Federigo Tozzi
L’amore

Roberto e Natalia

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Roberto e Natalia

 

 

Roberto spalancò la finestra; e una ventata umida gli batté su la faccia, gli entrò sotto le palpebre. Il solito pensiero, rapido più della ventata, gli chiese:

- Sei ben certo di amare Natalia?

Ed egli si mise a scriverle. Scriveva in fretta, perché si immaginava ch'ella leggesse la lettera di mano in mano che gli venivano le parole; e non voleva farla smettere. Alla fine della seconda pagina egli non scrisse più; e stette ad ascoltare, dentro di sé, quel che gli diceva l'amica. Stava come se ascoltasse da vero, pigiando l'unghia del pollice sopra la carta; attento e immobile in tutto il resto della persona. Poi, disse a voce alta:

- Se volete, noi ci vedremo stasera; e ci parleremo.

Ella gli rispose:

- Perché?

- Voglio portarvi un mazzo di rose.

Egli sentì il peso del mazzo e poi gli parve che Natalia glielo togliesse di mano: erano proprio le dita di lei. Allora il suo cuore fu più largo. Ritornò in sé, lesse quel che aveva scritto; e poi riprese la penna. Sentiva una dolcezza così forte che aveva paura gli venisse male. Chiuse la lettera e la portò da sé alla pensione dove stava Natalia. Come tutti gli innamorati, egli aveva paura che venisse voglia a qualcuno di aprire la busta; ed era difficile convincerlo che non avrebbero né meno tentato. Ripensava a quattro giorni innanzi, quando ella era stata alla sua villa; su la collina del Gianicolo. Le parlava tenendo dentro l'acqua d'una vecchia vasca rotonda la cima del bastone; e Natalia, con la punta di un guanto, che s'era sfilato per dargli la mano, toccava lieve lieve le piante di capelvenere. Roberto le disse:

- Perché vuoi andartene?

- Per non avere rimorsi.

Egli impallidì; e le sue guancie si contrassero, mentre i muscoli si sollevavano lungo la linea piatta della mandibola. Ma Natalia gli spiegò:

- Sono troppo più anziana di te. Tu stesso, dianzi, hai detto di avermi visto un capello bianco.

Egli alzò gli occhi alle sue trecce nere; e sorrise; come per dirle che non era vero. Ma non seppe trovare né meno una parola adatta. Non s'arrischiava né meno a guardarla, tenendo gli occhi alla cima del dentro l'acqua. Ma, piegatosi un poco verso il viso di lei, vide i suoi occhi arrossati bagnarsi di lacrime. E il viso colorirsi come quello di una febbricitante. Tutte le volte che la vedeva a quel modo, era incapace di consolarla; ed era costretto quasi a scostarsi da lei. Anche quella volta Natalia se n'avvide e lo seguì, anzi, senza rimproverarlo. Quand'egli finalmente trovò quel che dirle, gli occhi di lei erano tornati asciutti; e il volto era soffuso di un pallore sereno e fermo. E, forse, non ce n'era più bisogno.

Egli ora ricordava ciò; e, dopo aver lasciata la lettera, si sentiva meno colpevole; con la sicurezza che Natalia sarebbe andata a trovarlo un'altra volta.

Anche gli alberi della villa pareva che l'attendessero come lui; con le loro fronde fitte, che chiudevano tutto. Anche la fontana era ; come una colpevole che avrebbe saputo comportarsi meglio; con il capelvenere alto, che tremolava sotto lo spruzzo dello zampillo debole; perché intasato dal tartaro giallo e rosso.

Egli pensò: «Perché non debbo riescire ad amarla come ne ho il desiderio?». E il bel volto di Natalia gli apparve nel ricordo come una risposta. Gli parve di vederla in uno dei loro momenti più buoni e più tranquilli; quando negli occhi di lei c'era tutta la dolcezza dell'aria serena; e dalla sua bocca non escivano che parole soavi.

Ma quand'ella andò da vero, Roberto non era più lo stesso. Ad attenderla troppo, era doventato esigente ed inquieto; ed ella si mise a rimproverarlo. Egli le chiese:

- Perché, dunque, sei venuta?

Subito il viso di lei mostrò un dolore quasi disgustoso. Allora Roberto la trasse a sé; per baciarla subito, su gli orecchi e su la bocca, perché non si allargasse di più quel senso di allontanamento ch'era già tra loro. Ma, per la prima volta, sentì che anche a baciarla era inutile. Anzi, peggio; perché gli parve di fare una cosa stupida e senza senso. Così egli avrebbe potuto mettere le labbra su qualunque oggetto della stanza dove erano. Ella era soltanto la cosa vivente, che respirava come lui, in mezzo alle altre cose inanimate. Ma la differenza era poca. Forse, se si fosse avvicinato al mazzo di rose fresche su la scrivania, si sarebbe scosso di più; avrebbe avuto di più la sensazione di fare una cosa piacevole. Perché doveva amarla? Non c'era nessun motivo. La pettinatura dei capelli gli parve un artificio quasi antipatico; la pelle di lei una cosa meno bella di tante altre. Anzi, non doveva né meno permetterle di farla avvicinare con le mani! L'illusione di tutti gli esseri gli apparve in un modo irreparabile e maligno. Egli non doveva amare né lei né un'altra; ma doveva soltanto capire in che consistesse il senso indefinibile di una bellezza più vasta che si schiariva sempre di più nella sua intelligenza. Egli viveva piuttosto in balia della sua intelligenza e ad essa soltanto doveva credere. Tutta la cura di Natalia per essere più bella, lo irritò: le unghie lucidate, la catena d'oro a un polso, un nastro che doveva essere nuovo, il cappello scelto forse per piacergli di più. Tutta quella roba, che si poteva comprare! Egli pensò ironicamente: «Forse, se si spogliasse!» Ma, guardandola attentamente, continuò: «Né meno allora, perché forse si lascerebbe le calze o le vedrei qualche pettine tra i capelli! E perché io l'amo adesso se qualche anno fa io non la conoscevo né meno? Quand'era bambina, la sua esistenza non aveva niente a che fare con me. Che mi piaccia, non basta perché io l'ami. Io non amo né meno me stesso; ma soltanto le cose che io penso, quando non si riferiscono a quelle presenti; quando non so né meno che cosa siano e non saprei nominarle».

Natalia, accorgendosi ch'egli le era ostile, si alzò subito e andò allo specchio; come faceva tutte le volte ch'era per andarsene. Egli continuò a pensare: «Che si specchi pure. Non mi riguarda. Quando mi vedo io, dov'ella ora si guarda, sono anche più triste».

Ma le vide gli occhi rossi di lacrime come, tre giorni innanzi, alla fontana; e disse a se stesso: «È venuta a piangere! Ora la devo abbracciare; perché smetta».

Si alzò anch'egli, e l'abbracciò. E, istantaneamente, come per un miracolo, la baciò con tutto il suo sentimento sopra il collo un poco scoperto; tra i capelli e il bavero della veste. Allora, di nuovo, fu deluso: «Se le baciassi la veste, sarebbe lo stesso!».

Ma Natalia lo aveva preso con le sue mani larghe, che talvolta gli facevano quasi paura; e allora gli parve che , accanto a lei, ci fosse un senso di vastità che non trovava né meno restando solo e dritto, per mezze ore, a guardare con gli occhi immobili l'orizzonte dal balcone della sua villa. C'era , accanto a lei, l'appagamento di tutti quei suoi desideri; che sembravano nascere dall'istinto della morte. E disse a se stesso: «Ha ragione lei: io la devo amare».

No: i suoi anni non dovevano restare in una solitudine isolata e arcigna! Non doveva essere sempre intelligente. Doveva fare come tutti gli altri. Dipendeva soltanto da lui, perché Natalia lo amava e non gli chiedeva niente di più. Roberto, ormai, sapeva quel che doveva dirle per avere da lei una risposta piuttosto che un'altra; cioè quella risposta che gli avrebbe fatto piacere ed era conforme al suo stato d'animo. Poteva fare così con tutti. Nessuno era capace a distrarlo o a capirlo, se egli non avesse voluto. Toccava sempre a lui ad avere l'iniziativa di attuare i suoi desideri. Dagli altri egli poteva trarre quel che voleva e bastava. Non c'era mai caso che si stancasse a fare così; perché gli era possibile, per natura, di vedere e di pensare più di tutti gli altri. Specie in certe giornate, i suoi pensieri erano come evidenti e visibili; e lo appagavano. Natalia non era che l'essere scelto tra tutti gli altri; l'essere che gli era capitato; e non di più. L'essere a cui si confidava. Ma, forse, avrebbe potuto confidarsi non a lei soltanto; e, allora, non c'era nessuna ragione che le fosse fedele perché ella lo amava. Infatti, non poteva essere amato anche da altre donne? Egli non viveva soltanto per la realtà del presente; ma c'era anche un'altra realtà eguale a quella: il mondo non era limitato da un giorno qualsiasi e né meno dai suoi gusti personali. Tanto meno dalle circostanze. La realtà era eterna, sempre identica; ed egli la preferiva. Quando gli pareva che Natalia appartenesse a quella specie di eternità, poteva amarla; altrimenti, no. Egli non voleva. Sarebbe stato uno sbaglio. Se tutti e due non fossero mai morti e avessero continuato a vivere come un'eccezione, allora si sarebbe sentito attratto verso di lei. Perciò, essendo giunto a queste riflessioni, le disse:

- Come sei bella!

Natalia ebbe su la bocca un segno rapido di angoscia; e lo guardò.

Ed egli proseguì:

- Perché ti lascio andare via, se ti amo così? Non andartene mai più. Come farò senza di te? Resta con me. Non te n'andare. Ho tanto bisogno di stringermi a te.

E le mise la faccia tra il collo e il petto. Natalia piegò un poco la testa, per tenerlo più chiuso dove s'era messo. Roberto sentiva il caldo della sua pelle, ma quel caldo era meno forte del brivido diaccio che non smetteva mai. Perciò si strinse di più a lei, ed ella piegò di più la testa. Allora, gli parve che un poco della vita di Natalia gli si comunicasse; e non pianse. Ma avrebbe voluto dirle: «Io voglio che tu sia libera. Non voglio che tu sacrifichi a me la tua giovinezza. Lasciami soffrire da solo. Perché io so soltanto soffrire». Ma ella voltò in su la faccia e lo baciò sopra la bocca; e poi gli disse:

- Tu sei come un ragazzo. Non mi lasciare. Come sono fredde le tue mani! Hai un tremito da per tutto!

Roberto le rispose:

- Come ti amo!

- È bene che tu mi ami così.

Egli sorrise con amarezza, e le disse:

- Bisognerebbe che tu non dovessi più andartene. Bisognerebbe che tu fossi libera come me. E tu non fossi costretta ad andartene. Io guardo sempre la tua fotografia di quando eri giovinetta, perché mi sembra di amarti da allora; e che siamo stati sempre insieme. Invece non è vero! Ma come ti avrei voluto sempre bene! Ora che credo al nostro amore, soffro troppo quando penso che non sei libera!

- Ti amo lo stesso!

- Ma anche tra poco le tue mani non mi potranno tenere più.

Natalia gli disse, con dolcezza:

- Non ci pensare!

- Ci penso sempre, invece.

Ma giungeva l'ora che Natalia doveva essere alla pensione; perché, forse, il marito l'aspettava già.

Allora, egli, all'improvviso, capì perché non potevano amarsi quanto avevano bisogno. Non per nessuna paura o per qualche pregiudizio; ma a lui ripugnava amare una donna sposata ad un altro. A Natalia non gliel'aveva mai detto, perché gli sarebbe parso di essere troppo cattivo; ma, d'altra parte, egli non era capace a passare sopra a una cosa simile. Era proprio il suo istinto di amare che glielo vietava. E non riesciva né meno a vincere il disgusto che gli faceva Natalia; sebbene gli sembrasse una profanazione vile e bassa. Egli voleva scuoterla da quella ripugnanza, e non gli riesciva; sentendo che o prima o dopo avrebbe dovuto separarsi per sempre da lei. Perché non gli riesciva ad amarla lo stesso? Egli avrebbe voluto confessarsi a lei; ma sentiva ch'ella non avrebbe potuto capire e si sarebbe offesa. Perciò, quando si sentiva costretto a tacere proprio con lei, aveva voglia di lasciarla. Sarebbe bastato che ella avesse capito com'egli soffriva per questa ragione! Ma ella era inerme contro di lui; ed egli le avrebbe fatto soltanto del male. Come poteva invece Natalia amarlo senza avere gli stessi disgusti? Forse lo amava per consolarsi di non amare il marito; ma questo gli pareva una debolezza antipatica; e non la scusava. Anzi lo faceva irare contro di lei; e il suo amore era contraddetto sempre; senza scampo, senza mai una possibilità di rendere pura la donna come voleva essere puro il loro legame. E perché allora non vi rinunciavano tutti e due? Non era un controsenso che si amassero a quel modo? Egli prevedeva già, inesorabilmente, che avrebbe dovuto lasciarla, rinunciando alla sola donna che gli fosse piaciuta a quel modo. Si sentiva condannato a lasciarla; e ne aveva ribrezzo. Come sarebbe stato meglio ch'egli l'avesse avvicinata come tante altre donne! Ma Natalia era per lui la donna a cui ci si lega per sempre; alla quale si consegna la propria esistenza. La donna che porta l'uomo dove ella vuole; la sola donna che pare bella. Che raccapriccio angoscioso a non averla per sé! Perché non essere certi che resterà nella propria casa per sempre? Roberto ci s'era attaccato con quell'amore che non smette mai; con quell'amore che piglia tutti i sentimenti, facendoli buoni e dolci, perché gli si obbedisce più che a noi stessi. Egli sentiva il bisogno di parlare a lei; come quando, senza la donna amata, si vorrebbe piuttosto impazzire e smettere di essere vivi. Eppure la doveva lasciare! Soltanto a pensarci, gli pareva che un brivido tagliente dovesse risolvere tutto. Quel brivido avrebbe dovuto avere la forza di uccidere: forse il marito, forse Natalia, forse lui stesso. Egli soffriva come quando aveva pensato alla propria morte. E, quando se ne scordava invece, gli pareva di sorridere di gaudio, come si fa nei sogni; e d'avere tra le labbra una dolcezza un poco umida e fresca. Pensando così, egli non osava guardarla; ed aveva orrore di se stesso; quasi disistima. Natalia stava , ed avrebbe dovuto essere sua perché si amavano; invece non era sua, ed egli, con l'angoscia mortale, che gli pigliava il cuore, con le mani incapaci a tenerla, la doveva tradire; perché non gli riesciva ad amarla. Ma con quanta devozione le voleva bene, allora! Egli la temeva perfino. Si sentiva indegno di lei; e le sue carezze gli parevano prese ad inganno. Le guardava le belle mani, larghe e chiare; e gli pareva che avessero la forza di mandare via quella ripugnanza disagevole. Glielo voleva dire; e gli veniva da piangere. Era , accanto a lui; la poteva piegare a sé, e non bastava. La voleva nascondere, farla vivere dentro la villa. Ed era inorridito che non fosse sua da vero, perché nessun'altra perdita avrebbe potuto colpirlo con maggiore atrocia.

E siccome s'avvicinava la decisione di non rivederla più, per accertarsi ch'era già tardi, come per fare forza a se stesso, guardò verso la finestra. C'era già su le cime degli alberi quel colore che ha il sole quando deve tramontare; e che scoraggia. Ai piedi del Gianicolo, Roma pareva frantumata. Essi sentirono freddo; e stettero accanto senza parlarsi. Allora videro la città come se si sbriciolasse tutta e divenisse un'alta stesa di polvere grigia, un poco dorata e luccicante. Poi, si disfece anche di più; e divenne simile alla cenere leggiera che se ne va. I monti Albani sparirono. Soltanto allora udirono la fontana della villa. Egli disse:

- Vattene: fai tardi.

Natalia prese in fretta i guanti, e si mise il cappello. Quando fu uscita, la sentì ancora muovere per la stanza; e i suoi occhi, aperti nel buio della sera, non la potevano dimenticare.


 


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