Federigo Tozzi
Il podere

XIV.

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XIV.

 

Una mattina, per non piangere, Remigio escì di casa; e, per due o tre ore, sfaticò facendo di tutto. Accatastò la legna, ripulì certi stanzini dove stavano i soffietti da zolfo, gli stai, i sacchi e gli annaffiatoi; poi andò in cantina, a raschiare la muffa alle botti, a cambiare i sugheri vecchi, a sdiragnare le travi; sciacquò i fiaschi, accomodò l'imbottitoia, buttò fuori dell'uscio le cose inservibili: granatini consumati, tappi rotti, cenci, bottiglie incrinate, stoppacci.

Salì in casa e lo disse alla matrigna; che, senza alzare la testa da dove dava i punti con l'ago, storcendo prima la bocca, rispose tanto per mostrarsi buona:

"Hai fatto bene!"

Però dalla voce si sentiva che pensava altro.

"Allora me lo dica lei quel che avrei dovuto fare!"

Ella arrossì, infilò l'ago e poi ridendo come si meravigliasse, chiese:

"Oh, io te lo devo dire!"

Pensava al marito, e ora invece le cose andavano come Dio voleva.

"Me lo dica lei!"

Arrossì sempre di più; e, alla fine, le vennero gli occhi rossi.

"Ma che le ho detto? Non l'ho mica offesa!"

Allora, si mise a piangere:

"Così non si va! Così non si va! Io a stendere la mano per un boccon di pane non mi ci voglio trovare. Inventa qualche rimedio!"

Egli, allora, disse a Ilda:

"Va' via, tu!"

E poi si avvicinò alla matrigna, per parlare più sottovoce; perché non udisse nessuno:

colpa mia?"

"Non dico questo; ma, sai, per mandare avanti un podere, bisogna intendersene!"

"Mi aiuti lei!"

"Io a tu per tu con i contadini non mi ci metto."

"Allora, mi dica come devo fare io."

"Io sono una donna, e invece tuo padre si faceva rispettare e li teneva a dovere."

Egli fece per andarsene; ma Luigia esclamò:

"Quell'imbroglione del mio avvocato aveva detto che faceva ogni cosa in due settimane al massimo, invece ho paura che sia peggio del Pollastri! Forse, avremmo fatto meglio a tenere lui, e a non cambiare!"

"Ma se lei stessa ha convenuto che ci metteva in mezzo per farci leticare!"

"Sì; questo è vero. Ma mi pare che siamo capitati di male in peggio."

colpa mia anche questa?"

La matrigna lo guardò con gli occhi gonfi e luccicanti di lagrime.

inutile che lei pianga, mi pare."

inutile! È inutile! È proprio vero!"

E piangeva di più.

"Io non so perché pianga così!"

"Lo so io!"

"Me lo dica, allora!"

"Se si potesse dire quel che si dice soltanto con il cuore! E il fieno, almeno, è stato rimesso in capanna asciutto bene?"

Ella sapeva tutto, ma fece per assicurarsi se egli le diceva la verità.

"Qualche poco s'è guastato!"

"Lo vedi che ho ragione io?"

"Ma di che?"

"Le cose non vanno! Madonna benedetta! Qui ci si trova alla rovina in meno di un anno."

Egli, allora, tremò; ma rispose: "Vedrà che non è vero!"

Anche lui si sentiva prendere, come quando s'era destato, da una grande tristezza; ma era troppo giovane per non avere una certa fede; sia pure indefinibile. Non ricordava né meno quant'era che non riesciva più a fare una risata schietta! Tutta la sua vita sembrava chiusa dentro un sacco, da cui non c'era modo di metter fuori la testa.

La giornata era chiara; e pareva che ci fosse, perfino tra i muri della capanna e della casa, una specie di allegrezza sicura; che lo faceva anche più triste. Né meno tra lui e la Casuccia potevano intendersi! Ogni cosa gli stava contro; e quel cielo così azzurro pareva che gli dicesse di andarsene e di rinunciare ai suoi propositi. La matrigna gli chiese:

"Perché non vai nel campo a vedere quel che fanno? Tra poco, ci sarà da segare il grano."

"Ci andrò dopo mangiato: ora, sono stanco."

"Richiama Ilda, perché deve apparecchiare."

Egli escì e la chiamò. Mentre attraversava l'aia, vide Giangio che, asciugandosi il sudore, entrava dal cancello spalancato.

"Signor Remigio!"

Gli andò incontro e dandogli la mano gli chiese:

"Perché è venuto a trovarmi?"

"Domattina, ha detto l'avvocato, bisogna che venga al tribunale perché il giudice vuol fare il suo interrogatorio."

"A che ora?"

"Alle nove: si faccia trovare al portone. Salirà insieme con l'avvocato."

Giangio sorrise e tornò via. Remigio lo disse alla matrigna; che stette zitta, perché non aveva nessuna stima del Neretti: "È ancora un ragazzo" ella diceva "e non ha giudizio né meno per sé".

Anche Dinda, con la quale ella se la diceva come se fossero state amiche, era dello stesso parere. E perciò, quando la sera le portò una grembiulata di fagioli, ne parlarono male.

La mattina dopo, Remigio si fece trovare al portone del tribunale; in Via del Casato. Dopo una mezz'ora giunse il Neretti, con una cartella di cuoio nero sotto il braccio: salì le scale lesto lesto, e non gli disse né meno niente. Remigio, per non restare solo, perché non avrebbe saputo dove entrare, cercava di andargli dietro.

Il gabinetto del giudice, incaricato dal presidente, era piccolo e rettangolare. Alle pareti più lunghe, tutte a scialbo, due vecchie pitture, forse del settecento; lasciate dai tempi del vicariato.

In attesa di esser chiamato, Remigio andò a sedersi in una lunga pancaccia di legno. Un poco più in , c'era Giulia; che impallidì voltando la testa verso la finestra e tentando di sorridere. Teneva i guanti in mano; e parlava fitto fitto, sottovoce, con i suoi testimoni; che non toglievano gli occhi da Remigio come fosse un gran colpevole.

Egli, tutto sconvolto, si sentiva girare la testa. Era la prima volta che entrava in un tribunale e cercava di capire come facevano un altro processo. Pensava anche a quel che voleva rispondere. Ma non era più sicuro d'aver ragione, e sentiva che avrebbe dovuto contenersi in altro modo; e non come quando era con la matrigna o pensava dentro di sé. Un usciere si mise a scrutarlo; con una diffidenza ironica, che lo fece intimidire di vergogna. Gli aumentò la sfiducia; e avrebbe voluto essere in fondo alla Casuccia, a guardare la Tressa; che scorreva placida senza gorgogli, dove c'era l'erba più folta.

Stette così con la testa appoggiata al petto, senz'ascoltare più, quantunque sentisse come un ronzio confuso e continuo che lo bucava come se fosse fatto di spilli. Non gli importò più nulla che i testimoni di Giulia, forse, lo guardassero; e, dentro di sé, cercava di trovare le parole che avrebbe dovuto dire. Allora, un'altra volta, gli parve impossibile che dessero ragione a Giulia invece che a lui. E, come non gli era mai avvenuto quando ci pensava, ora anche lei gli pareva buona e che tutto finisse subito. Gli pareva perfino strano che non si fossero più parlato!

Ma gli veniva in mente quando l'aveva mandata via di casa, quando il padre era ancora sopra il letto, e allora alzò gli occhi per guardarla. Ma ella era voltata sempre da un'altra parte; ed egli le guardò minutamente il cappello e il vestito; aspettando che anch'ella guardasse lui, forse per riconciliarsi e darsi la mano. La ragazza, però, gli teneva a posta le spalle in quel modo. Ed egli, per la prima volta, si sentì disposto a farsi trattare da pari a pari. Però, gli dispiacque; e si sforzò di pensare più attentamente a quel che avrebbe dovuto dire per vincere la causa.

I due testimoni risero; ed egli si sentiva così pieno di vergogna che quella risata gli fece battere il cuore con una violenza scomposta. Non avrebbe voluto né meno ascoltare quel che diceva Giulia! Voleva far capire a tutti che avrebbe voluto trovarsi altrove: questo era il suo solo desiderio.

La ragazza si sforzava di essere calma; ma doventava sempre più pallida. Parlava più in fretta e la sua voce pareva che recidesse. Tuttavia nessuno avrebbe indovinato che avesse qualche rancore. Ma lui solo sapeva quel che volevano dire quel viso e quegli occhi pesti! Ella era ammagrita e le spalle le si erano incurvate; ai polsi le si vedevano gli ossi.

Il testimonio Corradino Crestai, quello soprannominato Ciambella, aveva raccontato che era amico del defunto signor Selmi e che perciò una volta gli aveva confidato come la signorina Giulia Cappuccini dovesse riscuotere da lui ottomila lire. Egli, anzi, sperava di guarire per poterla pagare.

Anche l'altro testimonio, il sensale Pietro Carletti, detto Chiocciolino, disse presso a poco lo stesso; e aggiunse che dal canto suo aveva dovuto fare causa all'erede per riscuotere dugento lire a saldo di due porci venduti al defunto. "Anzi, aggiunse, puntando il dito su i fogli che erano dinanzi al giudice, la mia causa si deve trovare tra questi documenti bollati".

E questa scappata lo fece guardare benevolmente dal giudice.

Chiocciolino era piuttosto alto e quasi distinto; sebbene avesse la pelle del viso e delle mani sempre rossa e coperta di lunghi peli biondi che luccicavano. Aveva già i capelli e i baffi bianchi; e tra quelli del suo mestiere passava da persona istruita. Faceva, infatti, i conti del bestiame a mente; senza ricorrere al prontuario stampato che adopravano gli altri. Portava sempre un bastone di legno sbucciato, bianco, con gli spunzoni; e intagliato a becco d'oca. Parlava strizzando gli occhi.

Quando Remigio fu interrogato, tremava anche con le gambe. Negò che la ragazza dovesse avere il denaro; e disse che quei testimoni non potevano saperne niente. Allora il giudice, lisciandosi i baffi, lo avvertì che non poteva parlare a quel modo dei testimoni senza mostrarne le prove. Era proprio vero, come gli aveva detto il presidente del tribunale, che si trattava di un giovinastro sviato e malevolo.

Remigio andò fuori di sé e faceva ridere, poi s'impappinò; e parve che prima avesse detto una cosa e dopo la volesse cambiare.

S'avvide che nessuno cercava di capire come le cose erano andate; e nessuno sospettava che la Cappuccini pretendesse quello a cui non aveva diritto. Perché non si accorgevano che quei due testimoni mentivano? Perché, pensava il giovane, non badavano alle persone ma alla legalità delle loro parole. La causa non era altro che una astuzia continua e insolvibile, condotta secondo certe regole stabilite dal codice; una astuzia sempre più spostata dalla verità, che egli sentiva soltanto nella sua coscienza e nella sua buona fede.

Il giudice fece notare l'incertezza di Remigio al Neretti; che, vista la sua cattiva figura, trovò modo di rimandare la causa. L'avvocato di Giulia, Renzo Boschini, voleva opporsi e adduceva che ella si trovava in stretta miseria e che già aveva dato prova di avere ragione. Ma, poi, capito che il Neretti desiderava di tirare in lungo le cose, non perché in seguito potesse trovare qualche altro argomento decisivo, disse che accondiscendeva tanto per far vedere com'egli si sentiva sicuro di vincere.

Tutti quei ripicchi non interessavano Remigio, che non aveva detto niente di quel che avrebbe dovuto dire. L'avvocato, vedendolo smarrito e distratto, lo spinse per una spalla; facendolo alzare. Il giovane era sempre più sbalordito e inciampava giù per le scale. Quando fu in strada, dove c'era il sole e si respirava meglio, chiese all'avvocato:

"Come m'andrà?"

"Male!"

"Perché?"

"Ce li hai tu i testimoni a favore tuo?"

"No."

"E, allora, come vuoi fare una causa se non hai i testimoni?"

Gli dette la mano e lo lasciò.

 

 

 


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