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Cecco non solo beveva per sentirsi allegro, ma anche, come diceva lui, per scaldarsi il sangue; specie d'inverno, quando doveva alzarsi tre ore prima di giorno, per governare i due muli e poi per attaccarli al barroccio, con il quale portava i mattoni dalle fornaci a dove muravano qualche casa. Pigliava sbornie che gli duravano due giorni di seguito; e, allora, l'udivano cantare a un chilometro di distanza, di mano in mano che si avvicinava.
I contadini, ch'erano a lavorare nei poderi lungo la strada, lo riconoscevano subito; e, quando passava, lo salutavano ridendo; o, se si era addormentato sul barroccio, gli tiravano zollate di terra. Egli era già vecchio: magro, con i baffi bianchi. Sempre sporco di mattoni e di calcina, con le scarpe senza legare e rotte, con i calzoni rattoppati da tutte le parti. Anche i due muli erano vecchi e non si reggevano ritti, mezzo scorticati dalle stanghe e dalle botte che avevano dato loro altri padroni; con i ginocchi gonfi; e con certi finimenti più di spago e di corda che di cuoio; con le sonaglie: e senza sonagli, con i ferri schiodati. Il barroccio tutto sfasciato, con le ruote disuguali, tenuto insieme a forza di legni legati con il fil di ferro arruginito; tutto pendente da una parte e con le tavole così deboli e infrollite che il più delle volte si sfondavano a mezza strada. Cecco, allora, si faceva regalare un uscio che non serviva più, lo stendeva al posto delle tavole; e alla meglio rimetteva su il carico. Egli dava poco da mangiare ai muli, e in vece diceva che, se fosse stato ricco, avrebbe fatto pigliare la sbornia anche a loro. Però, quand'era vicino a casa, li mandava a mangiare, tra le pecore, in un prato abbandonato; dove l'erba non faceva mai in tempo a spuntare.
Alla fine, il barroccio si sfasciò; e Cecco vendé i pezzi a una donna che aveva da far fuoco. I due muli si sbandarono per quel prato; e uno morì affogato, perché andò a bere dove la Tressa era più fonda. L'altro lo prese un mugnaio, ma schiantò sotto due sacca di grano; mentre faceva una salita. I primi giorni Cecco, che non aveva più niente da fare, andò a dormire nella stalla; ma un altro barrocciaio, che l'aveva presa a pigione, lo mandò via. Allora, trovò vicino alla Coroncina, dov'era l'osteria, un forno, dietro la casa d'un contadino; e tutte le notti si ficcò lì dentro. Egli vi giungeva cantando, perché non si sa come trovava sempre il modo di pigliare le sbornie. Per mesi interi, piuttosto che parlare, cantava.
Non rispondeva né meno alle donne che lungo la strada dagli usci delle case lo chiamavano: pigliava un pezzo di pane o due centesimi; e ringraziava facendo viso da ridere. Il prete di Pecorile gli dava anche qualche boccone di carne e lo rimproverava. Cecco abbassava la testa tendendo le sue mani scarne e pelose; e si metteva a cantare qualche cosa di allegro, benché ormai lo avesse preso un tremito anche nella voce:
«Se anch'io avessi fatto il prete, come lei!».
«Ti avrebbero levato la messa presto».
Cecco si batteva la testa, e rispondeva:
Quando aveva parlato con il prete, alla prima donna che incontrava diceva:
«Io non ci credo né alla chiesa né ai Santi. Non mi riesce a crederci! E' colpa mia? Non lo faccio mica a posta! Preferisco un bicchiere di vino; se non è annacquato».
E siccome finiva con il metterle le mani addosso, per fare qualche scherzo, la donna si scansava e fingeva di voler chiamare il marito; per mandarlo via.
Ma Cecco se n'andava contento, voltandosi a dietro e mettendo la lingua tra i denti, per scherno. Le donne ci ridevano. Faceva chilometri e chilometri dalla mattina alla sera; finché non ne poteva più. E i fattori, che l'avevano conosciuto quando faceva il barrocciaio, gli davano sempre qualche soldo o gli regalavano un cencio; ch'egli rivendeva al primo contadino che incontrava. Quand'era solo, in mezzo alla strada, qualche volta si fermava: stringeva un pugno, lo guardava lungamente come se fosse stato un bicchiere, lo accostava alla bocca. Faceva altri passi, e si rifermava; per fare lo stesso.
Quando vedeva le vigne vicino alla vendemmia, con quei filari che su dai poggi venivano fitti alle siepi, come se avessero voluto scendere sulla strada, Cecco pensava alle svinature, sentendosi più vigoroso e ringiovanito; e camminava più dritto.Qualche volta si fermava davanti ad una vigna, allargava le braccia, tirava su l'aria dentro il naso; sentendosi pigliare da una dolcezza che gli metteva su la faccia una malizia ilare e felice.
«Quanto vino! Quanto vino!» E gli piaceva che scorresse giù dentro le fogne della strada, quando sentiva il borbottìo dell'acqua.
E, quand'erano passati i carri con le uve, egli raccattava da terra le ciocche cadute dai bigonzi troppo colmi, agli sbalzi delle ruote: ciocche che si schiccolavano su la strada, bagnandola. Egli non le voleva né meno; ma succhiava i fiocini uno alla volta; poi, avendo fame, mangiava anche il raspo, dispiacendogli buttarlo via. Alle svinature, s'arrampicava alle inferriate delle cantine; inebriandosi dell'afrore dei vini. Poi lo chiamavano dentro, e facevano bevere anche lui.
Gliene facevano bevere tanto che, perché non gli riescisse dalla bocca, doveva tenersi dritto al muro con la testa alta. Poi s'addormentava su gli scalini di qualche tabernacolo; raggomitolato nei suoi cenci, e mezzo morto.
Egli s'era dimenticato che aveva una sorella, Clelia, la quale faceva con il marito la tabaccaia in un paesucolo nascosto tra certe boscaglie che segnano il confine della maremma e delle crete senesi. Ella non aveva saputo più niente di lui, e credeva che facesse sempre il barrocciaio. Ma, una volta, volendogli mandare un sacchetto di castagne secche, le fu detto, da qualcuno, ch'era morto.
La sorella, venendole il dubbio che fosse vero, volle accertarsene. E trovato, dopo due o tre giorni un calesse che andava a Siena, passando dalla Coroncina, tanto pregò che vi si fece portare.
Le faceva piacere a sentire che amava il fratello; ed era, forse, la prima volta. Si ricordava d’aver dormito insieme con lui da piccola, nello stesso letto; ma non c'era mai stata quella tenerezza di cui ora si sentiva curiosa. Era una donna più giovane di lui, la fronte quadrata, con certe righe dritte nel mezzo, il viso magro e una bocca che, se non fosse stata sciupata da una piega sempre più floscia, avrebbe avuto un sorriso grazioso. Era robustissima e maschia; così dritta che lungo il dorso le ci veniva una buca. Sotto il mento, ci aveva un cecio rosso.
Quando arrivò alla stalla aprì subito l'uscio da sé, intanto per vedere i due muli: ma vide invece un cavallo bianco e brizzolato. Stette a guardarlo di dietro. IL cavallo, senza smettere di pigiare boccate di biada, si voltò verso di lei; e poi si rimise a mangiare. Ella, allora, guardò anche i finimenti, e vide ch'erano piuttosto signorili. Sorrideva e scuoteva la testa incredula: «E' possibile che Cecco sia arricchito? Dio buono!».
Ella non sapeva dov'egli stesse di casa e allora escì dalla stalla, per domandarlo. Si avvicinò ad una donna che dava la pappa al suo bambino in collo.
La donna, prima di rispondere, la guardò lentamente e con tutto il suo comodo da capo a' piedi:
«Non s'è fatto più vedere in paese!».
«Ma non è sua questa stalla?»
«Sua? Due anni fa.»
«E perché? Dov'è?»
«A me lo domandate? Gira come un cane guasto...»
E, a forza di domandare e di rispondere, Clelia seppe tutta la verità. Allora le prese una paura pazza di essere venuta a trovarlo. Avrebbe voluto escire subito dal paese, per non farsi vedere; e per non farlo sapere. E, invece, quella donna andava a chiamare tutte le sue vicine perché conoscessero la sorella di Cecco. Si sentiva sola; e pentita di essere lontana dal marito. E, prima di sera, intanto, il calesse non ripassava a prenderla! Che avrebbe fatto in tutto il giorno, tra quella gente che la guardava a quel modo? Allora, si mise a piangere. Una donna le dette da sedere. Ella restò lì, vicina al muro, sotto il sole, con il fazzoletto su la testa; rifiutando di entrare in qualunque casa. Si sentiva stordire, e aveva paura che le venisse male. Teneva gli occhi bassi, e rifiutava anche di guardare le persone. Mentre un branco di ragazzi le stette tutto il giorno attorno, cantando e facendo chiasso in tutti i modi. Si sentiva fame, ma non voleva alzarsi. Per fortuna, aveva un tozzo di pane che le gonfiava la tasca del grembiale. Ella lo mangiò, cavandone un piccolo pezzetto alla volta: e i ragazzi interrompevano il loro chiasso per guardarla masticare; mentre i suoi occhi pareva che vedessero chi sa che.
Verso sera, quand'ella ormai non ne poteva più, ed era per addormentarsi con la testa all'indietro, su la sedia, il calesse giunse.
Il padrone la destò da quell'assopimento, schioccando la frusta; poi l'aiutò a salire: perché da sé non sapeva né meno dove mettere il piede. Per la strada, ella raccontò tutto dicendo che si sentiva molto afflitta; mentre al marito biasimò il fratello, giudicandolo con una convinzione che non accettava nessuna scusa. Ella fece così anche perché temeva di essere rimproverata; con una certa piacevolezza; non smettendo finché non fu rassicurata su l'impressione che di lei provava il marito.
Un'ora dopo che Clelia se n'era andata sul calesse, capitò Cecco. Egli camminava rasente i muri, scansandosi solo quando c'era qualche uscio aperto o qualche arpione che sporgeva in fuori.
La donna che aveva parlato con Clelia fu la prima a dirgli:
«Cecco, c'è stata tua sorella».
Egli, al ricordarsi della sorella, credette di non essere più lo stesso; e si voltava a destra e a sinistra, per trovarla con gli occhi. Non disse una parola, però. Aveva un poco impallidito e basta.
«Ora non c'è più: è andata via con un calesse.»
Egli, allora, disse:
«Perché non me l'avete detto prima?».
«O dov'eri?»
«Ho dormito da stamani, dietro le prime case del paese.»
«Dite vero? Madonna benedetta! Sicché siete stati a due passi di distanza, e non vi siete visti?»
Ma egli non pensava più a niente; e rispose:
«Non me ne importa!».
«Le avevano detto che tu eri morto; e perciò era venuta.»
Egli non udì o forse non capì. Continuava a guardare in fondo al paese, con quei suoi occhi buoni e lacrimosi di briaco tranquillo. Egli non pensava più alla sorella: sentiva il bisogno di bevere un bicchiere di vino. La disperazione di questo desiderio, quasi folle, gli si spandeva nel viso; e lo faceva soffrire. Non gli importava più di niente. Egli guardava tutti quelli che gli stavano attorno come se avessero nascosto qualche bicchiere di vino. Li guardava con un'aria tetra di rimprovero; con una ghiottoneria melanconica e cupa.
Ma era già briaco, perché ormai a fargli perdere la testa bastava mezzo bicchiere. Allora entrò in un'osteria dove giocavano a briscola e a scopa. Egli si sedé e stette a vedere le partite. Le carte gli facevano girare la testa; ed egli le avrebbe baciate come fossero state madonnine.
Qualcuno gli dette da bere. Egli non capiva più niente, e solo l'istinto gli fece trovare la via per andare al forno dentro il quale dormiva. Per di più, era anche buio che non ci si vedeva a due metri di distanza.
Egli s'arrampicò alla bocca del forno e si distese. Sentì un certo calore troppo vivo e soffocante; ma non ebbe la forza di muoversi né gli venne in mente di gridare. Aveva sempre più sete.
La mattina dopo, lo trovarono morto, quasi cotto; perché la sera avevano fatto il pane e il forno era restato caldo.
Jacopo scappò di corsa dal podere. Il cuore gli batteva forte, ed egli non poteva più respirare. Andò a fermarsi al cancello d'un altro podere dietro un muricciolo dove, se fosse stato necessario, poteva nascondersi. Ma non ebbe il coraggio di restare lì; e, dopo essersi riposato, ricominciò a correre. La strada scendeva, e il ragazzo avrebbe voluto giungere in un momento fino in fondo; dove era una siepe di bosso, alta, che egli pensava di saltare.
A una piegata, andò quasi a battere la testa addosso a un cappuccino che lo conosceva, perché gli aveva insegnato a leggere e a scrivere. Il cappuccino, che si chiamava Padre Ernesto, vedendolo senza cappello e pallido, gli accarezzò la testa. Ma Jacopo fece un salto a dietro per passargli di fianco; e, dopo altri pochi metri di strada, raccattato un sasso, glielo tirò, seguitando a fuggire.
Il cappuccino, restato fermo e sorpreso, si pulì la tonaca; e poi, proseguita la sua strada più lentamente, incontrò il padre del ragazzo che teneva in mano la frusta dei bovi. Lo salutò, con affabilità ironica e forzata; arrossendo.
«Signor Minello, che fa qui al sole?»
Il contadino si calcò giù il cappello, incrociò le braccia e rispose:
«Aspetto che torni il mio figliolo».
Egli non voleva farsi vedere arrabbiato da lui; perché sentiva un rispetto involontario, che non poteva mai reprimere. Quella barba come il tabacco rosso, quasi uguale alla tonaca, gli piaceva e gli faceva lo stesso effetto come quando era ragazzo. Ma, poi, gli veniva più forte il risentimento; e, per compensare quella specie di obbedienza, bestemmiava.
Padre Ernesto era per raccontargli che Jacopo gli aveva tirato una sassata; ma, per paura che a Minello, invece di chiedergli scusa, venisse voglia d'insultarlo, pensò che era meglio dirlo alla madre. Salutò un'altra volta e riprese la strada; camminando più lesto, ora.
Jacopo aveva mangiato certe ciocche d'uva. Il padre, accortosene, lo aveva agguantato per il collo trascinandolo sull'aia vicino al carro. Poi era andato a staccare la frusta annodata a una cavicchia. Ma il ragazzo, invece di aspettare come altre volte, era fuggito. Minello, se l'avesse raggiunto, gli avrebbe rotto la schiena o le gambe. Ormai, gli veniva sempre di più quest'idea; ed egli si chiedeva perché lo avesse gastigato sempre meno del necessario.
Non vedendolo tornare, mandò due dei suoi contadini sottoposti a cercarlo; i quali, invece, dopo un poco di strada, tornarono addietro dicendo che non lo trovavano. Ma Minello non si calmava, e si mise la frusta al collo. L'avrebbe picchiato la sera quando doveva tornare a cena; pensando che, se non tornava, avrebbe almeno dovuto stare senza mangiare.
Era un uomo alto e magro, con i baffi quasi del tutto bianchi; con la voce nasale; balbuziente; e ogni sera sempre briaco. Allora gli si gonfiava la faccia, e non era possibile parlargli altro che di vino.
La moglie evitava perfino di avvicinarcisi; e, il più delle volte, andava a letto. Ma, se non era stata in tempo, vedendola egli sospettosa scontenta, si metteva a burlarla, facendola inciampare. Oppure, prendendola per un braccio, le faceva fare una giravolta. Se, poi, si fosse messa a ridere, egli l'avrebbe rimproverata di divertirsi anche lei con il vino; e se avesse continuato a mostrare che soffriva, egli le attraventava la prima cosa che gli veniva alla mano.
«No, no! Non ti ci voglio qui! Vai, vai a letto, alla tua cuccia!»
E sghignazzava; dando pugni a chiunque gli si fosse avvicinato. E sopra a tutto perdeva la testa quando trovava la moglie a pregare. Allora smaniava, si mordeva le mani; poi tornava subito indietro e la picchiava.
Jacopo aveva quindici anni: era magro e nel viso assomigliava tutto al padre. Quando succedevano queste cose, egli poi stava male almeno per due giorni durante i quali non parlava altro che quando era lontano dal podere. La notte aveva attacchi di nervi, ma non lo diceva; e nessuno se ne accorgeva. Era doventato sempre più timido e credeva di fare sempre del male, anche quando parlava con i contadini o se ne stava lontano da tutti per conto suo. Gli pareva che suo padre potesse comandare qualunque cosa, a chiunque, e sopra suo padre non c'era nessuno. Non osava né meno guardarlo, allora.
Già pentito, correndo, di aver tirato quella sassata al cappuccino, cominciò a piangere. E quando giunse alla siepe di bosso, ci si ficcò dentro. Allora cominciò a pensare perché anche lui non pigliava le sbornie. Sentiva che avrebbe provato che sa quali contentezze, facendo il proprio comodo. La sua paura si tramutava in uno stato d'animo ilare; ed egli si divertiva di ciò che mezz'ora prima lo aveva spaventato. Si mise a ridacchiare da solo, immaginando suo padre com'era buffo ad aspettarlo con la frusta in mano. Stava così bene dentro la siepe, che vi s'accomodò meglio per rimanerci finché non gli venisse a noia. Tra le radici del bosso c'era il terriccio nero, pieno di bacherozzoli e di larve; ed egli si divertiva a empiersene le mani e poi a buttarlo fuori dalla siepe. Quando tornò a casa, era addirittura allegro. Trovò il padre già barcollante, che per parlare doveva appoggiare ora un braccio e ora un altro alla casa; rigirandosi sempre per essere sicuro che non c'era nessuno accanto. Ma quando gli vide la frusta al collo, capì d'essere tornato troppo presto. Per levargliela, scherzando, fece un salto; poi si mise a fare altri salti in mezzo all'aia, schioccando la frusta dietro la fila delle anatre; che, non potendo andare troppo leste, traballavano e inciampavano. Allora Jacopo frustava le gambe di quelle cadute. Poi rimise la frusta alla cavicchia; ridendo e guardando suo padre che scuoteva la testa per celia. Ma il ragazzo non si sentiva sicuro. Infatti, entrati in casa tutti e due, Minello si mise la sua testa tra le ginocchia. Il ragazzo ridacchiava ancora, ma gli pareva che il cuore scoppiasse. Minello aveva già fatto gli occhi cattivi: si capiva bene perché gli doventavano più limpidi e più chiari. Il ragazzo smise di ridere e cominciò a divincolarsi. Per tenerlo meglio, Minello lo prese per i capelli e con tutto il suo comodo lo picchiò a pugni su la faccia. La madre, fattasi coraggio, gli avvinghiò le braccia. Egli, allora, lasciò il figliolo e picchiò lei; cacciandola tra i sacchi del grano. Jacopo, tremando, cadde in terra con le convulsioni.
Anche fuori faceva caldo. E c'erano, nella parte più bassa del cielo, certi nuvoloni che sembravano spuma, sempre più gonfi e più grossi; che doventavano di fuoco. La finestra era aperta, e quel silenzio che veniva di fuori fece tirare una bestemmia a Minello, come se lo avesse provocato. La moglie, Dele, tenendosi con una mano aperta i capelli che le si erano sciolti, andò in fretta in camera, prese un guanciale e lo mise sotto la testa di Jacopo. Minello gli sbottonò il panciotto. E quando il ragazzo si riebbe, lo baciò nella bocca. Dele dovette staccarlo, perché ormai non capiva più niente.
Il giorno dopo, non s'allontanava da lui e da lei; che si guardavano contenti credendo che non volesse più bevere. A tavola egli disse, balbuziente anche più del solito:
«Da oggi in poi, mettete sempre l'acqua nel fiasco del vino!».
Guardò la moglie come se volesse burlarla della sua meraviglia e poi seguitò:
«Non voglio che diciate che io letico perché bevo troppo! È una storiella che deve finire; perché se no vi metto al posto tutti e due. Ormai, vedo che ve l'intendete contro di me. Ma giudizio vi ci vuole!».
Il ragazzo sorrise, ma la donna non alzava la testa dalla scodella. Egli, allora, scuotendola per un braccio le gridò:
«O scema, dico anche a te! Anzi, più a te che a lui!».
«Ti ho inteso».
«Ben per te! E non me lo fare ripetere due volte.»
Ella si alzò e mise l'acqua nel vino. Egli la lasciò fare e quando ella ebbe riposato il fiasco sopra una foglia di fico, perché non si macchiasse la tovaglia, chiese:
«Ce n'è un altro fiasco dentro la madia.»
«Va' e prendimelo.»
Dele cercava di non obbedire, e gli domandò:
«E di che ne vuoi fare?».
«Credevi da vero che io volessi bevere cotesta miscela? Non voglio imporrire come il legno io! Non lo sai che l'acqua fa imporrire?»
Il ragazzo si alzò per andare via da tavola.
«Tu mettiti a sedere; se no, ti piglio a ceffoni. Devo chiedere il permesso a te?»
La donna aprì la madia e recò l'altro fiasco, tappato con una foglia di granturco ripiegato dentro. E, senza preoccuparsi delle conseguenze, gli disse:
Minello scosse la testa e si grattò un ginocchio. Poi rispose, dopo un pezzo:
«Invece, farà veleno a te che non lo bevi!».
«Io mi contento anche dell'acqua.»
«E allora perché metti bocca in quel che non ti riguarda? E' modo di parlare cotesto? Ti dovrei insegnare io, a legnate. Ma, com'è vero Dio, te ne pentirai. Bada se una donna deve parlare così! A me!»
Egli aveva ancora i nervi sconvolti, e impallidiva ad ogni parola che diceva. Allora, la donna osò parlare; benché capisse che ormai le cose andavano come il solito:
«Bada, se gli tornano le convulsioni come ieri sera!»
«Gliele ho chiamate io, perché gli venissero?»
«Questa volta, anche se mi fa peggio, non mi verranno».
La madre lo guardò negli occhi, con tenerezza; e si sentì forte anche lei. Minello li guardò ambedue e si mise a ridere. Allora risero anch'essi, ma senza potersi calmare. Avevano paura, pur volendo sottrarsi a lui. Non ne volevano più sapere. Ella disse:
«Io non so perché non ci vogliamo bene».
Il ragazzo, sconvolto anche di più da queste parole, smise di mangiare; ficcandosi la punta della forchetta tra i denti, per pulirseli; ma si bucò una gengiva, che gli fece sangue. Allora, andò all'acquaio; per sciacquarsi la bocca. Il padre, senza voltarsi, gli chiese:
«Che ti sei fatto?»
«Niente.
«Come niente? O allora che ci fai costì?»
Jacopo, tenendosi il fazzoletto alle labbra, rispose:
«Io non voglio che tu bastoni la mamma!».
«Stai zitto! Non ci pensare!».
«No, non voglio! Non ti deve far male!»
Egli era fuori di sé e si buttò, rotolandosi, sui sacchi pieni di grano.
«Che mi vorresti fare?».
Il ragazzo girò gli occhi attorno alla stanza, dov'erano gli arnesi da lavoro; e guardò lui.
Ma Jacopo si sbatteva in terra, strappandosi di dosso la camicia.
«Fallo alzare. Non vedi che cosa fa? Poi, la camicia gliela devo ricomprare io!».
La donna si mise a piangere; ed il ragazzo non levava gli occhi dal padre; che faceva finta di non vederlo. Allora, la donna disse al figliolo:
«Esci. Vai a passeggiare sull'aia».
Egli le rispose:
Il contadino l'alzò di peso, lo mise fuori dell'uscio; e chiuse a chiavistello. Poi si risedette a tavola, con la testa tra le mani. La donna seguitava a piangere. Minello disse come per incolparla:
«Egli crede che io ora ti ammazzi».
«E' possibile che tutta la vita io la passi così?»
«E che colpa ci ho io?»
«Tu pensa per te. Perché deve credere che io ti voglia ammazzare?»
La donna rispose con un accento placido:
«Perché è vero».
Egli empì un bicchiere di vino per sé e uno per lei. Poi riprese il fiasco ed empì anche quello di Jacopo. E comandò:
«Chiamalo»
La donna aprì l'uscio. Il ragazzo non voleva entrare, non voleva rappacificarsi. Ma ella lo tirò dentro per la camicia, dicendogli sottovoce che obbedisse. Minello, senza guardarlo, gridò:
«Bevete tutte e due!»
La donna e il ragazzo presero il bicchiere di vino in mano; aspettando. Egli disse, sghignazzando e strizzando gli occhi:
«Meglio del vino non c'è niente!»
E fece ubriacare anche loro; costringendoli a bevere tutte le volte che egli beveva; perché, se gli volevano bene, diceva, bisognava che facessero a quel modo.
Non est creatura tam parva et vilis, quae
Dei bonitatem non repraesentet.
De imitatione Christi.
C'ero soltanto io e le cinque ragazze tutte insieme in uno dei sofà. Lina faceva un ricamo a seta verde: pallida e malaticcia, con un vestito di velluto color ciliegia. La Francese le era seduta quasi addosso: con la bocca tinta come se fosse sporca e i capelli biondi, a zazzera. Eva; la meno brutta, molto scollata, con le calze color nocciola e una veste a righe bianche e celesti. Fanny con un vestitino da bambola, color rosa, i capelli sciolti, cinti da un nastro attorno alla testa: piuttosto magra e incipriata. Sara, un'ebrea, con molti capelli: con i piedi sopra il sofà e un libro su le ginocchia.
Già, salendo le scale, stupivo di sentirmi non solo appagato, ma anche pieno di serietà. Mi ero seduto un poco in disparte; e, fumando una sigaretta, mi guardavo nello specchio, ch'era nella parete dinanzi. Anche perché non mi veniva niente da dire, e volevo comportarmi da persona pratica.
Tutte le ragazze mi avevano dato una occhiata; poi, avevano continuato a parlare come se non ci fossi.
La Francese disse, aggiustandosi una calza:
«Come hai gli orecchi piccoli, Lina! Sai che portano fortuna?».
«Me lo dicono parecchi. Anche mia madre li aveva così.»
«I più grossi sono i miei!» disse Eva, ridendo.
«Io» disse Fanny «non ho niente che somigli né a mio padre né a mia madre.»
Lina spianò sopra un ginocchio la tela del ricamo.
«E' tanto tempo che non rivedo più mia madre. Prima le scrivevo; ma, da qualche anno, ho smesso.»
«Io» disse Fanny «a casa mia stavo molto bene. I miei sono benestanti. A Genova, hanno una specie di palazzo con un giardino abbastanza grande. Allora ero onesta; ossia avevo un amante solo, che diceva di volermi sposare.»
«Come fa freddo, stasera!» esclamò Eva, con la sua voce stridula e dolce.
Sara alzò la testa dal libro e la guardò; ma non aprì bocca.
«Anche i miei, a Parma, avevano una bella casa. Le mie sorelle, prima che io me ne andassi via, non avevano preso marito».
«Io, a Lione, ci stavo tanto volentieri» disse la Francese.
«Io mi ricordo di Venezia!» disse Eva.
«Ma voi non vi ricordate niente delle vostre famiglie?» chiese Fanny.
«Oh, di tante cose!» rispose Lina.
«Anch'io!»
«Anch'io!» risposero, l'una dopo l'altra, Eva e la Francese.
«Se i miei genitori sapessero la vita che faccio e dove mi trovo» continuò Fanny «morirebbero. Povera gente!»
«E non ti spiace?» chiese la Francese.
Io cominciavo a vergognarmi, ed evitavo di guardarle. Ma Eva chiese, come per dirle un'insolenza:
Fanny scosse la testa, e disse molto seriamente:
«Tutt'altro!».
«Se io trovassi uno» disse Lina «che mi portasse via di qui!»
«Ma non capita mai!»
Io chiesi rivolgendomi a Lina:
«E perché no?» mi rispose Eva.
«Noi ci si affeziona più delle altre donne» spiegò Fanny.
«Non ci credi?» mi domandò Eva, per celia. Allora io risi.
Ma Fanny s'ostinava a convincermi che era vero:
«Io ti do la mia parola d'onore, se capissi che tu mi volessi bene... che uno mi volesse bene non dubitare che non gli farei né meno un torto!».
Sara smise di leggere, come se non volesse farsi pigliare a gabbo.
«Non mi conosci, allora! Quando avevo sedici anni andavo in chiesa e mi confessavo. E non avrei mai pensato che sarei finita così. T'assicuro che non è colpa mia.»
Ma Sara, invece di rispondere, si rimise a leggere; accomodandosi meglio sul sofà. La Francese si stirò i fianchi, scosse la zazzera che pareva d'oro; e disse:
«Io ti credo».
«Ecco: tu capisci più di tutte.»
Eva e Lina risero forte. Poi Lina disse:
«Perché vuoi vantarti tu? Noi eravamo tre sorelle, e io sola sono differente a loro. Se volessi io, a casa mi riprenderebbero. Ma non ci andrei né meno se mi ammazzassero. Mio padre, a Parma, è conosciuto e rispettato. E' un galantuomo. Aveva un cavallo piccolo e mi portava sempre con sé; perché non voleva che io escissi sola. Le mie sorelle erano doventate gelose di me. Alla fine, non mi potevano più vedere. E se sapessero la vita che faccio sarebbero contente. Io, in vece, cerco di nascondere ogni cosa, per rispetto a mio padre. E se sapeste come gli voglio bene! Nel baule, porto sempre la sua fotografia; e un giorno spero di rivederlo, se non morirà presto».
Poi, Lina bestemmiò; e disse una parola oscena. Allora Eva raccontò:
«Io non ho più nessuno... Mi ricordo soltanto che mia madre voleva farmi fare la maestra... Ma non avevo voglia di studiare... A tredici anni avevo già avuto una bambina... Poi sono dovuta scappare dalla mia città, perché mia madre mi voleva rinchiudere in un convento... Poi sono stata in una casa di correzione... Ma poco tempo, perché riuscii a scappare; e trovai uno che mi ha tenuto con sé quattro anni... Quando gli venni a noia non sapevo come vivere... Ho anche fatto la canzonettista, ma non mi piaceva... Ho cantato due anni, ma la voce non mi si prestava...».
La Francese, quasi per non essere da meno delle altre, disse:
«Io ho girato tutta L'Europa. Ho viva soltanto la madre, a cui mando ogni mese quanto posso; perché mi tiene con sé il figliolo, ch'è già passato a comunione. Io non l'ho più rivisto. Ed egli crede ch'io sia morta. Da principio gli avevano detto che il babbo suo mi aveva portata in America».
«Io non ho mai fatto figlioli. Ma se n'avessi uno ringrazierei Dio».
«E perché?» io chiesi.
«Perché tutti si ha il bisogno di voler bene a qualcuno.»
Fanny mi aveva risposto male, quasi con risentimento.
Ed ella seguitò come per rimproverarmi:
«Tu mi vedi vestita così, e non pensi che anch'io sono una donna come tutte le altre. Quando mi viene in mente che oggi avrei potuto passeggiare nel mio giardino, dove ora sono in vece quelli della mia famiglia, perdo la pazienza. E soffro! Ho fatto di tutto per dimenticare, e magari ci fossi riuscita! Da prima piangevo e mi disperavo; perché non riuscivo a rassegnarmi. Ed ora, benché ci abbia fatto un poco l'abitudine, invidio quelli che non stanno come me. Ma nessuno mi verrebbe ad aiutare».
Fanny prese un tono come di provocazione:
«Credi che mi prenderebbero? Ormai mi si vede anche dal viso il mio mestiere. E basterebbe che uno della mia famiglia me ne facesse allusione, perché io anderei via un'altra volta. So bene come mi accoglierebbero. E loro hanno ragione. Ci dovevo pensare prima».
«Se non ti sentivi forte abbastanza, dovevi capirlo!».
Lina rispose con un'ironia offensiva:
«Se non sbaglio, abbiamo avuto tutte la stessa fortuna».
«Che leggi tu?».
«Un romanzo.»
«E' bello?»
«Così e così» rispose Sara per non dire a lei quali emozioni il libro le dava.
«Chi è l'autore? »
«Non lo so.»
«Perché non guardi chi è?»
«Come sei noiosa! Perché non mi lasci stare? E' una curiosità buffa da vero!»
Sara le porse il libro, e la Francese lesse il titolo. Poi disse, con sprezzo:
«Lo conosco anch'io» e fece una spallucciata.
Sara si rimise a leggere. Lina piegò la tela: aveva ricamato un quadrifoglio. Eva le chiese, fingendo che gliene importasse:
«Perché non ne fai uno a me?».
«Domani»
«Anche a me» disse la Francese, sapendo che facevano soltanto per discorrere.
«Anche a te.»
«Io ho già sonno» disse Eva; e appoggiò la testa al muro.
Anch'io, senza volere, ricordavo mio padre e mia madre, e come il tempo della mia vita era passato presto: quanto ora mi ci voleva a respirare. Guardavo il ricamo; e Lina, accortasene, mi sorrise con simpatia. Avevo affatto dimenticato di che genere era il luogo dove mi trovavo; e mi sentivo pieno di tristezza. Vidi che le dita di Fanny, benché non fossero fatte male, somigliavano, muovendosi, alle zampe dei granchi; mentre non sapevo se i suoi capelli, giù per le spalle, erano finti o veri. Sara si era nascosta il viso con le mani, e la Francese s'era voltata verso Eva.
I miei ricordi avevano un senso doloroso, sempre più acuto. Non capivo perché le cose mi paressero tutte tragiche: come quando è avvenuto un omicidio sotto i nostri occhi e noi si resta con l'animo sorpreso. Mi chiedevo a quale delle cinque ragazze avessi più fiducia; ma non trovavo nessuna differenza. Fanny era la più giovane e forse la più buona, ma anche Lina mi piaceva; e quel suo ricamo mi faceva immaginare la sua casa a Parma. Anche per le altre trovavo qualche motivo da non sentire nessuna repugnanza e nessuna diffidenza. Io ero sempre più disposto a giustificarle. Anzi, addirittura esaltato dal mio sentimento. E allora venne anche a me il desiderio di confidarmi, ma non ne ero capace; non avrei potuto parlare di me e della mia famiglia come loro. Avevo anch'io la stessa nostalgia, quasi lo stesso rimorso, della casa lontana; ed ero contento di sentire un'amicizia così improvvisa e spontanea. Non m'ero mai trovato altrettanto disposto con tutto il mio animo; né mai inteso così bene come con quelle cinque ragazze. I loro discorsi mi obbligavano ad essere buono e pieno di rispetto, ed io le avrei difese contro chiunque; anche invogliato di far capire tutte queste cose che provavo. Allora, Fanny, che fu la prima ad avvedersene, mi disse sorridendo con delicatezza:
«A che pensi?».
«Io?... A niente!»
«Si deve mettere a cantare?» chiese Lina.
Fanny era quella che aveva più curiosità, ma temeva anche d'infastidirmi. Tuttavia, si sentì così sicura che non si ritenne dal dirmi:
«Io e tu c'intendiamo anche dagli occhi. Bada, sai, non credere ch'io voglia farti pensare soltanto a me! Qui dentro, siamo tutte uguali».
«Io non so che ti passa per la testa!».
L'altra rispose:
«Credi ch'io non indovini le persone?».
Eva, benché fosse la più frivola, mi guardò come per assicurarsi di quel che aveva detto Fanny: e Lina mi fissava gli occhi addosso; meravigliata. Anche Sara mi guardò, ma sul suo viso non scomparve del tutto il segno di quel che pensava leggendo. Ella contrasse un poco le ciglia, e parve che volesse chiudere il libro. Ma sbadigliò; e, non trovando niente da dire,«» ricominciò da capo a leggere; però con meno attenzione di prima. Ora si vedeva bene che teneva gli orecchi a quel che dicevano, prendendo dentro di sé anche lei parte alla conversazione. Fanny non mi lasciava mai con gli occhi, ed io n'ero così imbarazzato che avrei voluto esser solo. Lina chissà quel che voleva dire, perché più d'una volta fece l'atto di parlare. E, siccome la Francese le era la più vicina, tutte le volte che vedeva quell'atto delle sue labbra, sghignazzava.
«Ma che hai da ridere?» chiese Eva, perché ella sola voleva ridere. In vece di risponderle, la Francese fece una risata anche a lei; un poco più lunga. Allora Eva si rimise di buon umore, sebbene non riescisse ancora a raccapezzarsi chi fosse quella più disposta a sentirsi come lei. E le tentò tutte, guardandole e storcendo la bocca; poi chinò la testa, quasi dentro al seno, e continuò il suo sorriso silenzioso.
«Stamani ho pianto tanto!» disse Fanny.
«Un giorno per ognuna, tocca a tutte. Ieri piansi io» rispose Lina.
«Ma io almeno un'ora: mentre aspettavo la pettinatrice.»
«Io due ore, prima che andassimo a mangiare.»
«E vi pare parecchio?» domandò la Francese.
«Io non dico questo!» rispose Fanny.
«E, allora, perché lo raccontate? Se voi sapeste quanto ho pianto io!».
Eva si guardò la punta delle unghie; poi le scarpette di raso chiaro, color topo. Sara si scosse tutta, con un brivido; poi disse:
«Sarebbe meglio tener nascosti i nostri segreti! Agli altri importano poco!».
«Io dico sempre la verità» dichiarò Fanny. «Farò male, ma non mi riesce a stare zitta.»
Eva la guardava, ridendo con quel suo riso ch'ella poteva crescere o scemare come la voce.
Io sentivo ormai affetto per tutte e cinque: dentro di me si erano potute purificare; e io, forse, avevo imparato quel che prima non sapevo. Era un nuovo sentimento; e mi proponevo di non perderlo mai. Sentivo che era possibile, benché avessi paura che non mi credessero. Forse, se ci fosse stata soltanto Fanny, a lei avrei potuto parlare, perché ella era, a tratti, la mia fidanzata e anche la mia sorella. Ma com'era possibile che Eva, magari, non se n'offendesse? E perché io dovevo preferire Fanny alla Francese e a Lina? Perché non ero stato capace di far lasciare il libro a Sara, che non mi aveva dato tutta l'importanza ch'io volevo meritare per la mia sincerità verso di loro? Perché non m'aveva conttraccambiato?
Ma l'uscio si aprì; e un signore anziano, con i baffi lunghi e ben tenuto, salutò togliendosi il cappello.
Il mio sogno disparve come una bolla d'acqua saponata: restò soltanto l'indignazione e il risentimento contro costui; e me ne andai subito per non starci insieme.
UN'AMANTE
Mi svegliai al suono d'un organo di Barberia. Deve essere tardi, ma ho la sensazione indefinibile che sia mattina ancora! Non mi riesce a pensare, ed ascolto il ballabile lungo e sempre uguale. Allora, mi par di essere nel mio paese; d'inverno. Sono un poco sorpreso, ma poi mi ricordo di tutto.
Ero riuscito a trovarmi una amante; proprio una donna maritata. Non sto a descrivere la mia gioia; benché qualche volta me ne pentissi amaramente , e, guardando mia moglie, provavo per lei una dolcezza infinita, che mi faceva star male. Ma la tradivo lo stesso! Mi ricordo come salivo in fretta le scale dell'amante, mentre il mio cuore palpitava di paura e di voluttà. Trovavo l'uscio socchiuso, entravo in punta di piedi; mi soffermavo per udire se era sola o parlava. Quasi sempre sola! Facevo altri passi, strascicando i piedi perché capisse.
«Chi è?».
Dal tono della voce sentivo che ella aveva capito. Ed entravo, vergognoso, con un poco di vertigine. Ella impallidiva, e poi arrossiva. Io, impacciato anche di più, sorridevo. Ella si alzava e mi veniva incontro.. Io l'abbracciavo e la baciavo: mi ricordo che volevo essere baciato sempre su la bocca.
E poi, con una calma ostile al mio desiderio, ella chiedeva:
«Anche oggi?».
Allora, l'abbracciavo stretta stretta. I suoi capelli neri mi sembravano elettrici, come i suoi occhi, lionati e voluttuosi. Non era più giovane, ma ancora bella; con quel suo volto un poco allungato, con quelle sue guance sane sebbene sfiorite.
Stavamo un poco abbracciati così, ebbri, quasi vacillando; e dovevamo sorreggerci. Qualche volta, ella mi lasciava; e andava ad appoggiarsi al muro tenendosi le mani su la fronte. E, allora, io, tra la contentezza e il desiderio, andavo vicino a lei, ma senza abbracciarla; aspettando che mi sorridesse con quel suo sorriso doloroso e indefinibile: il sorriso di una giovinezza trapassata.
«Siamo soli?»
Al marito non ci pensavamo né meno, perché eravamo sicuri che non sarebbe tornato: c'era un modo di assicurarsene, che sarebbe troppo lungo a ridire. Il ragazzo, Giulio, aveva cinque anni.
Amelia mi s'era data per bisogno: io lo sapevo, ma non me ne importava; e poi, credevo che avesse un certo amore per me, come io un desiderio violento di lei.
Allora, congestionato, con la gola asciutta, le chiedevo di baciarmi ancora.
Prima le avevo già parlato molte volte, familiarmente, con tutta confidenza e comodità, per scherzare soltanto però: era stata la mia padrona di casa.
Ammogliatomi, da quattro o cinque mesi non l'avevo né meno più vista; ma ci pensavo più di quando ero il suo inquilino.
E, sospettando che tradisse il marito, e forse per bisogno, come era vero, mi venne l'idea di approfittarne.
L'incontrai per istrada una volta e chi sa perché le detti un ramoscello di mandorlo che per caso tenevo in mano.
Ma non le dissi niente. Soltanto mi sentivo impacciato, non riuscendo né meno a parlarle come le altre volte.
Alla fine, mi feci tanta forza che andai a trovarla. Perché non poteva pagare sempre la pigione, era costretta a cambiar di frequente.
Bussai alla sua porta tremando. La porta era aperta, ed ella rispose senza muoversi da dove era. Io sporsi la testa nella stanza, senza osare d'entrare, come prima avrei fatto.
Ella, forse, capì qualcosa; perché si fece seria e impallidì. Io temevo che mi rispondesse male, in vece!
Stava dinanzi ad un armadio aperto, mettendo al posto la sua biancheria tutta vecchia e rammendata. Io mi avvicinai sempre di più: ella era sempre pallida, ed evitava di guardarmi; per quanto dentro di me la supplicassi di farmi coraggio. In quel momento l'amai da vero!
Ella, però, continuò quella faccenda. Feci un altro mezzo passo avanti, immaginando che le avrei parlato sottovoce; e dissi:
«Signora Amelia, io so che lei ha bisogno... non se l'abbia a male...».
Levai di tasca il mio portafogli e feci l'atto di prendere il denaro.
Ella abbassò la testa e arrossì: certo provava una forte emozione, che non era tutta di vergogna.
Io aspettavo che mi rispondesse subito qualche cosa;ma dovetti aggiungere:
«Ci ho pensato sempre... però prima d'ora... Vuole che io l'aiuti... per quanto posso?».
E tolsi un biglietto da cinque lire, proprio da cinque lire, coprendolo sotto la mano. Ella fece alcuni passi a dietro, ma prese il denaro allungando il braccio.
Poi, rapidamente, senza che io me lo aspettassi, andò nell'altra stanza; e fece l'atto di sbottonarsi la vestaglia. Di possederla subito a quel modo non avevo preteso; ma mi precipitai ad abbracciarla, baciandola sopra una tempia. La pelle delle sue spalle nude era umida di sudore freddo.
Amelia disse, con una voluttà che mi sconvolse:
Io risposi, sinceramente:
«Non m'importa se subito non vuoi: io t'amo da vero!».
Allora si riabbottonò anche più di prima e mi guardò, quasi con orgoglio freddo. Le sue labbra mi parvero più tumide, i suoi occhi scintillarono.
Quel suo silenzio lo sentivo vergognosamente ironico per me. E le dissi, pensando che non dovessi stare zitto:
«Mi piaci!».
Ma ella fece l'atto di mandarmi via dalla stanza, e si allontanò dal cassettone; a cui s'era un poco appoggiata entrando. Come mi parve bella! Perché non avevo sposato una donna a quel modo?
Le afferrai una mano e gliela baciai; ma certo non ci era abituata. Poi feci per baciarle un'altra volta il viso: non sarei stato capace d'altro. Ma ella intese il contrario; e, facendosi allargare il petto dal respiro, mi guardò ancora con un pallore bellissimo. Disse:
«Perché non me l'ha detto prima?».
Abbassò la testa, e si mosse per la stanza senza nessun motivo. Né meno ella, certo, sapeva più quel che facesse: era in pantofole, e le pantofole erano strappicchiate. Poi, per non farsi vedere così sconvolta, mi disse:
Io le sorrisi appassionatamente; e chiesi:
«Mi vuoi bene?... Perché non rispondi?».
Il suo viso divenne smorto, quasi floscio; i suoi occhi turbati: certo, a guardarmi, soffriva.
E, allora, l'amai perché era così sporca, spettinata, tutta in disordine.
Poi ella mi sorrise, e fu il più bel sorriso di tutta la nostra amicizia; un sorriso che smise subito, quasi pauroso, ma ebbro: un sorriso che è bastato per sempre; promettendo subito, per sempre, tutto.
Riescii a farmi baciare, e andai via quasi scappando.
Qualche giorno dopo, come era naturale, andai a trovarla. Una volta, passò un mese senza che io la potessi rivedere: i miei affari me lo impedivano; e poi ne ero un poco sazio, forse. Mi veniva voglia di raccontare tutto alla mia moglie; come se si fosse trattato non di me o come se avessi comprato una botte di vino: diveniva quasi un'ossessione pericolosa. Ma poi, ridevo forte.
«Di che ridi?»
Io dovevo inventare, lì per lì, qualche cosa.
Una mattina, mi decisi a risalire le scale. L'uscio era tutto aperto; ed Amelia mi venne incontro, dicendo con aria di chi vuol rimproverare, ma è anche triste:
«Prima non ho potuto.»
E subito provai da vero un forte rammarico, e il bisogno di farmi perdonare, forse, per la paura ch'ella mi lasciasse.
Era molto inquieta, e mi parve perfino dimagrata. I suoi occhi avevano un'insolita fissità, cerchiati.
Io, senza pensare ad alcuna cosa, la baciai; ma ella si torse dall'altra parte. Poi, quasi di mala voglia, mi disse:
«Di là, tu non lo sai, c'è il mio povero ragazzo... dopo cinque giorni di febbre... ».
Io esclamai, facendo uno sforzo per non dire un'altra cosa qualunque:
Ella capì che non me ne importava niente, e che questa morte inattesa quasi mi esasperava. Non riesciva a commuovermi, e non ci si provava né meno; ma pareva che fosse priva di voluttà per sempre: mi fece, perciò, un poco di disgusto.
Non riescivo a capacitarmi come avessi baciato quella sua bocca: io la guardavo facendo queste considerazioni. Ed ella, vedendo nei miei occhi il desiderio deluso, volle starmi lontana.
Aprì la porta di camera e andò a inginocchiarsi a piè del lettuccio accanto al letto grande.
Giulio, vestito di nero, era lì steso, con due candele accese così vicine alla testa che avrebbero potuto, mi parve, bruciarlo. Il suo viso era di un giallo che non si poteva guardare, la bocca già disfatta, una bocca che avesse conosciuto tutta la vita, e i capelli gli luccicavano in modo orribile, come umidi di umori.
Amelia prese il rosario infilato ai ferri del letto; e senza più volgersi a me, come se non ci fossi stato né meno, pregò. Io mi feci verso l'uscio, impaziente che si alzasse.
Guardavo il suo volto così pallido che la carne pareva doventare un poco come quella del figlio.
Ella si drizzò in piedi, appigliandosi al letto; poi mi disse:
«Povero angelo! Non vedi come è caro? Dio mio, ho una passione che mi sento schiantare! Non starò mai più bene».
Feci un gesto come per consolarla, ma ella non ne tenne nessun conto: c'era la madre che aveva preso il sopravvento su l'amante.
«Che posso fare per te, ora?»
Ma lo dissi a malincuore. Ella, in vece, n'ebbe piacere e mi rispose:
«Bisogna che tu mi dia cinque lire: mi devono portare la cassa per lui. Però, oggi tu non vuoi che ti abbracci; non è vero?».
S'era accorta che, guardandola, io dimenticavo Giulio.
«No di certo».
Ella, temendo di perdermi, aggiunse:
«Fra qualche giorno».
E mi guardò con odio, ma appagata di vedermi ben disposto. Io le detti il doppio di quel che m'aveva chiesto; ma non scesi le scale prima che mi avesse sfiorato il volto con una mezza carezza: tutto il resto importava poco.
Scesi le scale, sentii che tra me e quella donna c'era solo un vincolo che io pagavo; e mi sorpresi, giacché pagavo, di non averla abbracciata come le altre volte.
E trovai un'altra amante. Ah, ma l'organetto di Barberia suona già più lontano, e non ho voglia di pensare più! E queste cose, a ricordarle, fanno molto male.
MIA MADRE
Non tutti gli scolari erano finiti di entrare in classe; e, dalla porta tenuta spalancata, seguitavano a giungere trafelati e sudati; qualcuno anche scalmanato e tutto rosso in viso, mettendosi a sedere dove c'era più posto. Solo di rado, l'insegnante indicava a quale banco.
Io a pena osavo di guardarmi attorno; senza che io riescissi a sapere perché, riabbassando rapidamente gli occhi, provassi un'emozione sempre più forte.
Io ero così sciocco da credermi capace di ammazzare qualcuno; provandone, nello stesso tempo, un terrore che m'eccitava. Perciò mi pareva anche naturale che lì al Seminario mi tenessero poco volentieri! Il medico aveva detto a mia madre che io ero troppo nervoso, e non avevo voluto più farmi visitare; scappando subito appena lo vedevo.
L'insegnante della terza ginnasiale era un prete d'aspetto campagnolo, ma non sanguigno e né meno rude. Pareva che ci conoscesse tutti, fino in fondo al nostro animo; meglio di noi stessi. Egli, dopo averci guardato a uno per volta, di mano in mano che gliene veniva il caso, riabbassava un poco la testa e si faceva serio. Non era alto, ma di spalle massicce; e, quando rispondeva ai nostri saluti, socchiudeva gli occhi neri che gli doventavano piccoli piccoli e acutissimi; raggrinzando insieme le labbra, e facendo le boccacce perché ridessimo.
Io non riescivo né meno a stare a sedere; e ora mi accomodavo più a destra e ora più a sinistra; tanto che egli se ne accorse e venne a vedere perché facessi a quel modo. Ma il banco mi pareva troppo duro; e, tutte le volte che volevo muovere le mani per aprire il quaderno o per infilare il pennino nuovo nel cannello, mi facevo sempre male perché le battevo da per tutto.
Su la parete della cattedra, c'era un crocifisso più grande di quello della seconda ginnasiale; e questa differenza mi sembrava che dovesse significare qualche cosa che non capivo, facendomi paura. Ed io che non volevo aver paura, provavo un senso di perversione. Da quando me ne resi conto, non potevo voltarmi da nessuna parte senza aver prima guardato il crocifisso.
Tuttavia cominciò anche a me il desiderio di scherzare; ma ancora non avevo detto né meno una mezza parola a nessuno; perché mi arrischiavo poco e non sapevo se quelli accanto a me sarebbero stati i miei nuovi amici. C'erano alcuni che non mi guardavano affatto; anzi non gradivano né meno la mia vicinanza; e io, benché non ne provassi nessun dispiacere, li odiavo: e mi proponevo di vendicarmi.
Quando l'insegnante ritenne che non ci fosse più nessun altro da entrare, mandò uno dei più vicini all'uscita a chiudere la porta; e tutti lo seguirono con gli occhi, finché non ebbe finito. Ma io mi ricordai che, qualche anno prima, quando la donna di servizio si metteva a cantarmi una specie di cantilena popolare, perché mi ci veniva da piangere, la picchiavo e la facevo smettere. In quel momento, alzando gli occhi verso l'insegnante, che per caso guardava me, mi sentii pieno di vergogna e bruciare la punta degli orecchi; e mi dovetti reggere con tutte e due le mani al banco per non cadere. Allora una voce nota, quella del Mutti, ch'era stato il mio compagno di banco alla classe precedente, mi disse:
«T'hanno rimesso con me?».
Io risposi, quantunque non volessi:
«Non lo so».
Ma erano bastate queste parole perché in un attimo mi sentissi tornato qual ero stato l'anno avanti. Ormai non c'era più modo ch'io avessi potuto vincermi! L'insegnante, che ci aveva visto ridere, capì subito e ci dette un'occhiata severa; che fu notata da tutta la scolaresca. Il Mutti, senza tenerne conto, disse ancora:
«Se ti tengono vicino a me, quest'anno, si fa baldoria. A quel pretaccio gli sputerei volentieri sul grugno!».
Io non mi tenevo più dal ridere; e mi voltai a guardarlo. Benché di diciassette anni, aveva un viso che pareva una zitella insecchita. I suoi occhi, celesti chiari, mi fissarono; e nello stesso tempo egli mi dette un calcio fortissimo. Renderglielo non avrei potuto; o, almeno, sarebbe stato pericoloso, perché all'uscita della scuola mi avrebbe picchiato come altre volte. Non mi avrebbe perdonato per niente; e mi disse:
«Se tu fiati, ho in tasca il temperino arrotato».
Anche la sua voce era come quella di una zitella un poco incattivita; ed egli non smise di minacciarmi finché non mi vide disposto a rispettarlo e ad accettare quel che avesse voluto.
Sapevo, perché se ne vantava sempre, che con quel temperino aveva levato gli occhi a parecchi gatti; e, quando ne vedeva uno, se era con noi, ci dava a tenere i suoi libri e si metteva a camminare in punta di piedi per poterlo chiappare. Ma, ancora, non gli era riescito a farci vedere come faceva. Era il più vizioso; sempre pallido e con le occhiaie gialle.
C'era un altro invece che, quando io mi accostavo per farlo smettere di provocarmi, si gettava in terra gridando e piangendo; e a casa inventava che io l'avevo picchiato.
Era un modo anche quello di costringermi a subire quel che voleva. Egli si metteva a gridarmi anche di lontano; perché avevo la bazza lunga:
Allora, se lo rincorrevo, siccome lo arrivavo sempre, si buttava subito in terra.
Anche lui m'era vicino al banco; e, quando il Mutti disse a quel modo, si mise a ridere perché io lo sentissi. Si chiamava Pallucci, e aveva il viso d'un bamboccio di tre anni; con i capelli biondi e riccioli. Imparava tutte le parole oscene e diceva che gliele insegnavo io. Rubava i confetti alla drogheria di suo padre; ma se li voleva mangiare tutti per sé, negando di averli, se gliene chiedevamo, anche se poco prima ce li aveva fatti vedere.
Allora un altro, un certo Buti che aveva sempre le tasche piene di spaghi, disse:
«Fuori mi voglio divertire, quando vi picchierete!».
Bastò questa specie di proposta, perché non avessi più la pazienza di stare in scuola, e cominciai anch'io a mugolare con la bocca chiusa e a battere i piedi al banco.
L'insegnante diceva che scrivessimo la nota dei libri da comprare; e guardava verso noi come se avesse voglia di dirci qualche cosa e poi la volesse rimettere sempre a dopo.
Il Mutti, che non scriveva né meno e aveva schiacciato il cannello della penna con i denti, mi disse:
Io, perché era vero, stetti zitto; ma con gli occhi lo supplicai di non dire altro. Egli, invece, continuò:
«Quando lo mettono in prigione?».
Mi voltai verso il Pallucci, e vidi che rideva. Anche il Buti mi guardava con una certa aria burlesca che quasi anch'io mi misi a ridere. Ma sentivo il cuore scompigliato, e come se mi c'entrasse una punta fin dentro; come qualche volta sognando, dopo che mio padre l'avevano arrestato, quando, facendogli un'ispezione improvvisa, trovarono che dalla cassa del suo ufficio mancavano più di mille lire. Egli, come altre volte, le aveva prese per prestarle; e il giorno dopo, se l'amico non fosse stato puntuale, ce le rimetteva, magari pigliandole con una cambiale a qualche banca. Il padre del Mutti, ch'era un collega del mio, passava, e credo giustamente, per uno di quelli che avevano fatto fare l'ispezione e che più di tutti aveva avuto piacere di quell'esito.
Era un poco pazzo; e, invece di riempire di cifre i registri, scriveva un sonetto tutti i giorni; andando poi negli altri uffici a farlo leggere. Tuttavia, pretendeva che io fossi amico del suo figliolo; ed egli stesso gli diceva che mi picchiasse, se lo avessi sfuggito.
Io non osai più voltarmi verso nessuno; e con il lapis sfregavo su un foglio di carta, mentre mi veniva da piangere.
«O non ti volti più?».
«Ha da reggersi la scucchia!».
Io gli detti un pugno in un fianco; ed egli cominciò a torcersi e a fare il viso rosso, come gli accadeva quando era per piangere. Gli avevo fatto troppo male da vero; e io avevo paura di urlare dallo spasimo.
«E fuori ti darò il rimanente!»
«E a te che ho fatto?»
«Niente! Ma tu devi buscarne da chiunque, e devi stare zitto.»
E il Buti spiegò, divertendosi a stendere gli spaghi sul banco:
«Perché i figli dei ladri hanno sempre torto».
«E' vero!» disse il Pallucci smettendo istantaneamente di piangere.
Io mi chetai, cominciando a chiedermi: «Perché mio padre avrà preso quel denaro? Lo poteva prendere? Che cosa farà egli se uscirà di prigione? Mi terrà sempre con sé? Morirà lui o io? Bisognerebbe che uno di noi due morisse. E, allora, forse, mia madre potrebbe sposare un altro». Mi ricordo con una esattezza strana di queste domande a me stesso; e ammettevo che mia madre, per il dispiacere e la malattia che le era venuta in seguito a quella disgrazia, potesse rimaritarsi; magari senza di me. Io non scusavo affatto mio padre; anzi, fanaticamente, ero contro di lui e non gli perdonavo; pur volendogli un bene immenso.
La mattina, mia madre era venuta ad accompagnarmi; ma tutti i ragazzi della scuola, anche quelli che non la conoscevano, s'erano messi a ridere quando passava tenendomi per un braccio come se mi volesse dare un pizzico. Perché era zoppa e con un ciuffetto di peli sotto il mento che pareva una capra. Pallida e magrissima; con certi occhi come se non vedessero niente. Io, invece, a sentirla deridere, mi ero vergognato tanto, benché alla fine mi mettessi a sogghignare anch'io. E, ora, pensando che forse sarebbe venuta a riprendermi e che non sarebbe stata capace di tenere il Mutti perché non mi picchiasse, dissi a lui:
«Quando viene mia madre, perché non ce la voglio, dille quante parolacce tu vuoi! Basta che tu mi lasci fare!».
«Se tua madre ti difendesse, la prenderei per la barba!»
Il Buti si mise a canterellare, rifacendo la mia voce, una canzonettaccia.
«E io glielo farò sapere a tua madre quello che hai detto!».
Sentii che aveva ragione e gli rivolli subito bene. Ma, ora, egli non voleva più saperne di me; e mi guardava in un modo che io gli stessi sempre lontano e non gli parlassi più. Allora la presi un'altra volta con mia madre; e dissi, sebbene con disagio e arrossendo:
«Che me ne importa?».
Intanto la prima lezione era per terminare, perché l'insegnante non voleva tenerci a scuola senza ancora i libri. Tutti ci alzammo in piedi, e uscimmo spingendoci insieme alla porta; come se avessimo avuto fretta. Io, nel corridoio ch'era lungo, cercai di scappare; ma ad ogni passo mi dovevo fermare perché era troppo pieno e non potevo passare. Quando fui fuori dell'uscio, mi sentii afferrare dietro il collo. Chiusi gli occhi; e, riaprendoli per un secondo, fui soltanto in tempo a capire che era il Mutti; come mi aspettavo.
Egli mi buttò in terra, su la ghiaia, che mi scorticò tutte e due le mani e i ginocchi; e cominciò a picchiarmi. Ma io non pensavo a lui; e mi lasciai picchiare senza né meno muovermi. Me ne dette quante volle; e mia madre, che aveva fatto tardi, vedendomi in terra da lontano corse a rialzarmi. Io, ora, ero solo con lei; e, quando tutta spaventata mi chiese che mi avevano fatto, le risposi:
«Ne ho buscate dal Mutti, perché dianzi rideva di te!».
E la guardai, mi ricordo bene, come se fossi stato capace di ammazzarla; tutto contento di vedere sul suo viso una disperazione indimenticabile. Non indovinavo che, a motivo dei dispiaceri, dopo un altro mese, doveva morire.
I NEMICI
Bisogna non dolersi dei nostri nemici, per quel senso di grandezza che si prova a odiarli. Anch'io avevo un nemico, e l'amavo come un fratello quando dovevo più guardarmi da lui, e quando bastava il suo sguardo a ricordarmi che non potevo ignorare che anch'egli esisteva come me. Si chiamava Rutilio Papagli; e non gli avevo mai fatto del male. Ma egli era tra pazzo e cattivo; e, quando s'avvicinava a me per parlarmi, capivo subito quale era stato il suo scopo. Perché senza uno scopo suo, egli mi evitava e non lo vedevo mai. Stava di casa vicino a me, e come me era impiegato al Ministero dell'Istruzione. Egli, invece, sentiva subito la mia bontà istintiva, e, benché quasi me la invidiasse, era costretto a smettere qualunque proposito che avesse avuto contro di me. Perché egli aveva paura della mia bontà, che non perdona mai a nessuno, come a nessuno si nega mai. Mi avrebbe anche voluto bene, se gli fosse stato possibile; ma non gli era possibile, e tentava tutti i modi perché io smettessi, almeno per una mezz'ora, di essere buono.
Una volta lo incontrai per il Corso, e mi disse:
«Perché non andiamo insieme a mangiare, Caperozzi?».
Fui per rispondergli di sì; ma sentii che non potevo. Mi dispiacque a rispondergli troppo seccamente, e gli trovai una scusa. Egli insisté, pigliandomi perfino sotto il braccio. Io lo lasciai fare, e lo pregai che non insistesse. Allora, mi disse:
«Avevo da parlarti di noi».
Allora fui per credergli, così come facevo con tutti gli altri; ma in tempo mi vennero in mente tutte le cose sgradevoli avvenute tra noi; e non volli cedere. Ma egli seguitò a parlarmi, offrendomi una sigaretta. Avrei voluto non accettarla perché la sua finzione mi offendeva; ma fui troppo debole. Anzi, io stesso lo presi sotto il braccio; e cominciai a parlargli volentieri. Egli subito si cambiò: non poteva sopportarmi e smoveva un poco il braccio, perché io lo lasciassi. Non gli era più possibile ascoltarmi; e dalla voce mi faceva sentire com'egli non voleva tenermi in nessun conto. Alla fine, mi lasciò; troncando a mezzo quel che stavo dicendogli. Quando lo vidi lontano da me, tra la gente, mi proposi di non parlargli più facendoglielo capire chiaramente. Ma il giorno dopo, incontrandolo un'altra volta, quasi allo stesso posto, fui proprio io a fermarlo, mentre egli m'aveva fatto capire che preferiva comportarsi come se non m'avesse veduto. Ma io volevo andare in fondo al suo animo, e sapere perché mi era nemico a quel modo. E' vero che io ero molto più ben visto e stimato di lui, non senza ragione, dal nostro capo d'ufficio; ma non potevo spiegarmi perché egli desse tanta importanza a ciò. E che torto, in ogni modo, io gli facevo? In parecchie occasioni lo avevo aiutato, e m'ero guardato, anzi, dal fargli del male. Egli doveva saperlo; e non poteva non essermene riconoscente. Molte volte anch'io pretendevo che egli non fingesse di non saperlo; e gli avrei rotto la testa con il mio ombrello. Ma, quando capitava l'occasione, non mi riesciva a volergli male; e aspettavo sempre che egli mi doventasse amico o almeno che non mi odiasse. Ma egli odiava tutti!
Dunque, lo fermai io stesso, e lo salutai sorridendo. Ma il mio sorriso gli fece fare il viso cattivo, quasi scontento.
Io gli chiesi:
«Che hai?».
Egli non mi rispose; chinò la testa; e credo che non mi guardasse perché non voleva che io vedessi come erano in quel momento i suoi occhi. Io, allora, gli chiesi:
«T'ha fatto del male qualcuno? O t'è capitato qualche cosa cattiva all'ufficio, contro di te?».
«Tu vai sempre a pensare alle cose più impossibili».
«Impossibili? Perché? Tu stesso mi hai raccontato, molte volte, che hai avuto dispiaceri da quelli che ti vogliono male; e m'hai anche detto chi sono.»
Egli, allora, rise.
«Ti sei avuto a male della mia domanda? Te l'ho fatta perché ti voglio bene.»
«Con me non ce la può nessuno.»
Io ebbi come un brivido, e risposi:
«Lo so; ma ci sono persone che tentano lo stesso di riescire a fare del male».
Egli rise un'altra volta, e mi rispose:
«Ti garantisco che non ci penso né meno. Io li faccio tutti tremare».
Il suo viso, ora, era quasi giocondo benché ancora inquieto; e i suoi occhi non potevano guardarmi a lungo. Gli mancavano due denti da una parte, di sopra, e i suoi baffi, radissimi, parevano setole che non potessero stare insieme.
Era sempre pallido e affilato; con una macchia rossa giù per il collo, che si vedeva meglio quando era arrabbiato. Le sue mani, come se fossero troppo lunghe, erano pieghevoli e finivano quasi a punta. Ma le sue labbra non impallidivano mai; anzi parevano come inverniciate, tanto restavano sempre uguali. Egli era già così nervoso che vedevo movere i suoi baffi mentre il labbro pareva sempre fermo. I suoi occhi s'illuminavano; ed egli cominciava a guardare fisso; senza più accorgersi che faceva capire a tutti la sua cattiveria quasi feroce. Cercava di riprendersi, ma non poteva; e pareva che i suoi denti volessero mordere. Allora, a malgrado della ripugnanza che provavo, a sentirmi anch'io contro di lui, in un modo così risoluto, mi faceva piacere, ed ero contento che il suo viso continuasse ad essere a quel modo. Se avesse cambiato, avrei sentito una delusione grande!
Ma egli, allora, cominciando a parlare sottovoce, tanto che dovevo chinare l'orecchio verso di lui e fargli ripetere più d'una parola, mi spiegò perché dalla sua sezione dovesse passare nella mia. Da prima non mi rendevo conto del suo desiderio, perché mi sembrava addirittura sbagliato; ma egli mise tanto sentimento in quel che mi diceva che, se fosse dipeso da me, avrei acconsentito subito. Io lo consigliai come doveva fare; e gli promisi di parlarne io stesso al nostro capo d'ufficio. Egli, allora, non mi nascose più che nella sua sezione lo perseguitavano en che non ci stava volentieri perché il suo stipendio era più piccolo anche del mio. Egli seguitò a parlarmene, come se la colpa fosse stata mia; e quasi, secondo lui, avrei dovuto esigere dal capo d'ufficio che riconoscesse senz'altro il suo desiderio; perché lo dovevo aiutare e perché a me solo egli era sinceramente amico. Quando mi salutò, rimpiansi di avergli lasciato dire tutte quelle cose e convenni che era riescito, come il solito, a ingannarmi e a farmi rispondere com'egli voleva.
Passò una settimana senza che ci parlassimo. Lo vedevo, alcuna volta, entrare dentro qualche stanza dei nostri colleghi, lesto lesto, a capo basso, quasi rasente i muri, con in mano le carte d'ufficio; ma pareva che non volesse guardare in viso nessuno; e io, allora, mi ritenevo dal chiamarlo. Mi venne, però, la curiosità di sapere perché veniva più spesso di prima nel corridoio della mia sezione; e cominciai a fare qualche domanda a quelli dai quali lo avevo visto escire. Ma non seppero dirmi niente. Soltanto riescii ad accertarmi che lavorava molto di più di prima e che s'era fatto uno dei più assidui di tutto il Ministero.
All'improvviso, una mattina, si fece su la soglia della mia stanza. Benché non ne avessi voglia, lo invitai a sedere. Ma egli, come se non volesse badare a quel che gli dicevo, accese una sigaretta e ridendo mi rispose:
«Tra qualche giorno, ho da darti una buona notizia! Questa volta, mi va bene da vero!».
«Dimmela subito!»
«Ah, no! E' troppo bella! Te la lascio indovinare.»
E andò via, ridendo, con quel suo passo un poco a balzi; come se fosse per battere addosso a qualche cosa. Il pomeriggio stesso, il mio capo d'ufficio mi chiamò. Era completamente calvo, e non si capiva dove finisse e dove cominciasse la sua fronte e la sua faccia. Egli stesso ne pareva sempre imbarazzato. Io mi accostai al suo tavolino, sicuro che mi dicesse una delle sue parole gentili, quasi affettuose. Ma egli, arrossendo anche sopra la testa, mi disse:
«L'avverto che da domani ella è trasferito nella sezione dei protocolli, al posto del suo amico Papagli».
«Io?»
«Proprio lei. Così è stato fatto per accontentare tanto lei che lui.»
«Ma io non ne so niente! Non è possibile!»
«Lo dice a me? Io ho creduto che lei non fosse contento di come l'ho sempre trattato.»
«Le ripeto che io non ne so niente. E il mio stipendio?»
«Ella prenderà sempre lo stesso, ma anche il Papagli avrà uno stipendio eguale al suo; e, naturalmente, presto godrà di tutti i vantaggi che spettavavno a lei, se avesse voluto restare qui.»
«Ma io non sono stato né meno avvertito!»
«Se la sbrighi lei con il suo amico: io ho avuto quest'ordine; e anch'io me n'ero sorpreso.»
«Le giuro che io...»
«Si calmi! Si calmi! Vada a trovare il Papagli.»
Io lasciai sul tavolino del capo d'ufficio le carte che avrei dovuto portare con me, e andai a trovare il Papagli.
Aprii la sua porta senza né meno chiedere il permesso; ed entrai. Egli non c'era e tutte le carte erano al posto, come se egli non fosse venuto in ufficio. Chiesi a un usciere se lo avesse visto, ma egli mi disse che non se ne ricordava. Andai a chiedere lo stesso dagli impiegati delle stanze accanto a quella del Papagli; e tutti mi risposero che non ne sapevano niente. Se fossi stato meno nervoso, lo avrei aspettato proprio dentro la sua stanza; ma non potevo stare più fermo e uscii subito dal Ministero per vedere se fosse in casa. Ero fuori di me dall'ira e mi proponevo di vendicarmi, magari picchiandolo con la chiave che stringevo dentro un pugno in fondo alla tasca dei pantaloni. Lo trovai che si pettinava, dopo essersi profumato. Senza né meno salutarlo, gli dissi:
«Perché mi hanno mandato nella tua sezione?».
Egli mi guardò con un'aria di adirato, e mi rispose togliendo dal pettine i capelli che v'erano rimasti attaccati:
«Sei venuto a posta per domandarmi questa stupidaggine? Io non credevo che tu ne fossi capace. Stai attento alle parole che ti scappano di bocca!».
«Ma è possibile, dimmi la verità, che tu non ne sapessi niente?»
Egli rise, rispondendomi:
«Come sei ingenuo! Non capisci che se mi hanno messo nel posto tuo, vuol dire che l'hanno fatto per un dispetto a me?».
«A te?»
«Non insistere così, Caperozzi! Ti vogliono tutti bene e tutti sanno che tu sei un impiegato migliore e più intelligente di me. Sei impazzito a credere che l'abbiano fatto per voler male a te? Non capisci che l'hanno fatto in vece per voler male a me?»
«Ma tu... non hai detto niente, quando lo hai saputo?»
«E che dovevo dire? Io, vedrai, mi dimetterò dal Ministero, se non mi rimandano al posto di prima. Vieni a pranzo con me: voglio far vedere a quanti sono che io ti sono amico lo stesso. Ci penso io a trattarli come meritano, anche per il torto che hanno fatto a te!»
E io, come se non conoscessi chi era Rutilio Papagli e che soltanto lui aveva potuto farmi quel tiro, lo aiutai perfino a mettersi la giubba; e andai con lui a mangiare. Pagò egli, e io confidai, anzi, a lui, l'amarezza che sentivo; non mi confidai che con lui. A nessun altro ho detto mai niente.
Il mare scrosciava di là dai ginepri, molti dei quali erano rossi perché il sole li aveva seccati sopra la rena lucente. La pineta di Maccarese, fosca e squarciata a tratti, andava incontro alle strisciate cupe e buie degli olmi e delle querce. Mentre, dalla parte di Civitavecchia, alla foce dell'Arrone, la spiaggia caliginosa era deserta; ma un poco rosea e fiammeggiante accanto al luccichio dell'acque e alle interminabili spume bianche. Le strisciate degli olmi e delle querci si allargavano e si oscurivano incrociandosi sopra la pianura. Il vento aveva piegato dalla parte della terra parecchi olmi, quelli più alti, senza fronde nelle cime; mentre più giù della metà dei loro tronchi altre fronde più fitte erano spuntate come una macchia bassa.
Il mare era di un turchino tutto eguale; e il fumo di un barcone, escito dal porto di Fiumicino, restava nell'aria, benché il cielo sembrasse pulito; fatto a posta per il sole. In fondo alla pianura, verso il Castello di San Giorgio, dei principi Rospigliosi, c'erano i mietitori, piccoli e corti come le dita della mano, a vederli dal mare. Brulicanti tra le spighe, erano vestiti a colori tutti diseguali; e, attraverso il fiammeggio del calore, che tremolava dalla terra, talvolta pareva, tremolando anch'essi, che sparissero dentro una specie di nebbia tra opalina e azzurrastra, che riempiva verso sera le buche della macchia. In un'altra banda della pianura si vedevano le bufale, un poco più scure della terra rossiccia; mentre le vacche erano già andate da sé, come avevano imparato, ad abbeverarsi alla foce dell'Arrone. Tornate indietro le vacche, toccava alle bufale; e invece i greggi si fermavano più alto della foce.
La mietitura di Maccarese era quasi per terminare. Ma i mietitori erano scontenti di come i «caporali» avevano stabilito le paghe; e, di giorno in giorno, si mostravano sempre di più disposti a far valere le loro ragioni. Una mattina quasi tutti i «caporali», ch'erano minacciati e provocati ogni volta che si facevano vedere, sparirono; e si rifugiarono, in attesa che passasse il pericolo, nella torre di Maccarese, di fianco tra il mare e la pineta.
La torre, benché intonacata di bianco, era tetra come se fosse stata di nero. E una rosa, arrampicata su per il muro, insieme con gli scalini della loggia esterna, pareva una ghirlanda mortuaria.
Quando i mietitori se n' accorsero, smisero di lavorare; e decisero di scovare i «caporali». Ma, non sapendo dove fossero e credendoli protetti dagli amministratori di Maccarese, cominciarono a tumultuare; avviandosi, senza nessuno scopo, a Castel San Giorgio; alla villa dei Principi Rospigliosi.
I butteri, una ventina, avevano l'incarico di vigilare la mietitura. Mangiavano e dormivano a quella torre, ma non volevano immischiarsi nella questione; ci dovevano pensare gli amministratori. Erano tutti dai trent'anni ai cinquanta: gli anziani un poco ventruti e grassi, con gli anelli d'oro alle dita e qualcuno anche agli orecchi. Essi avevano le proprie famiglie sparse per le fattorie, e alcuni, la sera tardi, andavano a trovare le mogli, tornando nella tenuta prima dell'alba. Avevano una specie di capo, che portava due galloni d'argento alle maniche della giubba; e si chiamava Corrado. Egli era anche scapolo e ad ogni mietitura si trovava una ganza tra le ragazze più giovani. Questa volta ne aveva una venuta dal Colle della Vipera. Scortala nel branco delle donne e piaciutagli, le era stato un poco di tempo vicino; ora con un pretesto e ora con un altro, guardandola senza scendere da cavallo. Pompilia, che così aveva nome la ragazza, capì subito; e, arrossendo, alzava gli occhi neri e umidi verso di lui; aspettando ch'egli trovasse il modo di parlarle senza che i fratelli e il padre, nel branco degli uomini, potessero offendersene e andare in collera.
Gli altri butteri, tenendogli di mano, gli fecero pagare parecchi litri di vino; perché era ormai più che sicuro d'avere la ragazza. Egli disse, accendendo il sigaro:
«E se mi riescisse a farla prendere per cameriera in casa dei principi?».
Disse un altro:
«Non mi pare che, poi, tu la potrai vedere tutte le volte che vuoi».
Corrado fece una risata, battendo i piedi stivalati. Ma un biondo, con le ciglia bianche, come se le avesse sempre polverose, si accanì e s'infervorò per lui. Egli parlava mettendo le mani avanti con tutte le dita aperte; e disse:
«Bisogna che fino da domani tu la tolga dalla falce».
Uno dei più vecchi, con le sopracciglia lunghe e rovesciate in giù e gli occhi di ghiro, un poco pazzo, ripeté senza guardare nessuno:
«Fino da domani! Fino da domani!».
Corrado accavallò una gamba sopra l'altra, e disse:
«E, allora, aiutatemi. Non si va a letto, finché non s'è trovata la trappola.Vi pago altri sei litri».
Quello biondo riprese, con uno scatto:
«Dev'essere tua e ti deve voler bene».
«Me lo vuole.»
Un buttero, con la testa rincalcagnata e i capelli neri, gridò:
«Zitti voi, in fondo alla tavola».
Quelli obbedirono; si alzarono l'uno dopo l'altro e fecero cerchio intorno a Corrado; che, ora, teneva la punta del mento con l'indice e il pollice. Aveva gli occhi chiari, quasi celesti; e le guance rossette.
Uno gli disse:
«A che pensi?».
Corrado tolse una gamba da dentro la panca, si alzò quanto era lungo; e rispose:
«Ho trovato!».
Un altro gli disse:
«Indovino quel che hai trovato: tu la farai andare in casa della tua biscugina».
«E' vero; ma non sai con quale scusa.»
Lo guardavano sorridendo; perché era intelligente e simpatico a tutti.
«Lei dirà che ha preso la malaria; allora, la facciamo andare al Castello; io attacco il calesse, e la porto con me!»
I butteri si misero a gridare e poi a fischiare un'aria, battendo a tempo i pugni su la tavola.
Il giorno dopo Corrado fece come aveva detto. Ma Pompilia gli piaceva da vero; ed egli sentiva di amarla.
Egli l'amava volentieri; ma non c'era anche qualche altra passione ch'egli avrebbe dovuto conoscere? Egli voleva amare anche tutto ciò ch'egli vedeva: i ginepri, i pini, le acacie con i fiori candidi e pendenti a ciocche tra le querci. Ma non trovava mai quel che doveva amare oltre alla donna giovane come lui; che gli piaceva perché, parlando, ella non diceva mai una cosa che non fosse buona.
Egli, fermatosi parecchi minuti a cavallo, tanto che ebbe tempo a fumare tutto il mezzo sigaro, starnutì. Il cavallo si mosse, ed egli lo lasciò andare. Trovò nel mezzo della strada un branco di bufale; che si alzarono subito da giacere, quasi tutte insieme. Egli avventò il cavallo e cominciò a picchiarle con la pertica di faggio. E le bufale entrarono nel prato; dove sparivano dentro fino al ventre. Mise il cavallo al passo e s'avvicinò a qualcuna, che si scansò correndo. Egli passava, ora, le giornate a quel modo. Quando vedeva un uccello, lo guardava come se i suoi occhi avessero potuto fermarlo e farlo cadere. Ma le bufale gli piacevano di più, perché le picchiava fino a sentirsi mancare la forza; e i loro occhi doventavano dolci.
Egli stava a cavallo con le gambe tutte stese, il corpo tirato in dietro; e con una mano pigliava la criniera, quasi avesse potuto tirarla via come una pianta. Il cavallo, forse, non sentiva male; ma allungava il passo. Ed egli allora, quasi avesse voluto gastigarlo, gli dava una spronata; e correva per chilometri e chilometri, a caso, saltando dove c'era l'acquitrino ripieno di cannucce verdi; e, poi, rasentando, quanto erano lunghe, le staccionate.
Pompilia lo aspettava senza sentire né meno il bisogno di farsi un poco alla finestra. Stava rincantucciata in cucina con la parente di Corrado; sorridendole timidamente e arrossendo tutte le volte che le passava vicino; anche se quella non pensava di badare a lei. Sarebbe stata più tranquilla e più contenta se il padre e i fratelli non avessero dovuto mietere. Il padre, una sera sì e una sera no, perché erano troppo stanchi, mandava il figlio più piccolo, ancora un ragazzo, a sapere come stava. Ed ella, senza alzarsi dalla sedia, come le aveva insegnato Corrado, gli diceva, tastandosi i polsi, che la febbre non voleva passare.
«Allora, non torni ancora?».
Ella gli diceva di no con la testa.
Il fratello sorrideva, guardando tutta la cucina, e se n'andava salutandola:
«Tu fai la signora qui!».
Ma Corrado, dopo una settimana, chiamò il padre di Pompilia; e, facendoselo sedere accanto sopra un rialzo della terra, gli promise che l'avrebbe sposata a fin d'anno.
Il mietitore, allora, si rialzò, lo guardò negli occhi e gli rispose taciturno:
«Tu avrai una moglie più forte e più bella di te. Ma perché, intanto, non la rimandi a mietere con noi?».
E tornò subito con gli altri.
Pochi giorni dopo, il tumulto era già cominciato; e il padre di Pompilia non pensava più né a lei né a Corrado. I mietitori, tra uomini e donne, erano più di trecento. Le donne, mescolate con gli uomini a gruppetti di cinque o sei insieme, avevano la testa fasciata stretta da un fazzoletto bianco e le mani bendate da strisce di lana; per riparare il sole. Gli uomini in maniche di camicia, scalzi; e tutti con la falce. I vecchi stavano nel mezzo e i giovani dalle parti. V'erano anche ragazzi di quindici anni, che in quel furore degli altri sorridevano un poco convulsamente. Non sapevano quel che stessero per fare e i più credevano di andare a morire. La fatica e il caldo avevano dimagrato tutti; le donne, dopo una settimana di mietitura, non si riconoscevano più; parevano invecchiate, con le rughe sopra gli occhi. Ad un tratto qualcuno gridò:
«Bruciamo le mucchie del grano!».
Allora, tutti ebbero questo desiderio; e cento voci risposero:
«Subito! Subito!».
Gli altri non sapevano quel che rispondere, ma gridavano lo stesso come se cantassero alla rinfusa.
Avevano messo a cavalcioni di un cancello della staccionata una dozzina di serpi uccisi tra il grano. E, passando, li fecero a pezzi con le falci. Già erano per entrare nella radura dove sorgevano le mucchie; ma non andavano lesti. Due butteri li seguivano a cavallo, senza dire niente, come per ascoltare. I mietitori evitavano di guardarli, per avere più coraggio; ma, quando se li trovavano accanto, si zittavano, entrando più nel mezzo al branco degli altri. Andavano tutti con la testa voltata in alto e cercavano di vedere, tra la calca confusa, quel che accadeva attorno. Ma i campi erano deserti. Sembrava che i grandi olmi, con le rame grosse e nere, riescissero a fermare il vento; e i falchi volavano bassi, dimenando le ali senza che si vedesse dove avessero la testa. Allora i due butteri avvolsero sopra la sella le guide lunghe che toccavano quasi terra, e andarono a chiamare i compagni. Non avevano paura, ma non sapevano quel che fare. Essi sentivano la responsabilità di non far bruciare le mucchie; e, senza parlarsi, cavalcavano a pari; guardandosi. Si calcavano meglio i cappelli legati con le corde dietro la testa; e, di quando in quando, si voltavano dalla parte dei mietitori. Non era meglio che avessero cercato di farli tornare a dietro? Specialmente il più giovane avrebbe voluto bastare da solo, ma era troppo impensierito e non s'arrischiava senza che l'altro non avesse fatto lo stesso. Non c'era tempo da perdere! Se quelli laggiù riescivano a dare fuoco alle mucchie, essi poi si sarebbero vergognati a farsi vedere dentro Maccarese; e perciò si sentivano pronti a ricorrere a qualunque mezzo. I loro occhi si facevano torvi, ma chiari sul viso quasi cattivo. Il più vecchio disse:
«Il tuo cavallo è meglio del mio. Mettilo di corsa e avverti gli altri. Io torno a dietro».
«E se ti pigliano a pietrate?»
Egli si guardò istintivamente i fianchi e i ginocchi.
Poi rispose:
«Le pietre non ce l'hanno lì dove sono ora».
Ma il più giovine ebbe paura per lui:
«Resta qui, piuttosto; a mezza strada».
Allora egli si rizzò sulle staffe e gli andò con il cavallo addosso:
«Non ti mettere qui a rispondermi. Vai».
Il più giovane dette subito un'occhiata alla sella e alle briglie; dette due spronate e cominciò a picchiare pugni su la testa del cavallo. Dopo mezzo minuto, egli era già sotto la torre. L'altro restò dov'era, prendendosi la barba grigia. Ora ci mancava poco che non piangesse; e non sapeva se andava anche lui alla torre o se arrivava di corsa tra i mietitori. Egli faceva girare attorno il cavallo, come un molinello; e tendeva gli orecchi. Il grido non era cessato, anzi rinforzava. Decise di sapere quel che facevano. Rasentò, quasi mettendolo sotto, un pastore che gonfiava , soffiando dentro una canna, una pecora dopo averla spellata. Un cane gli andò dietro, abbaiando, fino a un canale irto di cannucce tra le ginestre con i fiori. Il cavallo non ne poteva più e correva alla stracca, a zampe larghe. Il buttero sentiva battere il petto come se ci avesse avuto una stanga dentro; ma si mise alla testa dei mietitori, avvallato da una parte, fatto come una gobba puntata, su l'Arrone; che, tremolando, rifletteva come uno specchio gli olmi e gli eucalipti. Egli, con la voce spezzata dal cuore, gridò:
I mietitori si allargarono allungando il passo; per ficcarsi lo stesso sul ponte. Egli, allora, mise il cavallo di traverso:
«Che volete fare?».
«Bisogna bruciare le mucchie».
«E perché? Che vi ha fatto di male il grano? La prendete anche con il grano?»
Ma i più vicini, risoluti, erano riesciti a andare sopra il ponte, salendo in piedi sui muriccioli di fianco. Un ragazzo era entrato da sotto al cavallo. Un mucchio di donne andava con le falci agli occhi del cavallo. Il buttero aveva ritrovato tutta la sua voce, e gridò:
«Fermi tutti! Tornate a dietro. Dite a me quel che volete».
«Maccarese non mantiene i patti!»
«Perché?»
«Ci volete dare una lira di meno al giorno.»
«Non è vero.»
«Mascalzone! Ladro! Non vi perdete con lui! Andate avanti! Buttatelo di sotto.»
Le donne strillavano, minacciandolo con le falci; gli uomini pensavano come fare per levarlo lì dal mezzo. Allora, una ventina insieme, si spinsero addosso al cavallo; che, a poco a poco, restando di traverso com'era, andava verso l'altro capo del ponte. Tutti gli altri venivano avanti, urtandosi e calpestandosi; non riconoscendosi più l'uno con l'altro, ma il grido di uno faceva gridare di più quelli che gli si trovavano attorno. Il buttero si scansò e disse:
«Se vi hanno imbrogliato i "caporali" delle squadre, non dovete prenderla con noi e né meno con il grano».
Non l'udì nessuno; e i restati a dietro raggiunsero, prendendo la rincorsa, quelli che già giravano attorno alle mucchie. Il buttero scese da cavallo, pronto magari a farsi ammazzare; ma egli udì un gran frastono che veniva dalla parte della macchia. Si volse: erano da vero tutti gli altri butteri. Allora, risalì a cavallo e li attese.
I butteri erano armati di fucile. Avevano già deliberato; e, senza perdere tempo, si misero dalla parte delle mucchie. Parecchi mietitori volevano avvicinarsi lo stesso alla paglia; anzi, erano anche più furiosi. Ma Corrado si staccò dagli altri e gridò:
«Chiunque fa un mezzo passo avanti, cade morto in terra!».
I butteri imbracciarono i fucili. I vecchi incrociarono i polsi. Le donne fecero un urlo tra di spavento e di dileggio.
E i mietitori obbedirono. Dietro a loro, cavalcava la fila nera dei butteri; lungo una stesa di olmi e di lecci.
Il padre di Pompilia disse a quelli che gli erano attorno, ammiccando con gli occhi Corrado:
«Se non fosse per doventarmi genero, gli facevo la pelle io!».
E' una giornata d'inverno, umida ma calda; come capitano a Roma, quando deve piovere. I vetri sono bagnati e annebbiati; i muri, in casa e fuori, gemono acqua, i manifesti si staccano.
Vittorino Landi non ha da andare in ufficio, oggi, perché è il natalizio della regina Elena. Non è ancora mezzogiorno, ed egli si è già rasato, con l'acqua calda che si vede fumare spandendo l'odore della saponata. Poi, non sa quel che fare. Forse, nel pomeriggio andrà a teatro o a un cinematografo. Fuor di porta no, benché ne abbia sempre voglia.
La sua moglie, Enrica, è andata a fare la spesa in Via del Lavoratore; dov'è il mercato più vicino per lei.
Ad un tratto, senza nessuna ragione, egli si sente impazzire; la testa gli gira, è stordito, ha paura di cadere. Non è un mese che aspetta il ritorno della moglie? Forse le è avvenuta qualche disgrazia: s'è troncata le gambe, è morta. Non può più tornare a casa. Egli cerca di raccapezzarsi, si sfrega la faccia. Ma la sua apprensione gli scava nell'anima una specie di vuoto che va sempre più in dentro; vertiginosamente. Egli non ha né meno voce per chiamare. Si mette a piangere.
Quando, dopo dieci minuti, Enrica torna ed entra in camera, egli non la riconosce più: è come se la vedesse per la prima volta. La moglie gli parla, gli sorride; poi s'accorge che il marito è sbiancato e che non apre più bocca.
«Dio mio! Vittorino! Che ti senti? Sei per svenire?»
No: egli si ricompone e il malessere passa; come se non avesse avuto niente. Però non gli è più possibile di amare la moglie come credeva di amarla mezz'ora prima, quando è escita.
La moglie piange, perché vede tutto nei suoi occhi. Il cappello le si piega da una parte, ed ella non pensa né meno a toglierselo. La veletta è tutta molle e rincincignata: né meno lei ha più fiato per dire una parola. Com'egli all'improvviso si è attaccato a lei, così ora s'è staccato, e pare che soltanto pochi minuti siano bastati a cambiare i loro anni di matrimonio; perché essi non sanno che tutto quello che è passato nel loro animo, giorno per giorno, di buono e di cattivo, doveva avere una volta i suoi effetti. Nessuno dei due ne ha colpa; e siccome essi sono buoni e leali cercheranno di sopportarsi a vicenda, aspettando che torni il tempo forse di volersi bene come prima. Tutte queste cose, nell'animo di ambedue passano rapidamente come quando si sogna.
Ma Enrica, la più debole e la meno preparata, singhiozza con il fazzoletto alla bocca. Fa di tutto per non piangere più; e quando ci riesce, chiede:
«Vuoi mangiare a trattoria oggi? Io mangio in casa. Torna quando vuoi».
Il Landi si meraviglia che ella debba dirgli così; e risponde, benché non avesse affatto pensato a stare fuori di casa:
«Si: oggi, mangerò a trattoria».
Prende i guanti, l'ombrello; ed esce, senza salutarla.
Enrica si butta stesa sul canapè, bocconi, e piange per due ore; finché la cameriera non le parla. Ella soffre molto e i suoi occhi restano cerchiati di un rosso che pare battitura. Soltanto a guardarle la bocca, si vede che ha pianto tanto. Tutto il suo corpo è scosso dai singhiozzi, che sono più strazianti delle sue grida e delle sue lagrime.
Il Landi non sa né meno che strada prendere. Fa qualche passo e poi si ferma. La moticcia gli attacca le scarpe. Dove vuol andare? Non lo sa. Non è meglio che egli torni subito a casa, e stringa la moglie tra le braccia? Non è meglio che egli si faccia dire da quella bocca tutte le parole della sua tenerezza dolce?
La nebbia è quasi giallognola: c'è una luce, per le strade, che pare sporca. Le voci delle persone s'attaccano come la moticcia. I cavalli delle vetture sono tutti magri e sfiniti; alcuni zoppicano. Una donna, che pare sfatta con le rughe entro i suoi cenci, vende i cartoccetti pieni di nocciole per i ragazzi. Una bambina s'è avvoltolata in uno scialle di lana rossa e vende i giornali: le sue mani sono gonfie di geloni. La Via della Pilotta è deserta, con i quattro archi attaccati al giardino alto di Villa Colonna; dove le statue, sotto i cipressi, macchiate di nero, fanno vedere di quanti pezzi sono fatte. Sotto uno degli archi, una mendicante è seduta per terra e mangia. Ma egli va in via Nazionale. Due ragazze entrano, tenendosi a braccetto, dentro un caffè; dove si vedono le lampadine accese. Su gli scaloni del teatro Nazionale, c'è qualche persona ferma.
Poi la via, finita la salita alla Torre delle Milizie, s'apre diritta, fino alle mura rosse delle Terme. Su l'angolo di Via Panisperna, sotto la Villa Aldobrandini, due ciechi suonano.
Il Landi entra a mangiare in una trattoria, dove crede di spender poco. Non ha fame, ma mangia. Quando esce comincia a piovere. Va in Piazza del Quirinale dove ci sono soltanto le sentinelle dentro i loro casotti, e due coppie di carabinieri che stanno rasente al muro della Consulta, per bagnarsi meno che è possibile.
Lo zampillo rettilineo della fontana sembra immobile come i due cavalli; benché, ricadendo, scrosci e sciaguatti: soltanto perché è più bianco si discerne dalla pioggia, che vela tutte le file bianche delle case, di cui si vedono soltanto gli ultimi piani; con le chiese sparse da per tutto. E la cupola di San Pietro pare fatta di nebbia.
Il Landi scende in fretta la scalinata e rientra in casa. La moglie s'è buttata sul letto e non ha mangiato.
Quando la sera si riparlano, pare che ella non abbia sofferto di nulla, e la loro vita ricomincia eguale.
Ma mentre egli seguita ad avere un rammarico melanconico, di quel suo passato che non vive più senza dimenticarlo, ella diventa gaia e gioconda. Ha sofferto tanto quel giorno che è ormai un'altra. Piccola e bruna con le ciglia lunghe, troppo lunghe per lei e per il suo viso magrolino, sorride sempre.
E quando a primavera l'aria si schiara, non c'è raggio di sole in Piazza della Pilotta che non entri anche dentro i suoi occhi. Non ha più bisogno né d'amare né d'essere amata. Ella vive e basta.
Vittorino in vece vorrebbe amarla, ed è geloso della sua giocondità.
Una volta egli compra, in Piazza di Spagna, un fascio di rose e le porta a casa. Ma, guardandole, si domanda perché le ha comprate.
La moglie gliele prende di mano, le mette in vaso pieno d'acqua; su la tavola dove mangiano. Ella non lo ha ringraziato e né meno gli ha fatto capire che le fanno piacere. Egli ne compra un altro fascio, e questa volta proprio per lei. Ora sono tutti e due tranquilli.
Una domenica vanno a Porta San Giovanni. La basilica regge la fila delle sue statue come fossero enormi fiori chiari.
Nella piazza polverosa tre caroselli girano con gli specchi e le lampadine elettriche, con la gente sopra i cavalli e dentro le barchette, con le pitture fantastiche e mitologiche. Anche la loro musica gira. E l'aria è stata scaldata dal sole.
La Via Appia si allunga con il suo selciato che luccica, specie lontano, dove si vede un pino in vece delle osterie e delle case. Parecchi operai in maniche di camicia, lavorano con i picconi attorno a un binario. La campagna è piatta e solitaria, quantunque ci sia tanta gente e tanti carretti con le sonagliere. Ma l'erba è così fitta che la campagna pare debba essere verde anche sotto terra. L'aria vi trema sopra come una fiamma senza colore.
E una nuvola enorme, rotta nel mezzo e infilata ai raggi del sole, non si può più muovere.
Enrica e Vittorino si parlano poco, e sembrano distratti. Ma non si lasciano. Passando, guardano le osterie. Egli, allora, pensa che non è più possibile vivere a quel modo. Tocca la moglie con una mano sul braccio; e le dice:
«E' vero: e io sono stanca. Questa aria di primavera fiacca i nervi.»
«Vuoi che stasera mangiamo insieme a una di queste trattorie? Noi abbiamo da parlare di molte cose.»
Enrica si allontana quasi due passi da lui, e china la testa. E non vede il dispiacere che è nel viso del marito. Ma, dopo un tratto di strada, dice:
«Noi non dobbiamo da parlare di niente».
«Io credo che tu sbagli. Ma, se non vuoi, non insisto.»
Ella sorride: i suoi occhi luccicano sbattendo le ciglia; perché il sole, tramontando, l'abbarbaglia.
Le cime degli eucalipti sono luminose, e i raggi della luce vi si impigliano come fossero chiome più larghe. Anche il selciato specchia. I Colli Albani sono di un turchino asciutto e eguale. Ella riprende:
«Noi dobbiamo parlare della nostra vita passata come se fosse di due persone che abbiamo conosciute molto tempo fa».
«Per me, non sbaglio. Io ti dico come sento.»
E sorride un'altra volta. Anche egli, ora, s'accorge che il suo desiderio è inquieto e non profondo; e non gli basta. Il suo desiderio gli dà soltanto una specie d'irritazione nervosa. Anche nel suo animo non c'è più nulla, ed è inutile costringere la moglie a credere quel che egli vorrebbe. Bisognerebbe, forse, che passassero parecchi anni; ma senza invecchiare. In vece anche lui non ha più nulla da chiedere. E' evidente! Allora, quasi si vergogna d'averla voluta ingannare. Egli ha perso tutto!
«Da quella volta non mi sarebbe più possibile credere».
Sente, attorno a sé, da per tutto, la grande primavera; e andrebbe a toccare anche un selce, che deve essere un poco caldo; un selce che deve essere dolce come l'aria. Ma il suo animo si chiude sempre di più, si rifiuta; è freddo.
Anche la primavera la rasenta come una cosa che non sarà mai sua. E le pare che la giovinezza s'attenui, perda ogni consistenza; come un sogno che si dimentica proprio nel momento che vorremmo ricordarlo tutto e meglio. Il suo cuore ha una trafitta, ch'ella non vorrebbe. E perché Vittorino, dianzi, l'ha chiamata a nome due volte, gli prende una mano e gliela stringe. Ed egli si sente meno solo.
Gli eucalipti si spengono, le campagne di San Giovanni suonano; e il giorno sparisce come quel suono. Essi sono tristi e dispersi; si sentono morire. Ma una donna che allatta il suo bambino si affaccia da un uscio; placida e dolce; e allora sentono il raccapriccio di se stessi.
L'OMBRA DELLA GIOVINEZZA
Orazio Civillini aveva fatto tardi in città, preso dal bisogno d'incontrare qualche amico a cui avesse potuto raccontare la vita che ora faceva tutti i giorni, da tre anni, alla sua fattoria. Passava tra la folla un poco pensoso, distratto; lasciandosi spingere da un senso di sogno indefinibile, che gli piaceva tanto. Attraversando la strada, alzò gli occhi e vide che una ragazza accompagnata dalla mamma lo guardava. Anch'egli la guardò e gli parve di sorriderle. Poi, senza spiegarsi perché, rallentò il passo, tornò a dietro; e la seguì. La ragazza, prima di salire in casa, lo guardò un'altra volta. Egli, prima di decidersi ad andarsene, stette più d'un quarto d'ora fermo dinanzi all'uscio dove ella era entrata; e il giorno dopo vi tornò.
Dopo un poco, egli la vide venire. Era sola, vestita in un altro modo; e lo guardò ancora, come se lo avesse conosciuto. Allora, egli se ne innamorò.
Gli piaceva parlarle, perché ella, anche quando egli stava zitto a posta, capiva tutto quel che aveva pensato; ed egli non sapeva come facesse. Si chiamava Marsilia ed era molto più povera di lui. Ma egli non ci voleva pensare. Era piuttosto magra, alta, con un bel collo; e, qunado sorrideva, pareva convinta di qualche sentimento pacato e dolce che teneva sempre per sé. Era molto buona, quasi umile, sempre sottomessa e continuava a guardarlo come la prima volta. Sembrava contenta perché egli l'amava; e quando si lasciavano ella invece di parlare gli stringeva la mano in un modo ch'egli avrebbe voluto restare per sempre con lei. Era una sensazione che lo legava a lei sempre di più. Poi, ella ritirava in fretta la mano e non voleva quasi mai che egli gliela riprendesse per salutarla un'altra volta. Quand'egli si stupiva di questo, ella rideva e se n'andava come per non essere costretta a fare come avrebbe voluto lui. Poi, si voltava, di lontano, seguitando a ridergli.
Qualche volta, egli stava anche una settimana senza tornare in città; e quando andava a ritrovarla, aveva paura ch'ella lo rimproverasse; ma ella gli diceva, come se avesse voluto suggerirgli la risposta:
«Hai avuto molto da fare?».
Egli stava per dirle la verità; ma, pensando che fosse inutile, le prometteva soltanto di vederla ormai tutti i giorni. Allora ella si metteva a ridere; ed egli le chiedeva:
«Mi avevi aspettato?».
Ella gli rispondeva:
«Ti aspetto sempre».
«Ora, che sono con te, non andrei più via.»
«Basta che tu mi voglia bene. Come ci si sta in campagna?»
«Io starei più volentieri in città.»
«Ed io, invece, verrei volentieri con te in campagna.»
«Non ci sei stata mai?»
«Una volta, andavamo in villeggiatura; ma non lontano.»
«Te ne ricordi sempre?»
«Sempre.»
«Ti divertivi?»
«Mi faceva bene.»
«E io invece avrei bisogno di stare in città. Per cambiare, forse.»
«Sceglieremo dove vuoi tu.»
«Ma non sarà possibile: non posso lasciare la fattoria.»
E s'egli si metteva a raccontarle come viveva insieme con il fratello, ella stava attenta come per capire bene e per far piacere a lui; ma da sé non gli chiedeva mai niente e né meno voleva sapere quand'egli l'avrebbe sposata. Pareva che non gliene importasse, rimettendosi del tutto alla volontà di lui.
Ma, una domenica, Orazio trovò il fratello ad aspettarlo un cento metri dalla fattoria. Il fratello era fuori di sé e gli gridò:
«Io non so, perché tu lasci in abbandono i nostri affari! Se non ci fossi io, a quest'ora saremmo due mendicanti. Hai capito che anche tu devi metter la testa a posto? Sei un vigliacco, verso di me».
«Che ti prende così all'improvviso?».
«Mi prende la ragione che io ho di farla finita in qualunque modo ti piaccia.»
Orazio seguitò a camminare ed entrò in casa. Ed allora ci fu tra loro una di quelle liti che nascono da una parola ad un'altra, e sembrano senza nessuna causa. Ma Orazio voleva ancora sentire nell'animo la dolcezza di amare; e dopo aver bestemmiato a voce alta, si chiuse in un'altra stanza.
«Hai avuto molto da fare?».
Egli sentiva come un vento impetuoso contro la sua anima. Perché invece di tenere testa al fratello, era quasi scappato per sentire meglio, in silenzio, la sua ira quasi allegra?
Riescì subito di camera, come se avesse commesso una viltà, che poteva essere intesa male, e andò dove lo aveva lasciato. Si sentiva non soltanto forte, ma anche capace di picchiarlo come avrebbe dovuto fare subito. Si fermò a qualche passo da lui; e, prima che si voltasse, gli disse:
«Perché tu pensi che io non ti conosca abbastanza? Nostro padre non ha mai fatto niente, quand'era il tempo, perché non crescessimo l'uno contro l'altro per una diffidenza che ormai è più forte di noi».
Poi tacque, domandandosi se non aveva parlato troppo; ma gli accadeva sempre così, e anche i suoi affari non andavano bene perché era fatto a quel modo: una specie di sognatore, che si lasciava esaltare dai suoi sentimenti, quand'era eccitato. Egli avrebbe voluto non amare il fratello, e non gli riesciva.
Ma il fratello era calmo, e gli rispose:
«Perché sei tornato così in fretta? Se tu credi ch'io voglia consigliarti male, perché allora mi costringi ad ascoltarti? Vuoi comprare il podere del Roggio; e tu compralo. Ma, prima, bisogna fare la divisione del nostro patrimonio. Io lascio a te tutta la responsabilità».
Egli abbassò la testa e disse con dolore:
«Non capisco perché tu voglia dividerti da me!».
L'altro, smise di picchiare con le dita i vetri e di sbirciare giù nel campo, dietro gli olivi, dove erano i contadini a lavorare. Era più alto di lui, ma ricciolo e biondo lo stesso; con la pelle del viso e delle mani sempre rossa.
C'era nella sua voce un risentimento senza velature, quasi sicuro; e nello stesso tempo si capiva ch'egli forse aveva pensato a molte altre cose, che soltanto in seguito avrebbe detto.
«La verità piace a me quanto a te.»
«Tu vuoi sposare quella signorina povera, che ha almeno sei anni più di te.»
Egli non ebbe il coraggio di ammettere che aveva desiderato di sposarla, e mentì con la speranza di sentirsi sicuro anche dentro di sé.
«Chi te lo ha inventato?»
«Tu fai, dunque, per divertirtici e basta? Non credo. Tu le vuoi bene. Tu conservi anche le sue lettere. Se tu non facessi sul serio, le avresti buttate via subito o me le avresti fatte leggere per riderne con me.»
«E tu, ora, pretendi, perché mi sei fratello, di ridere con me di tutte le ragazze che amo?»
Ma, siccome non poteva mentite troppo, disse:
«E se io la volessi sposare, debbo chiedere il permesso a te?».
«Ce ne sono cento meglio di lei e più ricche di lei, che sarebbero disposte a farsi sposare o da me o da te. Ricordati che nostro padre non avrebbe voluto una povera in casa. E, forse, né meno nostra madre. Ma tu, ai nostri genitori, non ci pensi. Tu vuoi fare l'imbecille. Perché vuoi sposare quella disgraziata? Lasciala stare, e mettiti con qualcuna che tu non debba rivestire, per farle la dote.»
Egli aveva voglia di piangere, tanto si sentiva offeso, e invece rideva. E disse:
«In quanto alla ragazza, anch'io credo che tra qualche settimana la lascerò anche se tu non me lo dici. Ma non capisco la tua diffidenza con me! E' vero che anch'io... Ma io scherzo; io sono certo di volerti bene. E ti avrei parlato con un altro tono. Tu mi costringi... Stai a cuccia!».
E dette una cinghiata alla cagna, che tremando, e chiudendo gli occhi senza guaire, si rincantucciò sotto il tavolino.
«E ora perché picchi la cagna?»
Egli sorrise, ma impacciato; e con il desiderio di leticare. Perciò chiese:
Anche l'altro sorrise, ma ironicamente; con quel sorriso che faceva stizzire il fratello e gli faceva perdere la testa. E riprese:
«Ti domando se hai letto quelle lettere».
«Ti pare che io legga le lettere di una donna? Io? Non mi conosci, forse?»
«Ma tra donna e donna ci può essere differenza. Lei non è mica come la nostra serva che invece di essere gelosi, siamo contenti che sia tanto mia quanto tua!Perché non vuoi ammettere che quella signorina non possa capire...»
L'altro era, ormai, di buon'umore; e non si sentiva più di portare al fratello né meno un poco di rispetto. E gli disse:
«Ma tu credi di parlare con me o con il nostro stalliere? Lascia andare coteste sciocchezze! Falla finita! Non te n'accorgi che ti fai più ridicolo di quel che non sei stato? La vorresti portare in campagna, a cogliere i fiori? Già, tu sei stato troppo tempo in collegio; e non sei più della nostra razza. Ma sai quante volte è meglio la nostra serva? Cento volte. Te lo garantisco io. Capirei di più che tu volessi sposare lei. Almeno, si sa chi è. E il podere del Roggio perché lo vuoi comprare? Non capisci che è tutta terra troppo magra per il grano e per i fiori?
«Ma tu non sai per quanto sono disposti a venderlo!»
«Per quanto?»
L'altro si discostò subito dal davanzale e gli dette la mano:
«Se è vero, compriamolo pure».
Il fratello gliela strinse volentieri e disse:
«Dunque, vedi che io non sono tanto stupido?».
«Quando sei intelligente e cerchi d'imitare me, no»
Essi uscirono insieme; ma giù a pianterreno l'altro entrò in cucina dov'era la serva; e disse al fratello:
«Bada tu che stendano bene le mele e le pere su la paglia!».
Orazio escì fuori volentieri, perché ora era restato solo. Egli non poteva parlare a lungo con il fratello, anche perché era difficile che non dovesse cedere a quel che voleva lui.
Fuori, anche, respirava meglio: in casa l'aria della stanza rinchiusa gli aumentava il malessere. Benché alla fine di settembre, era ancora caldo come fosse estate; e, verso il tramonto, i nuvoloni bianchi e colore del fuoco si schiacciavano l'uno addosso all'altro giù nell'orizzonte; dietro le cime dei cipressi quasi neri. Ma egli si chiedeva se il fratello non avesse ragione a ridere di lui e di quella signorina con i guanti rotti e le sottane rivoltate. Gli piaceva perché era delicata e vestiva, benché male, meglio di lui. Egli si sentiva attratto a lei appunto perché non era una ragazza di campagna, somigliante a qualche figliola di fattore o alla nipote di un curato. Gli piaceva appunto perché aveva il collo esile e i capelli così soffici che avrebbe dovuto far piano a metterci una mano dentro. Che importava se era povera? Era, lo stesso, una signorina istruita; e chi sa come avrebbe fatto piacere anche ai contadini con quella sua aria sempre educata e graziosa! Dinanzi a lei, in casa non avrebbe bestemmiato più nessuno; e, alla fine, avrebbe mangiato con una tovaglia di lino; come quando era andato a qualche trattoria. Ella avrebbe tenuto in casa (che male c'era?) i vasi pieni di fiori; e invece di andare giù nel campo si sarebbe messa a ricamare. Avrebbe fatto per sé e per lui un bel laccio, a fiori, per la salvietta, e anche il fratello sarebbe stato contento, quando l'avesse conosciuta. Temeva, però, che il fratello non avrebbe avuto voglia di apprezzarla e non avrebbe acconsentito a mandare via quella serva. In vece, era tempo che tutti e due vivessero in un altro modo! Però non poteva fare a meno di ridere, pensando alle parole di Livio. Anch'egli trovava un poco ridicola quella ragazza che capitava nella fattoria, e chi sa che effetto ella ne avrebbe provato! Pensando ch'ella sarebbe stata in grado di disprezzare certe grossolanità sue e del fratello, gli veniva voglia di farle sapere ch'egli non ci si sarebbe prestato e non sarebbe stato zitto. Perché, in fondo, era lei che doveva cambiarsi; e non lui! E, andando dentro lo stanzone dove tre contadini stavano in ginocchio a stendere le mele e le pere, capiva ch'era inutile, e forse sciocco, portare in campagna una ragazza a quel modo. Ma poteva egli lasciarla? Come avrebbe potuto fare a non scriverle più o a non farsi né meno vedere? Egli capiva che quella parte non era da lui; e, allora, quel senso di debolezza ch'ella gli inspirava, gli metteva il desiderio di mettersi dalla parte di lei, difendendola magari, contro il fratello. Ma c'era il caso ch'ella si fosse perfino vergognata, per esempio, a entrare come faceva lui in quello stanzone; ed egli stesso, del resto, si era vergognato a parlarle delle faccende di campagna. Con lei si era mostrato sempre come il fratello, forse, non se l'immaginava né meno; perché il fratello certe cose, ch'egli poteva confidare a lei, non le avrebbe né meno ascoltate. C'era in lui come un rimpianto della vita in collegio e dei suoi insegnanti; e, benché ora fosse libero e ricco, gli pareva di sacrificare una parte di se stesso. Egli non aveva più dimenticato quel suo compagno di scuola, un nobile, che si faceva fare i compiti da lui; regalandogli i pezzi di cioccolata e le caramelle; che, dopo, egli da sé non aveva né meno più pensato a comprare. Egli sentiva che anche molti altri erano più fini di lui; e pareva che potessero vivere in un modo ch'egli non capiva né meno!
«Signor Orazio, quando le venderà queste frutta?».
No: egli non doveva vergognarsi d'andare a vendere le frutta e né meno i porci e i bovi. Magari avessero potuto fare altrettanto i suoi compagni di collegio, ch'erano poveri! Egli, allora, fu contento di sentire che le tasche dei suoi calzoni erano larghe, da entrarci anche il portafogli; e fu contento anche di guardarsi le punte delle scarpe di cuoio grosso, ma forte e solido. E rispose, vincendo il turbamento che lo infastidiva:
«Bisogna aspettare che capiti un'occasione buona».
Un altro contadino gli chiese:
«Le darebbe per duemila lire?».
Egli rispose:
E pensò al fratello, che certamente era sempre in cucina con la serva. Allora, si promise di piantare in asso la signorina e di non pensarci né meno più.
Ma, il giorno dopo, ricominciò ad annoiarsi. Era male, ma che colpa ci aveva lui? Il fratello, escendo di camera, andò a trovarlo con il colletto in mano; e gli disse:
«Mi s'è rotto il bottone della camicia! Meglio! Con queste giornate afose così, il colletto è un impiccio. Ma tu, vedo, ti vesti per andare in città. A quest'ora? Non sai che bisogna stare in cantina a vedere come pigiano i tini? Quegli sbuccioni hanno paura di farsi male ai piedi. Ma c'entrerò da me. Già il mosto mette forza!».
«Non vuoi che io vada in città?».
«Fa' quel che vuoi, se credi!»
«Stamani mi aspettava quella signorina.»
«Sono in un bell'impiccio! Se riescissi a convincerla che farebbe meglio a voler bene a un altro!».
«Ma tu dici così per far piacere a me?»
«Voglio andare d'accordo con te; a tutti i costi.»
«A me non importa.»
«Vedi come sei fatto? A me dispiace quando tra noi facciamo discorsi come quelli di ieri sera.»
«E tu non li fare!»
«Mi ritolgo i calzoni che mi son messo, e mi metto quelli eguali ai tuoi.»
Il fratello accese mezzo sigaro, e gli disse:
«Sei contento che le parli io per te?».
«Che le dici?»
«Tu non lo devi sapere. Non te ne deve importare niente. Sei contento che le parli io? Hai paura che me n'innamori?»
«Bisognerebbe che tu le parlassi non come fai con me, ma...»
«Ma... Finisci di parlare. Credi tu che io sia meno di lei? O hai paura che ti faccia fare cattiva figura? Badiamo se hai il coraggio di dire quel che pensi.»
«Basta che tu non dica che ti ci ho mandato io.»
Orazio gliela dette. Allora Livio gli disse:
«Consegnami tutte le sue lettere».
«Le vuoi tenere, per tapparci i fiaschi del vino?»
«Tu non le parlerai più. Quando si è fatto un proposito...»
«Ma io non ho fatto nessun proposito!»
«L'ho fatto io per te.»
Orazio aprì il cassetto del suo tavolino, e prese in mano le lettere. Livio avvicinandosi con il viso, disse:
«Che calligrafia ha! Dammele».
E gliele tolse. Se le mise in tasca, ed escì fischiettando.
Poi si fece attaccare il cavallo, e andò in città. Orazio stette a vederlo dalla finestra e non gli disse più niente. Aveva paura che gli venisse da piangere; e chiamò la serva perché stesse a discorrere con lui; per distrarsi. Ma tuttavia, gli pareva di commettere una cosa troppo cattiva, quasi abbominevole; e gli pareva che dopo qualche giorno avrebbe saputo che Marsilia si sarebbe ammalata dal dispiacere. Perché averla ingannata a quel modo? Ella sola aveva dimostrato di saperlo capire; e anche se lo sposava perché era più ricco di lei, non ci vedeva nulla di male. Livio era cattivo e prepotente. Ma provava quasi piacere a subire quella cattiveria, che quasi lo affascinava. In fondo, s'egli da sé non era capace di spiccicarsi quella ragazza, si divertiva a sapere che per lui c'era suo fratello.
Andò nel tinaio, a veder pigiare i tini; e fu così allegro da mettersi a scherzare. Era una di quelle giornate quando sembra che la luce riesca ad essere quel che sono i campi e tutte le cose; anche il nostro viso e le nostre mani; con una dolcezza profonda e tiepida. Quando tutti i campi e tutte le cose hanno un silenzio, di cui ci si ricorda per lungo tempo.
Livio era impaziente di parlare alla fidanzata di Orazio. Egli provava piacere a sferzare il cavallo perché corresse anche su per le salite; e la sua ira contro di lei cresceva come la schiuma e il sudore del cavallo. Voltò dritto alla stalla, buttò le redini da una parte; e, saltando giù dal legno, gridò allo stalliere:
«Staccalo, dagli la biada. Tra mezz'ora rivado via».
Andando a piedi fin dove ella stava, parlava da sé quasi a voce alta dicendo: «Guarda questo cretino dove mi fa venire a perdere tempo! Ancora, non m'è riescito né meno a fumare! O dove sta questa stupida? In che casa! E che uscio! Se era chiuso, le facevo vedere che con una spallata lo avrei tirato giù da me, senza ch'ella venisse ad aprirmi!». La casa dove stava la signorina Marsilia Brunacci era proprio sul rigonfio sporgente d'una salita a voltata; piccola e bassa, come una zeppa tra due altre case. Nell'atrio lercio, quasi buio, con i mattoni scalzati, tutti uno più alto e uno più basso, non più in piano, c'era l'odore che viene da quei pozzi antichi che una volta facevano dentro i cortili; chiudendoli sopra con una grata di ferro; odore di muffa umida e di erba putrida: Livio, cercando a tentoni, con la punta del piede, il primo scalino, disse forte perché magari lo sentisse qualcuno:
«Par d'entrare in una chiavica».
Gli scalini erano viscidi, quasi attaccaticci; ed egli, per non inciampare, messe le mani, con le braccia aperte, da tutte e due le parti su per i due muri della scala, sentì che la calcina veniva via a pezzi. Ritrasse le mani e se le mise in tasca. Al primo pianerottolo, dove c'era un poco di luce che veniva da una lanterna, che egli non riescì a capire dove fosse, vide un usciolo da cui pareva escisse, da sotto la fessura della soglia, un colaticcio grigio e scuro. Tastando con una mano trovò prima una ragnatela che gliela bagnò e poi una corda annodata. Egli tirò e udì, stando attento, che suonava un campanelluccio chi sa in fondo a quante stanze; forse in giardino. Mentre aspettava che rispondessero, gli venne voglia di scrivere sul muro, con la punta del coltello, qualche parolaccia; ma, come quando dentro le chiese si sentiva prendere da un senso religioso, così lì al buio cominciava a sentire una sofferenza che pareva quella stessa dei muri e dell'usciolo. Egli sentiva che lì dentro non era più libero e a suo agio come fuori e alla fattoria; e quasi ebbe paura di tutte quelle cose da cui era stato sempre lontano; e ora le presentiva a due passi, e più forti di lui. E, pensando al fratello, che certo era stato lì più d'una volta, se ne maravigliò; come se a un tratto un occhio che dentro di lui non si era ancora aperto, ora fosse addirittura abbacinato. Egli voleva andarsene prima che venissero ad aprirgli; ma pareva che fosse tenuto fermo da un passo strascicante, di ciabatte, che non finiva mai di arrivare dietro l'usciolo. Doveva esserci un corridoio molto lungo, forse! Egli non sapeva che fare e come contenersi. Teneva la testa bassa, ascoltando quel passo; e la rialzò di scatto, ma troppo tardi, accorgendosi ch'era stato richiuso un foro nel mezzo dell'uscio dal quale dovevano aver guardato. Egli, allora, stizzito, fece l'atto di spingere l'usciolo con il gomito; ma in quel mentre fu aperto ed egli vide, di contro alla luce di una finestra proprio in fondo a un corridoio stretto e lungo, una signora piuttosto vecchia, vestita di rosso. Aveva gli occhiali, e il suo viso pareva disossato. Era pallida, con un'aria stanca e di malata da tanti anni. Ella guardò a lungo, come se avesse voluto fare con tutto il suo comodo; e i suoi occhi chiari, di quel grigio che fa pensare alle pietre dei fiumi, sembravano attaccati, come fossero la stessa cosa, al vetro degli occhiali. Mentre stava per domandare a Livio chi fosse, cominciò a starnutire; e, allora, egli, ripreso dalla sua impazienza, le disse gridando perché sentisse anche starnutendo:
«Io sono il fratello del signor Orazio Civillini».
La donna, tappandosi con la sinistra la bocca, gli tese la destra; ma egli fece un passo innanzi e si discostò quasi dietro l'uscio. Allora ella, a pena poté parlare, gli disse:
«Si accomodi».
Nella sua voce c'era già quel tono di chi si sente ferito, un poco cupo, di cosa che fa sentire sempre uno strappo, come un bicchiere quando è stato spaccato; ma nello stesso tempo, un tono di chi è avvezzo a starsene nella sua tristezza senza osare mai niente. Egli sentì in quella voce un rimprovero che lo fece avvedere di quella sua fatuità troppo orgogliosa. Ma fu contento di capire che non avrebbe trovato un contrasto abbastanza forte. Lungo le pareti del corridoio, il cui scialbo era sparso di rigonfiature, tutte polverose dalla parte di sopra, e la polvere, contro luce, si vedeva bene, c'erano attaccati chissà quali quadri a colori, tutti macchiati di giallo e di rossiccio dall'umidità e dal vecchiume; con le cornici dorate: qualcuna osava per fino luccicare un poco. Egli vi si soffermò con gli occhi; quasi per simpatia. Intanto la signora aveva richiuso l'uscio; e in una stanza di fondo si capiva che c'erano due ragazze che si parlavano in fretta e sottovoce, già inquiete di non sapere ancora chi avesse suonato il campanello. Egli tenne gli occhi da quella parte aspettando che si facesse avanti la fidanzata. Quasi s'era dimenticato della signora che certo era la madre. Ma egli, voltandosi a lei, e cercando di capire se ascoltavano, le disse:
«Vorrei parlare alla signorina Marsilia. Ma da solo.».
La signora non rispose: chinò la testa come avesse atteso prima qualche spiegazione. Egli, allora, guardandola, arrossì; ma si sentiva lo stesso la voglia di non far caso di niente e di comportarsi a modo suo, senza lasciarsi impacciare; tutto contento di sentirsi pieno di vita e capace di stare un giorno intero in mezzo al campo senza stancarsi mai.
"Ora faccio vedere a costoro che io son capace, per fare più presto, a saltare giù dalla finestra."
Ma che voleva da lui quella vecchia che pareva una pelle di coniglio rovesciata e seccata al sole? Lo faceva ridere! Che si fosse provata a piangere o a dirgli qualche parola come dicono i poveri quando vogliono levare di rispetto! Se non era una rimbambita, doveva capire ch'egli era buono e che ad essere entrato in casa sua non gli aveva fatto tanto piacere. Ma, rapidamente, pensò che la calligrafia di quelle lettere che aveva in tasca aveva un non so che di somigliante a quella casa e a quel che c'era dentro. Non potevano essere state scritte altro che in quelle stanze, sopra un tavolino da donna, con una zeppa di carta sotto una delle gambe perché non traballasse. Egli, facendosi sempre più animo e mostrando di avere molta fretta, chiese:
«Non c'è in casa la signorina Marsilia?».
Allora, la signora, che si chiamava Pierina, vincendo la vergogna che la faceva quasi sempre tremare, gli rispose:
«Non può dirlo prima a me quel che ha da dire a lei?».
La voce somigliava agli occhi e aveva, ora, lo stesso accento di chi racconta per la centesima volta una storia che lo ha raccapricciato; una voce che vuole evitare, e non ci riesce, di avere quella sensazione che una volta fu straziante fino alla crudeltà. Egli cercò di non badare all'effetto che gli faceva quella voce; ma non riescì a sorridere alla signora, perché gli parve più facile dirle quel che aveva in mente. Allora, le rispose, come un uomo che bada soltanto a calcolare per il meglio delle cose e crede lecito che non ci si debba curare dei nostri sentimenti che ne derivano, anche se impongono uno sforzo di volontà per sopportarli:
«Volevo parlare alla signorina, perché Orazio non verrà più qui da lei. E' necessario che la convinca io; giacché sono venuto in casa sua. Altrimenti, sarebbe inutile che io fossi venuto».
«E perché è venuto?».
La signora Pierina abbassò un'altra volta la testa quanto da tempo non l'abbassava più. Sembrava che una delle forcelle dei capelli gliel'avessero ficcata nel cervello. Ella si prese le mani insieme; passandosi le unghie sopra i dorsi; dove la pelle sottile faceva distinguere la carne livida dai tendini bianchi e pieghevoli. Poi, si fermò con le unghie quasi per ficcarsele in quelle mani che lei sola sapeva come erano fatte. Egli la guardava, stando ritto anche lui; con una mano a mezza tasca, stringendo il pacco delle lettere che aveva fretta di consegnare; perché non fosse più possibile tornare a dietro. Certamente, là dentro la stanza avevano sentito quel ch'egli aveva detto; ed egli ascoltava con una curiosità che gli richiedeva uno sforzo insolito. Com'era la fidanzata di suo fratello? Gli sarebbe dispiaciuto non vederla bene, perché la conosceva soltanto di sfuggita e non ci aveva fatto mai caso. Perché non veniva nel corridoio? Chi c'era con lei? Forse, anzi senza forse, la sorella minore. Egli, allora, cominciò a dire:
«Non è venuto da sé Orazio, perché...».
Ma la signora Pierina, invece di badare a lui, non riesciva più a tenersi lì ferma; e lasciava capire che voleva andare dov'erano tutte e due le figliole. Egli aspettava quel momento, per svignarsela; e pareva che ce la volesse spingere con gli occhi. Ma ella gli disse:
«Venga con me».
Egli rispose:
«Ora, non è più necessario che io parli anche alla signorina. Ho già detto una volta quel che dovevo dire».
«E' vero: non è più necessario. Ma venga lo stesso. Parlerà con mio marito, con Luigi. Deve tornare tra un minuto o due.»
Egli, allora, credette che fosse giunto il momento di restituire le lettere: le tirò di tasca e disse:
«Queste sono della signorina».
La signora cominciava a non essere più eguale a prima: il suo pallore si animava, luccicava come una madreperla. Ella non stava mai ferma; e pareva che le sue braccia e le sue gambe si potessero muovere in tutti i sensi; con un'angoscia involontaria. Ella aveva un tremito che faceva sentire quando le si staccavano e si riattacavano le labbra e la lingua insieme, con una saliva come la gomma. Anche i suoi capelli arruffati pareva che si potessero muovere da sé, allentandosi e sciogliendosi. Poi, ella chiese:
«Marsilia, che fai?».
Le rispose l'altra figlia, Anita:
«Vieni di qua, se tu puoi venire».
Ella sembrava folle e rispose:
«Subito».
Ma non si mosse da dove era, e faceva di tutto per non guardare il giovane; che ora cercava di prepararsi a qualunque cosa fosse per accadere. Allora Anita si fece su la soglia e chiamò la madre un'altra volta. Il giovane si aspettava ch'ella lo avrebbe guardato; e invece parve ch'ella non avesse nessuna ragione per guardarlo. La signora disse:
«Venga anche lei».
Ma Anita disse, con una dolcezza pacata e stranamente gradevole:
Poi la giovinetta chiuse l'uscio. Egli, restando lì solo, non poté fare a meno di sporgere il capo dalla finestra; per respirare meglio. Sotto la casa c'era un giardino di pochi metri quadrati. Ed egli si pentì di non essere alla sua fattoria; là in mezzo alle colline che da lì si vedevano limpide e cerule. Una vite a tralcio passava da una buca tra i mattoni di un muro; e, sorretta con il filo di ferro, arrivava con la punta fino alle finestre del secondo piano. Ma l'uva non maturava mai; e restava tra verde e vaia. Egli scosse forte il filo di ferro; perché, per fare un dispetto, avrebbe strappato tutta la vite. Ma che gente era quella? E, poi, non aveva ragione lui di dare dell'imbecille al suo fratello? Egli voleva sapere quel che facevano tutte e tre le donne là chiuse. Piangere, non si sentiva. Egli guardò dal buco della chiave; ma non vide nulla. Gli faceva rabbia anche un gatto che dal muricciolo del giardino non smetteva di guardarlo; con quegli occhi come l'agro di limone; con uno spacco nel mezzo che si allargava e si stringeva. Gli avrebbe tirato una pietra! Egli non sapeva spiegarsi perché l'avessero lasciato lì solo; ma pensava che se era riescito a far piangere tutte e tre le donne si era comportato da uomo che non capisce le debolezze e gongolava; sicuro, ormai, che con lui non ce l'avrebbero potuta.
Marsilia s'era sentita male; con un attacco di nervi, che l'aveva rovesciata sopra il letto. Ella era gracile e s'ammalava tutte le volte che s'era strapazzata magari per spazzare la casa. La mamma e la sorella l'avevano accomodata sul letto; con due guanciali sotto la testa. Ella, ora, piangeva; le lacrime escivano dai suoi occhi che avevano già inzuppato tre fazzoletti, che la madre aveva preso dal cassettone perché fossero puliti. Ella aveva fatto un grido solo come se avesse tentato di dire qualche parola e non vi fosse riescita: il grido di una donna che si sente assalire in un modo inaudito e non si può difendere. Ora, piangendo, pareva che non avesse niente da dire; con gli occhi un poco raggrinzati come se non avessero potuto chiudersi o aprirsi più. La sorella pareva che fosse avvezza ad assisterla, quasi rassegnata e calma; tenendosi con i denti il labbro di sotto.
Ella e la madre si guardavano negli occhi; l'una a destra del letto e l'altra a sinistra. Esse, tutte e tre, erano infatti avvezze ad assistersi ed a soffrire anche di ciò che fa piacere agli altri. E non pensavano a incolpare nessuno.
Marsilia non si rendeva conto perché quella mattina le dovesse capitare di sentirsi male, per avere creduto che un giovine si fosse innamorato di lei. Ora egli non la voleva più? Ella non se la pigliava contro di lui. Forse, egli aveva ragione a lasciarla! Ella aveva fatto male a dargli retta! La colpa era sua e non di lui. Doveva prima consigliarsi con se stessa e con Dio. Ma, rinunciarvi, ora, il sacrificio era troppo grosso; e piangere non le bastava. Ella capiva che avrebbe seguitato a soffrire, per mesi e mesi; forse, per sempre: senza saperne la ragione e senza ch'ella avesse fatto mai nulla per richiamarlo a se stessa. Ora si pentiva di aver creduto subito a quel bisogno istintivo di amare e di essere amata! Ma ella poteva amare Orazio? Non sentiva da se stessa ch'ella era nata perché non l'amasse nessuno? Ormai aveva quasi venticinque anni. S'era sempre innamorata lei, e gli altri no. Era questa la terza volta. Ma le lacrime che le bruciavano gli occhi, raffittivano tutte a un tratto; e ci voleva un altro fazzoletto, che pigliava un odore un poco amaro e acro. Ella trovò il modo di sorridere, forse perché era quasi fuori di sé, e disse alla mamma:
«Pensate a mandare via il fratello. Che ci fa di là? Non gli dite niente di me. Sto troppo male. Il Signore mi punisce».
La signora Pierina disse ad Anita:
«Va' tu. Io sono vestita troppo male. E, quando egli mi guarda, vorrei entrare sotto terra».
«Perché devo andare io? Per me è un sacrificio, perché io non c'entro e chi sa che mi dirà. Ma io non gli lascerò dire niente».
Si ravversò, alla lesta, senza guardarsi allo specchio, i capelli; ed escì dalla stanza. Era più bionda di Marsilia, e aveva gli occhi celesti. Il suo viso era roseo e grazioso. Aveva i fianchi esili e le sottane ancora corte. Richiuse l'uscio; e senza avvicinarsi a Livio, restò lì un poco in disparte, imbronciata; mandando al posto i capelli di su la nuca ch'era vuota. Il giovane la salutò e sorrise. Ma ella lo guardò negli occhi, sempre seria; facendogli capire quanto gli era antipatico. Egli le chiese:
«Perché non è venuta sua sorella invece di lei?».
Ella gli rispose:
«Ha ancora da dirci qualche altra cosa?».
Quella giovinetta lo intimidiva; e, per vendicarsi di essere andato in quella casa, avrebbe voluto farla innamorare per lasciarla come il fratello aveva lasciata la sorella. Egli sentiva che l'antipatia, invece, cresceva sempre di più; e ch'egli doveva andarsene. Ma in quel mentre fu aperto l'uscio, da fuori, ed entrò il signor Luigi. Egli lo salutò, inchinandosi un poco. Il signor Luigi non capì subito chi fosse; si tolse il cappello e guardò la figlia, perché gli dicesse qualche cosa. Era magro, con il viso schiacciato dalle parti; con la testa lunga. Era stato proprietario di un negozio di mercerie; ma aveva dovuto chiudere, dopo aver fallito. Ora, per vivere, faceva il commesso al negozio di un ebreo ricchissimo.
«Questo signore è il fratello del signor Orazio».
Il signor Luigi si rinfrancò e lo salutò un'altra volta con più disinvoltura. Ma la figlia, accorgendosi ch'egli non aveva ancora capito, seguitò:
«Vieni prima di là, dalla mamma».
Egli allora cercò di passare senza che Livio dovesse scansarsi, dicendogli:
Il giovane aveva voglia di ridere; e guardò, ridendo, la giovinetta, che andò vicino alla finestra guardandolo con la coda degli occhi. Il padre era proprio ridicolo! Egli lo avrebbe messo a far da spauracchio agli uccelli! E si prometteva che, se avesse alzato la voce, gli avrebbe detto qualche parola da convincerlo che non era il caso. Il signor Luigi tornò quasi subito. Cercava di essere dignitoso e tranquillo. Ma era pallido e in preda a un gran dispiacere. Disse:
«Giacché le cose sono andate così, come non credevo, io non ho niente da aggiungere a quel che le ha detto mia moglie! Se né lei né il signor Orazio vogliono tornare in casa mia, io le chiedo scusa ch'ella s'è degnato di venire da sé a dirmelo. La ringrazio di avere riportato le lettere, senza che mia figlia le dovesse richiedere».
Il giovine si stupiva di quei complimenti. Ma il signor Luigi esprimeva il dispiacere e la delusione a quel modo; e desiderava di restare solo con la famiglia, perché egli si vergognava d'avere le scarpe vecchie e il vestito sparso di patacche a forza di portarlo. Si rimandava in dentro i polsini della camicia, con i gemelli d'oro falso, che invece volevano stare di fuori; e lì in quel corridoio troppo stretto non ci stava volentieri. Livio gli disse:
«Non è stato possibile fare altrimenti. Ma, ormai, ci siamo intesi; ed è bene che non nascano più equivoci».
«Io me ne vado subito, perché alla fattoria c'è molto da fare.»
«Ah, mi dispiacerebbe trattenerla qui più di quanto vuole starci lei!»
Anita aprì l'usciolo, ed egli escì. Scese le scale più lesto di come le aveva salite; andò alla stalla, fece riattaccare il cavallo e tornò, senza fermarsi, alla fattoria. Era contento d'essersela sbrigata a quel modo; ed ora si trattava soltanto di assicurarsi che il fratello non si fosse pentito.
Il signor Luigi cercò di non far vedere come era restato male; e cominciò a parlare subito d'altre cose, raccontando com'era riescito ad avere, senza pagare, un palco al teatro per la rappresentazione della sera dopo. Egli si raccomandava che Marsilia e Anita si vestissero bene; ma, ogni tanto, taceva vedendo che Marsilia seguitava a piangere e le altre due non potevano dargli retta. Egli era nato disgraziato; e così doveva essere!
Livio trovò il fratello nel tinaio. Gli mise una mano su una spalla e gli disse, benché si sentisse una tristezza che non sapeva spiegare:
«Rallegrati con me: la tua fidanzata ha pianto, ma non m'ha detto nulla».
«Ha pianto?»
«Volevi che ridesse?».
«Ma se ha pianto, vuol dire che mi voleva bene! E io mi sono comportato come non dovevo! Se tu fossi stato contento, credi ch'ella sarebbe stata una ragazza come mi ci voleva.»
Ma il fratello non sopportava di essere rimproverato, e gli disse:
«Le brutte parti tocca sempre a me farle! Quando imparerai a farle da te?».
Orazio, per parecchi anni, non poté mai dimenticare quella che doveva essere la sua moglie. Quando si sentiva triste, si ricordava subito di lei; e molte volte piangeva. Perché, dunque, non l'aveva sposata?
UNA SBORNIA
Ora che ho già quarant'anni, m'è venuto voglia di pigliar moglie. E' vero che al matrimonio ci ho pensato parecchie volte, ma non credevo mai di decidermi sul serio. Sono impiegato alle ferrovie, e capostazione da molto tempo. Cominciai la mia carriera in un piccolo paese delle Marche, poi fui mandato in Toscana, poi vicino a Bologna; ed ora sto a Firenze.
Stasera scriverò a quella che fu la mia padrona di casa qui in Toscana, e le domanderò se è disposta a sposarmi. Glielo dico dopo sei anni che sono qua; e mai glielo avevo fatto capire. Già, io stesso non ci pensavo né meno!
E' una vedova, pensionata dalla Ferrovia; e credo che io non le sia simpatico. Lei non è bella: è corpulenta, ha i denti troppo radi e guasti, ha il naso che pare gonfio. Ma la sua casa era pulitissima; ed è stata con me molto gentile. Dalla sua finestra di cucina si poteva vedere la mia, perché ambedue rispondevano in un cortile tutto incalcinato e stretto. Qualche gatto c'era sempre a miagolare, guardando su. Le altre finestre, tutte piccole, avevano davanti una tavola con una fila di testi fioriti, quasi tutti gerani. Noi ci attaccavamo i panni da asciugare. La signora Costanza, così si chiama quella che vorrei sposare, lavava molto; e assai volte ho perso tempo stando alla finestra a veder dondolare le sue calze e le sue camicie; le calze tutte rosse e le camicie di tela greve, con una trinuccia a punta intorno al collo. Quando ella s'affacciava dalla cucina e mi vedeva, arrossiva.
Ma, ora, forse, capisco perché non ho mai pensato a parlarle d'amore. M'è successo così altre volte: mi sono innamorato dopo parecchio tempo, quando non ero più vicino. Ma, questa volta, ci penso da vero; e mi maraviglio d'essere stato zitto. Quando tornavo a casa, la trovavo, se non era già buio, a leggere: ella leggeva sempre lo stesso libro da anni e anni: i Tre Moschettieri. Alcune pagine erano gialle d'unto; ma il libro era stato fasciato con un giornale. Quando mi vedeva, lo posava, e accarezzava il gatto sonnecchiante su le sue ginocchia.
«Non poco.»
«Grazie: i fiammiferi ce li ho.»
Mi frucavo in tasca, cavavo un fiammifero di legno e lo sdrusciavo in terra perché il muro era stato ripulito quando ci tornai io. In camera, trovavo la lucernina. Ah, pensavo sempre alla luce elettrica della stazione! Mi cambiavo la giubba, mi lavavo le mani; e andavo in salotto a mangiare. La signora Costanza, puntuale, aveva già apparecchiato; anzi qualche volta m'aspettava a sedere. Il gatto s'era già accovacciato tra le nostre due sedie. E si cominciava. Quando mangiavo alla trattoria per far più presto, pensavo sempre a quel salotto; e la signora Costanza si sentiva così sola che se non fossero state le ciarle sarebbe venuta a vedermi alla stazione prima che finisse il mio orario.
Ma mai c'eravamo detto niente: non credevo né meno di esserle amico. Credo che, almeno in principio, ella provasse una certa diffidenza di me e anche disinganno. Io la vedevo molte volte triste, e mi pareva che invecchiasse; ma non pensavo a farle continuar quel tentativo di sorriso melanconico più della miseria e della malattia. Nel mezzo del salotto c'era un tavolino ovale con un ricamo quadrato, di lana, a frange, verde e rosso; e sopra questo una campana di vetro, con un passerotto imbalsamato; le due tendine erano divenute quasi gialle. Per tornare un passo a dietro , bisogna dica che la signora Costanza s'affezionava specialmente alle bestie; e aveva ancora un piccione così agevole e buono che tutte le mattine saltava sul suo letto beccandole la bocca; un piccione che non la lasciava mai per tutta la casa. Ella lo alzava e lo accarezzava: esso tremava tra le sue mani, e guardava non si sa se lei o la stanza con gli occhi dolcissimi. Aveva anche un gallettino a cui non volevano spuntar le penne; il quale dormiva tra le gambe del gatto; e pigolava sempre quando andavamo a mangiare.
Talvolta, fumavo tutto il mio mezzo sigaro senza alzarmi da sedere, leggendo il giornale. La signora Costanza mi domandava, sparecchiando:
«E' vero che una ragazza è stata uccisa con quindici coltellate? E' vero che ricomincia la guerra?».
Ma se il piccione le saltava su le spalle, allora si metteva a parlar con lui. Io ne provavo un effetto curioso, ma indefinibile: ed ero così abituato a queste cose che quando non avvenivano avevo sempre brutti presentimenti, quantunque non sia superstizioso.
E' una cosa ridicola: sono andato a ritrovare le lettere e le cartoline illustrate che ho ricevuto da lei. Le sue lettere me la ricordano in un modo perfetto, senza leggerle. Di ciascuna ricordo confusamente quel che c'è scritto, ed ora mi suscitano un sentimento che rassomiglia al benessere. Sì: ecco lei, il suo bicchiere di vetro verde, a calice, il fiasco del vino, le bucce di mela; e quel suo masticar lento che ella propose a me come un esempio, perché digerivo male.
Ma ora sono certo ch'ella mi ha amato sempre! Ma è evidente! Perché non mi ha mandato mai via? Perché mi disse che non avrebbe preso a retta nessun altro? Ma, no, d'altra parte mi sembra impossibile; non può esser vero. Che ne penseranno al suo paese? Ci saranno sempre i colleghi che lasciai? Ma, no, ormai è troppo tardi; sarebbe inutile che io le scrivessi.
Eppure i cinque anni passati con lei sono indimenticabili; e andrò qualche volta a rivederla. E se fosse morta, e se fosse malata? Quanta polvere, allora, su la campana di vetro, con quel passerotto mezzo sfondato dall'impagliatura, con le zampette sopra uno stecco a forcella, col piedistallo rotondo e nero! E il piccione morirebbe di fame? E il gatto scenderebbe nel cortile? Anche prima, quel salotto mi dava una sensazione di tristezza che durava lungo tempo: aveva qualche cosa di funebre e anche di sinistro, e dalle tende la luce diveniva dolorosa. Io aprivo subito le finestre perché entrasse l'aria; ma il salotto, rimaneva, nondimeno, sempre lo stesso. Non ci sono mai stato senza inquietudine, pur sentendo nelle altre stanze la signora Costanza. Ma qualche volta ne provavo un buon senso di pace; mi veniva voglia di addormentarmici.
Eppure, quando pagavo la mia mesata, andavamo in quel salotto; ed a pagare così puntualmente ci ho sempre provato un orgoglio che è forte come un piacere. Dopo, fischiettavo ed ero allegro.
Ma perché la signora Costanza vi andava a piangere qualche volta? Oh, le pagine dei Tre Moschettieri inumidite dalle lacrime! Sembrava che si commovesse anche il viso di d'Artagnan: faceva proprio quell'illusione. Ed io che non le ho mai chiesto perché fosse così piena di dolore! Mi contentavo della spiegazione che tutti me ne avevano data, a gara: non s'era più consolata del suo povero marito.
Quelle lacrime invece mi facevano pensare che anch'io invecchiavo a fretta e che presto sarei morto. Allora provavo su per le braccia lo stesso effetto che fanno le scintille dell'apparecchio telegrafico, quando è temporale. Non c'era che il mio berretto rosso, quantunque untuoso, con tre righe d'oro, i miei attestati di buon servizio: oh, tutte queste cose non si dimenticavano di me! Aprivo il cassettone e guardavo questi fogli, poi prendevo le fotografie del mio fratello e della mia sorella: allora mi pareva ch'essi vivessero tanto, con una intensità che mi faceva invidia, quasi odio; e che a me non fosse stato mai possibile: io non ero che un sopraddipiù accanto a loro. Ma li amavo, li amavo, fino a sentir il mio cuore battere più forte. E mi veniva da piangere. Ma pensando, che, di là, la signora Costanza aveva fatto lo stesso per un morto, pensavo che io non dovessi piangere per non portarmi qualche sventura. Io stesso pensavo di essere la disgrazia della signora Costanza. Ma a sorridere non mi riesciva; e restavo con uno sconforto indeterminato e confuso; e, allora, mi veniva voglia di tornare subito in servizio. Pigliavo il cappello e uscivo. Il paese, Poggibonsi, la sera era molto rumoroso; i caffè si empivano. Il fiumiciattolo che passava sotto il ponte presso la stazione scrosciava tra i sassi. Le ragazze a braccetto mi sfioravano con i gomiti; i ragazzi m'urtavano. Qualcuno, da una bottega, mi chiamava a bere. Io rispondevo sorridendo; e, secondo il caso, togliendomi il cappello e provando un piccolo brivido quando era qualche signore. A metà della strada, vedevo la finestra di cucina dove certo era la signora Costanza; e, allora, tornavo a dietro. Ma pensando a lei, qualche volta burlandomene; perché il suo viso magro e angoloso diventava goffo e si gonfiava. Oh, no, per tornare in servizio sarei stato troppo stanco; mi girava la testa! E come avrei potuto fare se c'era il mio compagno di turno? Avevo lasciato tutto bene all'ordine, non era avvenuto niente; e l'ispettore mi aveva dato la mano, sentendomi ebbro sotto gli sguardi dei miei subalterni, ch'io guardavo accigliato, nervosamente, quasi che la pelle intorno agli occhi si fosse contratta da sé.
Allora, passeggiavo per quelle strade più solitarie, dove si sentivano conversare soltanto le donne o strillar qualche ragazzo in fasce. Un organetto a mantice sonava sempre dentro un’osteria, il cui lumicino rosso aspettava gli avventori. Passando dinanzi, si sentivano le bestemmie mescolarsi, quasi fondendosi, con quel suono allegro e stridulo che pareva la risata di un becero. Uscivo un poco fuori dal paese, incontrando i contadini che tornavano con i bovi. Qualche donna a una finestra, qualche uomo silenzioso a fumar su l'uscio di casa. I campi, molto più alti della strada costruita tra due muri laterali, si coprivano d'ombre; i cani abbaiavano, i rumori della gente si attenuavano. Tornavo in dietro. Salivo in casa mia e speravo che la signora Costanza fosse andata a letto; ma invece era là, accanto a quel salotto, a leggere il Libro dei sogni; mentre i Tre Moschettieri erano chiusi nel mezzo della tavola, con un ferro da calza messo dentro per segnale delle pagine lette.
Io passavo oltre, fingendo che non l'avessi voluta disturbare; ella alzava la testa come per invitarmi a sedere, ma non osava. Io ci provavo un piacere crudele a vederle far quell'atto; e allora, anche se prima avessi avuto voglia di conversare, non mi sarei fermato; più soddisfatto di comportarmi e di trattarla così. Prima di addormentarmi, immaginavo che mi desse noia leggendo; e sì che non bisbigliava né meno! Ma non importa: era un pretesto perché io soffocassi ogni sentimento di amicizia; la quale ormai era innegabile. Tra me e lei era nato qualche cosa, quantunque fosse sempre quella del primo giorno.
Qualche volta mi veniva voglia di schernirla perché teneva tutte quelle bestie in casa; e supponevo che anche a me volesse bene come a loro. Allora, la guardavo con collera.
«Che ha stamani, signor Vincenzo?.»
Io capivo di sbagliare, ero più contento e le sorridevo.
Ma, infine, insomma, perché m'è venuta la decisione di sposarla? E che penserà di me? Ora tutto ch'io le dicevo crederà che fosse il principio del mio amore; e ciò mi dispiace. Scommetto che si ricorda benissimo di me, e che crede ch'io voglia burlare. Come faccio a farglielo credere subito? No, non posso incaricare nessuno; e, allora, andrò da me. E' meglio che scrivere: scommetto che l'impiegato postale aprirebbe la lettera. Una lettera alla signora Costanza! Ma noi saremo felici; ne son certo. Dio mio, perché non ci ho pensato prima? E il piccione, che ormai sarà vecchio? E il gatto? Tutto qui, in questa casa; in casa mia. Se avremo qualche figlio, ci vorremo bene anche di più. Oh, quanto l'amerò! Tutto l'amore che non ho mai avuto. Come sarò commosso quando le dirò: «Signora Costanza, vuole essere la mia sposa?». E lei mi risponderà... come mi risponderà? Non me lo so immaginare. Ma saremo tanto contenti tutti e due! Sì, sarò commosso dicendole: «Io non potevo star senza tornare in questa casa!». E lei si metterà a piangere; ci scommetto, si metterà a piangere. La farò piangere io.
Costanza era morta; ma i suoi parenti hanno lasciato intatto quel salotto. Il piccione era zoppo: l'ho visto.
Prima di risalire in treno, i miei compagni mi hanno portato a bevere; e poi che io mi vergognavo di dir perché ero tornato, anzi avevo dato ad intendere ch'ero tornato soltanto per riveder loro, m'hanno fatto prendere, per festeggiarmi, una sbornia immensa, una sbornia che è diventata proverbiale. Non so come ho fatto: è la prima, e il vino m'andava giù a litri.
Altre novelle
IL CIUCHINO
Nell'ombra della stalla, su la paglia calda, giaceva ai piedi della madre il ciuchino nato la stessa mattina.
«Va' in là, testona!» gridò il contadino vecchio che portava una cesta di paglia e di fieno.
Ma la ciuca non lasciava che alcuno s'avvicinasse al figlio. Proteggendolo con la pancia ancor sanguinosa si metteva attraverso la stalla e strozzandosi con la cavezza gli poneva i piedi addosso per essere dalla parte onde l'uomo entrava.
La ciuca impaurita tremava e le sue pupille splendevano quasi rosse.
«Bisogna legarla più a corto» disse un altro contadino, fermandosi sulla soglia.
«Ma se si vuol buttar giù?» rispose il vecchio.
E s'appoggiò alla porta, incrociando le braccia. Il suo viso, fatto di rughe, aveva due occhi azzurri come due pietre trasparenti. E un sorriso quasi dolce glielo empiva di simpatia.
Il vecchio posò la cesta, e s'avvicinò alla bestia, camminando rasente alla mangiatoia su la paglia rimasta libera nell'angolo.
«Bada, se mi chiappi! Se mi chiappi!» E la sua voce era calda.
«Pigliate un palo, per tenerla distante.»
«Dammelo tu. Che ci fai costì ritto?»
Andrea cercò tra le vanghe e le zappe ammucchiate dietro l'uscio.
«Piglialo fuori tra le legna!» esclamò il vecchio, accennando verso l'aia, dove il sole dell'estate occidua illuminava un campo sbiadito.
«Là, là...» Andrea cercò tra un mucchio di ceppi, e tornò con un palo lunghissimo. Lo puntò alla pancia della bestia e la rimandò un poco verso il suo posto. Il vecchio andò alla cavezza, con le braccia allungate.
«Non di me, ma se dà un calcio al suo figliolo?»
Ed evitò con i piedi il ciuchino che ancora non si reggeva su.
La ciuca respirava fortemente. La carne delle gambe posteriori era come diminuita e la pancia trenfiava un poco.
«Via, buona. Ti lego più a corto» diceva il vecchio, esprimendo con il viso la sua voglia.
Andrea, senza farle male, la spingeva con la punta del palo.
«Basta» disse il vecchio. «Ora l'ho.» Sciolse con l'unghie il nodo, e tirò a fretta la fune per il buco della mangiatoia. La ciuca accostò il muso ad essa, stando ferma. Poi si volse al figlio, ed i suoi occhi ebbero un senso vivo di pietà e di affetto. Il vecchio addolcì la voce:
Andrea aveva posato il palo e aveva preso la cesta.
«No: prima guardiamo se gli vuol dare il latte» disse l'altro contadino.
Presero il piccolo ciuco e tentarono di alzarlo. Esso aveva le gambe lunghissime e coperte di pelo alto. Pareva avesse voglia di poppare. Si mosse verso le gambe della mamma, e, inciampando su la paglia che cedeva,