudeva, m'alzavo
automaticamente, mi mettevo il cappello in testa, guardavo la guardia e
aspettavo che mi dicesse: avanti, si parte. Ma l'uscio si richiudeva ed io
deluso, risedevo dicendo a me stesso: a domani! Io, che non mi lascio
sorprendere da nulla, che nulla m'abbaglia e m'entusiasma, io che non fui
sorpreso nè commosso riacquistando la libertà dopo dieci anni di Caledonia e
che mi lascio guidare in tutto dalla ragione, oggi ricordando pacatamente
questo momento della mia vita, non so spiegarmi nè perdonarmi l'impazienza
febbrile che s'era impossessata di me. Che fosse un tacito presentimento
dell'uragano che rumoreggiava sul mio capo, della grandissima sventura che mi
sovrastava? A tutto pensavo, tranne che all'Egitto, a Santini, alla galera.
Tutto congiurava ad aumentare la mia inquietudine. Le
lettere che nei primi mesi erano rarissime, nel momento dell'amnistia mi
pervenivano da tutte le parti, piene di affettuose felicitazioni e augurii e
inviti fraterni.
Qualche amico di Milano mi annunciava che stava preparandomi
l'immortale risotto; a Napoli mi aspettavano i leggendarii maccaroni; a Rimini
avrei avuto l'antichissimo brodetto; a Ravenna avrei mangiate le anguille
marinate; a Bergamo, a Brescia la democratica polenta e uccelli; a Bologna
la grave e succolenta pasticciata. I toscani, ameni sempre e sempre
spiritosi avevano pensato all'inaffiamento di tanta roba. Amilcare, mi
dicevano, tu che hai sofferto la sete nei lunghi dieci anni sotto la zona
torrida e che devi avere la gola asciutta come un sughero, vieni, ti abbiamo
preparato un Imalaia di fiaschetti. I veneziani si erano promessi di
trasformarmi in una zucca barucca.
Era un supplizio. Avevo la febbre di uscire. Non potevo più
stare seduto. A furia di aspettare ero quasi ammalato. Finalmente un giorno si
aperse l'uscione.
— Lo vogliono dabbasso.
Ci siamo, dissi tra me e me e scesi. La guardia che mi conduceva
non mi rispondeva che a monosillabi. Le guardie lungo i raggi invece di farmi
il solito saluto militare mi sbirciavano a stracciasacco.
— Curiosi, dicevo mentalmente. Si direbbe che sono
malcontenti di vedermi andar via.
Credevo che per la mia uscita non ci fosse che un foglio da
firmare o da adempiere a qualche formalità noiosa. Nella stanza non ho trovato
che visi burberi. Mi si diede una carta piegata. Invece dell'amnistia era un mandato
di cattura. Ero ilare e sorridente e rimasi sorridente e ilare. Coloro che
mi erano d'intorno mi erano cogli occhi in faccia. Riabbassai gli occhi sul
foglio fatale e confusamente avevo veduto che si trattava di un omicidio
volontario. Lessi: Egisto, Fortunato Santini, ecc. Compresi tutto. Il sangue mi
diede un tal tuffo al cuore che credetti di cadere fulminato. Non vidi più
nulla, non intesi più nulla. Gli occhi mi si appannarono, le orecchie mi
fischiavano come dopo l'esplosione di una formidabile mina; intesi il pavimento
muovermisi sotto i piedi, grondavo sudore e malgrado lo sforzo, se non mi fossi
trovato al muro, sarei senza dubbio caduto. Fu un brutto momento, di quei
momenti che spezzano il cuore di un uomo e se non l'ammazzano, lo istupidiscono
per tutto il tempo della vita e se non è cacciato in un manicomio lo si trova
appeso a una corda.
— Allorquando tornai in me una sola esclamazione mi è
traboccata dal cuore, profondamente piagato.
— Oh, che infamia! Io omicida volontario!
Colla morte nell'anima e barcollando come persona ebbra
m'accingevo a tornarmene nella tetra e solitaria cella che io poco prima
credevo di avere lasciata per sempre quando una vociaccia arrogante mi chiamò:
— Cipriani, di qui.
Mi volsi sdegnato e fummi indicata la stanza del giudice
istruttore.
Vi trovai il giudice Greco che aveva istruito il processo
politico con una persona che lo assisteva e lo scrivanello.
Nei frequenti colloqui col primo, quando si istruiva il
processo politico, mi era nata una certa simpatia per lui.
Nell'istruire il processo per reato comune trovai un altr'uomo.
Era sgarbato, scortese, severo. Se la seconda istruttoria fosse stata fatta da
un altro non mi sarei umiliato colla negativa.
Ma cosa volete, fu un momento di debolezza! Forse il primo
della mia vita, che pagai così caro. Davanti a quell'uomo non ebbi la forza lì
sui due piedi, di riconoscermi come l'uccisore, benchè involontariissimo, del
Santini.
Schiacciato sotto il peso dell'infame accusa, l'orrore per
essa, avvilito, offeso, umiliato, adirato, con un misto, ripeto, di rabbia e di
vergogna, senza sapere quello che facessi, negai come un fanciullo e fui
proprio come il cigno che crede evitare il micidiale artiglio dell'aquila
spietata che gli minaccia il petto col celarsi la testa sotto le ali.
Coglierò quest'occasione per rettificare, secondo la verità,
una delle solite inezie che mi valsero la galera senza lasciarmi adito a
nessuna riparazione legale.
Non negai nel modo spigliato e sfacciato, come si legge nel
processo. Le mie risposte non furono fatte colla regolarità che trovasi
nell'istruttoria. Nell'abbattimento morale in cui mi trovavo, il passaggio
repentino dalla speranza alla libertà, alla prospettiva della galera, dalla
gioia al dolore, da uomo onorato, riverito, amato, caduto nella fogna del
comune delinquente, il dispiacere cocente nel pensare che tutti, guardando il
fatto, m'avrebbero creduto colpevole e abbandonato senza meritarlo, tutti
questi sentimenti mi toglievano quella lucidità di mente che mi si supporrebbe
leggendo la elegante e corretta negativa che trovasi nel processo.
Nel turbamento morale in cui mi trovavo vi lascio pensare
quali potessero essere le mie risposte. Dei monosillabi, i quali, destramente
svisati dalla malevole intelligenza del Greco, presero quella forma di menzogna
furba, elegante, spigliata, forbita, disinvolta e sfacciata che lascia una
cattivissima impressione a chi la legge, impressione che provai io stesso
quando la lessi, per la prima volta, nell'ultimo opuscolo «Per Amilcare
Cipriani e pel Diritto».
Non potrei con certezza asserire se le domande fossero veramente
quelle che mi furono rivolte, perchè ripeto, ero turbato, profondamente
turbato, ma certo quelle non furono le risposte.
Eccovele, confrontate e giudicate:
— Interrogato se si rammenti di essersi trovato in
Alessandria d'Egitto il 13 settembre 1867:
Risposta — Non rammento troppo bene; a me sembra che fossi
di già a Londra.
Int. — Procuri risovvenire le prove delle sue discolpe,
dichiarando dove si trovasse a Londra alla metà del settembre 1867.
Risp. — In Dean Street (ed infatti è qui che dimorai per più
di sei mesi).
Int. — Se abbia conosciuto Lanzoni Alessandro, Raffaele
Ciucci, Belincioni Enrico, un tal Baroni, Sante Menicagli e Santini Fortunato.
Risp. — Il nome solo del Lanzoni farmacista, mi è noto.
Int. — Dal mandato di cattura che gli venne notificato
questa mattina avrà rilevato il titolo dell'imputazione per la quale oggi è
chiamato a rispondere dinanzi la giustizia.
Risp. — No, non ne ebbi il tempo, perchè non fummi rimesso
che in questo momento.
Int. — Lo legga.
Risp. — (Dopo averlo guardato superficialmente) Dico che
l'imputazione non mi riguarda, perchè non sono un omicida involontario.
Int. — Si rammenta ove fosse suo fratello Camillo nel
settembre 1867?
Risp. — Non so. Dopo la campagna del 1866 ci separammo (Ed
anche questo è vero).
In quanto alla firma risposi con un gesto negativo del capo.
È vero che ciò non attenua in nulla la negativa, perchè in fondo rimaneva
sempre. Ma questa è la verità, perchè queste furono le risposte più in armonia
col turbamento morale in cui mi trovavo e non quelle.
Ma calmato alquanto e ridivenuto padrone di me e della mia
ragione, sorpreso io stesso dell'inconscia negativa, esclamai:
— Ma che pazzo sono io a negare!
Chiesi che si distruggesse tale negativa; mi fu rifiutato.
Dichiarai che non avrei firmato.
— Firmeremo noi, mi risposero.
Allora deposi grosso modo il fatto come mi si
presentò alla mente ammalata e dopo tanti anni di oblio. Sperai in una seconda
istruttoria che il Greco sesso mi promise e che, naturalmente, non ebbi mai.
Anche la mia deposizione, benchè più a mio vantaggio che
altro, subì le stesse alterazioni della negativa. Un'altra irregolarità che non
ha potuto essere una svista fu nel precisare l'arma con cui mi difesi. Io non
mi sono mai servito della parola pugnale, perchè tale non era, ma bensì di piccolo
coltello.
E così vi ho narrato con la mia solita sincerità i motivi di
quella terribile negativa.
Se dalla presentazione del mandato di cattura a quella della
istruttoria fossero corse almeno due ore avrei avuto agio di calmarmi, raccogliermi,
ricordare il fatto che io stesso avevo in gran parte obliato, perchè, padrone
di me stesso, avrei saputo che, una sol cosa mi avrebbe perduto, la negativa, e
che dalla narrazione minutamente particolareggiata dell'accaduto potevo sperare
salvezza.
Il fatto d'essere rinvenuto subito, dopo cinque minuti dalla
negativa, dimostra chiaramente che se negai, fu la confusione mentale in cui mi
aveva gettata l'ingiusta e terribile accusa e la repentina istruttoria.
Ogni giudice imparziale l'avrebbe veduto, come lo videro i
miei giudici, ma, disgraziatamente, tutt'altro che imparziali.
Concludo come ho esordito e dico che mi avrebbero condannato
alla galera anche senza la negativa, e forse, chi sa! sarebbero stati capaci
d'inviarmi anche senza l'uccisione del Santini, tanto sono profondamente,
radicalmente, irremissibilmente convinto che alla politica, nient'altro che
alla politica io debba le mie catene.
Questa ferma convinzione l'attinsi nel corso del processo,
alle assisi, dalla conferma della cassazione e da mille fatti che voi conoscete
meglio di me, dalle multiformi violazioni di legge, dalla poco lodevole
insistenza, dal non volerci rendere giustizia a voi, a me; ed al paese che la
chiedeva. Nel corso della mia pena vi furono visite e parole lasciate cadere
non a casaccio dai berrettoni altolocati che mi squarciavano il
velame delli versi strani.
Ed oggi più che mai. Dopo tutto quello che fu fatto, scritto
e detto fino in Parlamento, il dubbio è divenuto certezza.
Ed è questa maledetta incertezza che mi fa disperare
dell'avvenire. Nè sono le ambigue e vaghe promesse di ministri che possono
farmi concepire salde promesse.
Ne furono fatte tante!
Osservate bene che con ciò non voglio mica metter in dubbio
i buoni voleri dell'onorevole Zanardelli; ma la verità vuole che io vi faccia
osservare, che egli è lo stesso guardasigilli che ha sanzionato la condanna
d'Ancona e la conferma della Cassazione romana. Anche lui ha fatto promesse che
non ha poi mai mantenute.
Oggi non sconfortato, ma dubbioso e disgustato esclamo con
l'esimio L. Zuppetta: Vox praetereaque nikil.
Le ragioni di questo mio scetticismo ve lo svolsi nella
lettera del maggio in cui vi riassumeva la questione dell'aborrita grazia.
In un'altra io diceva: — Voi tutti dite: la revisione è
impossibile. Io aggiungevo che ero pago della splendida revisione morale che mi
accordarono moltissimi italiani, e fra i primi i forlivesi e i ravennati. Ma se
ciò mi ha restituito l'onore immacolato, non mi restituisce però i miei diritti
politici e civili. Essi non possono essermi restituiti che dalla revisione o
dall'amnistia. Non certo dalla grazia. La grazia è la remissione della pena.
Non cancella la criminalità del fatto nè la macchia della condanna.
Amilcare Cipriani.
* * *
Ritorniamo al momento tragico. Dopo l'istruttoria risalii
alla mia cella talmente accorato che rimasi tre giorni senza mangiare. Ma poi,
la ragione prevalse. Mi sentivo quello che ero. Disprezzai le mene inique per
perdere un nemico politico. Non mi considerai perduto. Non ho sbagliato.
Gli sgherri non potevano farmi un gran male per farmi
sentire la differenza che corre tra il detenuto politico e il detenuto per
reato comune. Ma me la fecero sentire tutte le volte che hanno potuto. Mi tolsero
i pochi foglietti scritti che portavo in tasca, le lettere di famiglia e mi
fecero angheriucce sbirresche che io disprezzavo. Prima mi si portava il cibo
in una tazzina comperata coi miei denari. Dopo me lo si dava nella gamellaccia
più sozza che ci fosse al cellulare. Andai per mangiare e vi trovai un
mozzicone masticato. M'accontentai di un tozzo di pane. Il giorno dopo vi
trovai un pizzico di peli, di schifosissimi peli. Il terzo giorno vi avevano
buttato un pugno di cenere e di carbone. Non toccai più la gamella e senza
lagnarmi per non udire che io ero un detenuto comune. Vissi due mesi a pane e
acqua. Ammalato e spossato un giorno mi sono fatto comperare mezzo litro di
latte. Me lo portarono in un vaso di rame non stagnato. È mancato poco che non
morissi avvelenato dal verderame. Sfinito ho cercato di tirarmi su con un po'
di vino che non bevevo da vent'anni, e due uova. Nel primo erano un centinaio
di mosche. Le seconde erano putrefatte. Ne scrissi alla famiglia. La lettera
venne trattenuta, ma il sistema venne cambiato. Ripresi un po' di vita.
Il cellulare di Milano, il carcere così detto aristocratico
è il più malsano di tutt'Italia e forse d'Europa. Non ha che l'apparenza. Le
celle furono misurate con una parsimonia veramente feroce e feroce e crudele è
tutto il resto. Se soffiano i venti del sud-est o se c'è scirocco, l'acqua
gronda dai muri. Il pavimento, fatto di cemento, trasuda come una spugna. È
sempre umido. Nei giorni piovosi è bagnato. Vi si sente l'aria di un
sotterraneo. Tutto si inumidisce: coperte, pagliericcio, lenzuola, vestiario.
Umidità fitta, fredda e costante che penetra nelle midolla delle ossa. Con sei
mesi di questo carcere si è tutti reumatizzati, addolorati, idropici. Si hanno
delle flussioni, delle oftalmie. Si è marci, bolsi, snervati, impotenti a
qualunque lavoro manuale e intellettuale. L'intelligenza è la prima ad
andarsene. La seguono i capelli e la barba. La pelle si stringe. La voce
diventa fioca, i muscoli indeboliscono. Non si ha più forza nè salute.
L'umidità è così intensa che una saponetta di glicerina in otto giorni è
divenuta molle come se fosse stata immersa tutto quel tempo nell'acqua. Uno
sputo è rimasto al suolo tale e quale per più di un mese. Per farlo scomparire
c'è voluta la scopa. Se soffia un po' di tramontana si vive. Ma le piogge in
Lombardia durano sei mesi. E per tutto quel tempo riappaiono le gocce. I muri
del cellulare sembrano costruiti con calce stemperata col sale. Sono viscidi.
Le celle sono piccolissime. Calata la branda non c'è più
spazio. Se è voltata al muro si fanno cinque passucci senza urtarla. Le
finestre sono del sistema. A due metri dal suolo con inferriate a scacchi e
buffe di pietre che oscurano lo spazio del prigioniero e impediscono di
circolare con gli occhi per l'aria libera. Piegandosi e rizzandosi sulla punta
dei piedi si riesce a vedere un pezzo di cielo largo un fazzoletto. L'aria da
uno spazio così angusto entra fredda, pesante, umida, malsana. L'aria di dentro
è corrotta dai miasmi, dalla respirazione e dal vaso innominabile che serve da
water closet. Con la spia sempre chiusa non c'è corrente per rimuovere l'aria.
C'è una biblioteca. La più fornita di volumi delle carceri
d'Italia. Ma c'è il guaio che è dimezzata. C'è la biblioteca detta del
direttore la quale non è che della carcere. Nelle sue mani diventa un
privilegio. È lui che concede i libri. Poi c'è quella circolante nelle mani del
prete, ammucchiata di libri religiosi. La biblioteca circolante distribuisce
libri ogni venerdì. Durante la mia prigionia a Milano ho letto più di
quattrocento volumi.
I cortiletti di passaggio sono gemelli delle celle. I nemici
dello spazio si sono saziati di crudeltà. Hanno dato ai detenuti un circolo
diviso in tanti spicchi a piccoli triangoli, circondati da alte mura. Il
prigioniero vi si muove a disagio. L'apertura d'entrata è chiusa da un cancello
attraversato da una larga lastra di ferro che circola in tutto il recinto
cancellato per impedire al recluso di vedere chi passa. Dei prigionieri e delle
guardie di fuori non si vedono che i piedi.
* * *
Nel pomeriggio del 5 gennaio 1882 il direttore Fassa è
venuto ad avvertirmi che mi preparassi per la partenza. Aggiungeva che la
procura generale aveva dato ordini di farmi viaggiare in seconda classe. Ho
saputo dagli stessi carabinieri che la gentilezza era perchè in un tentativo di
fuga fossi più alla portata dei revolvers.
Discesi alle otto nell'ufficio del capo-guardia, dove trovai
un mucchio di spie che mi guardavano insolentemente quasi avessero voluto
imprimersi la mia fisionomia nella memoria. Ammanettato ben bene, uscii in
mezzo a una dozzina di gendarmi e salii nella vettura cellulare con loro. C'era
pure il sotto-capo delle guardie carcerarie Bianchi. Alla stazione fui
attorniato da altri carabinieri con due brigadieri, i quali si servirono delle
dragone delle loro sciabole per tenermi per le braccia. Sei gendarmi mi
precedevano e sei mi seguivano. Passammo in mezzo a due cordoni di soldati di
linea che andavano dalla vettura cellulare al treno. La prima sorpresa è stata
quella della classe. La mia seconda classe è stata quella cassa da morto in
piedi del vagone cellulare. Non c'era luce, non c'era aria, non c'era spazio.
Non potevo stendere le gambe, nè muovere un braccio. Ne aspiravo il fetore. Il
buco era cella e latrina. Il sedile del prigioniero è così inzuppato di materia
nauseabonda. L'uscio venne chiuso con serratura a triplice mandata, piantonata
da un carabiniere che mi toglieva il barlume di luce che avrei potuto vedere
nello stretto corridoio delle due linee parallele. Ero sottoposto a una lenta
asfissia.
Con le braccia ed i polsi addolorati dalle manette che mi
laceravano le carni, le mani nere dal sangue che vi si era fermato dalla
pressura dei ceppi ed il freddo intenso che sentivo più di ogni altro per i
miei dieci anni di Caledonia e per l'anno passato nell'umidore del cellulare
milanese.
Il 6 giungevo ad Ancona. Solito apparato di forza. Venti
gendarmi di più di quelli che mi accompagnavano. Passai in una carrozzella
quasi portato. Mi trovai pigiato in mezzo alla forza. Mi si legarono i piedi e
mi misero la catenella alle braccia. Si aveva. sempre paura che io venissi
liberato dai socialisti. La vettura andava adagio perchè aveva molti
carabinieri ai fianchi. Si saliva. Si andava a far tappa al carcere Santa
Pelagia. All'entrata c'era gente. Birri in civile. Legato come ero mi si
trascinò giù e mi si portò nel carcere quasi di peso. Mi aspettava un facente
funzione di capo-sgherro. Mi lasciarono ammanettato un'ora. Non sono molto
sensibile al dolore. Pure non ne potevo più. Avevo le mani nere, morte, gelate,
le braccia gonfie, i polsi indolenziti e scorticati. Smanettato, le braccia mi
andarono giù come un peso morto. Divennero infuocate. Avevano la febbre. Subii
la perquisizione che si subisce alle entrate dei carceri. Mi si fece spogliare
e mi si vestì da condannato. Venni chiuso nella cella 14. Il direttore
Alzenighi era buono. È lui che mi ha fatto portare in cella la mia biancheria
personale. Sono stato trattato umanamente. Vedevo spesso il direttore. Potevo
domandargli quello che il regolamento permette; ma io ho l'abitudine di non
chiedere nulla nè agli amici nè ai nemici. La cella a pianterreno era triste,
angusta, malsana, al disotto del livello della strada. Un buco senz'aria, dove
non avevo nemmeno la consolazione del sole a scacchi, perchè avevo di faccia il
muro di cinta che me ne dava la sola riverberazione. Io era considerato un
transitante, un transitante che vi dovette rimanere sette mesi.
Il sole che dardeggiava al disopra del piccolissimo spazio
che separava la cella dal muro di cinta assorbiva il poco d'aria che v'era, e
si rimaneva ansanti, bagnati di sudore, istupiditi, soffocati, con la bocca
aperta. Il vitto era lo stesso degli altri luoghi: 730 grammi di pane nero,
un piatto di minestra e fagiuoli cotti nell'acqua con soffritto di lardo.
Un'ora di passeggio in un cortiletto a raggi, peggio di quello di Milano. Al
pagliericcio ho potuto aggiungere un buon materasso che mi ha inviato un amico.
Mi vi adagiavo con piacere. Incominciai a sputar sangue. Dovetti ricorrere al
medico. Piccolo, capelli e barba, bionda, cortese, giovane, intelligente,
istruito, erudito. Un cuore. Curava umanamente.
Mi ordinò subito il vitto d'infermeria; mi fece dare qualche
goccia d'arsenico diluito in un bicchiere d'acqua. Riacquistai la salute.
Sono rimasto otto giorni senza libri per non chieder nulla
al prete. Non parlo mai coi preti.
Ero stufo. Non aspettavo che il dibattimento. Finalmente un
giorno mi si è portato l'atto d'accusa. Un altro si sarebbe messo le mani nei
capelli. C'era di che fremere. Risi. Nel voluminoso scartafaccio si parlava di
un lungo pugnale col quale avevo freddamente e premeditatamente ucciso lo
sventurato Santini che veniva ad abbracciarmi amorevolmente. Con l'arma ancora
fumante del suo sangue l'immersi ripetutamente nel petto della sventurata
guardia. Non mi difendo, non mi sono difeso sul banco d'accusa, abituato a
disprezzare le calunnie, sopratutto se vengono dai togati. Ma tanto per esalare
un po' lo sdegno dirò che i giudici questa volta mi calunniarono col proposito
deliberato. Tutto il processo è stato una menzogna. È in questo intervallo che
mi sono veduto venire in cella «un amico di Ravenna» come diceva lui,
incaricato dagli amici di domandarmi se avevo bisogno di qualche cosa. Era una
spia. Io l'avevo subudorato subito. Erano su lui le stigmate del suo infame e
bassissimo mestiere. Egli era una ditta, un ceffo che si poteva riconoscere a
prima vista. Sguardo bieco del cane arrabbiato, incerto, tremante sotto lo
sguardo altrui. Capo chino, sempre inclinato dalla parte opposta dove si
guarda; andatura bislacca, corpo rigido. Un simulatore. Parola umile. La sua
vocazione era tutta nel portamonete. Mi accontentai di spiatellare una sdegnosa
e sonora risata sul grugno della spia rinnegata.
Ai 22 di febbraio io non sapevo ancora niente del mio
processo. Conoscevo solo l'accusa principale. In quella stessa mattina mi venne
presentata la lista dei giurati scelti dal procuratore generale Costa. Nel
pomeriggio ho avuto un colloquio con l'avvocato Pacetti, mio difensore, che
aveva scelto come compagno l'avvocato Busi. Il dibattimento era per il 27
febbraio. Non avevo che cinque giorni per prepararmi la difesa. Tempo
insufficiente perchè non conoscevo i particolari, i nomi e i cognomi, i luoghi
di nascita dei testimoni mischiati direttamente o indirettamente
all'aggressione della notte 13-14 del settembre 1867. La procura generale ha
trascurato, per esempio, che nella stessa Livorno abitava il livornese Sante
Menicagli, al n.° 12 delle Spianate, testimonio oculare del fatto. Dopo la mia
condanna a 25 anni, sorpreso di non essere stato citato, scrisse al mio
avvocato Leonida Busi, lamentandosene.
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