Federigo Tozzi
Novale

Parte prima

7 gennaio 1903.

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7 gennaio 1903.

Ella ha perfettamente indovinato il mio carattere: io sono d’un temperamento nervosissimo, eccitabile fino all’eccesso; capace di piangere (io che sono ateo) dentro una chiesa, di tremare al suono d’una musica, d’avere illusioni e allucinazioni. La mia calligrafia, s’ella ha qualche cognizione grafologica, le confermerà quanto le ho detto.

Di qui – come Ella ha bene osservato –– quell’iperbolico fascino femmineo che sorse in un momento in cui una sofferenza fisica lungamente prolungata metteva il mio organismo in uno stato anormale.

Del resto, anche ora, la donna, per me, nuota dentro un infinito d’idealità da cui malamente posso togliere il mio spirito. E pure dalla donna non ho avuto che amarezze.

lo amo teneramente la mia Mimì, ella pure mi ama. Ma la sua bocca spesso è bugiarda... Non so perché.

Il bisogno d’amare è innato in me; bisogno strano, amaro, infelice. Una donna non mi farà mai contento. Siccome io l’amo secondo i suoi meriti e sento l’amoroso dovere di ricompensarla in più, quanto più ella accresce il suo affetto tanto più io accresco il mio, già superiore, e quindi avrò sempre quel senso di dispiacere che proviamo quando si crede di non essere amati bastantemente. Questo è il mio supplizio di Tantalo...

È inutile che cerchi guarire i miei nervi con bagni di letture filosofiche, non sarò mai capace ché la mia volontà in ciò è fiacca.

Vede Ella che dubitava della mia sincerità, io le apro lealmente il mio cuore e le ho proposto anche di discutere su questo male che è comune a noi uomini e che affligge me con più forza.

A un certo punto della sua letteradopo il consiglio d’invecchiarec'è questa domanda: «Il suo dialogo con l’impiegato postale, me lo ha dato per saggio delle sue qualità drammatiche?».

Questa è stata una freccia scoccata con molta maestria, ma non a proposito, poiché non feci che trascrivere quello che realmente mi accadde la prima volta che usai del nome di Bernardo...

Ella, lo so, sarebbe curiosa di conoscere fino a qual grado può spingersi la mia abilità, ma io le giuro che terrò sempre velato il mio sapere e nascosti quei pochi (o molti) criteri d’arte che posseggo. Per carità, non mi giudichi dalle lettere che io le mando! Se comincio ad analizzare tutti i periodi è difficile che non trovi in ognuno almeno una dissonanza di rettorica. Questo non lo faccio per irriverenza a Lei, ma le dico che quando scrivo una lettera non mi curo punto né poco di quello che la punta metallica va segnando su la carta: è un’altra abitudine che io della nuova bohème non mi curo di perdere.

Rilegge Ella le lettere che mi manda? Io no. Se sapesse nella mia vita piena di avventure curiose quante viole potrei cogliere per profumare la mia prosa! Ora non lo faccio, ma lo farò in seguito, quando i miei criteri in proposito saranno più definiti. Veda, io sono socialista ma il mio socialismo non è conforme a quello dei miei compagni... Così in tutte le cose per una originalità della quale alcune volte mi dolgo, perché agli occhi degli uomini che mi giudicano non posso mostrare chiaramente quello che valgo. Insomma, a diciannove anni che si può fare?

Io non so, o Annalena, quanti ne abbia Ella; certo dev’essere più vecchia di me. Vero?

Quando mi risponde, mi parli un po’ del bisogno d’amare che sente lei, perché io non voglio fare la parte di un libro aperto: voglio leggere anch’io. Non è giusta?

..... ora non mi faccio indirizzare le lettere a casa da alcuno, non avendo domicilio fisso; ma vagolando ora in questo albergo, poi in quella casa, ora a Siena, ora in un altra città.

Ricevette due cartoline da Firenze?


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