Federigo Tozzi
Il podere

VIII.

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VIII.

 

Il sensale Pietro Carletti, detto Chiocciolino, era andato dall'avvocato Giulio Sforzi.

Questi era molto giovane: bassotto e quasi tozzo, con il viso sempre in congestione. Saltellava e gesticolava anche camminando; e, per andare al tribunale, si teneva nel mezzo della strada; gonfiando le guance. Si credeva d'avere un grande ingegno; perché, al liceo, aveva riempito un quaderno di poesie; e lo raccontava anche ai colleghi, alzandosi sui tacchi; perché gli dessero più importanza.

Accettò sghignazzando la causa propostagli da Chiocciolino, perché si trattava di dare addosso a un borghesuccio; che aveva ereditato un patrimonio senza nessuna ragione. Invidiava anche le piccole fortune, pigliandoci bizze che lo facevano rabbuffare; e, allora, avrebbe voluto che gli articoli del codice doventassero come le sue unghie sporche.

Quando Remigio tornò dal Neretti, un uomo lo fermò alle prime case di Siena; sorridendogli come se fosse una sua vecchia conoscenza; e gli disse:

"Ho avuto incarico di parlarle da un signore molto ricco, ma ricco da vero, che era in buoni rapporti con suo padre."

"E chi è questo signore?"

"Non posso fare il suo nome, per ora. Ma lo saprà quando sarà tempo."

"E che vuole?"

L'uomo, un sensale di vino e di grano, soprannominato Bùbbolo, lo fece stare con le spalle al muro di una casa, andandogli quasi addosso:

"Perché non vende la Casuccia? Che ce ne ricava lei?"

Remigio, a questa proposta, fece l'atto di volerlo ascoltare.

"Dia retta a me, la venda subito. Ora che non ci sono altri compratori la venderebbe bene. Quando saranno in parecchi, gliela butteranno giù di prezzo. E questo signore, invece, è disposto a pagargliela anche qualche mille lire in più."

"Grazie di avermelo detto, ma ancora non sono deciso; anzi, forse, non venderò."

Allora Bùbbolo mutò maniere; e, alzando la voce, mentre gli mandava il suo alito di zozza su per il naso, gli disse:

"Non vuol darmi retta? Crede che io sia un imbroglione?"

Remigio si mosse da quella specie di strettoio tra lui e il muro, e fece un passo per andarsene. Il sensale lo afferrò per la giubba, di dietro; e, fattolo voltare, aggiunse:

"Ai galantuomini non si risponde così. Si vede che lei ha ancora da imparare molte ."

Remigio si sentì tanto umiliato che non ebbe la forza di rispondere; ma, perché quegli non insistesse di più, lo salutò meglio che poté.

Bùbbolo, però, non smise di guardarlo. Rimase dov'era, finché Remigio non disparve giù per la via Ricasoli; poi, si ficcò una cicca in bocca e decise di trovare da vero qualche signore per invogliarlo a comprare la Casuccia.

La mattina, quantunque finisse aprile, faceva piuttosto freddo; la via Ricasoli, taciturna e quasi deserta, era soleggiata, da una parte sola, fino alla piazzetta Piccolomini; e Remigio dovette soffermarsi perché un trasporto funebre attraversava la strada. Tutti erano a vedere, dagli usci delle case e delle botteghe, oltre che dalle finestre; e parecchi curiosi s'erano assiepati lungo le case.

Il droghiere che aveva mandato il conto s'avvicinò a Remigio senza né meno salutarlo:

"Mi dispiace, signor Selmi, perché suo padre da tanti anni si serviva da me; ma è assolutamente necessario che mi paghi."

Il droghiere, come tutti quelli delle altre botteghe, aveva smesso di servire, piantando il banco; e, d'accordo con i clienti, non voleva perdere il trasporto funebre. Le serve, alle finestre, si affacciavano con i cenci da spolverare in mano, un vetturino aveva fermato la carrozza, alzandosi ritto per vedere meglio di tutti.

Remigio rassicurò il droghiere, giurandogli che avrebbe fatto di tutto; e allora quegli, mentre passava la croce, e tutti si toglievano il cappello, doventò fin quasi troppo gentile:

"Spero che anche lei verrà da me! Non mi farà torti! Sa chi è morto? Quel calzolaio che stava vicino alla chiesa del Carmine... non ha capito? Quello che andava sempre vestito di chiaro, aveva due cani..."

Ma, visto che Remigio non capiva, gli disse:

"Ci ho sempre il burro fresco e tutto quel che vuole."

Il giovane, giacché s'era fatto più largo, continuò la strada; aspettandosi di essere fermato da qualche altro. E, passando dinanzi al caffè Greco, il punto centrale della città, affrettò il passo, voltando, per andare in Piazza dell'Indipendenza; dove l'avvocato Neretti aveva lo studio.

In Piazza dell'Indipendenza c'erano soltanto tre carrozze ferme; più ferme del monumento all'Italia; ed egli, salendo le scale dello studio, sentiva piegarsi le gambe.

L'avvocato non c'era; ma lo scritturale, Giangio, gli disse:

"Per quell'operazione al Banco di Roma ci devo pensare io. Questa è la cambiale e questo il borderò."

Remigio si sentiva scosso da un fremito che ancora non aveva mai conosciuto; e lo abbatteva come se durasse una fatica enorme. Con il viso pallido, sorrise:

"Io non so come si fa."

Giangio glielo spiegò, ma Remigio non riescì a capire. Allora gli dettò quel che doveva scrivere, indicandogli dove; poi, vi pigiò sopra il torchietto della carta sugante:

fatto; non se ne preoccupi. Penso io a portare ogni cosa al Banco, perché le cambiali nuove devono essere presentate oggi. E, domani, dopo mezzogiorno, lei può passare da sé a prendere il denaro. Se crede, prima venga qui da me; e ce lo porterò io. Sono tremilasettecento lire, meno quello dello sconto. Ah, l'avvocato, ieri, se ne prese subito cura, e, per mezzo suo, il direttore del Banco ha subito acconsentito! Anche se avesse voluto chiedere tre volte di più, ci sarebbe stato modo. Non c'è pericoli! Quando ha parlato l'avvocato, i denari vengono in mano! È come andare a pigliare il pane!"

Giangio, che aveva da portare certi fogli al tribunale, lo salutò; ripetendogli che era pronto ad accompagnarlo al Banco.

Remigio, a pena in strada, credette che fosse per venirgli una vertigine; e dovette soffermarsi proprio mentre avrebbe voluto passare in mezzo alla gente senza che lo vedesse nessuno. La sua fierezza violenta, ora, era esasperata; ed egli avrebbe voluto, così come si sputa, mettere al posto ogni cosa: i debiti riescivano a strappargli la carne dentro; gliela distruggevano. Tornò subito a casa, come se avesse dovuto fuggire; per rifugiarsi. A tavola, dopo aver mangiato in silenzio, fece ridere Ilda; ma Luigia lo sgridò; e, sparecchiando, gli fece capire che avrebbe avuto voglia di sfogarsi attaccando il discorso su gli interessi della Casuccia.

 

 

 


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