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S. Alfonso Maria de Liguori
Lettere

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122. AL PADRE D. GIUSEPPE MUSCARI.1 

Si lagna con lui del tradimento fatto alla Congregazione, e lo prega di non discreditarla più oltre.

Viva Gesù, Maria, Giuseppe e Teresa!

 

[CIORANI, 16 OTTOBRE 1751.]

 

Padre D. Giuseppe mio stimatissimo, io due notti non ho dormito né posso darmi pace, pensando alla ruina fatta a questa misera Congregazione, un tempo così amata da V. R.


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prima di entrare fra noi, e dopo entrato così odiata.

Io non mi potea persuadere, che V. R. potesse aver parte a far perdere la vocazione a questi poveri giovani; ma, da quel che ho ricavato dalla bocca di loro medesimi e dalle altre notizie avute ultimamente, non mi posso persuadere il contrario. Non mi stendo a dir le cose particolari, perché è inutile ed a V. R. danno più dispiacere.

Io, D. Giuseppe mio, sapete quanto vi ho amato e stimato prima che eravate nostro; dopo già sapete quel che ho fatto per onorarvi con quei miseri onori, che può dare una misera Congregazione; io le ho fidato poi in mano, dal principio, il tesoro più pregiato della Congregazione, che sono i giovani; io, per provvedere alla sua maggior quiete, ho dato lo sfratto da Nocera a D. Giovanni Mazzini, soggetto di tanta stima e d'edificazione appresso tutti;1 io l'ho destinato e mantenuto lettore; di più, prefetto e padre spirituale de' giovani, ma sempre con timore.

V. R. diceva che non ci era niente. Ma ecco il niente a che è riuscito: è riuscito alla ruina di quattro poveri giovani, che erano tanti angeli, e ieri mattina parevano tante furie, benché io li pregassi con tanto affetto e dolcezza, sino ad inginocchiarmeli ai piedi, che avessero differita almeno per tre giorni la loro uscita così precipitosa; mentre specialmente questi quattro io li amava quanto gli occhi miei, perché veramente,


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mente erano quattro angeli che sempre si erano portati bene, particolarmente erano così umili che era un'edificazione di tutti; e ieri mattina poi, V. R. se ne sarebbe scandalizzato, se avesse inteso con quale sturbamento ed arroganza parlavano con me e tutti, con che disprezzo ed anche minacce esclamavano contro la Congregazione, arrivando a dire che volevano ricorrere a Sua Maestà contro di me, dicendo che io li voleva tenere a forza, perché io non volea assolvere loro il voto e giuramento. Dio mio! essi si sono legati con Gesù Cristo, ed io li teneva a forza? Ma perché io non rilasciava loro i voti? perché io li amava e ne avea compassione, e vedeva che perdevano la vocazione per mera tentazione del demonio.

Or basta: non occorre darvi più tedio, perché già intendo che ogni parola vi pena. Basta, dico: non me lo meritava io, né la Congregazione, questo tratto da V. R. Io vi perdono e prego Gesù Cristo che vi perdoni, perché ancora vi stimo ed amo, e spero che, se ora non lo conoscete, un giorno la Madonna v'abbia da far conoscere l'errore che avete fatto, in far questo danno alla Congregazione ed a questi poveri giovani, acciocché lo possiate piangere, come si deve. E queste sono tutte le ingiurie pubbliche che si sono dette, cioè che V. R. ha tradito la Congregazione: cosa, che la conoscono anche le pietre.

V. R. ha scritto che non farà danno alla Congregazione, anzi procurerà di giovarla. Questo ora prego io ancora: non le fate danno, perché darete gran disgusto a Gesù Cristo. Qui non ci stiamo che a patire ed a faticare per Gesù Cristo, per le povere anime, e voi già lo sapete. Io temo che d'oggi avanti il demonio, sentendo nominare la Congregazione, vi farà sentire nominare la cosa di vostro maggior odio, e che vi abbia a suggerire che, per giustificare la vostra condotta, sia necessario il discreditarci. P. D. Giuseppe mio, non lo fate. Io vi scrivo di cuore e colle lagrime agli occhi. Io voglio sperare che V. R., sedata che sarà la passione che avete contro di me e de' nostri savii, abbiate a farci conoscere colle prove che abbiate a ripigliare l'affetto, che un tempo avete dimostrato alla Congregazione.


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In quanto poi alle robe e libri, V. R. non dubiti. Ah D. Giuseppe! noi abbiamo amata e desiderata la sua persona, non le sue robe, e così al presente mi dispiace di perdere la persona e non le sue robe; perché, torno a dire, ancora v'amo, e voi lo sapete se vi ho amato e stimato: e così non s'inquieti punto perciò, perché resterà soddisfatto e contento. Resto facendole umilissima riverenza e mi confermo.

 

Conforme all'originale che si conserva nel nostro archivio generalizio di Roma.




1 Il P. D. Giuseppe Muscari, essendo stato, per il suo gran sapere, nominato Prefetto degli Studenti, abusò del suo impiego per far perdere la vocazione a quattro giovani, cioè a Pasquale Adinolfi, Domenico Cacciatore, Gaetano Spera e Domenico Sviglia. Mettendo in cattivo aspetto la Congregazione, propose loro di fondare in Roma un nuovo Istituto, e riuscì talmente nel suo intento che, essendo egli licenziato dalla Congregazione (perché S. Alfonso aveva subodorato il suo disegno), i quattro giovani stralvolti si presentarono al Santo per domandare arrogantemente la dispensa de' loro voti, e non potendo ottenerla, voltarono le spalle alla loro vocazione. Tutta questa trista storia si può leggere presso Tannoia, nella Vita del Santo, Lib. II. cap. 35. Piace però aggiungere che Gaetano Spera e Domenico Sviglia, ravveduti, ritornarono dopo alcun tempo nella Congregazione, ove ebbero poi la sorte di fare una beata morte: il primo nell'anno 1762, il secondo a' 27 Marzo 1797.

1 Vedendo alterata l'armonia tra il P. Muscari ed il P. Mazzini, S. Alfonso aveva destinato quest'ultimo di stanza nella casa di Caposele.




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