Federigo Tozzi
Gli egoisti

CAPITOLO X.

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CAPITOLO X.

 

Per Dario, conoscere Albertina Marelli, era stata una fortuna; quantunque non paresse ancora. Figlia di un ricco proprietario umbro, che aveva la necessità di andare a Roma non più d’una volta al mese, ella poteva restare addirittura sola; senza che nessuno pensasse a informarsi della sua vita. Si era innamorata senza preoccuparsi delle conseguenze; e se Dario non la lasciava più, aveva tutto ciò che occorre per essere onesta, e buona.

Come le dispiaceva di lasciare Dario solo! Ne aveva un rimorso che la tentava a scendere di treno alla prima stazione dove ci sarebbe stata la fermata. Come aveva potuto lasciarlo solo? Come era possibile che il treno la portasse via, allontanandola da lui sempre di più? Perchè era salita in treno? I chilometri non smettevano mai; e, qualche volta, le pareva di tornare a lui per un’altra strada. Ma, alla prima fermata, non fece in tempo a decidersi; benchè avesse già tirato giù dalla rete una valigia. E, quando il treno riprese la corsa, si provò ad accordare quella velocità, che non sapeva niente del suo animo, con la rassegnazione. Si provò a convincersi che, oramai, non c’era più rimedio. Avrebbe voluto portare via tutta Roma con , come se egli le avesse dato un appuntamento e disperasse di non andarci.

Ma gli avrebbe scritto appena arrivata; anzi, sarebbe ripartita subito, trattenendosi soltanto qualche giorno, forse qualche ora, senza meno cambiarsi di vestito. Avrebbe anche fatto a meno di parlare con quelli della sua famiglia; ma, intanto, non pensava più a scendere; e, ad allontanarsi, provava un benessere prima quasi fisico e poi, un altro benessere che si accordava con la pace che voleva trovare.

Quando giunse, le parve impossibile che le parlassero quelli della sua famiglia e non Dario.

Per tutta quella giornata le parve anche di essere sempre a Roma; e aveva negli orecchi e nella mente una quantità di nomi e di rumori, ai quali credeva di non aver mai fatto attenzione, distinguendoli per la prima volta.

La mattina dopo non voleva incontrare nessuno; voleva stare chiusa per pensare a modo suo; finchè, a poco a poco, riconobbe di essere come una volta. Ritrovò nella sua casa tutte le cose intatte come una volta; come se non le avesse lasciate mai. Con un senso spiacevole, si ricordava d’avere sonnecchiato in treno; affranta da una stanchezza che ora non capiva più.

Destandosi nella sua camera, ora ebbe, invece, un piacere così tranquillo; che le pesò su la coscienza come una sbarra che le volesse impedire di aprire gli occhi. E pareva che la luce dell’alba facesse staccare le nuvole dalle montagne; dove s’erano posate tutta la notte.

Volendo fare la prova di come si sarebbe sentita, andò alla persiana; e la spinse con tutte e due le mani. La rosa, arrampicata al muro, gliela fece tornare a dietro; qualche rama sporse fin dentro il davanzale; ed altre rame, con la punta, entrarono tra le stecche della persiana e la fermarono. Fuori, non c’era nessuno; e la pioggia era sola sola sopra la campagna; sola come lei.

Allora, chiamò quelli della famiglia.

Dario, invece, avrebbe voluto mettersi sotto le ruote del treno. Credette che sarebbe tornata presto; e non aveva mai pensato a lei con tanta dolcezza. Gli pareva strano di sapere che non era più a Roma; e s’avviò verso il Ministero; dove, forse, avrebbe trovato il Giachi; perchè voleva parlarne con lui, per sentirsi meno colpevole.

Balenava e folgorava in alto, dietro il Campidoglio d’un grigio pallido. Mentre, invece, le due cupole delle chiese al Foro Traiano s’illuminavano d’un chiarore roseo; come la Chiesa del Gesù; perchè il tramonto si spuliva; e il temporale scendeva da un’altra parte. Anche i cipressetti di Piazza Venezia erano illuminati; con una dolcezza mite, che si spandeva attorno. E il grigio della pioggia si cambiava in una trasparenza tranquilla. Ma Dario era triste; benchè la sua anima s’aprisse come le nuvole nel cielo d’un turchino umido. E gli parve che la sua anima dovesse fare posto alla nascita della coscienza; in un momento di soavità.

Inutile, dunque, parlare di Albertina con qualcuno!

Meglio che avesse pensato sempre a lei, e le fosse stato fedele come in quel momento gli pareva tanto facile e giusto; con tanta riconoscenza esaltata, che il suo sentimento gli pareva la sola cosa ch’egli dovesse conservare. Non si sarebbe più accostato a nessuno; qualunque ragione fosse; e andò per Roma, ritrovando quasi senza volere quasi tutte le strade dove era stato con lei. Dopo il tramonto e la pioggia, era tornato un caldo afoso; e le stelle erano velate senza che si scorgesse la nebbia.

Si trovò tra Porta Pinciana e Porta del Popolo; con il desiderio di Albertina, che gli dava un rammarico quasi doloroso. Lampeggiava da dietro Monte Mario, tutto nero; benchè ci fossero alcuni lumi, come punti immobili. I lampi, prima di spegnersi, venivano a palpitare fin nel mezzo del cielo. Si sentivano soltanto frusciare i pini e i cipressi, quasi senza nessun colore, lungo le mura Aureliane.

Un suono grave di campane, non smetteva più; insieme con i grilli dai prati di Villa Borghese.

Un cipresso vecchio fece uno schianto: egli lo guardò. Aveva i rami più bassi tutti pendoloni. Dove era Albertina a quell’ora? Il cuore gli batteva, quasi si schiantasse come il cipresso; e non gliene importava come se fosse stato incapace a muoversi da .

Ebbe una gran paura di quei mesi d’amore, sentendosi afflosciato come una tela di ragno quando la mattina è umida e basta un poco di vento a spaccarla per sempre.

Perchè aveva costretto Albertina ad andarsene? Con un senso di pianto, che gli velava gli occhi, ripensava alle parole dettele con ira e a tutte le volte che gli pareva avesse rifiutato di volerle bene. Non trovava in nessuna giustificazione; ed avrebbe voluto nascondersi a stesso per non provare quel disagio acre che l’umiliava. Perchè egli era fatto a quel modo? Pure si sentiva innocente, e in stesso non trovava con che inimicarsi.

Ed Albertina gli avrebbe voluto sempre bene? Questo dubbio era la sua punizione tormentosa.

Non era più sicuro ch’ella lo amasse; e n’era addirittura geloso. Si sentiva pronto anche a qualunque violenza, pur di impedire a lei di non amarlo più. Ma, tutto era, ormai, inutile; con una crudeltà spaventevole.

Gli facevano piacere perfino quei lampi, per non sentirsi troppo solo. Gli tornò la musica: un motivo attaccato alle cose più distanti; che nel barlume della notte egli guardava disperatamente. Ma la rifiutò: volendo prima lasciarsi rodere dalla punizione. Voleva soltanto soffrire e stare male. Gli piacque perfino la miseria; e non trovava da lamentarsene. Perciò, si promise di non mancare mai al proposito di martoriarsi.

 


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