Federigo Tozzi
Giovani e altre novelle

PITTORI

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PITTORI

 

A diciannove anni Benedetto Bichi fece stupire tutto il paese copiando a lapis alcuni alberi del suo orto. Allora, guardandolo meglio, si accorsero che aveva un'aria come quella di certi pittori, la cui vita era scritta nel libro di lettura per i ragazzi. E i conoscenti della famiglia vollero che da Chiusdino fosse mandato a Siena, perché studiasse pittura. Tutti gli volevano bene e pensavano che dopo cinque o sei anni si sarebbe parlato di lui come di Giotto e di Raffaello. Cinque o sei anni passano lesti! Il Bichi, che non si rendeva abbastanza conto di quel che volessero da lui, promise al padre e alla madre che avrebbe fatto il suo dovere e si sarebbe spicciato a diventare un genio.

Il padre era stato, da giovine, fattore di una grande tenuta e ora viveva tranquillamente in un suo podere; mentre la madre era una buona donna molto religiosa; una donna grossa e sempre con un velo nero sopra i capelli, appuntato con uno spillo che forse aveva più anni di lei.

Benedetto aveva finito tutte le elementari; e, non avendo bisogno di lavorare, passava le giornate addirittura senza far niente; alzandosi molto tardi, quando la madre gli aveva portato a letto il caffè; chiacchierando con il medico e l'arciprete, con i quali andava anche a caccia. Se no, si sdraiava sul murello della strada che è per entrare in Chiusdino; appoggiando la schiena, perciò, alla prima casa del paese da dove cominciava il murello sempre più alto di mano in mano che la strada sale fino a una ventina di metri. E sdraiato a quel modo, egli vedeva le vetture e le persone che venivano arrampicandosi per l'erta. Mentre, sotto il murello, vedeva i castagneti, qualche podere, e le case abbarbicate su la pietraia a picco.

Egli era vantato per il più elegante del paese: quello che non avrebbe tenuto una giornata intera le scarpe polverose, quello che aveva, non si sa come, le mani sempre pulite e le unghie corte. Le signorine, quando gli passavano accanto, arrossivano e si vergognavano; ma egli, da ragazzo di buona famiglia, non le guardava né meno se non erano accompagnate.

Leggeva il Petrarca e faceva qualche sonetto: altri libri, del resto, non gli erano né meno mai capitati. Ma era nato con certe qualità d'animo non comuni tra gli abitanti di Chiusdino. Aveva avuto sempre paura che suo padre fosse troppo severo con i contadini. Perciò quando sapeva di qualche ordine da dare, trovava il modo per non esserci presente. Aveva sempre bisogno di pensare cose per le quali si potesse sentire buono e apprezzato. E non c'era bontà ch'egli non conoscesse prima degli altri; secondo l'opinione che si facesse di sé medesimo.

Quando, la sera d'estate, esciva a spasso con il dottore o con l'arciprete, se un usignolo cantava, egli aveva l'aria di dire: «Voi ascoltate ora la sua voce, ma io lo sapevo che vi sarebbe piaciuta».

Una volta, a Siena, camminando insieme con il suo amico Rocco Materozzi, credette che all'improvviso potesse perdere qualunque legame di quell'amicizia.

«Hai mai pensato tu» gli disse «che noi due, per una ragione qualunque, non ci vedessimo più?»

L'altro, che non era preparato a questa domanda, si mise a ridere. Ma il Bichi, con una serietà che lo impacciava, riprese:

«Io non voglio che tu rida. Vorrei che tu pensassi la stessa cosa come me; in modo che io ti potessi considerare una specie di me stesso, che vive separata da me, ma soltanto perché esisto anch'io. Se non pensi come me, mi è lecito anche di ammazzarti. Perché a me soltanto io do il permesso d'esistere».

«Anche io potrei dirti altrettanto.»

Egli allora ebbe paura di morire; e si raccomandò anche alla sua più breve vena. Sentiva l'evidenza della propria realtà e teneva da più quella sua vena che tutta la gente della strada. Ma non poteva darsi, come già altre volte, che questo sentimento gli durasse poco? Qualche volta, pensava anche che l'amico fosse più intelligente; e ammetteva che non era stato mai possibile che si fossero capiti fino in fondo, senza nessun sottinteso personale.

Dinanzi a loro, la strada era stretta e chiusa tra i palazzi rossicci e grigi; con le persiane verdi. Pareva che si accartocciasse. C'erano poche botteghe e poca gente. Per tutta la sua lunghezza, era metà illuminata di sole e metà nell'ombra; un'ombra, tutta a pezzi, che veniva giù dalle grondaie come i lati più lunghi di tanti triangoli rotti e sbocconcellati. La strada saliva poi fino all'arco di Pantaneto, con i suoi dipinti polverosi. E, dietro, c'era una fonte larga, di pietra nera, dove i barrocciai abbeveravano le loro bestie. L'altra strada che cominciava dall'Arco era più chiara e tutta nel sole, con le case a scialbo; a sinistra e a destra altre strade, aprendosi l'una dall'altra, scendevano in direzioni opposte. Quella di faccia, ch'essi presero, voltava quasi subito e anch'essa si faceva sempre più ripida; fino alla Porta Romana, alta e rossa dinanzi alla campagna che brillava un poco come se fosse sparsa di specchi opachi.

Sul monte Amiata c'era ancora la neve. Il manicomio, roseo e bianco, con le finestre inferriate a quadrati, si alzava dietro gli alberi del suo giardino.

Il Materozzi, dopo aver fatto un pezzo di strada zitti, gli disse, sorridendo:

«Perché, dianzi, mi hai detto a quel modo?».

«Non me lo domandare: né meno io lo so. Io vorrei che ogni giorno vissuto restasse a mia disposizione; e mi fosse possibile essere sempre giovine conservando tutto ciò che ho fatto. Non senti che la nostra giovinezza è una specie di malattia che non ci lascia il tempo di guarire

Rocco Materozzi, figliolo d'una guardia daziaria, aveva sedici anni. Era tisico, e tossiva di continuo; ma egli dava la colpa alle sigarette. Siccome la mattina era molto fredda, le sue labbra doventavano pavonazze e il viso livido e giallo. Aveva gli orecchi rossi e gonfi di geloni, che facevano sangue quando si rompevano le croste. Portava un anello d'oro, d'una sorella morta. Aveva un vestito molto consumato e le scarpe cattive.

Il Bichi era alto con gli occhi di madreperla azzurra; e anche la pelle attorno agli occhi era chiara e quasi lucente. Di quando in quando, aveva l'abitudine di sdruciarsi con un dito la punta del naso. Il Materozzi, per parlargli, doveva voltarsi sempre in su; e allora gli andava quasi addosso e lo faceva inciampare. Il Bichi lo respingeva con il gomito. Ma se non ci stava attento, a forza di badare che il Materozzi non gli pestasse le scarpe, andava contro il muro delle case. E, allora, doveva tornare nel mezzo della strada. Ma il Materozzi gli camminava accanto e gli si rimetteva al fianco.

Quella mattina, invece di andare alle Belle Arti, s'erano trovati d'accordo di far visita a Don Vincenzo Ciurini, un loro compagno, anch'esso malato di petto.

Era un giovine prete, venuto da Asciano, magro e ossuto, con gli occhi celesti e così limpidi come se fosse sempre contento. Stava a retta da un altro prete, ch'era curato alla chiesa di Santa Regina, fuor di Porta Romana. Erano già cinque anni che studiava alla scuola di pittura, ma non faceva nessun progresso; benché egli si aspettasse di riuscire a fare qualche gran quadro. Le punte delle sue dita erano più grosse che all'attaccatura, e tonde. Aveva piedi enormi e pesanti; mentre tutta la sua persona pareva dovesse essere leggera come un pezzetto di sambuco. Camminava a testa alta, e dietro il collo gli si vedevano le pieghe della pelle rasata. Sembrava fatto senza carne: soltanto di pelle e d'ossi.

Egli se la diceva più con il Bichi, che aveva la stessa età. Invece trattava da ragazzo, anche troppo, il Materozzi; che, essendoci abituato, non osava mai rimproverarlo.

I due amici avevano smesso un'altra volta di parlare, e pensavano a questa cosa; ma andavano lo stesso fino a Santa Regina in cima a un poggetto; con il campanile per una piccia di campane verdi e piccole come balocchi. Il campanile era molto più basso dei quattro cipressi, che stavano vicino agli scaloni di pietra della chiesa; alla quale era attaccata la casa del prete, che subito non si vedeva perché dietro una pianta di fico con i rami che si curvavano fino a terra per rivoltarsi all'insù, quando sembrava troppo tardi, con le loro gemme puntute. Sotto al fico c'era un fragolaio, tutto zappato e dritto; con le piante che già stavano per avere i fiori. Poi cominciavano i vigneti, che coprivano i poggetti di tutta la campagna attorno.

L'uscio era aperto; e i due amici entrarono ridendo, per farsi udire da Don Vincenzo.

A pena dentro, c'era la porticina del tinaio; dove era restato dall'anno avanti l'odore dei tini quando bolle l'uva. Poi c'era un cortiletto quadrato. Volarono sul tetto due piccioni; senza allontanarsi però dalle grondaie e guardando giù, per scendere un'altra volta a beccare chi sa che tra le commettiture delle pietre.

Allora il Bichi chiamò Don Vincenzo. Sentirono smettere un armonio, che pareva in mezzo a parecchie stanze chiuse; e Don Vincenzo si affacciò a una finestruccia. Poi, come al solito, si mise a discorrere soltanto con il Bichi e a chiedergli perché fosse andato fin lassù. Il Materozzi non se la prese; ma rispose prima dell'altro. Allora Don Vincenzo gli dette un'occhiata. Poi invitò il Bichi a salire in casa; dicendo al Materozzi, con una certa diffidenza:

«Vieni anche tu, se vuoi».

Dette la mano al Bichi, e toccò su la spalla il Marerozzi. La sua camera era piccola e stretta. C'era in vece, più lungo e più largo del letto, un crocifisso i cui occhi pareva che guardassero sul guanciale. E, vicino alla finestra, uno di quei mobili che si possono aprire dinanzi quando si vogliono adoperare come scrivanie; con un tiretto che s'allungava a piacere e con tre piani di cassettini tutti eguali.

 «E dove dipingichiese il Bichi, mentre il Materozzi, tossendo, aveva appoggiato i gomiti alla finestra e guardava due vecchie contadine che stendevano i cenci del bucato a un filo di ferro che, legato a un ramo del fico, lo faceva muovere.

«In quest'altra stanza» rispose Don Vincenzo.

Gli piaceva parlare, quando poteva, sottovoce; e, molte volte, a cenni; lesto lesto; per non impiegare troppo tempo e così restare zitto.

Era una stanza, quasi vuota, con due finestre; senza mobili. C'era un'apertura rotonda, a occhio, chiusa con uno sportellino; da dove si poteva sbirciare entro la chiesa.

«Vieni a vedere quel che dipingo

E portò il Bichi, prendendolo confidenzialmente per una manica, dinanzi a un cavalletto.

Don Vincenzo aveva finito di dipingere, per un ciborio dorato, un agnello che teneva la bandierina tra le zampe e appoggiata al collo; sopra la quale era scritto a lettere rosse: Ecce Agnus Dei. L'agnello era malfatto e aveva gli occhi fuori di posto; e la cima del muso troppo vermiglia.

Don Vincenzo disse, staccando sempre a pezzi le parole:

«Mi son fatto portar qui un agnello, per copiarlo dal vero».

Il Materozzi guardava  Don Vincenzo e l'agnello; e aspettava che avesse finito di parlare; perché il prete, di quando in quando, si voltava a lui come se temesse di essere interrotto o qualche altra sgarberia.

«Gli davo le foglie d'insalata. Ma mi aveva assordato da quanto belava; e non voleva stare in piedi. L'ho messo sopra una seggiola imbottita, e allora è caduto. E' restato, m'è parso, un poco zoppo. Poi l'ho dovuto riportare giù, perché la madre, sentendo che era qui in casa, veniva a belare sotto la finestra. Ma, in ogni modo, ho fatto in tempo a disegnarlo. Poi i colori li ho messi a mente. Che te ne pare? Guardalo da quest'altro punto, perché la luce viene dalla nostra destra

«E' espressivo ed in carattere. Quanto te lo pagano

«Niente. L'ho fatto io più per devozione che per altro.»

Il Materozzi, che non sarebbe stato capace né meno di dipingerlo a quel modo, ora non scherzava più; e guardava con ammirazione silenziosa Don Vincenzo; che, avvedendosene, cercava di non far trasparire il piacere che ne provava; e l'importanza che avrebbe voluto darsi.

Il Materozzi guardava anche la tavolozza restata su una sedia; dove i colori s'erano seccati. Nella stanza c'era odore di acqua ragia.

Il Bichi, in vece, non stimava niente le pitture di Don Vincenzo; ma non glielo faceva capire perché gli sarebbe parso di essere poco educato. Egli aveva una gentilezza ironica, e il prete la pigliava per sincerità. Non glielo diceva perché egli stesso non sarebbe mai stato capace di far meglio. E già s'era stancato della scuola di pittura. E perciò, per cambiare discorso, chiese:

«Chi suonava dianzi?».

Il Materozzi smise di essere distratto e assorto. Don Vincenzo rispose, ma senza voce:

«Io. Piace anche a te la musica?».

«Tanto.»

Allora il Materozzi disse:

«Perché non suoni mentre ci siamo anche noi?».

Il prete arrossì e scosse la testa, come se gli avessero chiesto una cosa sconcia. Il Materozzi, non comprendendolo, ripeteva:

«Perché?».

Il prete disse:

«Ora ho già chiuso l'armonio».

«Dov'è? Perché non ci porti a vederlo

«Anch'esso è come me. Si stanca. Ma ha una bella voce

«Io voglio che tu suoni

Il prete, allora, smise di rispondergli. Il Materozzi, sempre sorpreso, si sentì pieno di vergogna, ma senza indispettirsi.

Don Vincenzo, esaltato della propria castità, riteneva il Materozzi un vizioso; e perciò faceva di tutto perché non doventasse suo amico. E né meno il Bichi riusciva a convincerlo che non era vero. Ma Don Vincenzo lo amava anche perché sapeva che era malato a quel modo; e per questo un poco simile a lui stesso; benché non pensasse mai alla salute. Guardandolo, la sua ostilità spariva.

Il Bichi gli piaceva di più anche perché era di famiglia migliore, sebbene non molto distinta. Una famiglia che gli andava a genio. Il padre e la madre non si allontanavano dal paese che due o tre volte l'anno per vedere il figlio, oppure per andare alla banca a riscuotere i frutti e portarvi intanto altri denari.

Il Materozzi cercava tutti i mezzi per entrare in confidenza con Don Vincenzo; e non ci riusciva. Quel giorno, poi, si sentì tanto scoraggiato da rassegnarsi quasi a non parlargli più.

Ma Don Vincenzo, vedendo il suo imbarazzo, gli promise che avrebbe suonato un'altra volta.

Il Bichi, dentro di sé, disapprovò il prete e gli dette torto. Poi, gli fece capire che aveva voglia di lasciare la visita.

Don Vincenzo invece lo trattenne e lo invitò a vedere la chiesa, senza entrare dalla porta.

Passarono da una scaletta a chiocciola, messa dentro il muro, che aveva uno spessore largo; e si trovarono dietro il piccolo organo.

C'era freddo e molta polvere da per tutto. L'organo era verniciato di bianco, e soltanto dalla parte dinanzi; e si vedeva qualche pennellata ch'era escita di dietro dagli orli e dai buchi dei suoi fregi di legno.

Nella chiesa, con le tendine rosse e i vetri sporchi, c'erano due file di panche; e dall'alto si vedevano l'armatura che reggeva la statua di legno della Madonna, le punte, nere di cera bruciata, dei candelieri vuoti, con i bordi di latta dorata; tra i mazzi dei fiori finti, anch'essi pieni di polvere, come se fossero stati riempiti a posta.

Don Vincenzo disse:

«Il prossimo anno dirò messa anch'io».

Il Materozzi ascoltava malvolentieri, ed ora il suo amor proprio lo faceva stare un poco crucciato.

Il Bichi si divertì a chiedere:

«Perché non dipingi tu le pareti di questa chiesa?».

«E' il mio sogno; ma non mi sento la forza bastante

«Perché?»

«Vorrei fare una cosa troppo bella. Figurati che volevo inventare le allegorie dei Quattro vangeli

«Ma codeste non sono per i contadini che vengono qui.»

Il prete stette un poco pensoso, e poi rispose:

«La fede fa capire più dell'intelligenza».

Il Bichi si mise a ridere. Poi sospinse il prete per escire fuori all'aria aperta.

Passò quell'estate; e, ai primi freddi, anche Don Vincenzo cominciò a tossire; mentre il Materozzi era preso dalla febbre, quasi tutti i giorni.

Il Bichi pensava che la sua amicizia li avrebbe fatti guarire tutti e due; e pensava che se l'uno o l'altro fosse morto avrebbe sentito troppa tristezza; e anch'egli sarebbe morto volentieri, per continuare ad essere il loro amico. Gli pareva impossibile che non gli riuscisse a salvarli. Ma il Materozzi ormai non parlava quasi più, tossiva soltanto; e egli ne provava una gran pietà. Qualche volta lo riaccompagnava a casa, per aver modo di stare più tempo con lui; e desiderava che finalmente il prete e il Materozzi s'intendessero. Ma ambedue peggiorarono tanto che dovettero stare sempre a letto; e non si videro più.

Il Materozzi, una volta, disse al Bichi:

«Ti ricordi, quel giorno di marzo, quando non volle suonare l'armonio perché glielo avevo detto io? Perché non lo volle suonare?».

Gli prese un nodo di tosse, e si chiuse la bocca con le coperte. Poi, seguitò:

«Mi sarebbe piaciuto tanto!».

E si mise come in ascolto. Poi gli vennero le lagrime; e anche il Bichi pianse. Ma, andato a trovare Don Vincenzo, non ebbe il coraggio di raccontargli quel che gli aveva detto il Materozzi.

Il prete s'era fatto così magro che la bocca spariva tra gli ossi delle gote: soltanto gli occhi erano sempre gli stessi.

Il Bichi, quando era al suo capezzale, quasi dimenticava l'altro; e, chi sa perché, ora certi ricordi di lui gli erano un poco antipatici.

Il gran crocifisso, alla parete, pareva che guardasse più intensamente il giovane che doveva morire; tenendo i piedi insieme a quel modo perché glieli baciasse.

Il prete, quando restava solo, non smetteva mai di guardare gli occhi del Cristo e di raccomandarsi. Ma si faceva allegro se gli teneva compagnia il curato di casa: un prete gracile, più anziano; con gli occhiali turchini, con un viso dove si sarebbero potute contare tutte le vene; e pareva ch'egli se le sentisse con le mani, quando si toccava.

Don Vincenzo domandava del Materozzi:

«Ha smesso di bestemmiare?».

Il Bichi gli assicurava che ora non diceva più né meno una parolaccia. Ma il prete rispondeva:

 «Mi dici così perché io mi ricreda. Ma sono convinto, purtroppo, che sia tardi. I suoi genitori l'hanno avvezzato male. Non gli hanno dato nessuna educazione. Ed ora muore senza sapere né meno che Dio esiste!».

Il Bichi, allora, non sentiva più nessuna antipatia per il Materozzi; anzi, non ascoltava volentieri quel che diceva Don Vincenzo.

Poi, quando esciva per i campi, gli pareva di lasciare dietro di sé una striscia della sua vita e della sua anima; che si cambiavano nelle cose della natura. Qualche volta, quando aveva fatto tutta la scesa del poggetto, la piccia delle campane suonava; e le due voci diseguali gli ricordavano ch'egli era giovane.

Rientrava in città avendo nell'anima quel suono, come se egli solo ne conoscesse il significato e non lo volesse dire a nessuno. Ma non gli riesciva a ricordarsene più, magari il giorno dopo, quand'era per farsi aprire la porta del Materozzi.

Il padre, che s'aspettava da un momento all'altro la disgrazia, era sempre afflitto; e gli dava la mano senza dirgli né meno una parola. Aveva anche smesso di bere, ma gli era rimasto il naso rosso come una tinta che non se ne andasse più. La madre, una donnetta sottile e piccola, s'era fatta addirittura allampanata; e pareva che non fosse più pesa dei suoi capelli corvini. Ella, ormai, si reggeva su con il fiato; e piangeva sempre, non arrischiandosi a farsi vedere dal Bichi.

La finestra del moribondo rispondeva dietro l'abside d'una chiesa. Una volta che nevicava fitto fitto, le campane suonarono. Tutta la stanza tremò; ma le campane, dietro la nevicata non si vedevano più; e la neve pareva che cadendo rimbalzasse per aria, agitata da quel suono.

Il Materozzi girò gli occhi verso la finestra, e la madre seguì il suo sguardo. Pareva che la neve battesse sopra i suoi occhi, e allora li chiuse con una mossa nervosa; e nascose la testa sotto la coperta. Quasi istantaneamente, sognò d'essere al sole, camminando in fretta per non fare tardi. Tutti quelli che incontrava per strada sapevano ch'egli doveva giungere presto. Ma la luce si ammucchiava come la neve, e in pochi minuti giunse tanto alta da annegarlo. A un tratto disse, ridendo:

«Bichi, vorrei pigliare a pallate di neve il nostro professore di disegno. Non mi voleva bene! Alla scuola fanno accendere la stufa?».

E seguitò a ridere, con la testa sotto la coperta.

Nevicò per una settimana intera, di giorno e di notte. Poi si fece sereno. Allora cominciarono a spalare la neve, ammucchiandola nel mezzo delle strade; per portarla via a carretti. Il Materozzi ascoltava, ma si sentiva sempre peggio. Era di un colore spaventevole, e con i capelli lunghi.

Quando il Bichi andò a trovare anche Don Vincenzo, tutta la campagna era bianca e il cielo pareva di ghiaccio. Si vedeva soltanto qualche fronda d'ulivo e qualche rama di cipresso. Le passere, in quel luccichìo abbagliante e silenzioso, parevano nere. Alle grondaie delle case s'erano attaccati i diaccioli, che scintillavano.

Don Vincenzo era in piedi, tutto avvolto in una coperta di lana; e sorrideva senza parlare. Volle scendere, aiutato dal Bichi, giù nel cortiletto; dove non tirava vento e c'era il sole.

I piccioni volavano, con un rumore come se tagliassero l'aria. Egli guardava sempre il cielo. Il Bichi non sapeva che dirgli benché soffrisse a stare zitto. E, tornando a Siena, si volse sempre a guardare i segni dei suoi piedi sopra la neve.

Passarono così anche gennaio e febbraio. Egli seguitava a portare a ognuno di loro le notizie dell'altro; ma s'accorse che ambedue ci pensavano sempre di meno; e morirono nello stesso mese come se non si fossero mai conosciuti. Erano giunti perfino a non voler né meno udire i loro nomi.

Ma al cimitero furono sepolti quasi accanto; e chi andava a mettere i fiori a uno, ne sfilava dal suo mazzo un pochi per l'altro.

Benedetto Bichi tornò dai suoi genitori; e, sposata una cugina, si dette all'agricoltura.

 

 


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