Federigo Tozzi
Novale

Parte seconda

12 settembre 1907.

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12 settembre 1907.

(A3) Se io potessi guardare i tuoi occhi, sentirei tutto il mio essere pieno di febbre. Allora mi si definisce come un paesaggio da raggiungere; mi sento roso da tutti i miei istinti d’ambizione. Ma ciò non è tutto. Ciò è il mio io che si agita. Tu ora anche capisci come io ho voluto associarti a questa fiamma di forze. Tu ora sai come le migliori tue energie sono la fonte al mio affetto. Capisci che da te, quanto da me, dipende il mio cammino intellettuale. Ma anche tu hai sofferto per conto tuo. E non sempre hai capito di quali fuochi la mia anima fosse bruciata. Adesso noi siamo ricongiunti, e una parola tua m’ha svelato come tutto il tuo essere dipende dal mio.

Che cosa sono quelle nuvole bruciate su la vetta dei monti? Onde sono venute? Vorrei che il mio spirito fosse il mondo, per comprendere tutte queste cose. Io ho sognato di amare le foglie di una siepe! Fuggivo per i campi a guardare un granturcheto perché esso m’escludeva gli uomini. Che cosa volevo? Io pensavo di scoprire qualche pezzo del mistero che copre tutta la natura. Io avrei dato tutto me stesso per parlare ad un albero. Io guardavo la luna tra gli ulivi, bassa come una fiamma rossa, e pensavo che essa volesse parlare al mio io. Perché era ed io pensavo ad essa? Allora gli uomini mi apparivano come greggi da guidare. La mia voce li avrebbe condotti. Non era possibile che un uomo mi amasse. Io non ero più un uomo. Io partecipavo dell’aria e delle nubi. Il mio spirito era simile alla rugiada sparsa su tutti i campi. Ricordavo che gli uomini avessero un corpo? La carne mi appariva come una cosa sconcia da lasciare. Io odiavo ed amavo questa carne. Ma nessuno doveva possedere la mia. Io era divenuto un Dio. Chi poteva amare me? Io conservavo del tuo amore la sola energia. Chi me l’aveva prodotta era scomparsa in questo miscuglio umano, a cui io non appartenevo più. Io ero conservato da questa sola energia che talvolta strappava alla mia anima parole. Ma non dovevo amare, non potevo amare colei, perché più non esisteva realmente. Ella era sacrificata alla mia volontà segnata da Dio. Anche tu, dunque saresti stata infranta. Perché talvolta mi sembrava di pigiare con l’anima tutta la folla umana, come con le mani. Io percepivo degli uomini una realtà simile a quella di una pittura... (A4).

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

Stasera mi sono ricordato meglio di tutte queste sensazioni e le ho scritte. Da esse tu comprendi come il mio io sia stato sempre governato da te. E comprendi quale significato ha per me questo te.

Quando ti rividi a Siena, fu come uno spiraglio della realtà che io avevo lasciato, o che aveva lasciato me. Mi sono sempre accostato di più ad essa. E tu mi ridonerai alla nostra vita.

Gli uomini, in generale, m’erano divenuti come simboli d’idee. Io, in un bambino non so quali pensieri componevo. Gli uomini m’erano divisi dalla mia anima. Non ho mai voluto amare nessuna altra donna. Debbo ringraziare gli amici di avere respinto il mio io nel suo proprio confine, acciocché vivesse di sé e non straripasse a fruttificare altrui.

Il mio io era come un albero che avesse disteso i rami lungo una strada. Adesso non è più un albero: è come un giuocattolo nelle mani della tua anima. Con te io ritrovo tutte queste sensazioni...

Non ho mai domandato a me stesso, prima di stasera, se tu avessi potuto pensare queste cose che aveva prodotte il mio spirito. Non ho mai domandato se nel tuo dolore avessi imaginato che io vivevo solo dell’energia datami da te. Un’energia simile ad una ossessione. Perché io passavo da casa tua? Quale ricordo mi ci spingeva? Perché, sfuggendo tutti, io ti ricordavo? T’avevo dentro di me incancellabilmente? Io aspettavo di rivederti. E quando ti rividi tutto il mio essere fu scosso. Emma! Emma! Non avevo più provato un sentimento umano. E come spiegarti perché, dopo, io non ti scrivessi che t’amavo così? Con una malvagità di cui era pieno il mio spirito. Malvagità verso di te, perché io negavo alcuno interesse agli uomini. Essi erano quasi fantasmi che potevo avvicinare e allontanare....

Sorridi mesta? È la pazzia di cui altra volta t’ho parlato. Allontanandomi da te, per colpa di ambedue, io non sentii più nessuno intorno. Io mi sentii obbligato ad odiare, fino al negamento dell’esistenza altrui. Tu avevi tratto fuori da me qualche cosa, io ti ricordavo come un’aurora tiepida. Ma perché non era venuto il meriggio? Perché io avevo guardato soltanto tra le nuvole dell’alba. Non era il tuo essere che doveva sospingermi ancora verso l’alto? Verso un’altezza apparsa al mio spirito, per la quale m’era sembrato di camminare fino allora tra gli sterpi d’una bassura? E per colpa mia io t’avevo perduta. Oppure, per colpa di nessuno. Ma ciò che pensavo allora era sorto ancora da te. Il mio pensiero s’era ingigantito di sottilità. E se talvolta piangevo era per il ricordo di te. Che cosa avevo perso? Che cosa mi mancava? Dove tendevo ora? Ma a nessun luogo. Io non trovai mai, quando ridiscesi alla realtà degli uomini, una persona a cui potessi attribuire qualche cosa di te. Nessuna, nessuna! Solo a lei, dal viso ideale, trasformato dal mio spirito, visto dal mio spirito, l’anima mia si alzava. Io studiavo allora Dante. Ed esso, forse, era la mia realtà. Io amavo le sue parole. Io mi riempivo di esse. Non volevo ascoltare altro. Non volevo nessuna voce reale. Non volevo ascoltare nessuno. In esso il mio spirito s’esaltava. Ma quando io volevo ricordarmi d’alcun contatto, il tuo solo, perché esso è stato il solo, era pronto con un invito. «Ella t’ama... t’aspetta... vuole te... è degna di te... Ma, vedi, vuoi tu farla piangere? Non senti le sue lagrime?... Non ricordi?» E purtroppo io rispondevo: «Nessun ricordo ho io. Io appartengo a questo ignoto. Ch’ella mi scriva come la mia anima aspetta, ed ella sarà amata. Ma ella mi scriverà come una volta. Io proverò le stesse sensazioni. Dunque, io ricadrò nel mondo che ho lasciato...». E mi veniva da piangere. Stavo con la fronte su’ vetri quasi verdi di una finestra, a cui giungeva il lezzo di tante camere che s’aprivano nello stesso luogo. E mi contentavo di un pezzo di cielo azzurro... Passavo molte ore con la testa assopita sotto un raggio di sole, quasi incerto, attraverso i vetri vecchi. E poi riprendevo a leggere. Dante parla con S. Tommaso...

Molti giorni ho passato in queste incertezze. Ricordo che desideravo tanto il canto di una passera, che non ho mai veduta, ma che doveva essere proprio sotto quell’azzurro. Il canto di quell’uccello mi sembrava una musica. E, poi, mi alzavo. In quello stanzino dov’erano ammuchiati tutti i libri era puzzo di rinchiuso. Non aprivo le finestre perché mi vergognavo di farmi vedere su quel tavolino, coperto di cartone, dalla gente che passava ai piani di sopra. E la mattina, in una luce quasi verdognola, si alzava il fumo acido di un cappellaio, mischiato a quello della carta bruciata, la quale serviva a dare fuoco al fornello. Poi riudivo le stesse persone (A5). «Ecco, l’uscio è sospinto da quella. Entra in camera ora. Perché non l’uccido? Perché non esco fuori da questo stanzino per rompere la sua testa

Non hai avuto tu molte volte l’imagine sanguinosa di una persona odiata?

«No: tutto deve andare regolarmente. Io devo stare qui, e lavorarePrendo il mio classico: Ovidio. Sfoglio il vocabolario finché non mi s’annebbiano gli occhi. E mi propongo di non uscire più. Di non esistere più per altrui. Mi passano per il cervello tutte le imaginazioni di questi poeti... «Emma dov’è? E com’è? Ha qualche cosa di quel che provo io ora? Emma t’ha fatto star male. Ella t’ha aperto la via e non t’ha accompagnato. Emma ti lascia sognare senza speranza. Ma se ella non ti ama, più, dove ti rivolgerai? Quale affetto è più possibile in te? Non rivedi il suo viso? Non desideri tu, senza volerlo, i suoi baci? Non vorresti tu che le sue mani ti toccassero? Ma scrivele, dunque. Dille che l’ami. Diglielo. Non senti che cosa quasi nuova le è ciò? Tu non hai provato mai questo pianto... Io non scriverò mai più a nessuno. Il mio io è prigioniero solo di se stesso. Egli guarda dalla sua rude fortezza, cui s’è costruita, tutti gli altri. E li odia tutti. Perché tutti devono odiare lui.»

Una mattina, anche le mie mani m’apparvero cose staccate dal mio io. Potevo non averle. E le guardavo come fossero rosse...

Da questo stato mentale, tu ora capisci come sono rivenuto a te. Capisci come tu mi hai fatto ridoventare.

Ma ricorda sempre che in questa selva io ho radunato tutta l’energia sufficiente. Guardando i tuoi occhi, io sento di avere attuato il mio sogno. Io non sono più di queste cose. Io sono tuo e posso amarti. Sei lieta?

(Sera del 12 settembre).


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