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Paolo Valera
L'uomo più rosso d'Italia

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Deportato

 

Una sera mi sono trovato a tavola con Cipriani. Non c'era nulla in lui della persona logorata dagli acciacchi di prigione. L'ho veduto alto, secco, forte con un viso energico in una magnifica barba lunga e brizzolata. I suoi occhi si accendevano nella conversazione. Mani magre e bellissime. Capelli neri ravviati con cura fino al solino. Mi riproduceva il congiurato che io avevo veduto nei libri sotto il cappello dalla larga tesa, nero come il carbone. Fumava molte sigarette.

Sapevo ch'egli era stato baionettato parecchie volte a fianco di Flourens nel '71, come sapeva ch'egli era stato condotto al palo dei condannati a morte, ma ignoravo il suo martirio durante i settanta giorni lungo il viaggio verso il luogo di espiazione. Egli era sulla Danae.

— Mi era stata commutata la pena senza che io l'avessi domandata. Mi sarei fatto tagliare la mano piuttosto che domandare la grazia. Alla visita per essere tra i primi alla deportazione il medico ha detto:

Bon pour les requins! buono per i pesci cani.

Siamo partiti in 400. Il comandante della sconquassata imbarcazione di trasporto odiava i rivoluzionari fino al delirio. Non trovo scuse per le sue crudeltà. Sul ponte è venuto a passarci in rivista. Io ubbidivo macchinalmente. Il mio pensiero pareva spento. Guardavo le onde grige che venivamo a rompersi sui fianchi della Danae. Ho udito il mio nome. Trasalii.

— Ah! siete voi il famoso bandito!

Bandito o no, sono io. Che cosa volete?

— Non fate lo spavaldo!

Restai calmo. Alzai le spalle. Mi caricò di ingiurie. Trattenni mentalmente i miei nervi, ma la continuazione delle insolenze mi fece uscire dalla fila.

Signore, voi siete un vigliacco!

Il suo visocolorò di rosso e la sua bocca si aperse senza riuscire a pronunciare una parola. Egli era come stordito che un condannato alla deportazione pepetua usasse servirsi del vituperio.

— Alla stiva! rispose fremente di collera.

Ho subito ottanta giorni di supplizio. Ero un sepolto vivo con mani e piedi incatenati a una sbarra di ferro conficcata nel pavimento. Mi toccava rimanere costantemente supino su una lastra di ferro inchiodata anch'essa con grosse chiavarde sporgenti come noci. Il rullio e beccheggio del vascello mi rotolava sulle chiavarde che mi piagavan il corpo seminudo. Più si andava avanti e più il caldo diventava ardente. Io vivevo senza luce, senz'aria, accanto a una macchina a vapore della forza di 350 cavalli in una latitudine in cui si bruciava. La sete, ah la sete! Coloro che sono stati condannati a nutrirsi di pesci salati senz'acqua non hanno sofferto quello che ho sofferto io. Sulla testa avevo i martelli che prorompevan sulle incudini. Pareva mi fracassassero il cranio. Dio boia, quanti spasimi mi hanno dato i martelli sulla testa. Ogni mattina mi portavano un quarto di litro d'acqua. Credevo di diventare furioso. Io avevo sete, soffrivo l'inferno. Gridavo:

— Dell'acqua! dell'acqua!

Mi negavano tutto. Morivo dalla sete e mi negavano l'acqua, morivo dalla fame e mi negavano il cibo, dal caldo e mi negavano l'aria, dal sonno e non mi lasciavano dormire con le loro maledette ronde! Nelle regioni tropicali la mia lingua era secca. Cercavo sovente un refrigerio buttandomi con le labbra sui ferri della mia tortura. Nei momenti spasmodici ho dovuto immergere la lingua nella mia orina. Cercavo di raffreddare le mani infuocate stringendo il vaso da notte. Tutti i miei proponimenti di conservare l'acqua per le arsure della giornata sfumavano. Una volta che la bocca era al boccale non sapeva desistere. Mi davano due gallette al giorno. Le divoravo e rimanevo affranto dalla fame. Mi si era aggiunta la stitichezza. Non sono andato di corpo per due mesi. Pisciavo rosso. Poi sono venute le formiche rosse. All'equatore eravamo presi d'assalto. Erano terribili. Possono uccidere e spolpare un bue al giorno. Di me hanno fatto strage. Il mio corpo era una piaga. Quando i miei compagni di deportazione seppero della mia condizione, ebbero un movimento sordo di rivolta. Il comandante ebbe paura e discese accompagnato da un tenente di Vascello.

— Sei tu pentito, canaglia?

— No! risposi.

Gli avrei sputato in faccia. Non avevo più saliva. L'ufficiale con lui era disgustato del supplizio che mi era stato inflitto. Venni portato in batteria. L'aria e la luce mi fecero perdere i sensi. Non ero più che uno scheletro. La mia ferita alla gamba era ancora aperta. In stiva per impedire che andasse in cancrena l'ho pulita più di una volta colla mia lingua.

Ho giurato in quei giorni che se fossi tornato dalla Caledonia l'avrei cercato e punito. Egli era stato il mio carnefice: io sarei stato il suo. I sogni di evasione erano per raggiungerlo. Venuta l'amnistia egli era morto, morto da tre anni.

Cipriani vive ancora della sua penna. È redattore dell'«Humanité». Abita in una soffitta. Ha trovato sua figlia. Una signora è morta, e gli ha lasciato venti mila franchi. Li ha rifiutati. Egli vuole morire coerente coi suoi principii. Da Rochefort ha rifiutato 200 franchi al giorno per un anno a scrivere le sue memorie. Un editore inglese gliene ha offerto 150.000. Ha preferito la miseria. Non gli piace scrivere di . Io l'ho importunato invano perchè si sbottonasse con le sue mani.

 




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